Bloggando il Corano: Sura 23 al-Mu’minun, “I Credenti”

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Commento al Corano: Sura 23 al-Muʾminūn, “I Credenti”

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La Sura 23, al-Muʾminūn (“I Credenti”), viene generalmente classificata dalla tradizione islamica tra le sure meccane. Questa indicazione è utile per orientarsi, ma non va scambiata per una datazione storica certificata: come abbiamo mostrato nella nostra classificazione cronologica del Corano, l’ordine delle proclamazioni è ricostruito attraverso tradizioni successive e criteri differenti, e non deriva da un registro contemporaneo degli eventi.

La sura presenta in successione il modello del credente destinato al Paradiso, la creazione dell’uomo, i segni della natura, una serie di profeti respinti dai loro popoli, l’idea di una religione originariamente unica poi frammentata, la polemica contro chi rifiuta Maometto, la resurrezione e infine una lunga scena di giudizio e castigo.

Una tradizione conservata in Jāmiʿ al-Tirmidhī 3173 attribuisce a ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb il racconto secondo cui, dopo la proclamazione dei primi dieci versetti, Maometto avrebbe dichiarato che chi li osserva entrerà in Paradiso. Al-Tirmidhī stesso discute però varianti nella trasmissione e considera più corretta la catena che include Yūnus ibn Yazīd. Il racconto appartiene dunque alla tradizione islamica sulla sura; non costituisce una testimonianza contemporanea indipendente dell’evento della rivelazione.

23:1-11 — I credenti destinati al Paradiso

La sura si apre proclamando il successo dei credenti e descrivendone le caratteristiche: umiltà nella preghiera, rifiuto del vaniloquio, elemosina, rispetto degli impegni e controllo della sessualità.

Corano 23:1

«Hanno certamente avuto successo i credenti,»

La lista sembra inizialmente un catalogo morale abbastanza prevedibile. I versetti 5-7 introducono però un elemento che merita particolare attenzione:

Corano 23:5–23:7

«e coloro che custodiscono le loro parti intime, eccetto con le loro spose o con le schiave che possiedono: in tal caso non sono biasimevoli. Chi invece cerca oltre ciò, costoro sono i trasgressori.»

Accanto alle mogli compare una seconda categoria sessualmente lecita: «le schiave che possiedono». L’arabo usa mā malakat aymānuhum, letteralmente “ciò che le loro destre possiedono”; nel contesto sessuale la traduzione definitiva esplicita il referente servile, senza nascondere il rapporto di proprietà espresso dalla formula. Nel tafsīr al-Jalālayn a 23:6, l’espressione viene infatti glossata con al-sarārī: le concubine.

Questo chiarisce anche che cosa significhi qui “castità”. Il credente viene lodato perché protegge i propri organi sessuali, ma la continenza richiesta non coincide con l’esclusività coniugale: il versetto esclude dal biasimo sia il rapporto con la moglie sia quello con la donna posseduta.

La giurisprudenza islamica elaborerà poi condizioni e regole intorno al concubinato servile. Ma questo sviluppo non modifica il dato testuale fondamentale: il Corano colloca il possesso di una schiava accanto al matrimonio tra le categorie che rendono lecito il rapporto sessuale. Abbiamo esaminato estesamente il problema nell’approfondimento Islam e schiavitù: cosa dicono Corano, Maometto e sharia.

È un passaggio particolarmente significativo proprio perché compare all’interno della descrizione dei credenti moralmente riusciti. La schiavitù sessuale non viene presentata come una deviazione dalla morale coranica, ma come una possibilità interna ai suoi stessi confini normativi.

I versetti 10-11 chiudono la sezione assegnando a questi credenti il Firdaws, nel quale rimarranno per sempre.

23:12-16 — La formazione dell’uomo e l’embriologia coranica

Segue uno dei passi più utilizzati dall’apologetica contemporanea dei cosiddetti “miracoli scientifici del Corano”. Il testo descrive la formazione dell’essere umano attraverso una successione precisa.

Corano 23:12–23:14

«E certamente creammo l’uomo da un estratto di argilla. Poi lo ponemmo come una goccia in un ricettacolo sicuro. Poi creammo la goccia come un’aderenza; quindi creammo l’aderenza come un boccone di carne; quindi creammo dal boccone ossa e rivestimmo le ossa di carne; poi lo facemmo sorgere come un’altra creazione. Benedetto sia dunque Dio, il migliore dei creatori.»

I termini arabi fondamentali sono nuṭfa, ʿalaqa e muḍgha, seguiti dalla sequenza ossa-carne. Il Corano non presenta però questa descrizione come una lezione di embriologia sperimentale: la utilizza come prova della potenza creatrice di Allah, per arrivare immediatamente alla morte e alla resurrezione.

Corano 23:15–23:16

«Poi, dopo ciò, certamente morirete. Poi, nel Giorno della Resurrezione, sarete certamente risuscitati.»

È soprattutto l’apologetica moderna ad aver trasformato 23:12-14 in una presunta anticipazione miracolosa dell’embriologia contemporanea. Ma per sostenere una simile prova non basta trovare nel Corano termini traducibili oggi con vocaboli biologici: bisognerebbe dimostrare che la sequenza contenga conoscenze corrette, specifiche, sconosciute nel contesto antico e realmente corrispondenti alla moderna embriologia.

Abbiamo verificato separatamente questa pretesa, compresi i significati di nuṭfa, ʿalaqa, muḍgha, il problema delle ossa “rivestite di carne” e i precedenti della medicina antica, nell’articolo Corano ed embriologia: il falso miracolo scientifico. Qui basta osservare ciò che effettivamente dice la sura, senza trasformarla né in un manuale scientifico miracoloso né in qualcosa di diverso dal testo che possediamo.

23:17-22 — I cieli, l’acqua, gli ulivi e il bestiame

Il ragionamento prosegue attraverso elementi del mondo naturale. Il Corano parla di sette vie o cieli sopra gli uomini, dell’acqua fatta scendere dal cielo, dei giardini di palme e viti, dell’ulivo del Sinai e del bestiame dal quale gli uomini ottengono nutrimento e trasporto.

Non si tratta ancora di una dimostrazione nel senso moderno del termine. Sono āyāt, segni che il testo interpreta all’interno della propria teologia: l’ordine e l’utilità del mondo vengono presentati come manifestazioni dell’azione di Allah.

La resurrezione annunciata ai versetti 15-16 viene quindi sostenuta attraverso un argomento ricorrente nel Corano: chi avrebbe creato e ordinato il mondo una prima volta avrebbe anche il potere di ricreare gli uomini dopo la morte.

23:23-50 — La stessa storia ripetuta: profeti respinti e popoli puniti

Dal versetto 23 comincia una lunga sequenza profetica. Compare prima Noè. I notabili del suo popolo obiettano che non è altro che un uomo come loro e lo accusano di essere posseduto. Noè viene salvato nell’arca mentre i suoi avversari vengono sommersi.

Segue un altro popolo, al quale viene inviato un messaggero non nominato. Anche questa volta i capi rifiutano di credere a un uomo come loro e respingono la resurrezione. Il risultato è nuovamente la distruzione degli increduli.

Poi il testo riassume altre missioni profetiche, passa a Mosè e Aronne davanti al Faraone e infine a Gesù e sua madre Maria, definiti insieme un “segno”.

La ripetitività è importante. Le diverse vicende vengono inserite in uno schema quasi fisso:

messaggero → incredulità → accusa contro il messaggero → ammonimento → punizione → salvezza dei credenti.

Lo schema serve evidentemente alla polemica del testo contro gli oppositori della predicazione attribuita a Maometto. Le obiezioni rivolte ai profeti precedenti assomigliano a quelle che il Corano attribuisce agli avversari di Maometto: “è soltanto un uomo”, “è posseduto”, “la resurrezione è impossibile”.

Bisogna però distinguere il livello teologico da quello storico. Il Corano costruisce una continuità fra le missioni precedenti e quella di Maometto; non possediamo, semplicemente perché la sura lo afferma, una verifica storica indipendente secondo cui tutti quei personaggi avrebbero predicato la medesima dottrina e incontrato avversari secondo lo stesso schema.

La struttura possiede inoltre una notevole efficacia polemica interna: il rifiuto del nuovo messaggero viene interpretato attraverso il modello dei precedenti increduli già condannati dal racconto. L’oppositore non compare quindi come qualcuno le cui obiezioni devono essere valutate da zero, ma come l’ennesimo rappresentante di una categoria religiosa già destinata alla sconfitta.

23:51-54 — Una sola religione, poi gli uomini la dividono

Dopo la successione dei profeti, il Corano formula una delle proprie grandi tesi sulla storia religiosa: tutti i messaggeri appartengono a un’unica umma, mentre gli uomini avrebbero successivamente frammentato quella unità.

Corano 23:52–23:53

«E in verità questa vostra comunità è una comunità unica, e Io sono il vostro Signore: temeteMi dunque. Ma divisero fra loro la loro faccenda in frammenti; ogni fazione si rallegra di ciò che possiede.»

Il termine umma non deve essere ridotto automaticamente alla “fratellanza dei profeti”, come faceva la precedente versione di questo commento. Nel tafsīr di al-Ṭabarī viene riportata esplicitamente la spiegazione secondo cui in questo passo umma significa al-milla wa-l-dīn, cioè credo e religione.

La tesi coranica è quindi più ampia: esisterebbe una religione profetica originariamente unica, della quale le divisioni successive rappresenterebbero una frammentazione.

È una costruzione teologica estremamente importante perché permette al Corano di rivendicare contemporaneamente continuità e superiorità. Mosè e Gesù possono essere presentati come appartenenti alla stessa religione fondamentale di Maometto; le differenze reali tra giudaismo, cristianesimo e predicazione coranica possono poi essere spiegate come deviazioni o divisioni successive.

Ma proprio qui occorre separare l’affermazione religiosa dalla ricostruzione storica. Il fatto che il Corano presenti tutti i profeti come membri di un’unica religione non dimostra storicamente che Abramo, Mosè o Gesù professassero il sistema religioso che emergerà nell’Islam. Questa identificazione è parte della pretesa coranica che deve essere dimostrata, non una premessa storica da assumere in partenza.

23:55-67 — Prosperità, fede e certezza del giudizio

I versetti successivi attaccano l’idea che ricchezza e figli siano automaticamente segni del favore divino. Il Corano sostiene invece che Allah potrebbe concedere beni agli increduli senza che questo significhi approvarli.

I veri credenti sono descritti come persone timorose, che credono nei segni del loro Signore, non Gli associano altre divinità e compiono il bene temendo comunque il giudizio.

Al versetto 62 ricompare inoltre una formula presente anche altrove nel Corano: nessuna anima viene gravata oltre la propria capacità. Subito dopo, però, l’attenzione torna ai destinatari polemici della sura, accusati di essere immersi nella negligenza e di voltarsi indietro quando vengono recitati loro i segni.

23:68-77 — Che cosa dice davvero il testo sugli oppositori

Questa sezione richiede particolare precisione, perché alcune parafrasi possono facilmente attribuirle più di quanto dica.

Il versetto 68 non afferma semplicemente che “il messaggio giunto a loro è lo stesso inviato ai loro antichi padri”. Formula invece una domanda polemica: gli avversari non hanno riflettuto sulla parola ricevuta, oppure è forse giunto loro qualcosa che non era giunto ai loro antenati?

Il versetto seguente chiede se non conoscano il loro messaggero; il 70 domanda se lo accusino di follia o possessione. La risposta del testo è che egli avrebbe portato loro “la verità”, mentre la maggioranza odierebbe la verità stessa.

Anche il versetto 73 va letto senza aggiungere parole che non contiene. Maometto viene presentato come colui che li chiama a una ṣirāṭ mustaqīm, una “via diritta”. Identificare questa via con l’Islam è perfettamente coerente con l’esegesi islamica complessiva, ma la parola “Islam” non compare materialmente nel versetto.

Al versetto 75 compare invece un’“afflizione” dalla quale Allah potrebbe liberarli:

Corano 23:75

«E se avessimo misericordia di loro e rimuovessimo il male che li affligge, persisterebbero certamente, vagando alla cieca nella loro trasgressione.»

Il versetto non nomina direttamente una carestia. È la tradizione esegetica a specificare il significato. Al-Ṭabarī, per esempio, interpreta il ḍurr come siccità, carestia, fame e deperimento e riporta da Ibn Jurayj la semplice spiegazione: “la fame”.

Si può quindi parlare della carestia come interpretazione tradizionale del passo. Non è invece corretto trasformarla in un dettaglio esplicitamente raccontato da 23:75.

23:78-90 — La resurrezione contro gli increduli

La polemica si concentra poi sull’origine dell’uomo, sul possesso della terra e dei cieli e sulla resurrezione. Agli avversari vengono attribuite risposte che riconoscono Allah come proprietario e signore del creato, mentre continuano a respingere il ritorno dei morti.

È un tipo di argomentazione frequente nel Corano: costringere l’interlocutore ad accettare una premessa teistica e presentare la negazione della resurrezione come incoerente rispetto a quella stessa premessa.

La forza dell’argomento dipende però precisamente dalle premesse. Se si accetta già che Allah abbia creato tutto e possieda un potere illimitato, la possibilità della resurrezione segue facilmente. Ma questo non costituisce ancora una dimostrazione indipendente né dell’esistenza di Allah nel senso specificamente coranico né del fatto che la resurrezione annunciata dal Corano avverrà realmente.

23:91-92 — Nessun figlio e nessun altro dio

Il versetto 91 contiene due affermazioni che devono essere tenute distinte.

Corano 23:91

«Dio non Si è preso alcun figlio, né vi è con Lui alcuna divinità; altrimenti ogni divinità se ne sarebbe andata con ciò che aveva creato e alcune si sarebbero elevate sulle altre. Gloria a Dio al di sopra di ciò che descrivono!»

Il periodo ipotetico non significa: “se Allah avesse avuto un figlio, gli dèi avrebbero combattuto”. Prima viene negata la filiazione divina; separatamente viene negata l’esistenza di altri dèi. È alla seconda ipotesi che si riferisce l’argomento successivo: con più divinità, ciascuna prenderebbe la propria creazione e alcune cercherebbero di prevalere sulle altre.

Si tratta quindi di un argomento teologico contro il politeismo. L’ordine del cosmo viene interpretato come incompatibile con una pluralità di poteri divini indipendenti.

Non serve indebolire l’analisi rispondendo semplicemente che “gli dèi potrebbero collaborare”. La questione filosofica è più complessa e riguarda che cosa significherebbe postulare più esseri divini sovrani, quali rapporti potrebbero esistere tra le loro volontà e se sarebbero davvero indipendenti.

Il limite più evidente dell’argomento coranico si trova altrove: anche concedendo che un ragionamento del genere possa sostenere il monoteismo, da questo non segue automaticamente che quel Dio sia Allah come descritto dal Corano, che il Corano sia la sua parola o che Maometto sia il suo messaggero. La conclusione specificamente islamica richiede ulteriori premesse che 23:91, da solo, non dimostra.

23:93-100 — Maometto, i demoni e il desiderio di ritornare dopo la morte

Il testo ordina poi a Maometto di chiedere di non essere posto insieme agli ingiusti qualora gli venga mostrato il castigo promesso e di cercare rifugio dalle insinuazioni dei demoni.

Alla morte, l’uomo che ha sbagliato vorrebbe essere rimandato indietro per compiere il bene che ha trascurato. La richiesta viene respinta. Fra i morti e il ritorno alla vita viene posto un barzakh, una barriera, fino al giorno della resurrezione.

Ancora una volta, il testo non offre una verifica empirica dell’aldilà: descrive il destino dell’incredulo dall’interno della propria visione escatologica e utilizza quella scena come ammonimento rivolto al lettore presente.

23:101-118 — Le bilance, il Fuoco e il rifiuto di una seconda possibilità

La conclusione della sura è dominata dal giudizio. Nel giorno della resurrezione i rapporti di parentela non serviranno; gli uomini saranno valutati mediante la bilancia delle opere. Coloro la cui bilancia sarà leggera avranno perduto se stessi e rimarranno nella Geenna.

Il Fuoco investe i loro volti. I dannati riconoscono di essere stati sopraffatti dalla propria miseria e chiedono una seconda possibilità:

Corano 23:107–23:108

«Signore nostro, facci uscire da esso; se torneremo, allora saremo davvero ingiusti». Dirà: «Restatevi disprezzati e non parlateMi».»

La risposta è definitiva. Il testo ricorda quindi che sulla terra questi uomini schernivano i servi credenti di Allah e afferma che proprio quei credenti vengono ora ricompensati per la loro perseveranza.

L’immagine completa è significativa. All’inizio della sura i credenti “prosperano” e sono destinati al Firdaws; alla fine, gli avversari che avevano rifiutato la predicazione sono nel Fuoco e non ottengono neppure il permesso di continuare a supplicare.

Il versetto 115 esplicita infine il presupposto teologico sul quale si regge l’intera costruzione:

Corano 23:115

«Pensavate forse che vi avessimo creati invano e che a Noi non sareste stati ricondotti?».»

Per il Corano una creazione senza giudizio finale sarebbe priva del fine che Allah le avrebbe assegnato. Ma anche qui la struttura dell’argomento va riconosciuta per ciò che è: la necessità del giudizio viene dedotta dalla concezione coranica di Dio e dello scopo della creazione. Non costituisce una dimostrazione indipendente della verità di quella stessa concezione.

Conclusione

La Sura al-Muʾminūn è interessante perché concentra in poco più di cento versetti molti elementi caratteristici della visione coranica.

Il credente ideale prega, pratica l’elemosina, mantiene gli impegni e controlla la propria sessualità, ma questa “castità” è esplicitamente compatibile con l’accesso sessuale alle schiave possedute. La formazione dell’uomo viene trasformata in segno della potenza divina e, molti secoli dopo, in materiale per l’apologetica dei “miracoli scientifici”. Le storie profetiche vengono organizzate secondo uno schema nel quale il rifiuto del messaggero conduce invariabilmente alla condanna degli oppositori. Tutti i profeti vengono inseriti in una religione originariamente unica, mentre le differenze successive vengono attribuite alla frammentazione prodotta dagli uomini.

La sura costruisce così una visione chiusa e coerente dall’interno: Maometto appartiene alla stessa successione dei profeti precedenti; chi lo respinge ripete il comportamento dei loro nemici; la verità della sua predicazione viene inserita nella storia universale della rivelazione; la resurrezione garantirà infine che credenti e increduli ricevano destini opposti.

Ma proprio questa coerenza interna non deve essere confusa con una verifica esterna. Dire che tutti i profeti professavano la stessa religione di Maometto non dimostra che storicamente fosse così. Descrivere la formazione dell’embrione non dimostra una conoscenza scientifica soprannaturale. Interpretare l’ordine dell’universo come prova di un unico Dio non dimostra ancora l’origine divina del Corano. E presentare il rifiuto di Maometto come ripetizione del rifiuto dei profeti precedenti funziona soltanto dopo aver accettato il quadro narrativo che il Corano stesso costruisce.

È proprio qui che la Sura 23 diventa più interessante per un commento critico: non perché occorra attribuirle errori che il testo non contiene, ma perché mostra con particolare chiarezza come il Corano costruisca le proprie pretese di autorità, continuità religiosa, moralità e giudizio utilizzando come premesse molte delle stesse affermazioni che dovrebbe dimostrare.

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