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Indice dei commenti
Indice completo- 001 — al-Fātiḥah, “L’Apertura”
- 002 — al-Baqara, “La Vacca”
- 003 — Al Imran, “La Famiglia di Imran”
- 004 — al-Nisa, “Le Donne”
- 005 — al-Ma’ida, “La Mensa”
- 006 — al-An‘am, “Il Bestiame”
- 007 — al-A‘raf, “Le Alture”
- 008 — al-Anfal, “Il Bottino”
- 009 — al-Tawba, “Il Pentimento”
- 010 — Yunus, “Giona”
- 011 — Hud
- 012 — Yusuf, “Giuseppe”
- 013 — ar-Ra’d, “Il Tuono”
- 014 — Ibrahim, “Abramo”
- 015 — al-Hijr
- 016 — an-Nahl, “L’Ape”
- 017 — al-Isra, “Il Viaggio Notturno”
- 018 — al-Kahf, “La Caverna”
- 019 — Maryam, “Maria”
- 020 — Ta Ha
- 021 — al-Anbiya, “I Profeti”
- 022 — al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
- 023 — al-Mu’minun, “I Credenti”
- 024 — an-Nur, “La Luce”
- 025 — al-Furqan, “Il Criterio”
- 026 — ash-Shu’ara, “I Poeti”
- 027 — an-Naml, “La Formica”
- 028 — al-Qasas, “Il Racconto”
- 029 — al-Ankabut, “Il Ragno”
- 030 — al-Rūm, “I Bizantini”
- 031 — Luqman, “Luqman”
- 032 — as-Sajda, “La Prostrazione”
- 033 — al-Ahzab, “I Confederati”
- 034 — Saba, “I Sabei”
- 035 — Fatir, “Il Creatore / Gli Angeli”
- 036 — Ya-Sin
- 037 — as-Saffat, “I Ranghi”
- 038 — Sad
- 039 — az-Zumar, “I Gruppi”
- 040 — Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
- 041 — Fussilat, “Spiegati in dettaglio”
- 042 — Ash-Shūrā, “La consultazione”
- 043 — Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
- 044 — ad-Dukhān, “Il fumo”
- 045 — al-Jāthiyah, “La genuflessa”
- 046 — Al-Ahqaf, “Le dune”
- 047 — Muhammad, “Maometto”
- 048 — al-Fath, “La Vittoria”
- 049 — al-Hujurat, “Le Stanze”
- 050 — Qaf
- 051 — adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”
- 052 — at-Tur, “Il monte”
- 053 — an-Najm, “La stella”
- 054 — al-Qamar, “La luna”
- 055 — ar-Raḥmān, “Il Compassionevole”
- 056 — al-Waqiʿah, “L’inevitabile”
- 057 — al-Hadid, “Il ferro”
- 058 — al-Mujādilah, “La disputante”
- 059 — al-Hashr, “L’esilio”
- 060 — al-Mumtahanah, “L’esaminata”
- 061 — as-Saff, “I ranghi serrati”
- 062 — al-Jumuʿah, “Il venerdì”
- 063 — al-Munafiqun, “Gli ipocriti”
- 064 — at-Taghabun, “L’inganno reciproco”
- 065 — at-Talaq, “Il divorzio”
- 066 — at-Tahrim, “Il divieto”
- 067 — al-Mulk, “La sovranità”
- 068 — al-Qalam, “La penna”
- 069 — al-Haqqah, “La realtà”
- 070 — al-Maarij, “Le vie dell’ascesa”
- 071 — Nuh, “Noè”
- 072 — al-Jinn
- 073 — al-Muzzammil, “L’avvolto nel mantello”
- 074 — al-Muddaththir, “Il coperto dal mantello”
- 075 — al-Qiyamah, “La risurrezione”
- 076 — al-Insan, “L’uomo”
- 077 — al-Mursalat, “Le inviate”
- 078 — an-Naba, “L’Annuncio”
- 079 — an-Naziat, “Gli strappanti”
- 080 — Abasa, “Si accigliò”
- 081 — at-Takwir, “L’oscuramento”
- 082 — al-Infitar, “Lo squarciarsi”
- 083 — al-Mutaffifin, “I frodatori”
- 084 — al-Inshiqaq, “La fenditura”
- 085 — al-Buruj, “Le costellazioni”
- 086 — at-Tariq, “L’astro notturno”
- 087 — al-Ala, “L’Altissimo”
- 088 — al-Ghashiyah, “L’avvolgente”
- 089 — al-Fajr, “L’aurora”
- 090 — al-Balad, “La città”
- 091 — ash-Shams, “Il sole”
- 092 — al-Layl, “La notte”
- 093 — ad-Duha, “Le ore del mattino”
- 094 — ash-Sharh, “L’apertura”
- 095 — at-Tin, “Il fico”
- 096 — al-ʿAlaq, “L’aderenza”
- 097 — al-Qadr, “Il destino”
- 098 — al-Bayyinah, “La prova evidente”
- 099 — az-Zalzalah, “Il terremoto”
- 100 — al-ʿAdiyat, “Le scalpitanti”
- 101 — al-Qariʿah, “La percotente”
- 102 — at-Takathur, “La competizione”
- 103 — al-ʿAsr, “Il tempo”
- 104 — al-Humazah, “Il diffamatore”
- 105 — al-Fīl, “L’elefante”
- 106 — Quraysh
- 107 — al-Māʿūn, “L’aiuto”
- 108 — al-Kawthar, “L’abbondanza”
- 109 — al-Kāfirūn, “I miscredenti”
- 110 — an-Naṣr, “Il soccorso”
- 111 — al-Masad, “Le fibre di palma”
- 112 — al-Ikhlāṣ, “La sincerità”
- 113 — al-Falaq, “L’alba”
- 114 — an-Nās, “Gli uomini”
Commento al Corano: Sura 25 al-Furqān, “Il Criterio”
La Sura 25 al-Furqān, tradizionalmente classificata come meccana, ruota in gran parte intorno alla contestazione della pretesa profetica di Maometto. Gli avversari lo accusano di avere inventato il Corano con l’aiuto di altri, di farsi dettare «racconti degli antichi», di essere un uomo comune che mangia e frequenta i mercati e di non possedere i segni straordinari che essi si aspetterebbero da un autentico inviato divino.
La risposta coranica non consiste nell’aprire una verifica storica indipendente delle accuse. Il testo proclama di provenire da Colui che conosce i segreti, inserisce l’opposizione a Maometto nel modello universale dei nemici dei profeti, qualifica questi ultimi come «criminali», promette il castigo a chi deride il Messaggero e anticipa perfino il rimorso che i suoi oppositori proveranno nel Giorno del Giudizio per non averlo seguito.
Un versetto spiega inoltre direttamente perché il Corano non sia stato rivelato tutto insieme: la gradualità serve a «rafforzare il tuo cuore», quello di Maometto. La capacità della rivelazione di accompagnare la carriera del Messaggero attraverso risposte successive non è dunque soltanto una ricostruzione della critica moderna: appartiene all’autorappresentazione del testo.
La sura permette inoltre di osservare un elemento fondamentale della storia religiosa dell’Arabia alla vigilia dell’Islam. Gli avversari di Maometto non ignoravano affatto Allah. Lo stesso Corano, anche in altre sure, attribuisce loro il riconoscimento di Allah come creatore. L’epigrafia recente conferma inoltre che Allah era venerato in Arabia molto prima di Maometto e che, nel VI secolo, le iscrizioni paleo-arabe dell’Arabia occidentale mostrano una forte concentrazione delle invocazioni su Allah, mentre le antiche divinità politeistiche scompaiono dalle formule cultuali finora note.
La novità della predicazione coranica non consiste quindi nell’introdurre il nome Allah in un’Arabia che non lo conosceva. Consiste nel rivendicare per Allah un’esclusività cultuale assoluta e nel riclassificare gli altri destinatari del culto e gli intercessori come forme illegittime di associazione.
Al-Furqān: il Corano si proclama criterio fra verità e falsità – Corano 25:1
La sura comincia:
«Benedetto Colui che ha fatto scendere il Furqān sul Suo servo, affinché sia un ammonitore per i mondi.» (Corano 25:1).
Furqān deriva dalla radice f-r-q, con il senso fondamentale di separare e distinguere. Da qui «criterio», «discrimine», ciò che separa il vero dal falso.
Il Tafsīr al-Jalālayn interpreta precisamente il nome come ciò che distingue verità e falsità.
La pretesa epistemica è quindi contenuta nello stesso titolo della sura. Il Corano non si presenta come una tradizione religiosa che domanda di essere confrontata alla pari con altre: si assegna il ruolo di criterio attraverso il quale devono essere giudicate.
La missione del «servo» che riceve il Furqān viene inoltre presentata come universale: egli deve ammonire al-ʿālamīn, «i mondi».
Allah non ha figli né soci – Corano 25:2-3
Il secondo versetto stabilisce immediatamente il contenuto religioso considerato vero:
«Colui al quale appartiene il dominio dei cieli e della terra, che non Si è preso alcun figlio e non ha alcun socio nel dominio, che ha creato ogni cosa e l’ha determinata con precisa determinazione.» (Corano 25:2).
Il versetto successivo contrappone ad Allah le divinità incapaci di creare, controllare la propria esistenza, produrre morte, vita o resurrezione.
Il Furqān comincia quindi pronunciando il verdetto prima ancora di raccontare la controversia: esiste un solo sovrano divino, la figliolanza divina è falsa e gli altri oggetti di culto non possiedono vera potenza.
La polemica contro il Figlio divino verrà portata alle estreme conseguenze nella Sura 19 Maryam, dove attribuire un figlio ad Allah viene descritto come qualcosa di tanto mostruoso da far quasi squarciare i cieli e crollare le montagne.
«Lo ha inventato e altri lo hanno aiutato» – Corano 25:4-6
Gli oppositori formulano una delle accuse più interessanti conservate dal Corano contro Maometto:
«E coloro che non credono dicono: «Questo non è che una menzogna che egli ha inventato e nella quale lo ha aiutato altra gente».» (Corano 25:4).
Il versetto successivo aggiunge:
«E dicono: «Leggende degli antichi, che si è fatto scrivere e che gli vengono dettate mattina e sera».» (Corano 25:5).
Le accuse sono quindi estremamente precise:
Maometto avrebbe fabbricato il testo;
altre persone lo avrebbero aiutato;
il materiale proverrebbe da racconti precedenti;
questi materiali gli sarebbero stati trasmessi o dettati.
Il Corano definisce l’accusa ingiustizia e menzogna e risponde:
«Di’: «Lo ha fatto scendere Colui che conosce il segreto nei cieli e nella terra. In verità Egli è perdonatore, misericordioso».» (Corano 25:6).
Dal punto di vista storico-critico la risposta non costituisce una verifica indipendente. Viene contestata l’origine divina del Corano e il Corano risponde riaffermando la propria origine divina.
La proposizione contestata diventa la prova di se stessa: il testo proviene da Allah perché il testo afferma che proviene da Allah.
Questo non dimostra che l’accusa degli avversari fosse necessariamente vera. Dimostra qualcosa di più preciso: Corano 25:6 non fornisce una conferma documentaria esterna della pretesa di rivelazione.
Non confondiamo l’accusa meccana con lo scriba apostata di Bukhārī
La tradizione islamica conserva anche un episodio relativo a un uomo cristiano entrato nell’Islam e divenuto scriba di Maometto.
In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 3617 quest’uomo avrebbe successivamente abbandonato l’Islam e sostenuto che Maometto conosceva soltanto ciò che egli gli scriveva.
La tradizione è interessante perché dimostra che perfino le fonti islamiche conservarono un’accusa di dipendenza da uno scriba formulata da un ex collaboratore.
Non va però identificata automaticamente con Corano 25:4-5. Lo stesso hadith associa lo scriba alla conoscenza di al-Baqara e Āl ʿImrān, appartenenti alla fase medinese, mentre al-Furqān viene classificata tradizionalmente come meccana.
Abbiamo quindi due dati distinti: il Corano documenta una precoce accusa meccana di dipendenza umana; Bukhārī conserva una tradizione successiva su uno scriba apostata che formula un’accusa analoga. Fonderli arbitrariamente in un unico episodio permetterebbe un’obiezione cronologica inutile.
«Che messaggero è questo? Mangia e cammina nei mercati» – Corano 25:7-10
Gli avversari contestano l’ordinarietà umana di Maometto:
«E dicono: «Che messaggero è questo, che mangia cibo e cammina nei mercati? Perché non gli è stato fatto scendere un angelo che sia ammonitore insieme con lui?» (Corano 25:7).
Chiedono inoltre perché non gli sia stato concesso un tesoro oppure un giardino e lo definiscono «uomo stregato».
La risposta di 25:9 è:
«Guarda come ti propongono paragoni: si sono sviati e non possono trovare una via.» (Corano 25:9).
Corano 25:20 risponderà più direttamente che anche i precedenti messaggeri mangiavano e frequentavano i mercati.
L’obiezione viene quindi assorbita dentro il modello profetico costruito dalla stessa rivelazione: l’umanità ordinaria di Maometto non confuta la sua missione, perché Allah avrebbe sempre inviato messaggeri umani.
Dal dubbio sull’uomo al Fuoco dell’Inferno – Corano 25:11-16
Pochi versetti dopo il discorso passa direttamente alla punizione:
«No: essi hanno smentito l’Ora, e per chi smentisce l’Ora abbiamo preparato una Fiamma.» (Corano 25:11).
Il Fuoco viene quasi personificato:
«Quando essa li vedrà da un luogo lontano, ne udranno la furia e il ruggito.» (Corano 25:12).
Gli avversari vengono gettati legati in uno spazio angusto e invocano la distruzione, mentre ai timorati viene promesso un Giardino eterno.
La disputa sulla credibilità della rivelazione viene quindi caricata di conseguenze infinite: il rifiuto del sistema conduce al castigo stabilito dalla stessa divinità la cui rivelazione è precisamente ciò che l’interlocutore sta mettendo in dubbio.
Le divinità rivali testimonieranno contro i loro adoratori – Corano 25:17-19
Nel Giorno del Giudizio Allah interrogherebbe gli esseri adorati all’infuori di Lui e chiederebbe se siano stati loro a sviare gli uomini.
Essi si dissocerebbero dai propri adoratori e negherebbero qualsiasi legittimità al culto ricevuto.
La costruzione escatologica permette quindi al Corano di far testimoniare perfino le figure religiose concorrenti a favore della propria teologia.
Il politeista non scoprirà semplicemente di avere perso la disputa con Maometto: secondo il racconto coranico, verrà abbandonato anche dalle stesse entità nelle quali aveva riposto la propria devozione.
Chiedere di vedere Allah o gli angeli viene qualificato come arroganza – Corano 25:20-26
Corano 25:21 riferisce:
«E coloro che non sperano nell’incontro con Noi dicono: «Perché non sono stati fatti scendere su di noi gli angeli, oppure perché non vediamo il nostro Signore?». Si sono certamente insuperbiti in se stessi e hanno oltrepassato il limite con enorme arroganza.» (Corano 25:21).
La richiesta di una manifestazione sensibile non viene soddisfatta nel presente. La seconda parte dello stesso versetto qualifica invece la richiesta come arroganza: gli interlocutori «si sono certamente insuperbiti in se stessi e hanno oltrepassato il limite con enorme arroganza».
Gli angeli saranno visibili, continua il testo, ma nel Giorno in cui per i colpevoli non vi sarà più alcuna buona notizia.
La richiesta di una prova straordinaria viene quindi trasformata in problema morale dell’interlocutore: non semplice domanda di verifica, ma superbia. La verifica definitiva viene rinviata al giudizio, quando sarà ormai troppo tardi per modificare la propria posizione.
«Se solo avessi seguito la via con il Messaggero» – Corano 25:27-29
Il Corano mette anticipatamente il futuro rimorso sulla bocca dell’avversario:
«E il Giorno in cui l’ingiusto si morderà le mani dicendo: «Oh, se avessi preso una via insieme con il Messaggero!» (Corano 25:27).
L’uomo maledirà inoltre l’amico che lo avrebbe allontanato dal Ricordo.
La rivelazione proclamata da Maometto racconta quindi in anticipo ciò che i suoi oppositori penseranno dopo la morte: scopriranno di avere sbagliato precisamente perché non hanno seguito Maometto.
Non si tratta ovviamente di una testimonianza indipendente proveniente dal futuro. È il testo presente che costruisce retoricamente il futuro dell’interlocutore e utilizza quel futuro come ammonimento per ottenere la sua adesione nel presente.
Maometto denuncia davanti ad Allah chi abbandona il Corano – Corano 25:30
Il Messaggero dirà:
«E il Messaggero dirà: «Signore mio, in verità il mio popolo ha preso questo Corano come abbandonato».» (Corano 25:30).
Il rifiuto della predicazione di Maometto viene così trasformato in una futura denuncia del Messaggero davanti ad Allah.
Ogni profeta ha nemici «criminali»: l’opposizione conferma il modello – Corano 25:31
Il versetto seguente afferma:
«E così abbiamo assegnato a ogni profeta un nemico fra i criminali. Il tuo Signore basta come guida e soccorritore.» (Corano 25:31).
Ibn Kathīr spiega a Maometto che ciò che sta avvenendo a lui sarebbe già avvenuto a tutti i profeti precedenti: ogni messaggero avrebbe avuto nemici fra i criminali che cercavano di allontanare gli uomini dalla rivelazione.
La costruzione rende l’opposizione incapace di falsificare facilmente la pretesa profetica. Se Maometto trova avversari, questo non viene trattato come indizio che possa avere torto: il Corano afferma che tutti i veri profeti hanno avversari e riclassifica gli avversari stessi come mujrimūn, criminali.
La contestazione entra quindi nella profezia e finisce per confermarne il copione.
Perché il Corano non è stato rivelato tutto insieme? – Corano 25:32
Gli avversari pongono un’altra domanda:
«E coloro che non credono dicono: «Perché il Corano non gli è stato fatto scendere tutto in una volta?». Così, affinché mediante esso rafforziamo il tuo cuore; e lo abbiamo recitato con ordinata recitazione.» (Corano 25:32).
La giustificazione è esplicita:
il Corano non viene fatto scendere tutto in una volta: questo dispiegamento serve a rafforzare il cuore di Maometto.
Questo elemento diventa particolarmente importante osservando l’intera carriera coranica. Il testo non arriva come codice completo indipendente dalle vicende del suo portatore: accompagna la vita di Maometto, risponde alle accuse, interviene nei conflitti, modifica disposizioni, disciplina i seguaci e, nelle sure medinesi, regola anche guerre, matrimoni, bottino, controversie familiari e privilegi del Messaggero.
Sul piano storico-critico la coincidenza fra nuova rivelazione e necessità contingenti del leader non deve essere occultata dietro la formula teologica della gradualità. È precisamente la gradualità proclamata dal Corano che rende possibile questa continua interazione fra rivelazione e biografia di Maometto.
Qualunque obiezione riceverà «la migliore spiegazione» – Corano 25:33
Il testo aggiunge:
«E non ti porteranno alcun paragone senza che Noi ti portiamo la verità e la migliore spiegazione.» (Corano 25:33).
La rivelazione certifica così anticipatamente anche la superiorità delle proprie risposte.
Qualunque obiezione venga formulata, il testo assicura che la risposta fornita a Maometto sarà «la verità» e la spiegazione migliore.
L’arbitro che stabilisce chi abbia prodotto l’argomento migliore coincide quindi con la fonte che produce uno dei due argomenti.
I popoli distrutti diventano prova contro gli avversari presenti – Corano 25:34-40
Il Corano richiama Mosè e Aronne, Noè, ʿĀd, Thamūd, gli uomini di al-Rass e altre generazioni.
Di Noè afferma:
«E il popolo di Noè, quando smentì i messaggeri, lo annegammo e ne facemmo un segno per gli uomini.» (Corano 25:37).
E conclude:
«A tutti proponemmo esempi, e tutti distruggemmo completamente.» (Corano 25:39).
Gli oppositori contemporanei di Maometto vengono così inseriti in una genealogia morale di comunità che avrebbero respinto precedenti messaggeri e sarebbero state distrutte da Allah.
La storia funziona da minaccia: ciò che Allah avrebbe fatto ai negatori precedenti stabilisce ciò che potrebbe attendere i negatori presenti.
«È questo colui che Allah avrebbe mandato?» – Corano 25:41-42
Gli avversari deridono Maometto:
«E quando ti vedono non fanno altro che prenderti in derisione: «È costui che Dio ha inviato come messaggero?» (Corano 25:41).
La risposta non concede loro un criterio pubblico mediante il quale verificare la questione:
«Ma sapranno, quando vedranno il castigo, chi è più sviato dalla via.» (Corano 25:42).
La rivendicazione viene ancora una volta rinviata alla punizione: il castigo futuro dimostrerà che Maometto aveva ragione.
«Come bestiame, anzi ancora più sviati» – Corano 25:43-44
Il linguaggio diventa apertamente degradante:
«Hai visto colui che ha preso il proprio desiderio come sua divinità?» (Corano 25:43).
Segue:
«Oppure credi che la maggior parte di loro ascolti o ragioni? Non sono che come il bestiame; anzi, sono ancora più sviati dalla via.» (Corano 25:44).
Il dissenso non viene quindi rappresentato come possibilità intellettuale di un uomo non persuaso dalle prove disponibili. La maggioranza degli oppositori viene assimilata al bestiame e considerata perfino più incapace di trovare la direzione corretta.
La mancata adesione alla predicazione riceve così una diagnosi morale e cognitiva: gli avversari non comprendono perché seguono i propri desideri.
La natura dimostra Allah, ma non dimostra automaticamente Maometto – Corano 25:45-50
Il Corano invita quindi a osservare ombra, sole, notte, sonno, vento e pioggia.
Questi fenomeni diventano segni della potenza e della provvidenza divina.
Il passaggio argomentativo deve però essere distinto con precisione.
L’osservazione della pioggia, dell’alternanza fra notte e giorno o dell’ombra non dimostra indipendentemente che il Corano provenga da Allah né che Maometto sia il suo Messaggero.
La natura viene interpretata attraverso la teologia coranica e quindi utilizzata per rafforzare la stessa rivelazione che fornisce quell’interpretazione.
Un unico ammonitore per un messaggio universale – Corano 25:51
Il testo afferma:
«E se avessimo voluto, avremmo inviato in ogni città un ammonitore.» (Corano 25:51).
Ibn Kathīr interpreta il passo nel quadro dell’universalità della missione di Maometto: Allah avrebbe potuto distribuire ammonitori diversi, ma affida il Corano a un singolo Messaggero.
La pretesa religiosa universale viene quindi centralizzata nella missione di un uomo e nel testo che egli proclama.
La «grande jihad» di Corano 25:52: qui è con il Corano
Il versetto seguente recita:
«Non obbedire dunque a coloro che non credono, e lotta contro di loro con esso una grande lotta.» (Corano 25:52).
L’arabo è:
wa-jāhidhum bihi jihādan kabīran.
Il pronome bihi, «con esso», viene identificato con il Corano dalla principale interpretazione tradizionale.
Ibn Kathīr scrive esplicitamente che significa «con il Corano» e attribuisce la spiegazione a Ibn ʿAbbās.
Al-Qurṭubī registra anche una lettura «con la spada», ma osserva che è lontana dal contesto perché la sura è meccana e precede l’ordine del combattimento armato.
Trasformare 25:52 in un comando militare sarebbe quindi una forzatura inutile.
Il significato rimane polemico: non obbedire ai miscredenti e condurre contro di loro attraverso la rivelazione un jihād kabīr, una grande lotta.
Quando il Corano vorrà ordinare inequivocabilmente il combattimento armato utilizzerà nelle sure medinesi un linguaggio e un contesto che non lasciano bisogno di manipolare questo versetto.
Acqua dolce e salata: nessun «miracolo oceanografico» – Corano 25:53
Il testo afferma:
«Ed Egli è Colui che ha lasciato fluire i due mari: questo dolce e gradevole e quello salato e amaro; e ha posto fra i due una barriera e un’interdizione invalicabile.» (Corano 25:53).
Il versetto utilizza fenomeni naturali accessibili all’osservazione: acque dolci e salate si incontrano presso foci, lagune e zone costiere.
Non contiene una teoria moderna sulle dinamiche degli estuari e non dimostra un’origine soprannaturale del testo.
Le masse d’acqua non rimangono separate da un muro fisico invalicabile: la NOAA descrive esplicitamente negli estuari la mescolanza fra acqua dolce e salata, insieme a stratificazione, gradienti di salinità e circolazioni dipendenti da densità, maree e portata fluviale.
Allah apparteneva già all’orizzonte religioso preislamico
La parte più importante da recuperare rispetto alla vecchia versione dell’articolo non è l’idea semplicistica che «Maometto abbia trasformato uno dei 360 idoli della Kaʿba nel Dio dell’Islam».
Il dato storico molto più solido è che Allah era già conosciuto e venerato nell’ambiente religioso preislamico nel quale sorse l’Islam.
Lo ammette innanzitutto lo stesso Corano.
Corano 29:61 afferma:
«Se chiedi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra e sottomesso il sole e la luna?”, certamente risponderanno: “Allah”.» (Corano 29:61).
Corano 31:25 ripete:
«Se chiedi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra?”, certamente risponderanno: “Allah”.» (Corano 31:25).
Lo stesso avviene in Corano 39:38.
Ancora più esplicito è Corano 43:87:
«Se chiedi loro chi li abbia creati, certamente diranno: “Allah”.»
I «politeisti» combattuti teologicamente dal Corano non vengono quindi rappresentati come persone ignare dell’esistenza di Allah. Il testo stesso attribuisce loro il riconoscimento di Allah come creatore.
Allah e la Kaʿba prima di Maometto
La ricerca epigrafica recente consente oggi di formulare il quadro su basi molto più solide delle sole tradizioni letterarie successive.
Ahmad Al-Jallad, nel 2025, ha documentato epigraficamente il culto di Allah nell’Arabia preislamica e una nuova iscrizione safaitica nella quale Allah appare come divinità creatrice e datrice di luce. Al-Jallad e Hythem Sidky, nel 2026, hanno inoltre mostrato che nelle iscrizioni paleo-arabe del VI secolo dell’Arabia occidentale le invocazioni conosciute si concentrano su Allah, mentre le antiche divinità che dominavano iscrizioni precedenti non compaiono più nelle formule cultuali esaminate.
Il quadro suggerisce quindi una trasformazione religiosa già in corso prima di Maometto, favorita dal clima monoteistico della tarda antichità. Il Corano conserva tuttavia figure religiose subordinate e intercessori contro i quali polemizza, mostrando che l’esclusività coranica non nasce in un vuoto.
Possiamo quindi affermare con sicurezza che Allah apparteneva al panorama religioso arabo preislamico. Il rapporto preciso fra Allah e la Kaʿba meccana dipende invece soprattutto dalle fonti letterarie, perché l’epigrafia disponibile non documenta direttamente una specifica statua di Allah dentro il santuario.
Divinità e idolo non sono sinonimi. Un dio può essere riconosciuto senza essere necessariamente rappresentato da una specifica statua. Per il quadro aggiornato si veda Allah prima dell’Islam.
La novità di Maometto non è Allah: è l’esclusività di Allah
Questo quadro modifica profondamente il modo in cui viene raccontata l’origine dell’Islam.
La narrazione semplificata può dare l’impressione che Maometto abbia portato agli Arabi pagani la scoperta di un Dio chiamato Allah fino ad allora sconosciuto.
Il Corano stesso descrive una situazione differente.
I suoi oppositori riconoscono Allah;
gli attribuiscono la creazione;
continuano però a venerare altre figure religiose e a utilizzare intermediari.
La polemica coranica consiste proprio nell’eliminare questa pluralità:
Allah esiste già → Allah deve diventare l’unico destinatario del culto;
le altre divinità esistono già come oggetti di culto → vengono riclassificate come false divinità;
gli intermediari religiosi → vengono trasformati in forme di shirk;
il precedente santuario meccano → viene successivamente islamizzato e retroproiettato fino ad Abramo.
Il monoteismo coranico appare quindi, storicamente, non come invenzione del nome Allah, ma come radicalizzazione esclusivista di una divinità già eminente nell’orizzonte religioso arabo.
Al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt: le altre divinità non sono un’invenzione dei critici
Il Corano stesso conserva i nomi di alcune delle principali divinità venerate dagli Arabi.
Corano 53:19-20 nomina:
«al-Lāt e al-ʿUzzā e Manāt, la terza, l’altra.»
Subito dopo polemizza contro l’attribuzione ad Allah di figlie mentre gli uomini preferirebbero per sé i figli maschi.
La religione contro cui Maometto combatte non è quindi un sistema privo di Allah. È precisamente un sistema nel quale Allah può coesistere con altre figure divine e nel quale il Corano deve intervenire per negare la legittimità di quella coesistenza.
La trasformazione fondamentale è dal riconoscimento di un dio superiore al principio:
non esiste alcun altro dio legittimo accanto ad Allah.
«E che cos’è al-Raḥmān?» – Corano 25:60
Questo quadro aiuta anche a interpretare senza forzature Corano 25:60:
«E quando viene detto loro: «Prosternatevi al Compassionevole», dicono: «E che cos’è il Compassionevole? Dovremmo prosternarci a ciò che ci ordini?». E ciò accresce la loro avversione.» (Corano 25:60).
Il termine è al-Raḥmān.
Ibn Kathīr interpreta gli avversari come persone che respingevano l’uso di al-Raḥmān come nome di Allah e richiama anche il successivo episodio di al-Ḥudaybiyya, nel quale i Quraysh avrebbero contestato la formula al-Raḥmān al-Raḥīm.
Il parallelo di al-Ḥudaybiyya è cronologicamente successivo e non può costituire l’occasione originaria della sura meccana. Documenta però come la tradizione islamica intendesse la resistenza qurayshita al titolo.
Corano 25:60 non dimostra quindi che Allah fosse sconosciuto alla Mecca. Al contrario, gli altri passi coranici mostrano chiaramente che Allah era conosciuto. Il contrasto riguarda qui il titolo al-Raḥmān e, più in generale, la ridefinizione coranica di quella divinità all’interno del nuovo monoteismo esclusivo.
Non «Allah era il dio della luna»
Il riconoscimento del carattere preislamico di Allah non autorizza qualsiasi teoria popolare sulla sua origine.
Non esiste una base seria per la formula propagandistica secondo cui «Allah era il dio della luna».
Non serve sostenere questa tesi per documentare la continuità.
Abbiamo già un dato molto più difficile da contestare:
Allah era conosciuto prima di Maometto;
il Corano attribuisce ai politeisti il riconoscimento di Allah come creatore;
l’epigrafia documenta il culto di Allah nell’Arabia preislamica e la sua crescente centralità nell’Arabia occidentale tardoantica;
la Kaʿba apparteneva al sistema cultuale precedente;
Maometto elimina progressivamente la legittimità degli altri culti e trasforma Allah nell’unico Dio.
La continuità storica è più interessante della caricatura: l’Islam non crea Allah dal nulla, ma monopolizza Allah.
La Kaʿba seguirà la stessa operazione di appropriazione
Il processo non riguarda soltanto il nome divino.
Il santuario meccano già esistente verrà successivamente inserito dal Corano in una genealogia abramitica.
Corano 2:125-129 collega Abramo e Ismaele alla Casa e ai suoi riti; Corano 3:96-97 proclama la Casa di Bakkah «la prima Casa eretta per gli uomini» e collega ad Abramo il suo carattere sacro.
L’operazione è parallela: Allah, già conosciuto nell’ambiente preislamico, viene trasformato nell’unico Dio; la Kaʿba, già santuario arabo, viene trasformata nel più antico santuario del monoteismo abramitico.
La nuova religione non elimina semplicemente il centro cultuale precedente. Ne assume il controllo e ne riscrive l’origine.
Sei giorni oppure otto? Il problema va formulato correttamente – Corano 25:59
Corano 25:59 afferma:
«Colui che ha creato i cieli, la terra e ciò che è fra essi in sei giorni, poi si elevò sul Trono: il Compassionevole. Chiedi dunque di Lui a chi è ben informato.» (Corano 25:59).
La precedente versione dell’articolo opponeva troppo rapidamente questi sei giorni a una presunta creazione in otto giorni ottenuta da Corano 41:9-12.
La difficoltà nasce perché 41:9 parla di due giorni per la terra, 41:10 di quattro giorni per le sue risorse e 41:12 di due giorni per i cieli. Una lettura puramente additiva produce:
2 + 4 + 2 = 8.
Ibn Kathīr legge però i quattro giorni di 41:10 come totale comprensivo dei due precedentemente menzionati: due giorni iniziali più altri due per completare la fase terrestre, quindi altri due per i cieli.
Il totale rimane sei.
La formulazione di Sura 41 richiede quindi una lettura inclusiva del numero quattro, ma affermare semplicemente «il Corano dice sei e otto giorni» ignorerebbe una soluzione esegetica antica e linguisticamente possibile.
I «servi del Compassionevole» – Corano 25:63-67
La conclusione della sura descrive gli ʿibād al-Raḥmān:
«E i servi del Compassionevole sono coloro che camminano sulla terra con mitezza e, quando gli ignoranti si rivolgono a loro, dicono: «Pace»;» (Corano 25:63).
Trascorrono parte della notte prosternati, temono l’Inferno e mantengono equilibrio nella spesa:
«coloro che, quando spendono, non eccedono e non sono avari, ma stanno nel giusto mezzo fra ciò;» (Corano 25:67).
Il testo offre quindi un ideale di autocontrollo, culto e moderazione economica.
La sezione successiva chiarisce però che anche la morale dell’uccisione dipende da ciò che l’ordine religioso considera legalmente giusto.
«Non uccidono… se non secondo diritto» – Corano 25:68
Corano 25:68 afferma:
«coloro che non invocano insieme a Dio un’altra divinità, non uccidono l’anima che Dio ha reso sacra se non per diritto e non commettono zinā. E chi fa ciò incontrerà una pena,» (Corano 25:68).
L’espressione decisiva è:
illā bi-l-ḥaqq, «eccetto secondo diritto».
La proibizione non è assoluta. La vita è sacra salvo i casi nei quali la norma riconosce un diritto a sopprimerla.
La domanda diventa quindi inevitabile: che cosa costituisce ḥaqq?
La Sunna canonica offre una risposta molto concreta.
In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 6878, Maometto afferma che il sangue di un musulmano non può essere versato salvo tre casi:
ritorsione per omicidio;
adulterio del coniugato;
abbandono dell’Islam e separazione dalla comunità.
La formula «non uccidono» non può quindi essere isolata dalla propria eccezione e presentata come dichiarazione islamica dell’inviolabilità assoluta della vita. La stessa tradizione islamica classica comprende fra le uccisioni legalmente ammesse anche l’apostasia e l’adulterio del coniugato.
Per approfondire si veda Jihad, apostasia, infedeli e pene corporali nelle fonti islamiche.
Shirk, omicidio e zinā nello stesso catalogo dei grandi peccati – Corano 25:68-69
La sequenza mette insieme:
adorare altre divinità;
uccidere illegittimamente;
commettere zinā.
Il testo aggiunge:
«gli sarà raddoppiato il castigo nel Giorno della Resurrezione e vi rimarrà per sempre, umiliato,» (Corano 25:69).
Una colpa puramente teologica come lo shirk viene quindi collocata nello stesso catalogo morale di omicidio e sessualità illecita e riceve una sanzione escatologica estrema.
La corretta dottrina su Allah non rappresenta un’aggiunta alla morale coranica: è una delle sue condizioni fondamentali.
Il pentimento trasforma le cattive azioni in buone – Corano 25:70-71
Il testo introduce l’eccezione:
«eccetto chi si pente, crede e compie un’opera giusta: a costoro Dio cambierà le loro cattive azioni in buone. Dio è perdonatore, misericordioso.» (Corano 25:70).
Il perdono è quindi legato a tre elementi:
pentimento;
fede;
opere corrette.
La conversione morale non viene separata dalla conversione religiosa: la fede appartiene esplicitamente alle condizioni della riabilitazione.
Il credente ideale non rimane «sordo e cieco» davanti ai versetti – Corano 25:72-73
I servi del Compassionevole non testimoniano il falso e si tengono lontani dalla vanità.
Corano 25:73 aggiunge:
«coloro che, quando vengono ammoniti con i segni del loro Signore, non vi cadono sopra sordi e ciechi;» (Corano 25:73).
Il credente ideale viene così definito anche dalla corretta ricezione del Corano. Ascoltare la rivelazione è segno di guida; respingerla appartiene invece al modello di cecità e sordità che il testo attribuisce agli oppositori.
Famiglia e discendenza dentro il progetto religioso – Corano 25:74
La preghiera dei servi del Compassionevole continua:
«coloro che dicono: «Signore nostro, donaci nelle nostre spose e nella nostra discendenza conforto per gli occhi, e fa’ di noi una guida per i timorati».» (Corano 25:74).
Famiglia e discendenza vengono quindi integrate nel progetto religioso: la famiglia ideale è quella capace di diventare motivo di gioia precisamente nella vita di obbedienza ad Allah.
Paradiso per gli obbedienti, conseguenze inevitabili per chi smentisce – Corano 25:75-77
Ai servi fedeli viene promesso:
«Costoro saranno ricompensati con la camera elevata per la loro pazienza e vi saranno accolti con saluto e pace, dimorandovi per sempre. Quale buona dimora e quale buon soggiorno!» (Corano 25:75–25:76).
L’ultimo versetto chiude invece sugli avversari:
«Di’: «Il mio Signore non si curerebbe di voi, se non fosse per la vostra invocazione. Ma avete smentito, e ciò diverrà inevitabile».» (Corano 25:77).
La sura termina esattamente come aveva cominciato: il Furqān distingue la verità dall’errore e chi rifiuta il criterio proclamato dal testo viene destinato alle conseguenze che lo stesso testo annuncia.
Conclusione
- La Sura 25 ruota direttamente intorno alla contestazione della pretesa profetica di Maometto. Gli avversari lo accusano di avere fabbricato il Corano con aiuti umani e di utilizzare racconti antichi; la risposta consiste soprattutto nella riaffermazione che il testo proviene da Allah.
- L’opposizione a Maometto viene incorporata dentro la stessa pretesa profetica. Ogni profeta avrebbe avuto nemici fra i «criminali»: avere avversari non può quindi confutare Maometto e finisce anzi per riprodurre il modello che il Corano assegna ai veri messaggeri.
- Il Corano riconosce esplicitamente la propria rivelazione progressiva. Corano 25:32 dice che non viene fatto scendere tutto insieme per «rafforzare il cuore» di Maometto, confermando che la rivelazione accompagna progressivamente la sua esperienza e le circostanze della missione.
- Allah non compare nella storia araba soltanto con Maometto. Lo stesso Corano attribuisce ai politeisti il riconoscimento di Allah come creatore; l’epigrafia preislamica documenta inoltre Allah molto prima dell’Islam e, nel VI secolo, mostra nell’Arabia occidentale una forte concentrazione delle invocazioni su questa divinità.
- La trasformazione fondamentale operata dall’Islam è quindi l’esclusività. Allah, già conosciuto nell’ambiente preislamico, diventa l’unico Dio legittimamente adorabile; le altre divinità vengono degradate a falsi dèi e il santuario meccano viene successivamente appropriato e retroproiettato fino ad Abramo.
- Corano 25:52 parla realmente di una «grande jihad», ma qui il mezzo è il Corano. Ibn ʿAbbās e Ibn Kathīr spiegano così il pronome «con esso». Non abbiamo bisogno di trasformare un passo meccano nella guerra armata quando i testi medinesi prescrivono il combattimento in modo esplicito.
- La proibizione dell’uccisione in 25:68 contiene una clausola fondamentale. Non si uccide «se non secondo diritto» e la Sunna canonica include fra i casi nei quali il sangue di un musulmano può essere versato l’omicidio, l’adulterio del coniugato e l’apostasia.
Al-Furqān permette quindi di osservare contemporaneamente due processi: la costruzione dell’autorità di Maometto e la trasformazione del precedente panorama religioso arabo.
Da una parte, il Corano registra le obiezioni alla missione di Maometto ma ne controlla anche la risposta: gli avversari sarebbero criminali come i nemici degli antichi profeti, la rivelazione progressiva serve a rafforzare il Messaggero, ogni argomento riceverà da Allah «la migliore spiegazione» e chi rifiuta scoprirà nell’aldilà di avere sbagliato.
Dall’altra, il Dio al centro della nuova predicazione non emerge in un vuoto religioso. Gli stessi avversari che il Corano definisce politeisti conoscono Allah e gli attribuiscono la creazione. La ricerca epigrafica colloca Allah nell’orizzonte cultuale preislamico e documenta una sua crescente centralità nell’Arabia occidentale tardoantica; il rapporto specifico con la Kaʿba meccana dipende invece soprattutto dalle fonti letterarie.
La discontinuità islamica non consiste quindi nell’invenzione di Allah, ma nella cancellazione della pluralità religiosa che lo circondava.
Il processo può essere riassunto in una formula molto più precisa della vecchia frase «Allah era uno dei 360 idoli»: Allah apparteneva già al mondo religioso della Mecca preislamica; Maometto ne fece l’unico Dio ammissibile.
La stessa dinamica interesserà la Kaʿba: santuario preislamico prima, «prima Casa» abramitica dell’umanità nella ricostruzione coranica successiva.
Il Corano non porta quindi alla Mecca un Dio senza passato e un santuario senza storia. Prende elementi centrali del mondo religioso esistente, ne elimina le alternative e li riscrive come patrimonio originario ed esclusivo del monoteismo che Maometto proclama.
Ed è precisamente il Furqān — il testo proclamato dallo stesso Maometto — a dichiarare che questa reinterpretazione è il criterio definitivo attraverso il quale tutte le altre devono essere giudicate.






Commento al Corano: Sura 3 Al Imran, “La Famiglia di Imran”, versetti 33-63