La Sura 24 an-Nūr, “La luce”, è una sura medinese di 64 versetti. In questa pagina presentiamo il testo arabo e la nostra traduzione italiana, mantenendo separate dal testo le note linguistiche, le varianti di resa e le interpretazioni esegetiche.
Testo arabo e traduzione italiana
«Nel nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso.»
Corano 24:1
«Una sura che abbiamo fatto scendere e che abbiamo reso obbligatoria,[1] e nella quale abbiamo fatto scendere segni chiari, affinché possiate ricordare.»
Come abbiamo tradotto
Faraḍnāhā significa che la sura è stata resa obbligatoria/imposta. Manteniamo questa forza normativa.
Corano 24:2
«La donna che commette zinā e l’uomo che commette zinā: frustate ciascuno dei due con cento frustate,[2] e non vi prenda compassione per loro nell’applicazione della religione di Dio, se credete in Dio e nell’Ultimo Giorno. E assista al loro castigo un gruppo di credenti.»
Come abbiamo tradotto
Al-zāniya wa-l-zānī indica la donna e l’uomo che commettono zinā, rapporto sessuale illecito. Il versetto prescrive cento frustate e non contiene, nel suo testo, la successiva distinzione giuridica fra sposati e non sposati. Cfr. Lane, radice z-n-y.
Corano 24:3
«L’uomo che commette zinā non sposa se non una donna che commette zinā o un’associatrice; e la donna che commette zinā non è sposata se non da un uomo che commette zinā o da un associatore. Ciò è stato proibito ai credenti.[3]»
Come abbiamo tradotto
Il versetto usa ancora zinā e collega il matrimonio con chi commette zinā o con un associatore. Le discussioni giuridiche sulle condizioni del divieto sono separate dalla traduzione.
Corano 24:4
«E coloro che accusano le donne caste e poi non portano quattro testimoni: frustateli con ottanta frustate e non accettate mai più la loro testimonianza. Costoro sono i trasgressori,[4]»
Come abbiamo tradotto
Al-muḥṣanāt indica qui donne caste/protette. L’accusa senza quattro testimoni comporta nel testo ottanta frustate e il rigetto della testimonianza.
Corano 24:5
«eccetto coloro che dopo ciò si pentono e si correggono. In verità Dio è perdonatore, misericordioso.»
Corano 24:6
«E coloro che accusano le proprie mogli e non hanno testimoni se non se stessi: la testimonianza di ciascuno di loro consista in quattro testimonianze per Dio che egli è certamente fra i veritieri,[5]»
Come abbiamo tradotto
I vv. 6–9 descrivono la procedura di reciproche attestazioni fra coniugi quando il marito accusa la moglie senza altri testimoni. Manteniamo il meccanismo testuale senza sostituirlo con il termine giuridico posteriore liʿān.
Corano 24:7
«e la quinta che la maledizione di Dio sia su di lui se è fra i mentitori.»
Corano 24:8
«E allontanerà da lei il castigo il fatto che ella testimoni quattro volte per Dio che egli è certamente fra i mentitori,[6]»
Come abbiamo tradotto
Al-ʿadhāb è semplicemente “il castigo/la punizione”. Il versetto dice che le quattro attestazioni della moglie lo allontanano da lei; la qualificazione giuridica appartiene al fiqh.
Corano 24:9
«e la quinta che l’ira di Dio sia su di lei se egli è fra i veritieri.»
Corano 24:10
«E se non fosse per il favore di Dio su di voi e per la Sua misericordia, e perché Dio è Colui che accoglie il pentimento, il Saggio…»
Corano 24:11
«In verità coloro che portarono la calunnia sono un gruppo fra voi.[7] Non consideratela un male per voi; anzi, è un bene per voi. A ciascun uomo di loro spetta ciò che si è guadagnato di peccato; e colui che se ne assunse la parte maggiore avrà un castigo immenso.»
Come abbiamo tradotto
Al-ifk significa menzogna/calunnia. Il versetto non nomina nel testo la persona bersaglio; il collegamento con l’episodio di ʿĀʾisha appartiene alla tradizione esegetica.
Corano 24:12
«Perché, quando l’avete udita, i credenti e le credenti non hanno pensato bene gli uni degli altri e non hanno detto: «Questa è una calunnia evidente»?»
Corano 24:13
«Perché non hanno portato quattro testimoni al riguardo? Poiché non hanno portato i testimoni, sono loro, presso Dio, i mentitori.»
Corano 24:14
«E se non fosse per il favore di Dio su di voi e per la Sua misericordia in questo mondo e nell’altra vita, vi avrebbe certamente colpito un castigo immenso per ciò in cui vi siete addentrati,»
Corano 24:15
«quando la ricevevate con le vostre lingue e dicevate con le vostre bocche ciò di cui non avevate alcuna conoscenza, considerandolo cosa lieve, mentre presso Dio era enorme.»
Corano 24:16
«E perché, quando l’avete udita, non avete detto: «Non ci è lecito parlare di questo. Gloria a Te! Questa è una calunnia immensa»?»
Corano 24:17
«Dio vi ammonisce a non tornare mai più a qualcosa di simile, se siete credenti.»
Corano 24:18
«E Dio vi rende chiari i segni. Dio è sapiente, saggio.»
Corano 24:19
«In verità coloro che amano che l’indecenza si diffonda fra coloro che credono avranno un castigo doloroso in questo mondo e nell’altra vita.[8] Dio sa e voi non sapete.»
Come abbiamo tradotto
Al-fāḥisha indica indecenza, immoralità o turpitudine. Rendiamo “indecenza” senza restringerla nel versetto a una sola fattispecie.
Corano 24:20
«E se non fosse per il favore di Dio su di voi e per la Sua misericordia, e perché Dio è benevolo, misericordioso…»
Corano 24:21
«O voi che credete, non seguite i passi di Satana. Chi segue i passi di Satana: in verità egli ordina l’indecenza e ciò che è riprovevole. Se non fosse per il favore di Dio su di voi e per la Sua misericordia, nessuno di voi sarebbe mai puro; ma Dio purifica chi vuole. Dio ascolta e conosce.»
Corano 24:22
«E coloro fra voi che possiedono favore e agiatezza non giurino di non dare ai parenti, ai poveri e a coloro che sono emigrati sulla via di Dio. Perdonino e passino oltre. Non amate forse che Dio vi perdoni? Dio è perdonatore, misericordioso.»
Corano 24:23
«In verità coloro che accusano le donne caste, inconsapevoli e credenti sono maledetti in questo mondo e nell’altra vita, e avranno un castigo immenso,»
Corano 24:24
«il Giorno in cui le loro lingue, le loro mani e i loro piedi testimonieranno contro di loro riguardo a ciò che facevano.»
Corano 24:25
«Quel Giorno Dio darà loro per intero la loro giusta retribuzione e sapranno che Dio è la Verità manifesta.»
Corano 24:26
«Le impure sono per gli impuri e gli impuri per le impure; le buone sono per i buoni e i buoni per le buone.[9] Costoro sono innocenti di ciò che quelli dicono; per loro vi sono perdono e un sostentamento generoso.»
Come abbiamo tradotto
Le forme al-khabīthāt/al-khabīthūn e al-ṭayyibāt/al-ṭayyibūn sono grammaticalmente femminili/maschili e sono state interpretate come persone oppure, nel contesto della calunnia, come parole. Manteniamo “impure/impuri, buone/buoni” lasciando aperta la referenza.
Corano 24:27
«O voi che credete, non entrate in case diverse dalle vostre finché non abbiate chiesto permesso e salutato i loro abitanti.[10] Ciò è meglio per voi, affinché possiate ricordare.»
Come abbiamo tradotto
Tastaʾnisū appartiene alla radice della familiarità/accertamento dell’accoglienza ed è tradizionalmente reso nel contesto come “chiedere permesso”. Usiamo questa resa italiana naturale e segnaliamo la forma araba.
Corano 24:28
«Se non vi trovate nessuno, non entratevi finché non vi sia dato permesso. E se vi viene detto: «Tornate indietro», tornate indietro: ciò è più puro per voi. Dio conosce ciò che fate.»
Corano 24:29
«Non vi è colpa per voi nell’entrare in case non abitate nelle quali vi sia qualcosa di utile per voi. Dio conosce ciò che manifestate e ciò che nascondete.»
Corano 24:30
«Di’ agli uomini credenti di abbassare parte dei loro sguardi e custodire le loro parti intime.[11] Ciò è più puro per loro. In verità Dio è ben informato di ciò che fanno.»
Come abbiamo tradotto
Yaghuḍḍū min abṣārihim significa letteralmente “abbassino di/parte dei loro sguardi”. Il min è mantenuto nella resa “abbassare parte dei loro sguardi”.
Corano 24:31
«E di’ alle donne credenti di abbassare parte dei loro sguardi, custodire le loro parti intime e non mostrare i loro ornamenti se non ciò che ne appare; e tirino i loro copricapi sui loro seni,[12] e non mostrino i loro ornamenti se non ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle persone in schiavitù che possiedono, ai servitori maschi privi di desiderio, o ai bambini che non sono ancora consapevoli delle nudità delle donne. E non battano i piedi affinché si sappia ciò che nascondono dei loro ornamenti. E pentitevi tutti davanti a Dio, o credenti, affinché possiate avere successo.»
Come abbiamo tradotto
Khumur è il plurale di khimār, un copricapo/velo portato sul capo; per non ridurlo a un generico pezzo di stoffa traduciamo qui “copricapi”. Juyūb indica le aperture o scollature del vestito, quindi la zona del petto/seno. La costruzione wal-yaḍribna bi-khumurihinna ʿalā juyūbihinna ordina dunque di tirare questi copricapi sulle scollature e sul petto. Al-Ṭabarī spiega espressamente che i khumur servono così a coprire i capelli, i colli e gli orecchini delle donne: la lettura classica presuppone quindi una copertura del capo e non un semplice drappo posto sul seno. Nella clausola precedente, però, lo stesso al-Ṭabarī considera più corretta l’interpretazione secondo cui fra “ciò che appare” possono rientrare il volto e le mani; la copertura del volto non va dunque inserita in 24:31 come se fosse l’unico senso del versetto. Il comando grammaticalmente espresso resta quello di far ricadere il khimār sui juyūb. Al-Ṭabarī conserva inoltre la tradizione secondo cui, dopo la rivelazione, le donne si coprirono con stoffe ricavate dai propri mantelli (fa-khtamarna bihi). Nell’elenco delle eccezioni compare poi mā malakat aymānuhunna, letteralmente “ciò che le loro destre possiedono”; al-Ṭabarī registra interpretazioni diverse sull’estensione precisa di questa categoria servile. Per questo rendiamo “le persone in schiavitù che possiedono”, senza scegliere una sottocategoria discussa. Cfr. al-Ṭabarī, 24:31 e Quranic Arabic Corpus, 24:31.
Corano 24:32
«E fate sposare i celibi fra voi e i giusti fra i vostri schiavi e le vostre schiave.[13] Se sono poveri, Dio li arricchirà della Sua grazia. Dio è immenso, sapiente.»
Come abbiamo tradotto
Il versetto menziona esplicitamente ʿibādikum wa-imāʾikum, schiavi maschi e schiave femmine, fra coloro da far sposare.
Corano 24:33
«E coloro che non trovano possibilità di matrimonio si mantengano casti finché Dio non li arricchisca della Sua grazia. E quelli, fra i vostri schiavi, che chiedono un contratto di liberazione, stipulatelo con loro se sapete che vi è del bene in loro, e date loro dei beni di Dio che Egli ha dato a voi. E non costringete le vostre schiave alla prostituzione, se desiderano mantenersi caste, per cercare i beni effimeri della vita terrena. E chi le costringe: in verità Dio, dopo che esse sono state costrette, è perdonatore, misericordioso.[14]»
Come abbiamo tradotto
La formula mimmā malakat aymānukum è letteralmente “fra ciò che possiedono le vostre destre”, ma qui il referente è determinato dal contratto di mukātaba, cioè l’affrancamento contrattuale dello schiavo. Al-Ṭabarī spiega il passo con mamālīkukum, “i vostri schiavi”. Rendiamo quindi “quelli, fra i vostri schiavi, che chiedono un contratto di liberazione”. Nella seconda parte il versetto proibisce inoltre di costringere le fatayāt, qui schiave, alla prostituzione. Cfr. al-Ṭabarī, 24:33 e Quranic Arabic Corpus, 24:33.
Corano 24:34
«E certamente abbiamo fatto scendere verso di voi segni che rendono chiaro, un esempio di coloro che sono passati prima di voi e un ammonimento per i timorati.»
Corano 24:35
«Dio è la luce dei cieli e della terra. La similitudine della Sua luce è come una nicchia nella quale vi è una lampada; la lampada è in un vetro; il vetro è come una stella brillante, accesa da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio quasi risplenderebbe anche se nessun fuoco lo toccasse. Luce su luce. Dio guida alla Sua luce chi vuole. Dio propone similitudini agli uomini, e Dio conosce ogni cosa.[15]»
Come abbiamo tradotto
Il celebre “versetto della Luce” presenta una similitudine: Dio è la luce dei cieli e della terra e la Sua luce è paragonata a nicchia, lampada, vetro e olio d’olivo. Non trasformiamo la metafora in definizione filosofica.
Corano 24:36
«In case che Dio ha permesso siano elevate e nelle quali sia menzionato il Suo nome; in esse Lo glorificano al mattino e alla sera[16]»
Come abbiamo tradotto
Il testo dice “in case che Dio ha permesso siano elevate”; l’identificazione esclusiva con le moschee è interpretativa e non viene inserita nella traduzione.
Corano 24:37
«uomini che né commercio né vendita distraggono dal ricordo di Dio, dal compimento della preghiera e dal versamento della zakāt; temono un Giorno in cui cuori e sguardi saranno sconvolti,»
Corano 24:38
«affinché Dio li ricompensi per il meglio di ciò che hanno fatto e accresca loro della Sua grazia. Dio provvede a chi vuole senza conto.»
Corano 24:39
«Quanto a coloro che non credono, le loro opere sono come un miraggio in una pianura: l’assetato lo crede acqua finché, quando vi giunge, non trova nulla e trova Dio presso di sé, ed Egli gli salda pienamente il conto.[17] Dio è rapido nel conto.»
Come abbiamo tradotto
La similitudine del miraggio culmina con l’uomo che “trova Dio presso di sé”, il quale gli salda il conto. Manteniamo la brusca formulazione narrativa.
Corano 24:40
«Oppure come tenebre in un mare profondo, coperto da un’onda sopra la quale vi è un’altra onda, sopra la quale vi sono nuvole: tenebre le une sopra le altre. Quando stende la mano, quasi non riesce a vederla. E colui al quale Dio non dà luce non ha alcuna luce.»
Corano 24:41
«Non vedi che glorificano Dio coloro che sono nei cieli e sulla terra e gli uccelli ad ali spiegate? Ciascuno conosce la propria preghiera e la propria glorificazione. Dio conosce ciò che fanno.»
Corano 24:42
«A Dio appartiene il dominio dei cieli e della terra, e verso Dio è il ritorno.»
Corano 24:43
«Non vedi che Dio sospinge le nuvole, poi le unisce, poi ne fa un ammasso, e vedi la pioggia uscire dal loro interno? E fa scendere dal cielo, da montagne che vi sono, della grandine,[18] con la quale colpisce chi vuole e dalla quale preserva chi vuole. Il bagliore del suo lampo quasi porta via gli sguardi.»
Come abbiamo tradotto
La costruzione “dal cielo, da montagne che vi sono, della grandine” è sintatticamente densa. Manteniamo l’immagine delle montagne nel cielo senza trasformarla automaticamente in “montagne di nuvole”.
Corano 24:44
«Dio alterna la notte e il giorno. In verità in ciò vi è certamente una lezione per coloro che hanno vista.»
Corano 24:45
«E Dio ha creato ogni creatura vivente dall’acqua: fra esse vi è chi cammina sul ventre, chi cammina su due gambe e chi cammina su quattro. Dio crea ciò che vuole. In verità Dio è potente su ogni cosa.»
Corano 24:46
«Certamente abbiamo fatto scendere segni che rendono chiaro. E Dio guida chi vuole verso una via diritta.»
Corano 24:47
«E dicono: «Crediamo in Dio e nel Messaggero e obbediamo»; poi un gruppo di loro volta le spalle dopo ciò. Costoro non sono credenti.»
Corano 24:48
«E quando vengono chiamati a Dio e al Suo Messaggero affinché egli giudichi fra loro, ecco che un gruppo di loro si allontana.»
Corano 24:49
«Ma se il diritto è dalla loro parte, vengono a lui sottomessi.»
Corano 24:50
«Vi è forse una malattia nei loro cuori? Oppure dubitano? Oppure temono che Dio e il Suo Messaggero siano ingiusti verso di loro? No, sono loro gli ingiusti.»
Corano 24:51
«La parola dei credenti, quando vengono chiamati a Dio e al Suo Messaggero affinché egli giudichi fra loro, è soltanto che dicano: «Abbiamo ascoltato e abbiamo obbedito». Costoro sono quelli che avranno successo.»
Corano 24:52
«E chi obbedisce a Dio e al Suo Messaggero, teme Dio e ha timore di Lui: costoro sono i vincitori.»
Corano 24:53
«E giurano per Dio con i loro giuramenti più solenni che, se tu ordinassi loro, uscirebbero certamente.[19] Di’: «Non giurate. È richiesta un’obbedienza riconosciuta. In verità Dio è ben informato di ciò che fate».»
Come abbiamo tradotto
La-yakhrujunna significa semplicemente “uscirebbero certamente”. Il versetto non contiene la parola “combattere”; non la aggiungiamo.
Corano 24:54
«Di’: «Obbedite a Dio e obbedite al Messaggero». Se poi volgete le spalle, su di lui grava soltanto ciò di cui è stato incaricato e su di voi ciò di cui siete stati incaricati. Se gli obbedite sarete guidati. Sul Messaggero non grava altro che la trasmissione chiara.»
Corano 24:55
«Dio ha promesso a coloro fra voi che credono e compiono opere giuste che certamente li farà succedere sulla terra come fece succedere coloro che vennero prima di loro, che certamente consoliderà per loro la religione che ha approvato per loro e che certamente sostituirà, dopo la loro paura, sicurezza: Mi adoreranno senza associarMi nulla.[20] E chi dopo ciò non crede, costoro sono i trasgressori.»
Come abbiamo tradotto
La-yastakhlifannahum fī l-arḍ promette che Dio farà succedere/insedierà con autorità i credenti sulla terra. Rendiamo “farà succedere” senza fissare nel testo una teoria politica successiva.
Corano 24:56
«Compiate la preghiera, versate la zakāt e obbedite al Messaggero, affinché possiate ricevere misericordia.»
Corano 24:57
«Non pensare che coloro che non credono possano rendere impotente Dio sulla terra. Il loro rifugio è il Fuoco: che pessima destinazione!»
Corano 24:58
«O voi che credete, vi chiedano permesso le persone in schiavitù che possedete e coloro fra voi che non hanno ancora raggiunto la pubertà in tre momenti: prima della preghiera dell’alba, quando a mezzogiorno deponete i vostri abiti, e dopo la preghiera della notte. Sono tre momenti di intimità per voi.[21] Al di fuori di essi non vi è colpa né per voi né per loro: circolate continuamente gli uni presso gli altri. Così Dio vi rende chiari i segni. Dio è sapiente, saggio.»
Come abbiamo tradotto
Alladhīna malakat aymānukum è letteralmente “coloro che le vostre destre possiedono”. Al-Ṭabarī spiega la formula con ʿabīdukum wa-imāʾukum, “i vostri schiavi e le vostre schiave”, e preferisce includere entrambi i sessi. Rendiamo quindi “le persone in schiavitù che possedete”, senza restringere il referente a soli uomini o sole donne. Il versetto impone a loro e ai bambini non ancora puberi di chiedere permesso nei tre momenti di intimità domestica. Cfr. al-Ṭabarī, 24:58.
Corano 24:59
«E quando i bambini fra voi raggiungono la pubertà, chiedano permesso come lo chiedevano coloro che li hanno preceduti. Così Dio vi rende chiari i Suoi segni. Dio è sapiente, saggio.»
Corano 24:60
«E quanto alle donne anziane che non sperano più nel matrimonio, non vi è colpa per loro se depongono i loro abiti senza mettere in mostra ornamenti;[22] ma che si mantengano caste è meglio per loro. Dio ascolta e conosce.»
Come abbiamo tradotto
Thiyābahunna significa “i loro abiti”. Molte traduzioni specificano “abiti esterni”, ma tale qualificazione è interpretativa; manteniamo il termine non specificato.
Corano 24:61
«Non vi è impedimento per il cieco, né impedimento per lo zoppo, né impedimento per il malato, né per voi stessi, a mangiare nelle vostre case, o nelle case dei vostri padri, delle vostre madri, dei vostri fratelli, delle vostre sorelle, dei vostri zii paterni, delle vostre zie paterne, dei vostri zii materni, delle vostre zie materne, oppure in ciò di cui possedete le chiavi, o presso un vostro amico.[23] Non vi è colpa per voi se mangiate insieme o separatamente. E quando entrate nelle case, salutatevi gli uni gli altri con un saluto proveniente da Dio, benedetto e buono. Così Dio vi rende chiari i segni, affinché possiate ragionare.»
Come abbiamo tradotto
L’esenzione iniziale per cieco, zoppo e malato è seguita da un lungo elenco di case nelle quali è consentito mangiare. Non aggiungiamo una causa storica o giuridica che il versetto non esplicita.
Corano 24:62
«I credenti sono soltanto coloro che credono in Dio e nel Suo Messaggero e che, quando sono con lui per una questione comune, non se ne vanno finché non gli chiedono permesso. In verità coloro che ti chiedono permesso sono quelli che credono in Dio e nel Suo Messaggero. Quando dunque ti chiedono permesso per qualche loro faccenda, concedilo a chi vuoi fra loro e chiedi perdono a Dio per loro. In verità Dio è perdonatore, misericordioso.[24]»
Come abbiamo tradotto
Amrin jāmiʿ indica una questione/affare comune che riunisce la comunità. Il versetto subordina l’uscita dalla riunione al permesso del Messaggero.
Corano 24:63
«Non fate della chiamata del Messaggero fra voi come la chiamata che vi rivolgete gli uni agli altri.[25] Dio conosce certamente coloro fra voi che si defilano furtivamente nascondendosi gli uni dietro gli altri. Stiano dunque in guardia coloro che si oppongono al suo ordine: potrebbe colpirli una prova oppure un castigo doloroso.»
Come abbiamo tradotto
Duʿāʾ al-rasūl può riferirsi al modo di chiamare il Messaggero oppure alla sua chiamata/convocazione. Rendiamo “la chiamata del Messaggero” e manteniamo l’ambiguità in nota.
Corano 24:64
«Sappiate: a Dio appartiene ciò che è nei cieli e sulla terra. Egli conosce certamente la condizione in cui vi trovate; e il Giorno in cui saranno ricondotti a Lui, li informerà di ciò che hanno fatto. Dio conosce ogni cosa.»
Note alla traduzione
- Corano 24:1. Faraḍnāhā significa che la sura è stata resa obbligatoria/imposta. Manteniamo questa forza normativa. ↩
- Corano 24:2. Al-zāniya wa-l-zānī indica la donna e l’uomo che commettono zinā, rapporto sessuale illecito. Il versetto prescrive cento frustate e non contiene, nel suo testo, la successiva distinzione giuridica fra sposati e non sposati. Cfr. Lane, radice z-n-y. ↩
- Corano 24:3. Il versetto usa ancora zinā e collega il matrimonio con chi commette zinā o con un associatore. Le discussioni giuridiche sulle condizioni del divieto sono separate dalla traduzione. ↩
- Corano 24:4. Al-muḥṣanāt indica qui donne caste/protette. L’accusa senza quattro testimoni comporta nel testo ottanta frustate e il rigetto della testimonianza. ↩
- Corano 24:6. I vv. 6–9 descrivono la procedura di reciproche attestazioni fra coniugi quando il marito accusa la moglie senza altri testimoni. Manteniamo il meccanismo testuale senza sostituirlo con il termine giuridico posteriore liʿān. ↩
- Corano 24:8. Al-ʿadhāb è semplicemente “il castigo/la punizione”. Il versetto dice che le quattro attestazioni della moglie lo allontanano da lei; la qualificazione giuridica appartiene al fiqh. ↩
- Corano 24:11. Al-ifk significa menzogna/calunnia. Il versetto non nomina nel testo la persona bersaglio; il collegamento con l’episodio di ʿĀʾisha appartiene alla tradizione esegetica. ↩
- Corano 24:19. Al-fāḥisha indica indecenza, immoralità o turpitudine. Rendiamo “indecenza” senza restringerla nel versetto a una sola fattispecie. ↩
- Corano 24:26. Le forme al-khabīthāt/al-khabīthūn e al-ṭayyibāt/al-ṭayyibūn sono grammaticalmente femminili/maschili e sono state interpretate come persone oppure, nel contesto della calunnia, come parole. Manteniamo “impure/impuri, buone/buoni” lasciando aperta la referenza. ↩
- Corano 24:27. Tastaʾnisū appartiene alla radice della familiarità/accertamento dell’accoglienza ed è tradizionalmente reso nel contesto come “chiedere permesso”. Usiamo questa resa italiana naturale e segnaliamo la forma araba. ↩
- Corano 24:30. Yaghuḍḍū min abṣārihim significa letteralmente “abbassino di/parte dei loro sguardi”. Il min è mantenuto nella resa “abbassare parte dei loro sguardi”. ↩
- Corano 24:31. Khumur è il plurale di khimār, un copricapo/velo portato sul capo; per non ridurlo a un generico pezzo di stoffa traduciamo qui “copricapi”. Juyūb indica le aperture o scollature del vestito, quindi la zona del petto/seno. La costruzione wal-yaḍribna bi-khumurihinna ʿalā juyūbihinna ordina dunque di tirare questi copricapi sulle scollature e sul petto. Al-Ṭabarī spiega espressamente che i khumur servono così a coprire i capelli, i colli e gli orecchini delle donne: la lettura classica presuppone quindi una copertura del capo e non un semplice drappo posto sul seno. Nella clausola precedente, però, lo stesso al-Ṭabarī considera più corretta l’interpretazione secondo cui fra “ciò che appare” possono rientrare il volto e le mani; la copertura del volto non va dunque inserita in 24:31 come se fosse l’unico senso del versetto. Il comando grammaticalmente espresso resta quello di far ricadere il khimār sui juyūb. Al-Ṭabarī conserva inoltre la tradizione secondo cui, dopo la rivelazione, le donne si coprirono con stoffe ricavate dai propri mantelli (fa-khtamarna bihi). Nell’elenco delle eccezioni compare poi mā malakat aymānuhunna, letteralmente “ciò che le loro destre possiedono”; al-Ṭabarī registra interpretazioni diverse sull’estensione precisa di questa categoria servile. Per questo rendiamo “le persone in schiavitù che possiedono”, senza scegliere una sottocategoria discussa. Cfr. al-Ṭabarī, 24:31 e Quranic Arabic Corpus, 24:31. ↩
- Corano 24:32. Il versetto menziona esplicitamente ʿibādikum wa-imāʾikum, schiavi maschi e schiave femmine, fra coloro da far sposare. ↩
- Corano 24:33. La formula mimmā malakat aymānukum è letteralmente “fra ciò che possiedono le vostre destre”, ma qui il referente è determinato dal contratto di mukātaba, cioè l’affrancamento contrattuale dello schiavo. Al-Ṭabarī spiega il passo con mamālīkukum, “i vostri schiavi”. Rendiamo quindi “quelli, fra i vostri schiavi, che chiedono un contratto di liberazione”. Nella seconda parte il versetto proibisce inoltre di costringere le fatayāt, qui schiave, alla prostituzione. Cfr. al-Ṭabarī, 24:33 e Quranic Arabic Corpus, 24:33. ↩
- Corano 24:35. Il celebre “versetto della Luce” presenta una similitudine: Dio è la luce dei cieli e della terra e la Sua luce è paragonata a nicchia, lampada, vetro e olio d’olivo. Non trasformiamo la metafora in definizione filosofica. ↩
- Corano 24:36. Il testo dice “in case che Dio ha permesso siano elevate”; l’identificazione esclusiva con le moschee è interpretativa e non viene inserita nella traduzione. ↩
- Corano 24:39. La similitudine del miraggio culmina con l’uomo che “trova Dio presso di sé”, il quale gli salda il conto. Manteniamo la brusca formulazione narrativa. ↩
- Corano 24:43. La costruzione “dal cielo, da montagne che vi sono, della grandine” è sintatticamente densa. Manteniamo l’immagine delle montagne nel cielo senza trasformarla automaticamente in “montagne di nuvole”. ↩
- Corano 24:53. La-yakhrujunna significa semplicemente “uscirebbero certamente”. Il versetto non contiene la parola “combattere”; non la aggiungiamo. ↩
- Corano 24:55. La-yastakhlifannahum fī l-arḍ promette che Dio farà succedere/insedierà con autorità i credenti sulla terra. Rendiamo “farà succedere” senza fissare nel testo una teoria politica successiva. ↩
- Corano 24:58. Alladhīna malakat aymānukum è letteralmente “coloro che le vostre destre possiedono”. Al-Ṭabarī spiega la formula con ʿabīdukum wa-imāʾukum, “i vostri schiavi e le vostre schiave”, e preferisce includere entrambi i sessi. Rendiamo quindi “le persone in schiavitù che possedete”, senza restringere il referente a soli uomini o sole donne. Il versetto impone a loro e ai bambini non ancora puberi di chiedere permesso nei tre momenti di intimità domestica. Cfr. al-Ṭabarī, 24:58. ↩
- Corano 24:60. Thiyābahunna significa “i loro abiti”. Molte traduzioni specificano “abiti esterni”, ma tale qualificazione è interpretativa; manteniamo il termine non specificato. ↩
- Corano 24:61. L’esenzione iniziale per cieco, zoppo e malato è seguita da un lungo elenco di case nelle quali è consentito mangiare. Non aggiungiamo una causa storica o giuridica che il versetto non esplicita. ↩
- Corano 24:62. Amrin jāmiʿ indica una questione/affare comune che riunisce la comunità. Il versetto subordina l’uscita dalla riunione al permesso del Messaggero. ↩
- Corano 24:63. Duʿāʾ al-rasūl può riferirsi al modo di chiamare il Messaggero oppure alla sua chiamata/convocazione. Rendiamo “la chiamata del Messaggero” e manteniamo l’ambiguità in nota. ↩









