Imperialismo islamico, un’ambizione dottrinale
L’imperialismo islamico è uno dei grandi rimossi del dibattito contemporaneo. Quando si parla di imperi, conquiste e dominio, lo sguardo viene quasi sempre rivolto verso l’Occidente: colonialismo europeo, imperi cristiani, espansione britannica, francese, spagnola, portoghese, americana. Tutto materiale storico reale, documentabile, criticabile. Ma il problema nasce quando la categoria di imperialismo viene applicata solo all’Occidente e negata all’Islam, come se la storia islamica fosse stata soltanto reazione, difesa, resistenza o risposta alle aggressioni altrui.
È precisamente questa rimozione che Efraim Karsh, storico e studioso di politica mediorientale, affronta nel suo libro Islamic Imperialism: A History. La sua tesi è semplice e scomoda: la moderna sollevazione islamica, nelle sue forme violente e non violente, non può essere spiegata soltanto come reazione all’Occidente, alla modernità, al colonialismo o alla politica estera americana. Dietro il jihadismo contemporaneo, l’islamismo politico e la nostalgia del califfato agisce una memoria più antica: l’idea dell’Islam come ordine universale destinato a prevalere.
Molti studiosi hanno cercato di spiegare il ritorno dell’islamismo moderno attraverso due letture principali. La prima, associata anche a Bernard Lewis, vede nella violenza islamica una reazione alla frustrazione di una civiltà consapevole della propria arretratezza e incapace di adattarsi pienamente al mondo moderno. La seconda, molto diffusa tra accademici, giornalisti e commentatori occidentali, interpreta il terrorismo islamico come risposta alla politica estera occidentale, alle guerre, alle ingerenze e all’umiliazione geopolitica subita dal mondo musulmano.
Entrambe le spiegazioni contengono elementi reali. La frustrazione esiste. Il senso di decadenza esiste. Le guerre occidentali esistono. La politica estera americana ha avuto conseguenze enormi. Ma queste letture diventano evasive quando pretendono di spiegare tutto. Presentano il jihad islamico come fenomeno essenzialmente reattivo, quasi sempre prodotto da cause esterne: l’Occidente, Israele, il colonialismo, la povertà, la modernità, l’umiliazione. Così si evita la domanda più scomoda: e se l’ambizione imperiale non fosse un’aggiunta moderna, ma una componente interna alla storia islamica?
L’imperialismo islamico non nasce come reazione all’Occidente
Karsh, analizzando la storia islamica da Maometto ai giorni nostri, sostiene che la guerra santa non può essere ridotta a risposta difensiva contro una crisi interna o una minaccia esterna. Essa appartiene alla memoria fondativa dell’Islam e alla sua espansione storica. Dal primo impero arabo-islamico del VII secolo fino all’Impero ottomano, la storia islamica è stata anche storia di conquiste, califfati, sultanati, espansioni militari, conversioni politiche, sottomissioni giuridiche e sogni imperiali.
“Dal primo impero arabo-islamico della metà del settimo secolo all’impero ottomano, l’ultimo grande impero musulmano, quella dell’Islam è una storia di continue ascese e cadute di imperi universali e di non meno importanti sogni imperialistici”.
Questa frase è decisiva perché sposta il problema dal terreno della reazione a quello della vocazione. L’imperialismo islamico non nasce quando l’Islam incontra l’Occidente moderno. Nasce quando l’Islam si pensa come ordine universale, come comunità dei credenti destinata a espandersi, come legge divina superiore alle leggi umane, come sistema religioso e politico che distingue tra fede, miscredenza, sottomissione, protezione, guerra e dominio.
Lo stesso tema è centrale anche nell’articolo su Islam politico: l’etichetta che protegge l’Islam da sé stesso: il problema non è soltanto l’islamismo moderno, partitico o rivoluzionario. Il problema è la struttura teopolitica dell’Islam, cioè il modo in cui religione, legge, comunità e potere risultano intrecciati fin dalle origini.
Maometto, Medina e il modello teopolitico
Per capire la differenza tra Islam e cristianesimo delle origini bisogna tornare al modello fondativo. Gesù non fonda uno Stato, non comanda eserciti, non promulga un codice giuridico statale, non governa una città, non distribuisce bottino, non crea una comunità politico-militare. Maometto, a Medina, sì. La predicazione meccana diventa a Medina un ordine comunitario, giuridico, politico e militare.
È qui che la storia dell’Islam prende una forma diversa da quella del cristianesimo. Non si tratta semplicemente di una fede che, in un secondo momento, viene usata dal potere. Si tratta di una religione che, nella sua fase decisiva, diventa anche potere: comunità, legge, guerra, alleanze, patti, punizioni, rapporti con ebrei, cristiani, politeisti e miscredenti. Il modello medinese non è un dettaglio marginale: è la matrice politico-religiosa da cui l’Islam storico continuerà a trarre legittimazione.
In questo quadro va letto anche il celebre hadith riportato in Sahih Muslim:
“Mi è stato ordinato di combattere la gente fino a quando non testimonieranno che non c’è divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah; e quando lo faranno, proteggeranno da me il loro sangue e i loro beni, salvo quanto dovuto secondo il diritto dell’Islam, e il loro conto spetterà ad Allah”. (Sahih Muslim, Libro 1, Numero 0030)
Naturalmente questo testo viene discusso, interpretato e contestualizzato. Ma non può essere fatto sparire. Appartiene alla tradizione islamica, è stato usato nella riflessione giuridica e mostra quanto sia fragile l’idea di un Islam originariamente solo spirituale, privato, disarmato e separato dal potere. La dottrina del jihad non è stata inventata da Bin Laden, dai talebani o dall’ISIS. È stata discussa ed elaborata da giuristi, tradizioni e scuole islamiche per secoli, come già analizzato nell’articolo sulla dottrina del jihad secondo i giuristi islamici.
Dal primo impero arabo all’Impero ottomano
La storia islamica non è una storia di pura difesa. Dopo la morte di Maometto, le conquiste arabe travolsero in pochi decenni territori immensi: Siria, Palestina, Egitto, Persia, Nord Africa, poi Spagna, Sicilia, Asia centrale, India, Anatolia, Balcani. Il primo Islam non si limitò a sopravvivere: conquistò. Non si limitò a predicare: costruì imperi. Non si limitò a chiedere libertà religiosa per sé: impose un ordine nuovo sui popoli sottomessi.
Questa espansione non fu soltanto militare. Fu religiosa, giuridica, fiscale, demografica e culturale. I non musulmani potevano talvolta sopravvivere come comunità subordinate, ma non come cittadini paritari nel senso moderno. La condizione dei dhimmi, la jizya, la distinzione tra musulmani e non musulmani e l’inferiorità giuridica degli infedeli mostrano che la tolleranza islamica non coincideva con l’uguaglianza. Era una tolleranza gerarchica, concessa dall’alto, dentro un ordine di dominio.
Lo stesso si vede nella storia della schiavitù islamica. L’impero non significava soltanto conversione o amministrazione, ma anche cattura, deportazione, concubinato, mercati di schiavi, razzie, prigionieri, servitù. L’Islam imperiale non fu soltanto una civiltà di poesia, architettura e commerci; fu anche una civiltà di guerra, dominio e subordinazione.
L’Impero ottomano rappresentò l’ultima grande forma storica di questo imperialismo musulmano. Per secoli spinse verso l’Europa, conquistò Costantinopoli, occupò i Balcani, minacciò Vienna, controllò cristiani, ebrei, greci, armeni, slavi, balcanici, arabi e altri popoli. Presentarlo solo come un normale impero tra gli altri è insufficiente: era anche un impero islamico, legittimato da una visione religiosa del potere e del dominio.
Saladino, Khomeini, Bin Laden: continuità del sogno imperiale
Nel 1189 Saladino, secondo il racconto di Baha ad-Din, suo amico e biografo, avrebbe pronunciato parole che esprimono chiaramente la dimensione universale del progetto islamico:
“Attraverserò questo mare per inseguirli nelle loro terre, fino a quando non rimarrà più nessuno sulla faccia della terra che non riconosca Allah”. (Baha ad-Din, biografo di Saladino)
La frase va collocata nel suo contesto storico, ma mostra un immaginario preciso: non semplice difesa, non semplice recupero territoriale, ma universalismo religioso armato. Non stupisce che Saladino sia diventato una figura mitica nell’immaginario islamico moderno, spesso evocato come modello di riscatto, riconquista e umiliazione dell’Occidente.
Quasi otto secoli dopo, nel 1979, l’ayatollah Khomeini userà un linguaggio non identico, ma profondamente affine nella sua pretesa universalistica:
“Noi esporteremo la nostra rivoluzione in tutto il mondo, fino a che le grida ‘Allah è il solo Dio e Maometto è il suo Messaggero’ risuoneranno ovunque”. (fonte)
Osama bin Laden, nel novembre 2001, riprese a sua volta il linguaggio del combattimento religioso:
“Mi è stato ordinato di combattere gli uomini fino a quando non diranno che Allah è l’unico Dio e Maometto il suo Profeta”.
Non si tratta di dire che Maometto, Saladino, Khomeini e Bin Laden siano identici. Sarebbe storicamente grossolano. Si tratta di riconoscere una continuità di linguaggio, categorie e aspirazioni: l’Islam come verità universale, la comunità islamica come soggetto storico, la legge divina come ordine superiore, l’infedele come problema da convertire, sottomettere, contenere o combattere. Le forme cambiano; il nucleo teopolitico resta riconoscibile.
La differenza con il cristianesimo
È vero che anche l’Occidente cristiano ha avuto imperi, guerre, repressioni, conquiste, crociate e colonialismi. Nessuno serio lo nega. Ma la questione non è fare una gara delle colpe. La questione è distinguere tra l’uso politico successivo di una religione e la struttura originaria del suo modello fondativo.
Il cristianesimo nasce con un fondatore che non esercita potere politico, non comanda eserciti, non governa uno Stato, non istituisce una legge civile sacra, non costruisce un impero. L’Islam nasce invece, nella sua fase medinese, con un profeta che è anche legislatore, arbitro, capo comunitario e comandante militare. Questa differenza è enorme.
L’Occidente cristiano ha certamente costruito imperi, ma il cristianesimo delle origini non coincide con un progetto imperiale terreno. Gesù distingue Cesare da Dio. Maometto, a Medina, unisce profezia, legge, comunità e potere. Per questo parlare genericamente di “religione e politica” rischia di mettere sullo stesso piano modelli molto diversi.
Nel XVIII secolo l’Occidente aveva già iniziato a perdere il suo messianismo religioso tradizionale; nel XX secolo, dopo due guerre mondiali, ha abbandonato quasi del tutto le proprie ambizioni imperiali classiche. Il mondo islamico, invece, conserva ancora in molti suoi settori la nostalgia del califfato, dell’unità della umma, della sharia come legge pubblica e della restaurazione di un ordine islamico universale. Questo non significa che ogni musulmano sia imperialista. Significa che l’idea imperiale continua ad avere una forza simbolica e dottrinale molto più viva di quanto l’apologetica voglia ammettere.
L’America come ostacolo, non come causa
Secondo Karsh, interpretare l’11 settembre solo come risposta alla politica estera americana è riduttivo. L’America non fu colpita semplicemente per questo o quel singolo intervento, ma perché rappresentava la potenza mondiale dominante, cioè l’ostacolo principale alla restaurazione immaginaria di un ordine islamico globale.
“La guerra di Osama bin Laden e degli altri islamisti non è contro l’America in sé, ma è l’ultima manifestazione di un ricorrente sogno imperiale. Questa visione non è per nulla confinata ai gruppi fondamentalisti, come testimonia la vasta approvazione popolare che l’attentato dell’11 settembre ha riscosso nei paesi islamici. Nell’immaginazione storica di molti musulmani Osama Bin Laden non è altro che una nuova incarnazione del Saladino”.
Questa lettura non assolve la politica americana da errori, interventi disastrosi o responsabilità storiche. Ma impedisce di ridurre il jihadismo a un semplice effetto collaterale dell’Occidente. L’islamismo radicale non odia l’America solo per ciò che l’America fa. La odia anche per ciò che rappresenta: potere non islamico, egemonia globale, cultura secolare, libertà di critica, pluralismo religioso, influenza planetaria, ostacolo simbolico e materiale al sogno del califfato.
È lo stesso nodo affrontato nell’articolo Perché con due miliardi di musulmani non ci ammazzano tutti?: il fatto che la maggioranza dei musulmani non pratichi il jihadismo non significa che il jihadismo nasca fuori dall’Islam. Significa che tra fonti, dottrina, interpretazioni, vita reale, interessi, paura, Stati e comportamento concreto esiste una distanza. Ma quella distanza non cancella le radici religiose del problema.
Il califfato come nostalgia politica
Il califfato non è solo un ricordo storico. È un simbolo. Per l’islamismo contemporaneo rappresenta l’unità perduta della umma, la sovranità della legge divina, la fine della frammentazione nazionale, la vendetta sulla modernità occidentale, il ritorno a una grandezza immaginata come pura e originaria. Che questa immagine sia spesso mitologica non la rende meno potente.
Dall’abolizione del califfato ottomano nel 1924, una parte del mondo islamico ha vissuto quella perdita come trauma simbolico. I Fratelli Musulmani, il jihadismo globale, al-Qaeda, l’ISIS, il khomeinismo e altri movimenti molto diversi tra loro hanno reinterpretato questa nostalgia in forme differenti: politiche, rivoluzionarie, terroristiche, statali, dottrinali o propagandistiche.
L’ISIS ha reso questa nostalgia esplicita proclamando un califfato territoriale. Altri movimenti la perseguono in modo meno diretto, attraverso islamizzazione sociale, pressione comunitaria, predicazione, conquista culturale, penetrazione istituzionale o controllo del diritto familiare e dello spazio pubblico. Non tutte queste forme sono violente. Non tutte sono identiche. Ma tutte mostrano che l’Islam non può essere ridotto a fede privata senza mutilarne la dimensione normativa e politica.
Europa, demografia e immaginario islamista
Il tema della presenza musulmana in Europa va trattato con precisione. Non ha senso dire che ogni immigrato musulmano sia parte di un progetto di conquista. Molti musulmani emigrano per lavoro, sicurezza, famiglia, studio, futuro, benessere. Vivono vite ordinarie, rispettano le leggi, cercano stabilità. Confondere ogni musulmano europeo con l’islamismo militante sarebbe falso e dannoso.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che alcuni ambienti islamisti leggono la crescita demografica musulmana, la costruzione di moschee, l’espansione dell’identità islamica e la formazione di comunità separate come segni dell’avanzamento dell’Islam in Europa. In questa lettura, l’Europa non viene semplicemente abitata: viene progressivamente islamizzata, culturalmente e religiosamente.
È qui che bisogna distinguere tra musulmani concreti e immaginario islamista. Il musulmano che lavora, studia e vive pacificamente in Europa non è il problema in quanto persona. Il problema nasce quando la presenza islamica viene trasformata in progetto politico-religioso, quando la sharia viene rivendicata come norma superiore, quando la critica all’Islam viene criminalizzata come “islamofobia”, quando il diritto occidentale viene accettato solo finché non contraddice la legge divina.
La questione non è inventare fantasmi, ma guardare ai processi reali: comunitarismo, pressione identitaria, controllo sociale, imposizione del velo, separazione tra musulmani e non musulmani, richieste di eccezioni religiose, intolleranza verso la critica a Maometto, ambiguità verso la sharia. È la stessa logica che rende centrale il tema della critica a Maometto nelle fonti islamiche: dove la religione diventa intoccabile, la libertà arretra.
Non tutti i musulmani, ma non fuori dall’Islam
Ogni analisi seria deve distinguere tra musulmani come persone e Islam come sistema dottrinale. Non tutti i musulmani sognano il califfato. Non tutti vogliono la sharia politica. Non tutti approvano il jihad offensivo. Non tutti rifiutano la libertà religiosa. Ma il “non tutti” non può diventare una formula per rendere intoccabile l’Islam come tradizione giuridica, politica e imperiale.
Il punto è lo stesso: il jihadismo non rappresenta tutti i musulmani, ma non nasce fuori dall’Islam. L’imperialismo islamico non descrive ogni musulmano, ma descrive una lunga ambizione storica e dottrinale che attraversa l’Islam dalle origini fino alle sue forme politiche moderne. La critica non deve accusare collettivamente le persone; deve poter analizzare liberamente le idee.
Per questo la distinzione tra Islam e islamismo, tra Islam e Islam politico, tra religione e ideologia, diventa spesso troppo rassicurante. Certo, esistono movimenti islamisti moderni. Certo, esistono organizzazioni politiche nate nel Novecento. Ma l’idea che l’Islam possa ordinare società, legge, guerra, pace, famiglia, comunità e rapporti con i non musulmani non nasce nel XX secolo. È molto più antica.
Conclusione
L’imperialismo islamico non è una fantasia polemica e non è una categoria da applicare solo ai jihadisti contemporanei. È una chiave di lettura della storia islamica: dall’espansione araba all’Impero ottomano, dalla nostalgia del califfato al jihadismo moderno, dalla sharia come legge pubblica alla subordinazione dei non musulmani. Non tutto l’Islam si riduce a questo, ma senza questo non si capisce l’Islam storico.
Il mondo conoscerà tempi meno turbolenti solo quando questa ambizione imperiale sarà davvero archiviata: non nascosta, non giustificata, non reinterpretata ogni volta come reazione all’Occidente, ma riconosciuta come parte del problema. Finché ogni critica verrà liquidata come islamofobia e ogni manifestazione violenta dell’islamismo verrà spiegata solo con colonialismo, povertà, frustrazione o politica estera americana, continueremo a girare attorno al nodo senza affrontarlo.
Il nodo è questo: l’Islam non è soltanto una fede privata. È anche una tradizione giuridica, politica e comunitaria che, nella sua storia, ha pensato sé stessa come ordine universale. Chiamarlo “imperialismo” non significa inventare un’accusa. Significa restituire all’Islam una parte della sua storia che l’apologetica preferisce cancellare.
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Articolo originale con aggiunte e rielaborazione.
