La pornografia nei Paesi islamici è uno di quei temi che incrina la narrazione più rassicurante sull’Islam come sistema morale superiore, ordinato, casto e immune dalla cosiddetta “decadenza occidentale”. Appena si passa dai sermoni ai dati digitali, il quadro diventa molto meno edificante: in diversi Paesi a maggioranza musulmana, dove la pornografia è ufficialmente condannata, censurata, proibita o socialmente stigmatizzata, il consumo online di materiale pornografico risulta tutt’altro che marginale.
Questo non significa trasformare una statistica nazionale in un’accusa collettiva contro ogni singolo musulmano. Significa però osservare un fatto preciso: il moralismo religioso, quando pretende di controllare la sessualità per decreto, non elimina necessariamente desiderio, curiosità o trasgressione. Spesso li sposta soltanto nell’ombra: dietro uno schermo, dentro una navigazione rapida, nascosta e ipocrita.
Il dato Google: Paesi a maggioranza musulmana tra i primi nelle ricerche pornografiche
Secondo un articolo del Secolo d’Italia del 2015, basato su dati Google ripresi da un reportage di Carrie Weisman per AlterNet e rilanciato anche da Dagospia, sei delle otto nazioni che al mondo consumavano più materiale pornografico risultavano essere Paesi a maggioranza musulmana. Nella classifica citata comparivano Pakistan, Egitto, Iran, Marocco, Arabia Saudita e Turchia.
Il Pakistan veniva indicato come il Paese più presente in diverse ricerche pornografiche, seguito da Egitto, Iran, Marocco, Arabia Saudita e Turchia. La fonte riportava anche ricerche particolarmente degradanti o estreme, legate ad animali e contenuti sessuali anomali. Proprio per la natura delicata del tema, questi dati devono essere letti con prudenza: si tratta di ricerche online riportate da fonti giornalistiche, non di una sentenza sociologica definitiva su un intero popolo o su tutti i credenti musulmani.
Il punto centrale, però, resta: la distanza tra la retorica pubblica della purezza islamica e i comportamenti privati registrati online è evidente. Dove il sesso viene represso, nascosto, colpevolizzato e trasformato in tabù, non sparisce. Più spesso riemerge in forme sotterranee, compulsive o semplicemente ipocrite.
Fonte citata: Secolo d’Italia, “Dati Google sul consumo di materiale porno”.
SimilarWeb 2015: Iraq, Egitto e Kuwait nelle statistiche sui siti per adulti
Un altro dato interessante arriva da una ricerca condotta nel marzo 2015 dal portale SimilarWeb e pubblicata da The Next Web. Secondo quella rilevazione, i siti per adulti rappresentavano il 4,41% del traffico desktop mondiale. Nella classifica dei Paesi con la quota più alta di traffico verso siti adulti, Iraq ed Egitto comparivano ai primi due posti.
Il dato è rilevante perché riguarda società fortemente segnate da norme religiose, pressione sociale e controllo morale. In altre parole: proprio in contesti dove la pornografia è pubblicamente disprezzata, vietata o presentata come simbolo della corruzione occidentale, il consumo privato appare tutt’altro che irrilevante.
L’Europa quasi scompare quando si analizza il tempo medio trascorso sui siti per adulti. Secondo i dati ripresi anche da Fastweb, tra Asia, Africa, Americhe e Medio Oriente, la top 15 vedeva la presenza della sola Svizzera come rappresentante del Vecchio Continente. In testa alla graduatoria compariva il Kuwait, con una permanenza media di 4 minuti e 19 secondi, seguito da Singapore e Sud Africa.

Dati SimilarWeb 2015: il Kuwait risulta al primo posto per tempo medio di permanenza sui siti per adulti. Il dato è storico, ma mostra il contrasto tra moralismo pubblico e consumo privato.
Interessante anche il dato sulle visite terminate dopo pochi secondi. Secondo l’analisi ripresa da Fastweb, nelle prime posizioni comparivano soprattutto Paesi islamici o a maggioranza musulmana: Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Qatar e Arabia Saudita erano indicati tra i primi cinque. Una possibile spiegazione è proprio il contesto repressivo: in Paesi dove la pornografia è proibita o socialmente stigmatizzata, l’accesso può essere rapido, nascosto, ansioso, interrotto di colpo o condizionato dal timore di essere scoperti.

Secondo l’analisi SimilarWeb ripresa nel 2015, molti Paesi a maggioranza musulmana risultavano ai primi posti per visite molto brevi ai siti per adulti: un possibile segnale di consumo nascosto, rapido e socialmente stigmatizzato.
Fonti dirette: The Next Web / SimilarWeb, “Who Are The Biggest Consumers Of Online Porn?”; Fastweb, “Porno online, chi sono i consumatori”.
Lo studio accademico del 2021 su 15.027 individui nei Paesi arabi
Ai vecchi dati giornalistici e statistici si può aggiungere uno studio molto più utile sul piano accademico: Pornography Use Prevalence and Associated Factors in Arab Countries: A Multinational Cross-Sectional Study of 15,027 Individuals, pubblicato nel 2021 sul Journal of Sexual Medicine.
Lo studio nasce proprio da un punto chiaro: negli anni precedenti era stato registrato un aumento tangibile del consumo di pornografia, ma mancava una ricerca su larga scala dedicata ai Paesi arabi. Gli autori hanno quindi condotto un grande questionario online multinazionale, reclutando partecipanti senza restrizioni di età, livello socioeconomico, lavoro o istruzione. Il campione finale era composto da 15.027 partecipanti.
Secondo i risultati riportati nello studio, la visione di pornografia nei Paesi arabi risultava tutt’altro che rara: l’88% dei partecipanti dichiarava di aver visto pornografia almeno una volta nell’ultimo anno, il 68,69% nell’ultimo mese e il 50,47% negli ultimi sette giorni.
Questi numeri non vanno usati in modo grossolano. Non significano che ogni cittadino arabo o musulmano consumi pornografia, né permettono di costruire un’accusa morale contro intere popolazioni. Lo studio stesso indica limiti importanti: è una ricerca trasversale, quindi non dimostra rapporti di causa-effetto, ed è basata su autosegnalazione, quindi può essere condizionata da memoria, reticenza o desiderabilità sociale.
Proprio questi limiti, però, rendono il dato ancora più interessante. Se in società dove il sesso è spesso circondato da vergogna religiosa, controllo familiare e condanna pubblica, un questionario autosegnalato registra comunque percentuali così alte, il problema dell’ipocrisia morale non può essere liquidato come propaganda anti-islamica. Il consumo esiste. La domanda esiste. La repressione non lo cancella. Lo rende meno visibile, più vergognoso, più clandestino.
Lo studio segnala inoltre che età giovane, sesso maschile e livello educativo più basso risultavano associati a una maggiore probabilità di visione pornografica. Anche qui, il dato non va trasformato in caricatura: serve piuttosto a mostrare che il fenomeno non è un’invenzione polemica, ma un tema sociale reale anche nei Paesi arabi, compresi quelli che pubblicamente difendono una morale sessuale severa e religiosa.
Fonti accademiche: Oxford Academic / Journal of Sexual Medicine; ScienceDirect; PubMed.
Il dato non dimostra che l’Occidente sia puro. Dimostra qualcosa di più scomodo: la propaganda religiosa non cancella la sessualità umana. La nasconde, la colpevolizza e spesso la rende più ipocrita.
Il precedente del 2007: siti erotici israeliani visitati anche da Paesi musulmani
Un episodio curioso, già segnalato nel 2007 da TGcom24, riguardava il successo dei siti erotici israeliani in diversi Paesi musulmani. Secondo l’articolo, gestori di siti israeliani a contenuto erotico rilevavano accessi provenienti anche da Stati musulmani con i quali Israele non aveva relazioni diplomatiche.
Il dato, al di là dell’aspetto quasi grottesco, racconta bene il paradosso: da una parte l’ostilità ideologica verso Israele, dall’altra il consumo privato di contenuti erotici prodotti proprio nello Stato ebraico. Anche qui non si tratta di costruire una teoria generale su milioni di persone, ma di osservare un cortocircuito culturale evidente: l’ideologia pubblica può gridare una cosa, mentre il comportamento privato ne rivela un’altra.
Secondo l’articolo, alcuni utenti arabi e palestinesi avrebbero mostrato particolare interesse per video in cui attrici interpretavano soldatesse, agenti segrete o poliziotte israeliane. Un dettaglio che rende ancora più chiara la distanza tra propaganda politica, tabù religioso e fantasie private.
Fonte: TGcom24, “Siti porno, boom nei Paesi arabi”.
Dati del 2009: ricerche sessuali in arabo, turco e persiano
Altri dati, risalenti al 2009 e circolati online attraverso blog e raccolte basate su Google Trends, indicavano una forte presenza di ricerche sessuali in arabo, turco e persiano. Trattandosi di fonti meno robuste rispetto a SimilarWeb, al Journal of Sexual Medicine o a testate giornalistiche strutturate, è corretto leggerle come materiale indicativo e non come prova statistica definitiva.

Rilevazione del 2009 su gruppi Yahoo in lingua araba: la categoria sessuale risultava molto presente rispetto ad altri temi. Dato storico da leggere come indicatore, non come statistica definitiva.
Secondo quelle ricostruzioni, l’arabo compariva spesso tra le lingue più usate per ricerche legate al sesso, alla pornografia e all’omosessualità. Iran, Egitto, Indonesia, Malesia, Turchia, Marocco, Pakistan e Arabia Saudita apparivano in diverse classifiche relative a parole chiave sessuali.

Grafico storico attribuito a Google Trends: diverse ricerche sessuali risultavano concentrate anche in Paesi a maggioranza musulmana. Il dato va usato con prudenza, ma resta interessante nel confronto con la morale pubblica islamica.
Il dato sulle lingue è altrettanto interessante: arabo, turco e persiano comparivano in varie ricerche sessuali, mostrando ancora una volta che le società islamicamente conservatrici non sono affatto immuni dalla domanda di contenuti erotici o pornografici. Il problema non è la presenza del desiderio sessuale, che appartiene alla natura umana. Il problema è la costruzione ideologica che pretende di presentare quelle società come moralmente superiori perché più religiose, più coperte, più controllate e meno “occidentali”.

Grafico storico sulle lingue usate in alcune ricerche sessuali: arabo e turco compaiono tra le prime posizioni. Anche qui il dato non va assolutizzato, ma contraddice l’immagine di società immuni dalla pornografia.
Alcune delle ricerche riportate dalle vecchie fonti del 2009 riguardavano termini estremi, degradanti o inquietanti, comprese espressioni legate a minori, violenza sessuale e pratiche anomale. Proprio per questo motivo è meglio non trasformare quei dati in un elenco morboso o in un’accusa collettiva. Sono elementi da citare con cautela, come tracce storiche di un fenomeno più ampio: la sessualità repressa non scompare; può riemergere in forme disordinate, nascoste o disturbanti.
Il punto più serio non è fare una classifica dei termini più scandalosi. Il punto è un altro: la repressione religiosa della sessualità non produce automaticamente virtù, equilibrio o purezza morale. Può produrre doppiezza, clandestinità, vergogna, curiosità distorta e consumo nascosto. Il problema non è che in un Paese musulmano esistano persone che guardano pornografia: il problema è la pretesa di presentare quelle società come moralmente superiori mentre sotto la superficie si muovono gli stessi impulsi umani che altrove vengono almeno discussi con meno ipocrisia.
Fonte storica: Mille e una donna, raccolta storica di dati 2009.
Perché questi dati vanno letti con cautela
Le classifiche del 2009 e del 2015 restano interessanti come fotografie storiche, ma non vanno presentate come dati aggiornati al presente. Il consumo di pornografia online è difficile da misurare: molte piattaforme non pubblicano dati completi per Paese, l’uso di VPN altera le statistiche geografiche e nei Paesi dove la pornografia è vietata o stigmatizzata una parte del traffico può essere nascosta o deviata.
La ricerca accademica del 2021 rafforza il quadro generale, ma non autorizza scorciatoie propagandistiche. Lo studio misura il fenomeno attraverso un questionario online e gli stessi autori indicano i limiti del metodo: disegno trasversale, impossibilità di stabilire causalità, risposte autosegnalate e possibili bias. Usato bene, però, il dato è prezioso: mostra che la pornografia è comune anche nei Paesi arabi e che il tema non può essere nascosto dietro il solito paravento della superiorità morale religiosa.
Questo non indebolisce il punto politico e culturale dell’articolo. Anzi, lo precisa: il problema non è stabilire una classifica assoluta e definitiva dei “più pornografici” del mondo, ma osservare il contrasto tra repressione morale pubblica e consumo privato. Nei Paesi dove la sessualità viene controllata in nome della religione, i dati disponibili mostrano comunque una domanda significativa di contenuti pornografici, spesso mascherata dalla censura, dalla vergogna sociale e dall’uso di strumenti di aggiramento.
Il vero tema: non il sesso, ma l’ipocrisia del moralismo islamico
La questione non è scandalizzarsi perché nei Paesi islamici si cerca pornografia. Il sesso, il desiderio, la curiosità e la trasgressione fanno parte della natura umana. La questione è l’ipocrisia di un sistema religioso e sociale che pretende di presentarsi come argine alla “decadenza occidentale”, mentre poi, nei dati digitali e nelle ricerche accademiche, mostra crepe enormi.
L’Islam tradizionale condanna pubblicamente la pornografia, limita la libertà sessuale, reprime l’omosessualità, impone codici di modestia soprattutto alle donne e costruisce un’intera architettura morale intorno al controllo del corpo. Ma il controllo esterno non cancella il desiderio interno. Lo nasconde. Lo rende più vergognoso. Lo spinge nel privato. E, in molti casi, lo trasforma in consumo anonimo.
È qui che crolla la favola della superiorità morale islamica. Non perché l’Occidente sia puro, e nemmeno perché la pornografia sia un segno di civiltà. Ma perché almeno in Occidente il problema viene discusso apertamente: dipendenza, sfruttamento, educazione sessuale, tutela dei minori, consenso, violenza, mercato digitale. Nei sistemi islamici, invece, troppo spesso si preferisce salvare la facciata: fuori il sermone, dentro la navigazione in incognito.
Quando una società trasforma il sesso in tabù assoluto, non crea automaticamente persone migliori. Crea spesso cittadini divisi in due: moralisti in pubblico, consumatori nascosti in privato. E questa non è una vittoria della religione. È il suo fallimento come sistema di controllo totale della vita umana.
Fonti e riferimenti
- Mohamed A. Eljawad et al., Pornography Use Prevalence and Associated Factors in Arab Countries: A Multinational Cross-Sectional Study of 15,027 Individuals, Journal of Sexual Medicine, 2021.
- ScienceDirect – scheda dell’articolo sul Journal of Sexual Medicine.
- PubMed – abstract e dati bibliografici dello studio.
- The Next Web / SimilarWeb, Who Are The Biggest Consumers Of Online Porn?, 2015.
- Fastweb, Porno online, chi sono i consumatori.
- TGcom24, Siti porno, boom nei Paesi arabi, 2007.
- Secolo d’Italia, articolo sui dati Google ripresi da AlterNet/Dagospia, 2015.
- Mille e una donna, raccolta storica di dati Google Trends 2009.
