Articolo di partenza: The Washington Post, “France’s Charlie Hebdo blames ordinary Muslims for terrorism”. Editoriale originale: Riss, How Did We End Up Here?, Charlie Hebdo, 2016.
Charlie Hebdo è tornato al centro delle polemiche nel 2016 per un editoriale firmato da Laurent Sourisseau, noto come Riss, vignettista sopravvissuto alla strage jihadista del 7 gennaio 2015 e poi direttore del settimanale satirico francese. L’articolo, pubblicato in francese e in inglese con il titolo How Did We End Up Here?, arrivava dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015 e quelli di Bruxelles del marzo 2016.
La tesi di Riss era volutamente provocatoria: gli attentati jihadisti non nascono soltanto da falle della polizia, disoccupazione, marginalità sociale, errori dell’intelligence o “multiculturalismo senza freni”. Tutti questi fattori possono pesare, ma secondo Charlie Hebdo non bastano a spiegare il punto centrale: l’avanzamento di una cultura dell’intimidazione religiosa che rende l’Islam sempre più difficile da criticare.
Il Washington Post, in un articolo del 5 aprile 2016, presentò quell’editoriale come un testo in cui Charlie Hebdo avrebbe finito per attribuire una responsabilità morale anche ai “musulmani ordinari”. Ma questa lettura, pur cogliendo l’asprezza dell’articolo, rischia di perdere il bersaglio. Riss non stava dicendo che ogni musulmano sia terrorista. Stava dicendo qualcosa di più scomodo: un clima culturale fatto di pressione, paura dell’accusa di islamofobia, autocensura e concessioni quotidiane può preparare il terreno all’arretramento della laicità.
La domanda di Charlie Hebdo: come siamo arrivati a questo punto?
Nell’editoriale originale, Riss parte da una constatazione: dopo gli attentati di Bruxelles, esperti, commentatori e politici cercavano spiegazioni ovunque. Incompetenza della polizia? Fallimento del multiculturalismo? Disoccupazione giovanile? Propaganda islamista? Tutte spiegazioni possibili, ma per Charlie Hebdo incomplete.
Secondo Riss, il primo trucco del colpevole è spostare la colpa sull’innocente. In questo schema, la responsabilità dell’islamismo viene spesso diluita in una lunga lista di cause esterne: società occidentale, colonialismo, esclusione, razzismo, povertà, discriminazione, politica estera, carceri, periferie. Tutto può essere discusso, naturalmente. Ma quando ogni spiegazione serve a evitare il nodo ideologico-religioso, il risultato è sempre lo stesso: l’Islam politico e la pressione islamica sullo spazio pubblico spariscono dal banco degli imputati.
Qui sta il punto più forte dell’editoriale: non si può capire il jihadismo se si finge che l’ideologia non conti. E non si può difendere la laicità se ogni critica all’Islam viene immediatamente sospettata di razzismo.
Tariq Ramadan: il caso simbolico dell’intellettuale islamico intoccabile
Tra i personaggi citati da Riss c’era Tariq Ramadan, allora professore di Studi islamici contemporanei a Oxford e figura molto influente nel dibattito europeo sull’Islam. Riss scriveva che Ramadan non avrebbe mai preso un Kalashnikov per sparare a un convegno di giornalisti, né costruito una bomba da piazzare in aeroporto. “Non è questo il suo ruolo”, era il senso della provocazione.
Il ruolo attribuito a Ramadan dall’editoriale era un altro: contribuire a rendere sempre più difficile la critica dell’Islam, spingendo studenti, giornalisti, funzionari e intellettuali a pesare ogni parola per non essere accusati di islamofobia. In questa lettura, Ramadan diventava il simbolo dell’Islam presentabile, universitario, dialogante, capace però di produrre un effetto politico molto concreto: l’autocensura dei non musulmani davanti alla religione islamica.
Oggi questo passaggio va aggiornato. Nel 2017, l’Università di Oxford annunciò che Ramadan era stato messo in aspettativa dopo accuse di stupro, aggressione e molestie sessuali, accuse che Ramadan ha respinto. Negli anni successivi il suo nome è rimasto al centro di vicende giudiziarie pesanti, culminate nel 2026, secondo quanto riportato da Le Monde, in una condanna a 18 anni da parte di un tribunale francese per lo stupro di tre donne tra il 2009 e il 2016; Ramadan ha negato le accuse e la vicenda va trattata secondo lo stato processuale delle decisioni. Fonte: The Guardian; Fonte: Le Monde.
Questo aggiornamento non serve per trasformare l’articolo in un processo a Ramadan. Serve a ricordare quanto fosse fragile l’immagine dell’intellettuale musulmano “moderato” usato per disciplinare il discorso pubblico occidentale. Nel 2016 il problema era già politico e culturale; oggi, con il senno di poi, il mito dell’autorità morale intoccabile appare ancora più discutibile.
Il velo, il panettiere e la baguette al prosciutto: provocazione o diagnosi?
L’editoriale di Charlie Hebdo usava poi tre figure immaginarie: una donna velata, un panettiere musulmano e un giovane jihadista diretto all’aeroporto di Bruxelles. Il Washington Post lesse questa costruzione come un’accusa rivolta ai musulmani comuni. Ed è vero: il testo di Riss era duro, sgradevole, volutamente tagliente. Charlie Hebdo non scrive per rassicurare. Scrive per disturbare.
Ma ridurre quella provocazione a “razzismo contro i musulmani ordinari” significa non voler vedere il tema reale. La donna velata, nel ragionamento di Riss, non è una persona da odiare: è un simbolo politico-religioso che modifica lo spazio pubblico. Il panettiere che non vende più prosciutto non è un mostro: è il segnale di una trasformazione culturale. La baguette al prosciutto non è un feticcio gastronomico: è il simbolo volutamente caricaturale di una Francia laica che si chiede fino a che punto debba rinunciare ai propri codici per non urtare la sensibilità islamica.
Si può trovare l’esempio rozzo, e in parte lo è. Ma la domanda resta legittima: quante piccole rinunce quotidiane, sommate nel tempo, cambiano la fisionomia di una società? Quando la paura di offendere l’Islam diventa criterio implicito di comportamento, non siamo più nel rispetto reciproco. Siamo nell’adattamento preventivo.
Il bersaglio vero: la laicità, non il singolo musulmano
Il punto cruciale dell’editoriale era questo: l’obiettivo ultimo del jihadismo non è soltanto uccidere persone innocenti in un aeroporto, in una redazione o in una metropolitana. L’obiettivo è colpire un’idea di società: la libertà di ridere della religione, di criticare i dogmi, di rappresentare il sacro senza inginocchiarsi, di mettere l’Islam sullo stesso piano di ogni altra religione o ideologia sottoposta alla satira.
Charlie Hebdo lo aveva pagato con il sangue. Nel gennaio 2015, due jihadisti armati assaltarono la redazione del settimanale uccidendo giornalisti, vignettisti e collaboratori. L’attacco fu legato alla pubblicazione di vignette su Maometto e divenne uno dei simboli più brutali della guerra islamista contro la libertà di espressione in Europa. Riss, ferito nell’attacco, non parlava da un salotto televisivo al sicuro. Parlava da sopravvissuto.
Da qui la sua conclusione: l’Islam, quando pretende di imporsi come limite alla satira, alla critica e alla discussione pubblica, diventa incompatibile con la laicità francese. Non l’Islam come identità privata di un cittadino, ma l’Islam come pretesa normativa sullo spazio comune.
L’accusa di islamofobia come strumento di silenziamento
Uno dei passaggi più attuali riguarda la parola “islamofobia”. Nel dibattito pubblico europeo, questa accusa viene spesso usata in modo elastico: talvolta indica veri atti di odio contro persone musulmane; altre volte serve a neutralizzare ogni critica a dottrine, pratiche, simboli, predicatori, organizzazioni o testi islamici.
È qui che la riflessione di Charlie Hebdo incontra quella di Alain Finkielkraut, filosofo francese spesso critico verso l’ideologia dell’antirazzismo militante. Per Finkielkraut, l’antirazzismo ideologico rischia di diventare nel XXI secolo ciò che il comunismo fu nel XX: una dottrina morale totale, capace di dividere il mondo tra innocenti e colpevoli, oppressi e oppressori, vittime e carnefici, impedendo di discutere serenamente la realtà.
In questo schema, l’Islam viene spesso trattato come religione “debole” da proteggere, anche quando è storicamente, demograficamente e politicamente una forza enorme. Il risultato è paradossale: si può insultare il cristianesimo, dissacrare il cattolicesimo, ridere della Bibbia, offendere il Papa, deridere i simboli occidentali; ma quando si tocca Maometto, il Corano o la sharia, scatta subito il dispositivo morale dell’islamofobia.
Questa non è tutela dei cittadini musulmani. È protezione ideologica dell’Islam dalla critica.
Air France e il velo sulla tratta Parigi-Teheran
Nel testo originale veniva richiamata anche la polemica del 2016 su Air France, quando la compagnia comunicò alle assistenti di volo che, sulla tratta Parigi-Teheran, avrebbero dovuto rispettare le norme iraniane, compreso l’obbligo di coprirsi il capo all’arrivo. La vicenda fu letta da molti come un cedimento simbolico: una compagnia francese, in nome dell’adattamento a un Paese islamico, chiedeva alle proprie dipendenti di adeguarsi a una norma religiosa imposta alle donne.
Anche qui il tema non è il pezzo di stoffa in sé. Il tema è politico: quando l’Occidente entra in contatto con ordinamenti islamici, a chi viene chiesto di adattarsi? Alle donne francesi viene chiesto di coprirsi a Teheran; ma nelle società europee, quando si parla di laicità, velo, separazione dei sessi o critica dell’Islam, viene chiesto ai cittadini occidentali di moderare linguaggio, abitudini, satira e libertà di espressione.
La domanda di Charlie Hebdo resta quindi intatta: a furia di piccoli adattamenti, chi sta cedendo terreno?
Il paradosso della libertà di parola: chi viene davvero zittito?
Dopo l’editoriale di Charlie Hebdo, alcuni intellettuali francesi difesero il diritto di Tariq Ramadan a parlare in pubblico. Ramadan stesso denunciò una demonizzazione della sua figura, sostenendo di essere trasformato nell’incarnazione dell’Islam che la Francia non vuole vedere.
Il tema è delicato. In una società libera, anche Ramadan deve poter parlare, salvo impedimenti legali specifici. La libertà di espressione vale anche per persone discutibili, sgradevoli o ideologicamente ambigue. Ma la domanda speculare è inevitabile: la stessa libertà viene riconosciuta a chi critica frontalmente l’Islam?
Charlie Hebdo può pubblicare vignette su Maometto senza finire sotto scorta? Un insegnante può mostrare caricature in una lezione sulla libertà di espressione senza rischiare la vita? Un giornalista può discutere sharia, jihad, velo, apostasia, omosessualità e condizione femminile nell’Islam senza essere accusato di fomentare odio?
La risposta, purtroppo, la storia recente europea l’ha già data troppe volte. L’autocensura non nasce solo dalle leggi. Nasce dalla paura. E quando una religione produce paura intorno alla propria critica, quella religione ha già occupato uno spazio politico.
Charlie Hebdo aveva davvero torto?
L’articolo del Washington Post descriveva la posizione di Charlie Hebdo come espressione di una “paranoia” francese davanti alla prospettiva di una Francia islamica. Ma chiamarla paranoia è un modo elegante per non guardare il problema. La Francia ha conosciuto attentati jihadisti, omicidi per blasfemia, minacce contro giornalisti, insegnanti, scrittori, ebrei, poliziotti, spettatori di concerti, cittadini comuni. In questo contesto, la paura non nasce dal nulla.
Si può criticare Charlie Hebdo per il tono brutale, per certe semplificazioni, per una satira che non chiede permesso e spesso colpisce anche in modo ingiusto. Ma liquidare tutto come islamofobia significa cancellare il fatto essenziale: Charlie Hebdo ha difeso il diritto di trattare l’Islam come qualunque altra religione, cioè come un bersaglio legittimo della critica, della satira e dell’irriverenza.
È questo che molti non perdonano al settimanale francese. Non l’offesa. Non la volgarità. Non l’eccesso. Ma l’uguaglianza: l’Islam non è più sacro delle altre religioni. Maometto non è più intoccabile di Gesù, Mosè, Buddha o qualunque altra figura religiosa. E una repubblica laica non può trasformare la sensibilità islamica in una nuova legge non scritta.
Conclusione: il problema non è la convivenza, ma la resa preventiva
Il punto non è impedire ai musulmani di vivere in Francia, né trasformare ogni segno islamico in una minaccia automatica. Il punto è un altro: una società laica può convivere con cittadini musulmani liberi, ma non può sottomettere la propria libertà di espressione alla protezione dell’Islam dalla critica.
La convivenza richiede diritti uguali, non privilegi religiosi. Richiede che il musulmano possa pregare, ma anche che il vignettista possa disegnare Maometto. Richiede che il credente possa difendere la propria fede, ma anche che l’ateo, il laico, il cristiano, l’ebreo, l’ex musulmano o il satirico possano demolirla pubblicamente senza essere minacciati, isolati o delegittimati come “islamofobi”.
Charlie Hebdo può essere sgradevole, e spesso vuole esserlo. Ma su un punto ha posto una domanda che resta decisiva: quanto spazio siamo disposti a cedere, parola dopo parola, battuta dopo battuta, immagine dopo immagine, per non disturbare l’Islam?
Quando la risposta diventa “abbastanza da tacere”, la laicità non è più un principio. È una decorazione appesa al muro mentre altri decidono cosa si può dire.
Fonti e riferimenti
- The Washington Post, “France’s Charlie Hebdo blames ordinary Muslims for terrorism”, 5 aprile 2016.
- Riss, How Did We End Up Here?, Charlie Hebdo, 2016.
- The Guardian, “Oxford University places Tariq Ramadan on leave amid claims”, 2017.
- Le Monde, “Islamic scholar Ramadan sentenced to 18 years in prison…”, 2026.
- Il Fatto Quotidiano, “Air France, rivolta delle hostess contro l’obbligo di velo sulla tratta Parigi-Teheran”, 2016.
