Bloggando il Corano: Sura 27 an-Naml, “La Formica”

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Commento al Corano: Sura 27 an-Naml, “La Formica”

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La Sura 27 an-Naml, “La Formica”, tradizionalmente classificata come meccana, costruisce un mondo nel quale il Corano proclama la propria origine divina, Allah interviene nella percezione morale degli increduli, Faraone nega segni dei quali sarebbe interiormente convinto, Salomone comanda jinn, uomini e uccelli, comprende una formica parlante, riceve informazioni politiche e religiose da un’upupa e conduce una regina pagana alla sottomissione dopo averle prospettato un’invasione militare, l’espulsione dal proprio territorio e l’umiliazione.

La stessa sura attribuisce inoltre ad Allah e a Satana la medesima azione espressa attraverso la radice z-y-n: entrambi «rendono belle» agli uomini le loro opere e in entrambi i casi l’azione viene collegata allo sviamento. Allah giudicherà poi uomini sui quali Egli stesso afferma di essere intervenuto in questo modo.

Il lungo racconto della regina di Saba è particolarmente importante perché trasforma una figura già conosciuta dalla tradizione biblica. In 1 Re 10 la regina visita Salomone, ne mette alla prova la sapienza, scambia doni e ritorna nel proprio paese. Nel Corano la vicenda diventa una storia di errore religioso e sottomissione: un’upupa scopre che la regina adora il sole, Salomone le ordina di presentarsi a lui sottomessa, rifiuta il suo dono, minaccia un intervento militare irresistibile e la sovrana termina proclamando la propria sottomissione ad Allah.

An-Naml non è quindi soltanto la sura di una formica miracolosa. È una sura sulla legittimazione dell’autorità religiosa: il vero profeta possiede la conoscenza e il favore di Allah, il dissidente viene interpretato moralmente dalla rivelazione, il potere soprannaturale conferma il messaggero e, nel caso di Salomone, la superiorità religiosa viene accompagnata da superiorità politica e militare.

Questo commento prosegue Sura 26 ash-Shuʿarāʾ, “I Poeti”.

Ṭā-Sīn e il «Libro chiaro» che non spiega neppure le proprie lettere – Corano 27:1-6

La sura comincia:

«Ṭā-Sīn. Questi sono i versetti del Corano e di un Libro chiaro.» (Corano 27:1).

Ṭā-Sīn appartiene alle ḥurūf muqaṭṭaʿāt, le lettere isolate che introducono diverse sure. Il Corano non ne fornisce una spiegazione.

Mubīn può significare «chiaro», «manifesto» o «chiarificatore». La presenza di lettere dal significato non spiegato non crea quindi automaticamente una contraddizione lessicale con mubīn; mostra però un limite molto più concreto della frequente formula apologetica «il Corano è perfettamente chiaro»: il testo può proclamarsi chiaro e cominciare contemporaneamente con elementi il cui significato non è ricavabile dal testo stesso.

Il Libro viene poi definito guida e buona notizia per coloro che pregano, versano la zakāt e credono nell’Aldilà.

Per gli increduli il meccanismo è radicalmente diverso:

«In verità, a coloro che non credono nell’Altra vita abbiamo reso belle le loro opere, così vagano alla cieca. Costoro avranno il peggiore castigo e nell’Altra vita saranno i più perdenti.» (Corano 27:4–27:5).

Allah rende belle le opere degli increduli e poi li punisce – Corano 27:4-5

L’arabo di 27:4 dice:

zayyannā lahum aʿmālahum: «abbiamo reso belle per loro le loro opere».

Il soggetto è Allah.

Il testo identifica già queste persone come non credenti nell’Aldilà; non afferma quindi qui che Allah abbia creato dal nulla la loro incredulità iniziale. Afferma però qualcosa di altrettanto problematico: Allah interviene successivamente sul modo in cui esse percepiscono le proprie azioni, rendendole belle ai loro occhi, dopo di che esse continuano a vagare cieche e vengono condannate al «peggiore castigo».

La difficoltà diventerà ancora più evidente in 27:24, quando la stessa sura attribuirà a Satana la medesima funzione mediante la stessa radice.

Il problema più generale della guida e dello sviamento divino è approfondito in Predestinazione nell’Islam.

Il preambolo termina poi con una certificazione autoreferenziale della missione di Maometto:

«E in verità tu ricevi il Corano da parte di un Saggio, un Sapiente.» (Corano 27:6).

Che Maometto riceva davvero il testo da un essere divino sapiente e saggio è precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato. La prova fornita dal versetto consiste invece nel Corano proclamato da Maometto che dichiara a Maometto che il Corano gli viene consegnato da Allah.

Mosè e una storia precedente riformulata dal Corano – Corano 27:7-13

Il racconto passa a Mosè, che scorge un fuoco mentre viaggia con la propria famiglia e si avvicina per ricavarne informazioni o una torcia.

Riceve invece la chiamata divina:

«Quando vi giunse, fu chiamato: «Benedetto chi è nel fuoco e chi è intorno ad esso. Gloria a Dio, Signore dei mondi!» (Corano 27:8).

Seguono due prodigi già appartenenti al ciclo mosaico biblico.

Il bastone:

«E getta il tuo bastone». Quando lo vide agitarsi come fosse un serpente, si voltò fuggendo e non tornò indietro. «O Mosè, non temere. In verità presso di Me i messaggeri non hanno paura,» (Corano 27:10).

E la mano:

«E introduci la tua mano nell’apertura della veste: uscirà bianca senza alcun male, fra nove segni per Faraone e il suo popolo. In verità essi sono stati un popolo trasgressore».» (Corano 27:12).

Il Corano rielabora quindi materiale già attestato nella tradizione dell’Esodo all’interno della propria sequenza profetica. Il bastone, la mano e Faraone non costituiscono informazioni che compaiono per la prima volta nel VII secolo: sono elementi appartenenti da molti secoli alla memoria biblica di Mosè.

Faraone non sarebbe stato semplicemente incredulo: sapeva che Mosè aveva ragione – Corano 27:13-14

La reazione di Faraone e dei suoi viene descritta così:

«Li negarono ingiustamente e con superbia, mentre dentro di sé ne erano certi. Guarda dunque quale fu la fine dei corruttori.» (Corano 27:13–27:14).

La rivelazione non si limita a confutare l’argomento dell’avversario. Rivendica di conoscere meglio dell’avversario ciò che egli stesso crede realmente.

Faraone dice «magia».

Il Corano risponde: in realtà la tua anima sa che i segni sono veri e tu li neghi soltanto per ingiustizia e superbia.

Il versetto parla di Faraone e della sua corte e non autorizza a trasformare automaticamente ogni persona non musulmana in qualcuno che segretamente «sa che l’Islam è vero». Il meccanismo polemico rimane però chiarissimo: l’oppositore non possiede neppure l’ultima parola sulla propria incredulità, perché la fonte che egli contesta pretende di conoscere anche la sua coscienza.

Salomone: un re-profeta con eserciti di jinn, uomini e uccelli – Corano 27:15-17

La narrazione passa a Davide e Salomone.

Salomone afferma:

«E Salomone ereditò Davide e disse: «O uomini, ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e ci è stato dato di ogni cosa. In verità questo è certamente il favore evidente».» (Corano 27:16).

Subito dopo compare il suo apparato militare:

«E furono radunate per Salomone le sue schiere di jinn, uomini e uccelli, e venivano tenute in ordine.» (Corano 27:17).

Il Salomone del Corano non è soltanto il sovrano sapiente conosciuto dalla Bibbia. È un monarca soprannaturale che possiede eserciti comprendenti esseri invisibili e animali e dispone di capacità che il racconto presenta come fatti della storia profetica.

L’attendibilità storica di questo universo non può essere ricavata dalla sola affermazione coranica che esso sia esistito. Per considerare jinn militari e comunicazione articolata con animali come cronaca bisogna avere già accettato la speciale affidabilità soprannaturale della fonte che li racconta.

La formica parla e Salomone comprende ciò che dice – Corano 27:18-19

Il titolo della sura deriva da una breve scena:

«Finché, quando giunsero alla valle delle formiche, una formica disse: «O formiche, entrate nelle vostre dimore, affinché Salomone e le sue schiere non vi schiaccino senza accorgersene». Allora sorrise, ridendo delle sue parole, e disse: «Signore mio, ispirami a essere riconoscente per il Tuo favore che hai concesso a me e ai miei genitori, e a compiere un’opera giusta che Tu gradisca; e fammi entrare, per la Tua misericordia, fra i Tuoi servi giusti».» (Corano 27:18–27:19).

La formica non emette semplicemente un segnale che Salomone interpreta metaforicamente. Nel racconto formula un discorso articolato: identifica Salomone, riconosce il suo esercito, prevede un rischio, distingue l’intenzionalità dall’accidentalità e impartisce un ordine alle altre formiche.

Il Corano presenta la scena come episodio reale della vita del profeta-re. Anche qui il soprannaturale non viene dimostrato: viene raccontato.

Salomone minaccia di punire o sgozzare l’upupa – Corano 27:20-22

Durante l’ispezione degli uccelli, Salomone si accorge che manca l’upupa:

«E passò in rassegna gli uccelli e disse: «Perché non vedo l’upupa? Oppure è fra gli assenti? La castigherò certamente con un castigo severo oppure la sgozzerò, a meno che non mi porti una prova evidente».» (Corano 27:20–27:21).

La-adhbaḥannahū deriva dalla radice dh-b-ḥ, relativa allo sgozzamento o macellazione.

Il testo distingue quindi espressamente fra una punizione grave e l’uccisione dell’animale.

L’upupa ritorna con una giustificazione inattesa:

«Ma non rimase lontana a lungo e disse: «Ho abbracciato con la mia conoscenza ciò che tu non hai abbracciato e vengo da Saba con una notizia certa.» (Corano 27:22).

Un’upupa svolge attività di intelligence politica e religiosa – Corano 27:23-26

L’uccello riferisce:

«In verità ho trovato una donna che regna su di loro; le è stato dato di ogni cosa e possiede un trono immenso. Ho trovato lei e il suo popolo prosternarsi al sole invece che a Dio.» (Corano 27:23–27:24).

L’upupa non porta soltanto una notizia geografica. Compie una valutazione religiosa della società osservata.

La sua relazione continua:

«Satana ha reso belle ai loro occhi le loro opere e li ha distolti dalla via, così non sono guidati,» (Corano 27:24).

Un animale diventa quindi contemporaneamente esploratore, informatore politico e interprete teologico del culto di un altro regno.

Allah e Satana compiono la stessa azione linguistica: entrambi «rendono belle» le opere

Il parallelismo interno alla sura è difficile da attenuare.

Corano 27:4:

«Abbiamo reso belle per loro le loro opere, così vagano alla cieca.»

Corano 27:24:

«Satana ha reso belle per loro le loro opere, li ha allontanati dalla via.»

In entrambi compare la stessa radice z-y-n:

zayyannā — «Noi abbiamo abbellito»;

zayyana — «egli ha abbellito».

La stessa sura attribuisce quindi ad Allah e a Satana una funzione verbalmente identica: alterare favorevolmente la percezione che gli uomini hanno delle proprie azioni in un contesto che sfocia nello sviamento.

Le intenzioni teologiche attribuite ai due soggetti sono differenti: Satana seduce; l’azione divina viene interpretata nella teologia islamica come giudizio, abbandono o punizione conseguente alla precedente incredulità. La distinzione delle intenzioni non cambia il dato testuale: il verbo utilizzato per ciò che Allah fa agli increduli in 27:4 è lo stesso utilizzato per ciò che Satana fa alla gente di Saba in 27:24.

La regina di Saba nella Bibbia e nel Corano: da visita diplomatica a sottomissione

La regina di Saba non nasce con il Corano.

Il racconto è già presente in 1 Re 10:1-13 e 2 Cronache 9:1-12.

Nella versione biblica la regina sente parlare della sapienza di Salomone, arriva volontariamente con doni, gli propone quesiti difficili, rimane impressionata dalla sua corte, loda il Dio d’Israele, scambia ricchezze con lui e ritorna nella propria terra.

Non compaiono:

un esercito di jinn e uccelli;

la formica parlante;

l’upupa spia;

l’accusa di culto solare;

la lettera che esige sottomissione;

la minaccia di invasione ed espulsione;

il trasporto soprannaturale del trono;

il pavimento di cristallo scambiato per acqua;

la confessione finale di sottomissione formulata nel linguaggio coranico.

Il Corano non si limita dunque a ripetere il racconto biblico. Trasforma una visita diplomatica in una storia sulla vittoria della vera religione su un regno pagano e sulla sottomissione della sua sovrana al profeta-re.

Il Targum Sheni e il problema delle tradizioni postbibliche

Esiste un altro dato storico-letterario che non va né nascosto né sovraccaricato.

Il Targum Sheni al libro di Ester conserva una versione leggendaria di Salomone e della regina di Saba con parallelismi sorprendenti rispetto alla Sura 27: dominio del re sugli animali, assenza di un uccello, missione dell’uccello nel regno della regina, convocazione della sovrana, doni, corte di Salomone e una scena collegata a un pavimento che appare come acqua.

Jacob Lassner dedica a questo complesso narrativo lo studio Demonizing the Queen of Sheba: Boundaries of Gender and Culture in Postbiblical Judaism and Medieval Islam, analizzando la circolazione dei motivi e la loro progressiva islamizzazione.

Non è metodologicamente solido scrivere semplicemente «Maometto copiò il Targum Sheni». La datazione della forma conservata del Targum è discussa e non permette di dimostrare una dipendenza diretta da un manoscritto sicuramente anteriore al Corano.

Il dato più resistente è un altro: la storia coranica di Salomone e Saba appartiene a un complesso postbiblico di racconti e motivi che circolavano e venivano trasformati fra comunità ebraiche, cristiane e successivamente islamiche.

Il Corano prende la figura biblica della regina e la colloca in un universo narrativo molto più leggendario, facendone soprattutto un esempio della superiorità della rivelazione e dell’autorità del profeta.

Il culto solare di Saba: plausibilità regionale non equivale a prova del racconto

L’upupa afferma che la regina e il suo popolo adoravano il sole.

Il particolare non è incompatibile con il panorama religioso dell’antica Arabia meridionale: la documentazione epigrafica mostra un ambiente politeistico nel quale divinità astrali e solari erano realmente venerate.

Questo rende il dettaglio storicamente plausibile nel quadro generale della religione sudarabica.

Non dimostra però l’esistenza della specifica sovrana del racconto, di una missione dell’upupa, dell’ultimatum di Salomone o della sua conversione. La presenza storica di culti solari nell’Arabia meridionale non trasforma gli elementi soprannaturali della narrazione in fatti documentati.

«Non innalzatevi contro di me e venite a me sottomessi» – Corano 27:27-31

Salomone verifica inizialmente la notizia dell’upupa e le affida una lettera.

La regina legge:

«In verità viene da Salomone e in verità dice: “Nel nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso, non elevatevi contro di me e venite a me sottomessi”».» (Corano 27:30–27:31).

La lettera si apre con la basmala, formula che il Corano proietta quindi sull’antico re Salomone. Per approfondirne la storia si veda L’origine della basmala.

La frase finale è:

waʾtūnī muslimīn.

Muslimīn significa letteralmente «sottomessi»; ilayya, incorporato in waʾtūnī, significa «a me».

La resa «venite a me sottomessi» è quindi particolarmente importante. Non si tratta semplicemente dell’invito astratto ad adorare Dio: la sottomissione religiosa viene formulata attraverso la presentazione davanti all’autorità del profeta-re.

Tradurre automaticamente «diventate musulmani» rischierebbe invece di retroproiettare senza mediazione l’identità istituzionale dell’Islam del VII secolo sul Salomone dell’antichità.

La regina capisce immediatamente che la questione può finire con un’invasione – Corano 27:32-35

La sovrana consulta i propri notabili.

Essi rispondono di possedere forza e potenza militare, ma le lasciano la decisione.

La regina replica:

«Disse: «In verità i re, quando entrano in una città, la corrompono e rendono umili i suoi abitanti più potenti. Così fanno.» (Corano 27:34).

La frase finale wa-kadhālika yafʿalūn, «e così fanno», può essere letta come prosecuzione delle parole della regina. Ibn Kathīr conserva però l’interpretazione secondo cui sarebbe Allah stesso a confermare la sua osservazione.

In entrambe le letture la sovrana comprende chiaramente la posta in gioco della convocazione di Salomone: il rifiuto può condurre alla guerra, alla devastazione e all’umiliazione politica.

Un recente studio di Dina El Omari sulla stessa narrazione osserva infatti che la minaccia militare rimane presente lungo l’intero episodio e diventa esplicita nella risposta di Salomone al dono.

Si veda Dina El Omari, The Importance of an Interreligious Quranic Hermeneutics for a Gender-Sensitive Reading of the Quran, Using the Example of the Story of the Queen of Sheba.

Il dono non compra la pace: arrivano eserciti, espulsione e umiliazione – Corano 27:36-37

La regina tenta una risposta diplomatica inviando un dono.

Salomone lo rifiuta:

«Quando giunse da Salomone, disse: «Volete forse accrescermi con ricchezze? Ciò che Dio mi ha dato è migliore di ciò che ha dato a voi. No, siete voi a rallegrarvi del vostro dono.» (Corano 27:36).

Poi manda indietro l’ambasciatore con un ultimatum:

«Torna da loro: verremo certamente contro di loro con schiere alle quali non potranno opporsi, e li faremo certamente uscire da lì umiliati e avviliti».» (Corano 27:37).

La sequenza non lascia molto spazio alla neutralizzazione apologetica.

27:31: presentatevi a me sottomessi.

27:34: la regina teme ciò che i re invasori fanno alle città.

27:35: tenta la diplomazia attraverso un dono.

27:36-37: Salomone rifiuta il dono e minaccia un esercito irresistibile, espulsione e umiliazione.

La regina non si trova dunque davanti a una semplice disputa filosofica fra monoteismo e culto solare. L’ordine religioso di Salomone possiede dietro di sé una forza militare schiacciante.

Ibn Kathīr riassume l’alternativa: «Islam o la spada»

Ibn Kathīr a Corano 27:36-37 rende ancora più esplicita la propria lettura del rifiuto del dono.

Parafrasando Salomone, sostiene che la ricchezza non lo convincerà a lasciare la regina:

nel suo shirk e nel suo regno.

Quindi sintetizza l’alternativa con la formula:

«Islam or the sword.»

La frase appartiene a Ibn Kathīr e non al testo letterale di Corano 27:37. Questa distinzione è essenziale proprio perché non abbiamo bisogno di attribuire falsamente al Corano parole che non contiene.

Il significato della ricezione classica rimane però difficile da ignorare: uno dei grandi commentatori sunniti interpreta l’ultimatum di Salomone come scelta fra sottomissione all’Islam e guerra.

E il versetto stesso gli fornisce materiale molto concreto per farlo: eserciti, impossibilità di resistenza, espulsione dalla terra, umiliazione.

Il racconto biblico viene trasformato: la regina non mette più alla prova Salomone, è Salomone che mette alla prova lei

In 1 Re 10 è la regina a raggiungere Gerusalemme per mettere Salomone alla prova con domande difficili.

Nel Corano la struttura viene progressivamente invertita.

Salomone ha già intimato alla regina di sottomettersi.

Quando apprende che sta arrivando domanda:

«Disse: «O notabili, chi di voi mi porterà il suo trono prima che vengano a me sottomessi?».» (Corano 27:38).

Un potente jinn offre di farlo prima che Salomone lasci il proprio posto.

Un personaggio definito soltanto come colui che possiede «conoscenza del Libro» promette:

«Io te lo porterò prima che il tuo sguardo ritorni a te».» (Corano 27:40).

Il trono compare immediatamente davanti a Salomone.

La regina non è più la sovrana che mette alla prova la sapienza del re. È diventata la persona sottoposta alle prove organizzate dal profeta-re che ha già dimostrato di poterla invadere.

Un trono trasportato quasi istantaneamente – Corano 27:38-42

Il Corano presenta il trasporto del trono come un evento reale.

Non spiega un meccanismo fisico, non parla di una copia e non presenta il racconto come allegoria.

Un mobile regale appartenente a un altro territorio appare davanti a Salomone prima del ritorno del suo sguardo grazie all’intervento di un personaggio dotato di «conoscenza del Libro».

Salomone ordina quindi di alterarne l’aspetto per verificare se la regina saprà riconoscerlo.

Ancora una volta il soprannaturale rafforza l’autorità del profeta: il potere che accompagna Salomone non è soltanto militare ma apparentemente capace di violare le normali limitazioni di distanza e trasporto.

La religione della regina viene descritta come ciò che la teneva lontana dalla verità – Corano 27:43

Il narratore commenta:

«E ciò che adorava all’infuori di Dio l’aveva distolta; in verità apparteneva a un popolo non credente.» (Corano 27:43).

La religione precedente della sovrana non viene rappresentata come convinzione concorrente giunta a una diversa conclusione sulle prove disponibili.

È ciò che la «tratteneva» o distoglieva, e la comunità alla quale apparteneva viene definita direttamente kāfirīn.

Ibn Kathīr conserva anche un’altra possibilità grammaticale per il soggetto del verbo, ma preferisce la lettura secondo cui precisamente il culto praticato all’infuori di Allah la teneva lontana dalla guida.

Il pavimento di cristallo e la conversione finale – Corano 27:44

La regina entra infine nel palazzo di Salomone:

«Le fu detto: «Entra nel palazzo». Quando lo vide, lo credette una distesa d’acqua e si scoprì le gambe. Disse: «In verità è un palazzo levigato di cristallo». Disse: «Signore mio, in verità ho fatto torto a me stessa e mi sottometto con Salomone a Dio, Signore dei mondi».» (Corano 27:44).

La conclusione riprende esattamente il tema aperto da 27:31.

Salomone aveva ordinato:

venite a me sottomessi.

Dopo la minaccia militare, il trasporto miracoloso del trono e l’esibizione del palazzo, la regina conclude:

mi sottometto con Salomone ad Allah.

Il percorso narrativo unisce quindi potere profetico, superiorità soprannaturale, forza militare e conversione.

La guerra non viene materialmente combattuta perché la sovrana si presenta prima che l’ultimatum venga eseguito. Ma proprio questo non elimina la coercizione dalla storia: la minaccia costituisce una delle condizioni concrete entro le quali avviene la sua decisione.

Le aggiunte esegetiche sulle gambe pelose della regina, la depilazione preparata dai demoni e il suo eventuale matrimonio con Salomone appartengono invece alle elaborazioni successive e non sono necessarie per il problema centrale.

Ṣāliḥ: «essi tramarono e Noi tramammo» – Corano 27:45-53

La sura torna ai Thamūd.

Nella città vi sarebbero nove uomini che seminano corruzione e progettano di assassinare Ṣāliḥ e la sua famiglia durante la notte.

Il testo afferma:

«E tramarono una trama, e Noi tramammo una trama senza che se ne accorgessero.» (Corano 27:50).

L’arabo utilizza la stessa radice m-k-r per entrambe le azioni:

makarū makran;

makarnā makran.

Tradurre la prima azione con «complotto» o «macchinazione» e quella di Allah con un termine completamente innocuo come «piano» nasconde la costruzione parallela dell’arabo.

Il risultato del makr divino è:

«Guarda dunque quale fu la conseguenza della loro trama: annientammo loro e tutto il loro popolo. Ed ecco le loro case, vuote per l’ingiustizia che commisero. In verità in ciò vi è certamente un segno per gente che conosce.» (Corano 27:51–27:52).

Il versetto seguente precisa:

«E salvammo coloro che credettero ed erano timorati.» (Corano 27:53).

La popolazione viene quindi divisa religiosamente: gli avversari vengono annientati, i credenti salvati e le rovine diventano prova della stessa interpretazione teologica che attribuisce la distruzione ad Allah.

Lot: il versetto parla esplicitamente di desiderio sessuale verso gli uomini – Corano 27:54-58

Lot rimprovera il proprio popolo:

«Vi accostate davvero agli uomini con desiderio invece che alle donne? No: siete un popolo che agisce con ignoranza».» (Corano 27:54–27:55).

Il termine decisivo è shahwatan, «con desiderio».

Questo specifico passo non può essere ridotto esclusivamente alla violenza sessuale, all’inospitalità o allo stupro collettivo. Il testo contrappone espressamente il desiderio sessuale rivolto agli uomini a quello rivolto alle donne.

Il popolo chiede quindi di espellere Lot e la sua famiglia; Allah salva Lot e i suoi, eccetto la moglie, e distrugge gli altri mediante una pioggia punitiva.

«E facemmo piovere su di loro una pioggia: pessima fu la pioggia di coloro che erano stati ammoniti.» (Corano 27:58).

La stessa vicenda compare nel nostro commento alla Sura 7 al-Aʿrāf e alla Sura 15 al-Ḥijr.

Il Corano attribuisce la natura ad Allah e utilizza poi quell’attribuzione come prova – Corano 27:59-64

La sura propone una serie di domande retoriche.

Chi ha creato cielo e terra?

Chi fa scendere l’acqua?

Chi produce i giardini?

Chi ha stabilizzato la terra e posto fiumi e montagne?

Chi separa le masse d’acqua?

Chi risponde all’angosciato?

Chi guida nelle tenebre della terra e del mare?

Il ritornello è:

«Vi è forse una divinità insieme ad Allah?»

La sequenza termina:

«Portate la vostra prova, se siete veritieri».» (Corano 27:64).

Ma l’argomento incorpora già nella domanda la conclusione da dimostrare.

Pioggia, montagne, mari e orientamento sono fenomeni osservabili.

Che siano opera precisamente dell’Allah definito dal Corano è invece una proposizione teologica.

Il testo attribuisce prima tutti questi fenomeni ad Allah e domanda poi come possa esservi un’altra divinità accanto a Lui.

«Portate la vostra prova» sposta quindi l’onere della dimostrazione sull’avversario dopo avere semplicemente assunto la premessa fondamentale della dimostrazione coranica.

Nessuno conoscerebbe l’invisibile eccetto Allah – Corano 27:65

Il testo dichiara:

«Di’: «Nessuno nei cieli e sulla terra conosce l’invisibile eccetto Dio; e non percepiscono quando saranno risuscitati».» (Corano 27:65).

Il ghayb, l’invisibile, appartiene quindi propriamente alla conoscenza divina.

Altri passi coranici ammettono che Allah possa comunicare una parte dell’invisibile ai messaggeri scelti; la loro conoscenza rimane derivata.

Il problema della verifica rimane intatto: resurrezione, angeli, demoni, giudizio e futuro sono conosciuti dal lettore soltanto se Maometto possiede realmente l’accesso privilegiato alla fonte divina che il Corano gli attribuisce.

Ma il fatto che Maometto possieda quell’accesso è precisamente una delle pretese formulate dallo stesso Corano.

Il dubbio sull’Aldilà diventa ignoranza e cecità – Corano 27:66-70

Il versetto 66 accumula le qualificazioni:

«No: la loro conoscenza riguardo all’Altra vita è giunta al limite; anzi, essi ne dubitano; anzi, rispetto ad essa sono ciechi.» (Corano 27:66).

Gli avversari formulano un’obiezione comprensibile:

«E coloro che non credono dicono: «Quando saremo polvere, noi e i nostri padri, saremo davvero fatti uscire? Questo era già stato promesso a noi e ai nostri padri in precedenza. Non sono altro che leggende degli antichi».» (Corano 27:67–27:68).

Il testo non tratta il dubbio come posizione epistemica neutrale. Lo trasforma progressivamente in incapacità di conoscere e infine in cecità.

Maometto deve poi dire:

«Di’: «Percorrete la terra e osservate quale fu la fine dei criminali».» (Corano 27:69).

Le rovine dimostrano che civiltà e insediamenti possono decadere. Non dimostrano autonomamente che ciascuna società scomparsa sia stata distrutta da Allah perché aveva respinto il profeta che il Corano le attribuisce.

Quella interpretazione delle rovine viene fornita dallo stesso testo che le utilizza come conferma.

«Quando arriverà la promessa?» Una previsione senza data – Corano 27:71-75

Gli interlocutori chiedono:

«Quando si compirà questa promessa, se siete veritieri?» (Corano 27:71).

La risposta è:

«Di’: «Forse una parte di ciò che volete affrettare è già alle vostre spalle».» (Corano 27:72).

La domanda chiede quando. La risposta non stabilisce un termine verificabile.

Il castigo può essere vicino, ma «forse» e una prossimità indefinita rendono l’annuncio temporalmente elastico.

La minaccia mantiene quindi indefinitamente il proprio valore senza esporsi a una data alla quale poter verificare pubblicamente il mancato compimento.

Il Corano si proclama arbitro delle controversie degli israeliti – Corano 27:76-79

Il testo afferma:

«In verità questo Corano narra ai Figli d’Israele la maggior parte di ciò su cui essi divergono.» (Corano 27:76).

Un testo arabo del VII secolo assume così il ruolo di arbitro delle controversie interne a tradizioni e comunità molto più antiche.

Pochi versetti dopo Maometto riceve inoltre questa rassicurazione:

«Confida dunque in Dio: in verità tu sei sulla verità evidente.» (Corano 27:79).

La certificazione rimane interna.

Il Corano risolverebbe le dispute precedenti perché il Corano dichiara di possederne la soluzione.

Maometto sarebbe sulla verità evidente perché la rivelazione proclamata da Maometto dichiara che Maometto si trova sulla verità evidente.

Chi non viene persuaso diventa metaforicamente morto, sordo e cieco – Corano 27:80-81

Il linguaggio del dissenso raggiunge una nuova intensità:

«In verità tu non puoi far udire i morti, né puoi far udire il richiamo ai sordi quando voltano le spalle in fuga. E tu non puoi guidare i ciechi fuori dal loro sviamento. Puoi far udire soltanto coloro che credono nei Nostri segni e dunque sono sottomessi.» (Corano 27:80–27:81).

Morti, sordità e cecità sono qui metafore, non diagnosi fisiche.

Proprio come metafore mostrano però la classificazione coranica del dissenso: chi non accetta il messaggio non viene rappresentato come interlocutore che potrebbe aver valutato le prove e trovarle insufficienti; rispetto alla rivelazione è morto, sordo o cieco.

E la frase finale chiude il circuito: ascoltano realmente soltanto coloro che credono nei segni e sono muslimūn, sottomessi.

Una bestia emergerà dalla terra e parlerà agli uomini – Corano 27:82

Il testo introduce un segno escatologico:

«E quando la Parola cadrà su di loro, faremo uscire per loro dalla terra una creatura che parlerà loro: gli uomini non erano certi dei Nostri segni.» (Corano 27:82).

La lettura coranica ordinaria ha tukallimuhum, dalla radice relativa al parlare: la bestia si rivolgerà agli uomini.

La tradizione esegetica conserva anche una lettura secondaria collegata a k-l-m nel senso di ferire o marchiare, dalla quale nasceranno racconti sulla bestia che contrassegna gli uomini.

La forma canonica comunemente recitata rimane però quella della creatura parlante.

L’universo soprannaturale della sura raggiunge così il proprio compimento: una formica parla, un’upupa analizza una religione straniera, jinn partecipano alla struttura politica di Salomone, un trono attraversa una grande distanza in un istante e alla fine dei tempi una bestia emerge dalla terra per rivolgersi all’umanità.

Gli increduli verranno accusati di avere negato ciò che non conoscevano – Corano 27:83-86

Nel Giorno del Giudizio Allah domanda:

«Avete smentito i Miei segni senza averli abbracciati con la conoscenza? O che cosa facevate?».» (Corano 27:84).

L’accusa contiene già il verdetto epistemico: gli avversari avrebbero respinto la rivelazione senza averne posseduto sufficiente conoscenza.

Nel versetto seguente la sentenza cade su di loro perché avrebbero commesso ingiustizia e non riescono più a parlare.

La stessa fonte che durante la vita li definisce ciechi, sordi e privi di conoscenza immagina quindi il giudizio futuro nel quale Dio confermerà precisamente questa diagnosi.

Le montagne che si muovono come nuvole non sono una previsione della tettonica – Corano 27:87-90

Il contesto è esplicitamente escatologico:

«E il Giorno in cui sarà soffiato nel Corno, saranno atterriti coloro che sono nei cieli e coloro che sono sulla terra, eccetto chi Dio vorrà; e tutti verranno a Lui umiliati.» (Corano 27:87).

Segue:

«E vedrai le montagne, che ritieni immobili, passare come passano le nuvole: (Corano 27:88).

Questo versetto viene frequentemente trasformato nell’apologetica moderna in anticipazione della rotazione terrestre, della deriva continentale o della tettonica a placche.

Il contesto non parla dell’attuale geologia terrestre.

Il versetto precedente descrive la Tromba escatologica.

Quelli successivi descrivono il giudizio e il Fuoco.

Ibn Kathīr colloca il movimento delle montagne negli sconvolgimenti della resurrezione e lo confronta con altri passi nei quali esse vengono spostate o frantumate.

Trasformare 27:88 in geologia moderna significa quindi rimuovere il versetto dalla cornice nella quale sia il Corano sia l’esegesi classica lo inseriscono.

Per approfondire: Corano e scienza: le presunte scoperte scientifiche.

La descrizione termina:

«E chi verrà con una cattiva azione, i loro volti saranno rovesciati nel Fuoco: (Corano 27:90).

«Il Signore di questa città che Egli ha resa inviolabile» – Corano 27:91

Uno dei versetti più interessanti della conclusione viene spesso trascurato:

«In verità mi è stato soltanto ordinato di adorare il Signore di questa città, che Egli ha reso sacra; a Lui appartiene ogni cosa. E mi è stato ordinato di essere fra i sottomessi,» (Corano 27:91).

La tradizione identifica «questa città» con Mecca.

Il testo attribuisce direttamente ad Allah la sua ḥurma, cioè il carattere inviolabile e sacro.

Ma il carattere sacro del santuario meccano non nasce storicamente con l’Islam.

La Kaʿba era già un santuario prima della predicazione di Maometto. Oxford Bibliographies descrive la Kaʿba preislamica come centro della venerazione di idoli; studi recenti sullo spazio sacro islamico la trattano precisamente come esempio di santuario preesistente successivamente islamizzato.

Si veda Kaʿaba, Oxford Bibliographies, e Essam Ayyad, What Made a Place Holy in Early Islam?.

Non è Islam che crea il santuario: è il Corano che ne riscrive la sacralità

Corano 27:91 è quindi ancora più interessante se letto insieme alle altre affermazioni coraniche sulla Mecca.

Il santuario esiste prima dell’Islam.

Il pellegrinaggio arabo esiste prima dell’Islam.

La Kaʿba appartiene al paesaggio religioso precedente.

Il Corano non abbandona il luogo come residuo pagano.

Lo appropria, elimina progressivamente gli altri culti e attribuisce retroattivamente la sua stessa sacralità ad Allah.

Le sure medinesi andranno ancora oltre, collegando la Casa ad Abramo e Ismaele e proclamandola «prima Casa» istituita per l’umanità.

La dinamica è la stessa già esaminata nella Sura 25 al-Furqān a proposito di Allah preislamico: l’Islam non introduce in un vuoto né Allah né la Kaʿba. Assume elementi centrali dell’ambiente religioso precedente, elimina le alternative e ne riscrive l’origine come puro monoteismo.

Responsabilità individuale dopo che Allah ha già «abbellito» le opere dell’incredulo – Corano 27:91-93

Il versetto successivo conclude:

«Chi segue la guida lo fa a proprio vantaggio; quanto a chi si svia, di’: “Io sono soltanto uno degli ammonitori”.» (Corano 27:92).

Qui la responsabilità viene formulata in termini individuali: chi segue la guida ne beneficia e chi si perde ne sopporta le conseguenze.

Ma questa formula rimane nella stessa sura che aveva dichiarato in 27:4 che Allah rende belle agli increduli le loro opere, dopo di che essi vagano alla cieca.

La tensione non può essere rimossa semplicemente scegliendo uno dei due versetti.

27:4:

Allah interviene sulla percezione morale degli increduli.

27:92:

l’individuo risponde del proprio sviamento.

È uno degli esempi del problema più generale della relazione fra sovranità divina, predestinazione e responsabilità umana nel Corano.

La verifica definitiva viene ancora rinviata al futuro – Corano 27:93

L’ultimo versetto ordina a Maometto:

«Lode a Dio. Egli vi mostrerà i Suoi segni e li riconoscerete».» (Corano 27:93).

La sura termina quindi promettendo agli avversari che un giorno riconosceranno ciò che ora rifiutano.

È la stessa struttura osservata ripetutamente nelle sure meccane: quando la prova presente non persuade, la conferma definitiva viene spostata nel futuro escatologico o punitivo, quando l’oppositore non avrà più possibilità di contestarla utilmente.

Conclusione

  • La Sura 27 attribuisce ad Allah un ruolo diretto nello sviamento. Allah «rende belle» agli increduli le loro opere e questi vagano alla cieca; la stessa radice viene utilizzata poco dopo per Satana, che rende belle le opere della gente di Saba e la allontana dalla via.
  • Il dissenso viene moralizzato e psicologicamente reinterpretato. Faraone sarebbe interiormente convinto dei segni ma li negherebbe per superbia; i non persuasi vengono raffigurati come morti, sordi e ciechi; nel Giudizio verranno accusati di avere negato senza vera conoscenza.
  • Il racconto di Salomone trasforma la regina biblica in una sovrana sottoposta a una progressione di sottomissione religiosa e politica. Salomone le ordina di presentarsi sottomessa, rifiuta il tentativo diplomatico del dono e minaccia eserciti irresistibili, espulsione e umiliazione; Ibn Kathīr riassume la propria interpretazione nell’alternativa «Islam o la spada».
  • La storia appartiene a un ambiente narrativo postbiblico. Formica parlante, upupa informatrice, jinn, trasporto soprannaturale del trono e palazzo di cristallo vanno molto oltre 1 Re 10; alcuni motivi possiedono strette analogie con tradizioni ebraiche come il Targum Sheni, benché la sua datazione impedisca di trasformare la relazione in una semplice prova di copia diretta.
  • Il Corano utilizza ripetutamente la propria autorità per certificare se stesso. Dichiara che Maometto riceve il testo dal Sapiente e Saggio, che il Corano risolve le controversie degli israeliti e che Maometto si trova sulla «verità evidente»: la fonte che deve essere verificata costituisce contemporaneamente la testimonianza principale a proprio favore.
  • Corano 27:91 mostra anche la continuità trasformata fra mondo preislamico e Islam. Il santuario meccano precede Maometto; il Corano non lo elimina ma lo attribuisce esclusivamente al «Signore di questa città» e la tradizione islamica finirà per riscriverlo come santuario abramitico originario.

An-Naml costruisce quindi una teologia nella quale conoscenza, potere e sottomissione procedono nella stessa direzione. Allah possiede l’invisibile; il Corano possiede la spiegazione vera; il profeta possiede l’autorità; chi rifiuta viene descritto come moralmente e cognitivamente sviato.

Il caso di Salomone concentra questo schema in una forma particolarmente evidente. Il profeta non porta semplicemente un messaggio religioso alla regina di Saba. Possiede eserciti di uomini, jinn e uccelli; controlla informazioni che le arrivano attraverso un animale; ordina alla sovrana di presentarsi sottomessa; rifiuta la sua diplomazia economica; minaccia l’invasione, l’espulsione e l’umiliazione; dispone di poteri capaci di far apparire il suo trono a grande distanza; infine la regina confessa di avere avuto torto e si sottomette ad Allah insieme a lui.

La conversione della regina non avviene quindi in un vuoto politico: si colloca dopo un ultimatum militare esplicito e dentro un’esibizione schiacciante di superiorità regale e soprannaturale.

La stessa logica ritorna nelle altre sezioni. Faraone non sarebbe semplicemente non persuaso: saprebbe già che Mosè ha ragione. Gli increduli non compiono semplicemente azioni che ritengono buone: Allah stesso le rende belle ai loro occhi. Chi dubita dell’Aldilà non viene semplicemente qualificato come dubbioso: diventa cieco. Chi respinge il Corano non resta soltanto un interlocutore contrario: viene inserito fra coloro che nel Giorno del Giudizio scopriranno di avere negato senza conoscenza.

Il testo formula la propria pretesa, interpreta le motivazioni di chi la rifiuta e promette il futuro nel quale la propria pretesa verrà inevitabilmente confermata.

E perfino il santuario dal quale parla Maometto entra nello stesso processo: una città sacra e una Kaʿba anteriori all’Islam vengono riattribuite esclusivamente ad Allah e successivamente trasformate nel centro originario del monoteismo.

La formica dà il nome alla sura. La sottomissione — degli avversari, della regina, della storia precedente e perfino del santuario preislamico alla nuova lettura coranica — ne descrive molto meglio la struttura.

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