Francia, giovani musulmani e Islam: il dato che incrina il mito dell’integrazione

Nel 2016 l’Institut Montaigne ha pubblicato un rapporto dal titolo volutamente ottimistico: Un islam français est possible, “Un islam francese è possibile”. Il lavoro, curato da Hakim El Karoui, non nasceva come pamphlet anti-islamico, ma come tentativo di analizzare l’Islam in Francia, la sua organizzazione, il suo rapporto con la Repubblica, il finanziamento del culto e le tensioni aperte dopo gli attentati jihadisti che avevano colpito il Paese.

Proprio per questo il rapporto è interessante: non viene da un ambiente “islamofobo”, non è scritto da militanti identitari e non parte dalla volontà di criminalizzare tutti i musulmani. Eppure, dentro quella ricerca, emerge un dato che la retorica multiculturalista preferisce trattare con i guanti: una parte consistente dei musulmani francesi, soprattutto tra i più giovani, mostra un rapporto problematico con la laicità, i valori repubblicani e la separazione tra religione e spazio pubblico.

Il sondaggio: 1.029 persone su un campione iniziale di 15.459

Il rapporto dell’Institut Montaigne si basa su un’indagine IFOP condotta su 1.029 persone di confessione o cultura musulmana, selezionate all’interno di un campione iniziale molto più ampio di 15.459 soggetti. Questo è importante, perché evita uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico: trasformare impressioni, paure o episodi di cronaca in “prove” generali. Qui, invece, si parla di un’indagine strutturata, con categorie e profili sociologici.

Dal rapporto emerge anche un dato demografico decisivo: la popolazione musulmana in Francia è mediamente giovane. L’età media indicata è di circa 35 anni. Questo rende il tema ancora più delicato, perché non siamo davanti a una religiosità residua, legata soltanto agli immigrati di prima generazione, ma a una trasmissione identitaria che riguarda giovani nati, cresciuti o socializzati nella Repubblica francese.

Fonte diretta: Institut Montaigne, rapporto PDF Un islam français est possible.

Tre profili: secolarizzati, conservatori e rigoristi

La parte più interessante del rapporto è la classificazione dei musulmani francesi in tre grandi gruppi. Il primo raccoglie i musulmani più secolarizzati o più integrati nella logica repubblicana: persone per le quali la religione resta soprattutto una dimensione privata, compatibile con la laicità e con il primato della legge civile.

Il secondo gruppo comprende credenti più conservatori: musulmani praticanti, legati a norme religiose tradizionali, ma non necessariamente ostili alla Repubblica. Qui si trova una zona grigia ampia, spesso sottovalutata: non è jihadismo, non è terrorismo, non è militanza rivoluzionaria, ma non è nemmeno piena adesione al modello laico occidentale.

Il terzo gruppo, stimato dal rapporto intorno al 28%, è quello più problematico: un profilo più giovane, più rigorista, più incline a considerare la religione non come fatto privato ma come quadro globale di valori, identità e comportamento sociale. In questo gruppo il rapporto con la laicità repubblicana diventa molto più teso.

Definirli tutti “terroristi” sarebbe falso e stupido. Definirli semplicemente “credenti come gli altri” sarebbe altrettanto evasivo. La questione decisiva è la gerarchia dei valori: quando una parte consistente dei giovani musulmani considera la norma religiosa più vincolante della cultura repubblicana, la parola integrazione perde buona parte della sua retorica rassicurante.

Il dato sui giovani: quasi metà nella fascia più rigorista

Il vecchio articolo parlava di “un giovane musulmano su due fondamentalista”. La formula è efficace, ma va precisata. Il dato riportato dalla stampa italiana, sulla base del rapporto Institut Montaigne, è che circa il 50% dei musulmani tra i 15 e i 25 anni rientrerebbe o si avvicinerebbe al profilo più rigorista: quello che considera la religione non confinata alla sfera privata e manifesta un sistema di valori in tensione con quello della Repubblica francese.

È una differenza importante. “Fondamentalista” può far pensare automaticamente a terrorismo o violenza politica. Il rapporto parla invece di un orientamento religioso e identitario più rigido, più separato, meno disposto ad accettare la laicità come cornice comune. Non è una sfumatura da poco: permette di evitare la caricatura, ma non riduce la gravità del fenomeno.

Fonte giornalistica italiana: Il Giornale, “Islam in Francia, un giovane su due fondamentalista”.

Non terrorismo, ma separatismo valoriale

La Francia non ha bisogno di aspettare che un giovane diventi jihadista per interrogarsi sul problema. Il jihadismo è la punta armata e criminale di un processo molto più ampio. Prima della violenza c’è spesso una separazione simbolica: la Repubblica percepita come estranea, la laicità vissuta come ostile, l’identità islamica trasformata in appartenenza primaria, la critica dell’Islam letta come aggressione personale.

Questo non significa che ogni giovane musulmano rigorista diventerà violento. Significa che il terreno culturale cambia. Una società può reggere differenze religiose anche profonde; regge molto meno quando una parte crescente dei suoi cittadini considera la legge civile, la libertà di espressione, la parità uomo-donna, la libertà sessuale o la critica della religione come concessioni accettabili solo entro i limiti del proprio codice religioso.

Il lessico rassicurante dell’“integrazione” spesso non basta più. Integrare non significa soltanto parlare francese, avere un documento francese o frequentare una scuola francese. Significa riconoscere che la legge della Repubblica viene prima della legge religiosa; che una donna non è meno rispettabile perché non si copre; che l’apostata non è un traditore; che l’omosessuale non è un peccatore da correggere; che Maometto può essere criticato, disegnato, discusso e contestato come qualunque altra figura religiosa.

L’indagine IFOP 2019: la religiosità non arretra, soprattutto tra i giovani

Il quadro non si ferma al 2016. Nel 2019 l’IFOP, per Le Point e la Fondation Jean-Jaurès, ha pubblicato una nuova indagine sulla popolazione musulmana in Francia, a trent’anni dall’affaire dei foulards di Creil. L’indagine è stata condotta su 1.012 persone, rappresentative della popolazione di religione o origine musulmana dai 15 anni in su.

Da questa ricerca emerge una conferma: la religiosità musulmana in Francia non appare come un semplice residuo destinato a dissolversi con il passare delle generazioni. Al contrario, alcune pratiche risultano più diffuse rispetto al passato. Per esempio, la frequentazione della moschea il venerdì passa dal 16% del 1989 al 38% del 2019; tra i giovani, l’andamento mostra un aumento molto marcato rispetto alle vecchie rilevazioni.

Questo non prova automaticamente l’islamismo, ma smentisce l’illusione secondo cui la secolarizzazione francese avrebbe lentamente assorbito l’Islam dentro una religiosità privata, debole, individuale, simile a quella di molti cristiani europei. Una parte dell’Islam francese non si sta privatizzando: si sta rafforzando come identità pubblica.

Fonte: IFOP, Les musulmans en France, 30 ans après l’affaire des foulards de Creilrapporto PDF completo.

La fabbrica dell’islamismo: il rapporto del 2018

Nel 2018 l’Institut Montaigne ha pubblicato un altro rapporto, ancora sotto la direzione di Hakim El Karoui: La fabrique de l’islamisme. Qui il discorso si allarga: non si tratta soltanto di misurare opinioni religiose, ma di analizzare come l’islamismo venga prodotto, diffuso, finanziato, insegnato e trasformato in una visione globale del mondo.

Il rapporto descrive l’islamismo come un progetto che tende a fare della religione non solo una fede personale, ma un quadro completo per l’individuo e per la società. È qui che la distinzione tra Islam privato e Islam politico diventa indispensabile. Un cittadino musulmano che prega, digiuna e vive la propria fede non pone automaticamente un problema alla Repubblica. Un’ideologia che pretende di riorganizzare la società secondo categorie islamiche, invece, sì.

La Francia si trova davanti a questa frattura: non semplicemente “quanti musulmani ci sono?”, ma quale Islam cresce, quali predicatori lo orientano, quali reti lo finanziano, quali contenuti circolano online, quali norme vengono percepite dai giovani come più legittime rispetto a quelle repubblicane.

Il problema non è contare i musulmani, ma capire quale Islam avanza

Molte discussioni sull’Islam in Europa si bloccano su una falsa alternativa: da una parte chi vede in ogni musulmano un pericolo, dall’altra chi finge che la religione non abbia alcun peso politico. Entrambe le scorciatoie impediscono di vedere il fenomeno reale.

La Francia non deve temere il musulmano in quanto persona. Deve però interrogarsi seriamente su un Islam che, in certe fasce giovani, non accetta di restare fede privata e tende a diventare codice identitario, morale e sociale. Qui l’incompatibilità non riguarda il nome arabo, la moschea o il Ramadan. Riguarda alcuni contenuti: superiorità della legge religiosa, controllo del corpo femminile, ostilità verso apostasia e blasfemia, rifiuto dell’omosessualità, comunitarismo, diffidenza verso la laicità.

La formula “un islam francese è possibile” resta quindi più una speranza che una constatazione. Perché un Islam francese sia possibile, deve accettare davvero la supremazia della legge civile, la libertà di coscienza, la libertà di cambiare religione, la piena uguaglianza tra uomo e donna, il diritto alla blasfemia e la critica pubblica di Maometto, del Corano e della sharia. Senza questi elementi non si ha integrazione: si ha coabitazione instabile.

La vecchia conclusione andava corretta

Nel vecchio articolo si diceva che il resto dei musulmani, pur non aderendo al 100% agli insegnamenti violenti di Maometto, non li ripudierebbe tutti e manterrebbe una visione “annacquata ma pur sempre incompatibile con i diritti universali dell’uomo”. La frase coglieva una preoccupazione reale, ma era formulata in modo troppo largo e vulnerabile.

Una versione più solida è questa: anche tra i musulmani non rigoristi può rimanere una zona di ambiguità su temi decisivi come sharia, apostasia, blasfemia, parità uomo-donna, omosessualità e primato della legge civile. Non tutti aderiscono a posizioni radicali; non tutti le giustificano; non tutti le desiderano. Ma l’assenza di un rifiuto chiaro di alcuni contenuti dell’Islam classico lascia aperta una frizione strutturale con i diritti individuali moderni.

È una formulazione più precisa, meno attaccabile e molto più seria. Non accusa indistintamente milioni di persone; chiede però una cosa elementare: su alcuni temi non basta dichiararsi moderati. Bisogna dire apertamente che la legge religiosa non può prevalere sulla libertà individuale, che l’apostata non deve essere punito, che la donna non è subordinata all’uomo, che l’omosessuale ha gli stessi diritti degli altri, che la critica dell’Islam non è odio.

Conclusione: il dato che la Francia non può ignorare

Il rapporto dell’Institut Montaigne non autorizza slogan facili, ma rende impossibile la rimozione del problema. Una parte significativa dei musulmani francesi, e in particolare dei più giovani, mostra un rapporto teso con la laicità e con i valori repubblicani. Non è terrorismo. Non è automaticamente jihadismo. Ma è un segnale politico e culturale pesante.

La Francia può continuare a chiamarlo disagio sociale, discriminazione, identità ferita o paura dell’islamofobia. Tutti questi fattori possono esistere. Nessuno, però, cancella la domanda più scomoda: se una parte crescente dei giovani musulmani considera l’Islam non come fede privata ma come appartenenza totale, quanto spazio resta alla Repubblica?

La laicità non si difende con i comunicati rassicuranti. Si difende chiedendo all’Islam ciò che si chiede a qualunque religione in una società libera: restare sotto la legge civile, accettare la critica, rinunciare alla pretesa di governare i corpi, le donne, la scuola, la morale pubblica e la libertà di parola.


Fonti e riferimenti