Il razzismo nel mondo viene raccontato quasi sempre con una regia ideologica già pronta: l’Occidente sul banco degli imputati, il resto del pianeta sistemato nel ruolo della vittima morale. Europa, America, colonialismo, schiavitù, discriminazione, suprematismo: il vocabolario è sempre lo stesso, ripetuto fino a diventare una liturgia politica. Ma appena si passa dalla predica ai dati comparativi, questa rappresentazione comincia a incrinarsi.
Una delle mappe più scomode circolate negli ultimi anni, costruita sui dati del World Values Survey e ripresa dal Washington Post, mostrava la percentuale di intervistati che dichiaravano di non volere come vicini persone “di un’altra razza”. Il risultato non confermava l’immagine dell’Occidente come epicentro morale dell’intolleranza razziale. Mostrava, al contrario, una distribuzione molto meno utile alla propaganda antioccidentale: tra le aree più problematiche emergevano molti Paesi non occidentali, compresi diversi contesti islamici.

Mappa basata sui dati del World Values Survey, ripresa dal Washington Post, relativa alla percentuale di intervistati che dichiaravano di non volere come vicini persone “di un’altra razza”. Il dato non misura ogni forma possibile di razzismo, ma mostra una distribuzione dell’intolleranza razziale dichiarata molto meno favorevole alla retorica dell’Occidente unico colpevole.
La domanda era semplice: tra le categorie di persone che non si vorrebbero avere come vicini, gli intervistati potevano indicare anche persone appartenenti a una “razza diversa”. Non siamo davanti a una sfumatura teorica, ma a un indicatore esplicito di rifiuto sociale dell’altro. Chi dichiara di non volere accanto a sé persone di un’altra razza manifesta una forma riconoscibile di intolleranza razziale.
La classifica che non piace alla retorica antioccidentale
Il risultato era indigesto per la sceneggiatura dominante. Alcuni dei livelli più alti di intolleranza razziale dichiarata emergevano fuori dall’Occidente, anche in aree a maggioranza musulmana o culturalmente segnate dall’islam. Non la mappa che ci si aspetterebbe ascoltando certa propaganda, dove Europa e America vengono trattate come sede naturale del razzismo e il resto del mondo come archivio di innocenze ferite.
Una singola domanda non pretende di spiegare ogni forma di razzismo. Non misura tutte le discriminazioni, non distingue sempre tra razza, etnia, tribù, casta, religione, nazionalità o conflitti locali. Ma questa cautela non cancella il significato politico della rilevazione. Il dato basta a far saltare una costruzione ideologica: quella secondo cui il razzismo sarebbe quasi una patologia occidentale.
La mappa racconta altro. Racconta che l’intolleranza razziale dichiarata può emergere con forza proprio in società che, nel discorso pubblico occidentale, vengono spesso sottratte a ogni giudizio severo. Quando il razzismo è occidentale, diventa colpa sistemica, marchio ereditario, prova di una malattia collettiva. Quando invece affiora in società asiatiche, africane o islamiche, cominciano le attenuanti: contesto, storia, colonialismo, povertà, tradizione, complessità culturale. Il razzismo occidentale viene giudicato; quello non occidentale viene spesso tradotto, spiegato, ammorbidito.
Paesi islamici e intolleranza razziale dichiarata
Il titolo può sembrare provocatorio, ma il dato è più scomodo della provocazione: in diversi Paesi a maggioranza musulmana, o in contesti culturalmente segnati dall’islam, l’intolleranza dichiarata verso persone di un’altra razza risulta più alta che in molte società occidentali accusate quotidianamente di essere il centro morale del razzismo mondiale.
Questo non significa che ogni musulmano sia razzista, né che ogni Paese islamico sia identico. Significa qualcosa di più preciso e molto più fastidioso per la retorica dominante: l’intolleranza razziale dichiarata non si concentra automaticamente dove l’ideologia antioccidentale vorrebbe collocarla. In molti casi emerge fuori dall’Occidente, anche dentro società che vengono trattate con indulgenza sproporzionata da una parte dell’accademia, del giornalismo e dell’attivismo politico.
La contraddizione è evidente. L’Occidente viene sottoposto a un processo permanente, mentre razzismo, tribalismo, antisemitismo e discriminazione religiosa nel mondo islamico vengono spesso lasciati ai margini della discussione. Come se il razzismo fosse scandaloso solo quando può essere attribuito all’Europa, all’America o al cristianesimo storico. Quando nasce altrove, improvvisamente cambia tono, cambia categoria morale, cambia trattamento.
Il razzismo non ha bisogno della parola “razza”
Uno degli inganni più frequenti consiste nel cercare il razzismo soltanto dove compare il vocabolario razziale moderno. Ma l’inferiorizzazione dell’altro può funzionare benissimo anche senza usare la parola “razza”. Può passare dalla religione, dalla tribù, dalla casta, dall’etnia, dalla lingua, dal colore della pelle, dall’origine familiare o dalla condizione di credente e non credente.
Nel mondo islamico classico, la separazione tra musulmani e non musulmani non è stata una semplice differenza privata di fede. È stata anche una categoria giuridica. Il non musulmano poteva essere tollerato, ma spesso non come eguale pieno. Il sistema della dhimma collocava ebrei e cristiani sotto dominio islamico in una posizione subordinata: riconosciuti, protetti, ma inferiori.
Questo non corrisponde al razzismo biologico europeo dell’età moderna, ma appartiene alla stessa famiglia morale della subordinazione dell’altro. La persona non viene considerata prima di tutto come individuo, ma come membro di una categoria religiosa inferiore. Il musulmano occupa la posizione normativa superiore; il non musulmano viene collocato sotto. Cambia il linguaggio, ma resta la struttura: gerarchia, disuguaglianza, tolleranza condizionata.
Il doppio standard sull’islam
Chi oggi parla ossessivamente di discriminazione dovrebbe guardare anche alle gerarchie prodotte dal diritto islamico, alla condizione storica dei dhimmi, alla subordinazione dei non musulmani, alla punizione dell’apostasia, all’antisemitismo arabo-islamico e alle minoranze religiose schiacciate in molti contesti islamici. Invece accade spesso il contrario: tutto ciò che riguarda l’islam viene ammorbidito, contestualizzato, neutralizzato.
La discriminazione religiosa islamica diventa “storia complessa”. La subordinazione dei non musulmani diventa “tolleranza medievale”. La schiavitù islamica diventa una parentesi marginale. L’antisemitismo arabo-islamico viene ridotto a reazione geopolitica. Le persecuzioni dei cristiani vengono derubricate a tensioni locali. La violenza contro apostati, convertiti o minoranze viene trattata come incidente sociale, mai come problema strutturale.
Questo non è rigore storico. È protezione ideologica. L’islam deve rimanere nella posizione della vittima utile, anche quando le sue fonti, la sua storia politica e molti suoi sistemi giuridici mostrano dinamiche di dominio, esclusione e inferiorizzazione dell’altro.
La schiavitù islamica cancellata dalla memoria pubblica
Il doppio standard diventa ancora più evidente quando si parla di schiavitù nel mondo islamico. Per secoli, reti commerciali, militari e religiose hanno alimentato la cattura, la vendita e l’impiego di schiavi africani, slavi, turchi, caucasici e di molte altre origini. Eppure questa storia viene spesso lasciata ai margini, mentre la schiavitù occidentale viene giustamente analizzata, denunciata, insegnata e trasformata in memoria pubblica permanente.
Non serve trasformare l’Occidente in innocente per riconoscere l’evidenza: la storia della schiavitù, del razzismo e della subordinazione dell’altro è molto più ampia della sola vicenda europea. Ridurla al capitolo occidentale significa costruire una memoria parziale, moralmente aggressiva ma storicamente incompleta. La schiavitù islamica, i mercati di esseri umani nel mondo musulmano e le gerarchie tra credenti e non credenti non possono sparire solo perché disturbano la narrazione dominante.
Se si vuole discutere seriamente di razzismo e discriminazione, bisogna parlare anche dei mercati degli schiavi nel mondo musulmano, delle razzie, degli eunuchi, delle concubine, delle gerarchie tra credenti e non credenti, dell’inferiorizzazione dei neri in molte società arabe, dell’antisemitismo islamico, della condizione dei cristiani sotto dominio islamico e della subordinazione giuridica dei non musulmani. Altrimenti non siamo davanti alla storia, ma alla scelta preventiva del colpevole.
L’Occidente viene accusato anche perché lascia accusarsi
La grande ironia è che l’Occidente viene colpito proprio con gli strumenti che l’Occidente stesso ha prodotto. Ha elaborato il linguaggio moderno dei diritti individuali. Ha trasformato l’uguaglianza davanti alla legge in principio politico. Ha prodotto l’abolizionismo moderno. Ha reso razzismo, schiavitù e discriminazione oggetto di scandalo pubblico. Ha permesso ai propri critici di denunciarlo liberamente dentro università, giornali, parlamenti, tribunali e istituzioni culturali.
Questo non rende l’Occidente innocente, ma rende grottesca la sua rappresentazione come unico mostro morale della storia. In molte società non occidentali, la critica pubblica del razzismo, della discriminazione religiosa o delle gerarchie etniche è più debole, più rischiosa o apertamente repressa. Dove il potere religioso, tribale o autoritario pesa più dell’individuo, l’intolleranza può essere più brutale e insieme meno visibile.
Il meccanismo è perverso: l’Occidente viene accusato perché consente l’accusa; altri sistemi vengono assolti perché impediscono, limitano o scoraggiano la critica interna. Così il razzismo occidentale viene amplificato all’infinito, mentre quello non occidentale resta spesso fuori campo.
Intolleranza religiosa: l’altro volto del problema
Il discorso sul razzismo dichiarato si intreccia con quello sulla libertà religiosa. I rapporti del Pew Research Center mostrano da anni che le restrizioni governative alla religione e le ostilità sociali verso gruppi religiosi sono un problema globale, spesso molto grave fuori dall’Occidente. Nel rapporto pubblicato nel 2024, Pew rilevava che nel 2022 il punteggio mediano globale delle restrizioni governative alla religione era rimasto al livello più alto registrato dalla serie, mentre 59 Paesi presentavano livelli “alti” o “molto alti” di restrizioni governative.
Pew non misura il razzismo, ma misura un fenomeno collegato: il trattamento dell’altro quando appartiene a una fede diversa, a una minoranza o a un gruppo non conforme. Anche qui la favola antioccidentale si incrina. In molti contesti non occidentali, inclusi Paesi a maggioranza musulmana, libertà individuale, libertà religiosa e uguaglianza civile incontrano ostacoli profondi.
Applicare lo stesso metro a tutti significherebbe parlare non solo di razzismo occidentale, ma anche di persecuzioni dei cristiani, antisemitismo islamico, discriminazioni religiose, conversioni punite, apostasia perseguita, minoranze intimidite e società dove il non conforme non viene semplicemente criticato, ma schiacciato. Ed è proprio questa simmetria del giudizio che l’antioccidentalismo rifiuta.
L’antioccidentalismo non combatte il razzismo: lo amministra
L’antioccidentalismo non combatte il razzismo ovunque si trovi. Lo seleziona. Lo usa. Lo trasforma in una clava morale da puntare quasi sempre nella stessa direzione. Se il razzismo è occidentale, diventa prova di colpa sistemica. Se è islamico, tribale, asiatico, africano o antioccidentale, viene assorbito nel contesto, spiegato con la storia, diluito nella povertà, attribuito al colonialismo, reso politicamente meno imbarazzante.
Così nasce una morale truccata: l’Occidente deve confessare tutto, espiare tutto, pagare tutto; gli altri vengono spiegati, compatiti, giustificati. Non è lotta al razzismo. È distribuzione ideologica della colpa.
La mappa del World Values Survey è fastidiosa proprio perché disturba questo schema. Mostra che l’intolleranza razziale dichiarata può essere più alta in società che la cultura dominante occidentale tratta spesso con una cautela quasi sacrale. Ricorda che il razzismo non ha un solo colore politico, un solo passaporto, una sola religione o una sola civiltà.
Il razzismo fuori dall’Occidente esiste
Il razzismo fuori dall’Occidente esiste. Esiste nei Paesi islamici. Esiste nei Paesi asiatici. Esiste nelle società africane. Esiste nei nazionalismi etnici. Esiste nelle caste. Esiste nelle gerarchie religiose. Esiste nell’antisemitismo arabo-islamico. Esiste nel disprezzo verso i neri in molte società arabe. Esiste nelle discriminazioni verso minoranze cristiane, ebraiche, induiste, animiste, yazide o apostate.
Il fatto che se ne parli meno non lo rende meno reale. Lo rende soltanto più utile a chi vuole conservare intatta la favola dell’Occidente come unico colpevole e del resto del mondo come innocente collettivo.
La vera oscenità intellettuale sta qui: usare l’antirazzismo come strumento di accusa selettiva, non come principio universale. Perché un principio davvero universale non proteggerebbe nessuno in base alla provenienza, alla religione, alla cultura o all’utilità politica. Giudicherebbe anche il razzismo islamico, anche il tribalismo non occidentale, anche l’antisemitismo arabo, anche la discriminazione religiosa, anche la schiavitù islamica, anche le gerarchie che non portano il marchio europeo.
Conclusione: il razzismo non obbedisce alla propaganda
Il razzismo non diventa meno grave quando non è occidentale. Non diventa meno violento quando nasce in società islamiche, asiatiche o africane. Non diventa meno odioso quando si nasconde dietro religione, tribù, casta, nazionalismo, tradizione o risentimento antioccidentale.
La mappa basata sul World Values Survey resta un documento scomodo perché costringe a guardare fuori dall’Occidente, dentro culture e società che il tribunale ideologico contemporaneo preferisce assolvere prima ancora di esaminare.
Il vero scandalo non è ricordare che l’Occidente abbia conosciuto il razzismo. Quello viene ripetuto ogni giorno, insegnato ovunque, trasformato in colpa permanente. Lo scandalo è dire che il razzismo esiste anche fuori dall’Occidente, spesso in forme più esplicite, più socialmente accettate e molto meno contestate. E tra i luoghi in cui questa discussione viene sistematicamente evitata ci sono anche molti Paesi islamici.
Fonti
- World Values Survey – archivio dati online
- Washington Post – A fascinating map of the world’s most and least racially tolerant countries
- Washington Post – osservazioni metodologiche sulla mappa della tolleranza razziale
- Pew Research Center – Government restrictions on religion stayed at peak levels globally in 2022
- Pew Research Center – Countries with “very high” government restrictions in 2022
