Giusto uccidere nel nome di Allah? Lo pensa un terzo degli studenti musulmani

Nel 2008 un sondaggio YouGov sugli studenti musulmani britannici mise in luce un dato che ancora oggi resta difficile da archiviare con le solite formule rassicuranti: una parte significativa degli intervistati mostrava apertura verso idee profondamente incompatibili con una società liberale, secolare e democratica.

Il dato più discusso fu questo: secondo il report Islam on Campus: A Survey of UK Student Opinions, pubblicato dal Centre for Social Cohesion, il 32% degli studenti musulmani intervistati riteneva che uccidere in nome della religione potesse essere giustificabile. Tra gli studenti non musulmani, la percentuale scendeva al 2%. Il confronto era netto, e proprio per questo politicamente esplosivo.

È necessario essere precisi: il sondaggio è del 2008. Non va presentato come una fotografia automatica degli studenti musulmani britannici di oggi, né come una sentenza collettiva su tutti i musulmani. Ma sarebbe altrettanto scorretto liquidarlo come una curiosità irrilevante del passato. Quel sondaggio fotografava un ambiente specifico, quello universitario britannico, e mostrava che certe idee legate a violenza religiosa, sharia, califfato e islam politico non erano confinate ai margini sociali, né a qualche predicatore esotico fuori dal tempo.

Il punto non è accusare ogni studente musulmano. Il punto è chiedersi perché, dentro università occidentali, tra giovani istruiti e inseriti nel sistema educativo britannico, una quota così rilevante non respingesse in modo netto l’idea della violenza in nome della religione. È una domanda scomoda, ma una società seria non può permettersi di sostituire l’analisi con l’anestesia multiculturalista.

Studenti musulmani britannici: che cosa diceva il sondaggio YouGov del 2008

Il report Islam on Campus: A Survey of UK Student Opinions fu pubblicato nel 2008 dal Centre for Social Cohesion, con dati raccolti attraverso YouGov e ricerca sul campo nelle Islamic Societies universitarie britanniche durante l’anno accademico 2007/2008. L’obiettivo era analizzare le opinioni degli studenti musulmani e non musulmani nei campus del Regno Unito su religione, identità, politica, radicalismo, sharia, califfato e rapporto con i valori liberali. La scheda ufficiale del report è disponibile sul sito della Henry Jackson Society, mentre il PDF del report riporta i dati completi.

Secondo il report, il 28% degli studenti musulmani intervistati riteneva che uccidere in nome della religione potesse essere giustificabile “solo se la religione è sotto attacco”; un ulteriore 4% lo riteneva giustificabile per “promuovere e preservare” quella religione. Da qui nasce il dato complessivo del 32%. Al contrario, tra gli studenti non musulmani, il 94% riteneva che uccidere in nome della religione non fosse mai giustificabile.

Anche The Guardian, nel luglio 2008, riportò i risultati più controversi dell’indagine: il 32% degli studenti musulmani intervistati considerava giustificabile uccidere in nome della religione; circa un terzo sosteneva l’idea di un califfato islamico mondiale; il 54% era favorevole a un partito islamico a Westminster; quasi un quarto non considerava uomini e donne uguali davanti ad Allah; il 25% dichiarava poco o nessun rispetto per gli omosessuali. The Guardian, 27 luglio 2008.

Il Sunday Times diede ampio risalto all’indagine con un titolo molto forte: A third of Muslim students back killings. Anche in quel caso il nodo centrale non era presentare ogni studente musulmano come radicale, ma evidenziare una frattura reale tra una parte degli intervistati e i principi fondamentali della società britannica. The Times / Sunday Times.

Uccidere in nome della religione: il dato più grave

Il dato più grave riguarda la giustificazione della violenza religiosa. La domanda del sondaggio non chiedeva se gli studenti fossero personalmente pronti a uccidere. Questo va chiarito. Chiedeva se uccidere in nome della religione potesse essere giustificabile. La differenza è importante, ma non rende il risultato meno inquietante.

Se una quota significativa di studenti considera la violenza letale religiosamente giustificabile quando la propria religione è percepita come “sotto attacco”, allora la domanda decisiva diventa: chi stabilisce quando l’Islam è sotto attacco? Una guerra? Una vignetta? Una critica a Maometto? Un romanzo? Una conversione al cristianesimo? Una legge laica? Una donna che rifiuta norme religiose? Un ex musulmano che racconta la propria apostasia?

È qui che la formula apparentemente difensiva diventa pericolosa. In un sistema religioso-politico nel quale la critica può essere letta come offesa, l’apostasia come tradimento, la libertà di espressione come blasfemia e la laicità come aggressione, la categoria “religione sotto attacco” può allargarsi fino a giustificare quasi tutto.

Per comprendere quanto il rapporto tra violenza, religione e fonti islamiche non sia una pura invenzione polemica occidentale, è utile leggere anche il nostro approfondimento sul jihad e quello sulla dottrina del jihad secondo i giuristi islamici. Il problema non è soltanto sociologico. È anche dottrinale, giuridico e politico-religioso.

Sharia, califfato e islam politico nei campus britannici

Ridurre il sondaggio del 2008 al solo dato sull’uccisione in nome della religione sarebbe un errore. Quel numero è il più scioccante, ma non è isolato. L’indagine mostrava anche una forte attrazione, dentro una parte degli studenti musulmani intervistati, verso elementi tipici dell’islam politico.

Secondo i dati riportati dalla stampa britannica, circa un terzo degli studenti musulmani intervistati sosteneva l’idea di un califfato islamico mondiale. Il 54% voleva un partito islamico che rappresentasse i musulmani a Westminster. Altri dati riguardavano la sharia, la separazione tra uomini e donne e l’atteggiamento verso gli omosessuali.

Qui bisogna evitare una confusione frequente. Non si sta dicendo che uno studente musulmano non possa avere opinioni politiche, chiedere rappresentanza o criticare il governo britannico. Il punto è diverso: quando l’identità religiosa diventa progetto politico separato, quando la sharia viene vista come riferimento normativo, quando il califfato appare desiderabile e quando la differenza tra uomini e donne viene giustificata teologicamente, non siamo più davanti a una semplice fede privata. Siamo davanti a un immaginario politico-religioso alternativo alla società liberale.

La sharia non è una generica “etica spirituale”. Nella sua forma classica riguarda famiglia, eredità, testimonianza, apostasia, blasfemia, sessualità, ruolo della donna, rapporto con i non musulmani e superiorità della comunità islamica. Per questo la richiesta di introdurre o riconoscere elementi della sharia nel contesto britannico non è un dettaglio folkloristico. È una questione di compatibilità tra ordinamento civile e ordinamento religioso.

Anche il riferimento al califfato non è neutro. Il califfato non è una metafora poetica dell’unità spirituale islamica. Storicamente rappresenta un modello in cui potere politico e autorità religiosa si intrecciano. Che una parte degli intervistati guardasse con favore a questo modello mostra quanto l’islam politico non sia soltanto un problema di organizzazioni jihadiste dichiarate, ma anche un immaginario identitario capace di circolare in ambienti occidentali istruiti.

Il ruolo delle Islamic Societies universitarie

Un altro dato delicato riguardava gli studenti attivi nelle Islamic Societies universitarie, spesso indicate come ISOC. Secondo Islam on Campus, gli studenti musulmani più coinvolti nelle attività di queste associazioni risultavano più propensi ad accettare l’idea della violenza in nome della religione. Il report indicava che il 60% degli studenti musulmani attivi nelle ISOC riteneva giustificabile uccidere in nome della religione, contro percentuali inferiori tra i non membri.

Questo dato non autorizza a dire che ogni Islamic Society fosse automaticamente un centro di radicalizzazione. Sarebbe una semplificazione. Ma segnala una questione seria: l’attivismo religioso organizzato nei campus non produce necessariamente maggiore moderazione, maggiore integrazione o maggiore adesione ai valori liberali. In alcuni contesti può coincidere con posizioni più identitarie, più rigide e più distanti dal quadro civile occidentale.

La questione universitaria, quindi, non riguarda soltanto la presenza di studenti musulmani nei campus. Riguarda il tipo di cultura religiosa e politica che può circolare in certi ambienti: rapporto con la sharia, visione dei non musulmani, ruolo della donna, omosessualità, libertà di espressione, vittimismo identitario, califfato e rapporto tra legge religiosa e legge civile.

L’università occidentale non immunizza dall’islam politico

Il sondaggio YouGov sugli studenti musulmani britannici fu imbarazzante anche perché colpiva un dogma implicito della cultura progressista: l’idea secondo cui istruzione, università, contatto con l’Occidente e mobilità sociale producano automaticamente moderazione. La realtà è più complessa.

Si può frequentare un’università occidentale, parlare inglese, usare tecnologia moderna, vivere in Europa e continuare a ritenere la sharia superiore alla legge civile, il califfato più desiderabile dello Stato nazionale, la separazione tra uomini e donne moralmente necessaria e la critica all’Islam una forma di aggressione.

L’università non è una lavanderia ideologica. Non basta attraversare un campus per abbandonare una visione religiosa totalizzante. Se un giovane arriva all’università con un’identità costruita attorno alla superiorità dell’Islam, alla separatezza della comunità, alla diffidenza verso i non musulmani e alla centralità della legge religiosa, l’ambiente universitario può anche rafforzare quel senso di appartenenza, soprattutto se viene filtrato da reti associative, predicatori, propaganda islamista e vittimismo comunitario.

Questo è il punto che l’apologetica multiculturalista tende a non vedere: l’integrazione non è un processo automatico. Non basta mettere persone diverse nello stesso spazio perché nasca una cultura comune. Se non esiste un nucleo non negoziabile di principi civili, la “diversità” può trasformarsi semplicemente in coesistenza di comunità separate, ciascuna con il proprio codice morale, religioso e politico.

Studenti musulmani britannici: non tutti radicali, ma il dato resta grave

Il sondaggio non autorizza generalizzazioni grossolane. Il report stesso mostrava che una maggioranza relativa degli studenti musulmani intervistati, il 53%, riteneva che uccidere in nome della religione non fosse mai giustificabile. Questo dato va ricordato, perché impedisce di trasformare l’indagine in una condanna collettiva.

Ma fermarsi a questa precisazione sarebbe un modo elegante per non affrontare l’altra metà del problema. Se il 53% respingeva la violenza religiosa, resta comunque il fatto che il 32% la considerava giustificabile in qualche circostanza e il 15% era incerto. In altre parole, quasi metà degli studenti musulmani intervistati non dava una risposta netta e inequivocabile contro l’uccisione in nome della religione.

Questo è il dato politicamente decisivo. Non perché trasformi tutti in potenziali terroristi, ma perché mostra l’esistenza di una zona grigia culturale nella quale la violenza religiosa non viene rigettata senza ambiguità. E le zone grigie contano. Sono il terreno in cui l’estremismo trova giustificazioni, indulgenze, scuse, silenzi e talvolta simpatia.

La solita accusa di “islamofobia” non spiega nulla

Davanti a dati simili, la reazione più prevedibile è spostare il discorso: discriminazione, razzismo, colonialismo, Iraq, Afghanistan, politica estera britannica, esclusione sociale. Alcuni di questi fattori possono avere un peso nel clima politico dell’epoca. Il report venne pubblicato pochi anni dopo l’11 settembre, dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005 e durante le guerre in Afghanistan e Iraq.

Ma spiegare il contesto non significa cancellare il contenuto delle risposte. La politica estera britannica può alimentare rabbia, risentimento e ostilità verso il governo. Non spiega però da sola perché la risposta debba assumere la forma della sharia, del califfato, della separazione sessuale, della svalutazione degli omosessuali o della giustificazione dell’uccisione in nome della religione.

Qui entra in gioco il fattore religioso e ideologico. Fingere che non esista, per non disturbare l’immagine dell’Islam eternamente vittima, significa rinunciare all’analisi. Il sondaggio del 2008 era disturbante proprio perché mostrava che il problema non era soltanto socioeconomico, geopolitico o psicologico. Era anche dottrinale, identitario e politico-religioso.

Lo stesso meccanismo retorico si vede ogni volta che si discute del versetto 9:5 del Corano, della guerra nelle fonti islamiche o della subordinazione dei non musulmani. Invece di discutere i testi, la storia e la giurisprudenza, si prova a chiudere il discorso con un’etichetta morale. Ma l’etichetta non risponde al problema. Lo copre.

Perché il sondaggio del 2008 resta importante

Il sondaggio resta importante non perché debba essere usato come fotografia attuale degli studenti musulmani britannici, ma perché documenta un momento preciso: nel Regno Unito del 2008, in ambiente universitario, una parte significativa degli studenti musulmani intervistati esprimeva posizioni illiberali su violenza religiosa, califfato, sharia, genere e omosessualità.

Questo basta a demolire una retorica molto diffusa: l’idea che l’estremismo islamico sia sempre un corpo estraneo, importato dall’esterno, separato dalle comunità musulmane occidentali, confinato a pochi fanatici isolati e del tutto scollegato da idee presenti nell’islam politico più ampio.

Il sondaggio non dice che tutti i musulmani siano estremisti. Dice qualcosa di diverso e più scomodo: alcune idee estremiste o illiberali possono trovare consenso, simpatia o ambiguità anche tra giovani musulmani istruiti in Occidente.

Ed è proprio questo che rende il dato significativo. Se certe posizioni emergono non in un villaggio remoto, non in una madrasa pakistana, non in un campo di addestramento, ma nei campus britannici, allora il problema non può essere archiviato come arretratezza geografica. È una questione di idee. E le idee viaggiano benissimo anche tra università, biblioteche, smartphone e aule moderne.

Conclusione: il campus non trasforma la sharia in democrazia

Il sondaggio YouGov del 2008 sugli studenti musulmani britannici non va usato in modo scorretto. Non dice che ogni studente musulmano fosse radicale. Non dice che tutti i musulmani britannici fossero favorevoli alla violenza. Non dice che il dato sia automaticamente valido oggi nella stessa forma.

Dice però una cosa che molti preferirebbero non sentire: anche dentro le università occidentali, anche tra giovani istruiti, anche in un Paese democratico e liberale, l’islam politico poteva trovare spazio, consenso e ambiguità. Sharia, califfato, separazione sessuale, disprezzo verso gli omosessuali e giustificazione della violenza religiosa non erano fantasmi inventati da qualche giornale ostile. Erano risposte registrate in un sondaggio.

Una società seria non deve perseguitare i musulmani come persone. Ma non deve nemmeno fingere che ogni idea religiosa sia automaticamente compatibile con la libertà civile. Il problema non è la presenza di studenti musulmani nei campus. Il problema è la presenza, in una parte di quell’ambiente, di una visione politico-religiosa che non accetta fino in fondo la superiorità della legge civile sulla legge religiosa, la libertà di critica, la parità tra uomini e donne e i diritti individuali.

Il 2008 resta lì, come una spia accesa sul cruscotto. Si può ignorarla, coprirla con un adesivo multiculturalista, accusare chi la indica di cattiveria o cambiare discorso. Ma la spia non si spegne perché qualcuno decide di non guardarla.

Fonti principali

  1. Henry Jackson Society / Centre for Social Cohesion, Islam on Campus: A Survey of UK Student Opinions, 2008: PDF del report.
  2. Henry Jackson Society, scheda del report Islam on Campus: A Survey of UK Student Opinions: scheda ufficiale.
  3. The Guardian, Radical Islam gains ground in campuses, 27 luglio 2008: articolo.
  4. The Times / Sunday Times, A third of Muslim students back killings, 27 luglio 2008: articolo.