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Bloggando il Corano
Indice completo- 001 — al-Fātiḥah, “L’Apertura”
- 002 — al-Baqara, “La Vacca”
- 003 — Al Imran, “La Famiglia di Imran”
- 004 — al-Nisa, “Le Donne”
- 005 — al-Ma’ida, “La Mensa”
- 006 — al-An‘am, “Il Bestiame”
- 007 — al-A‘raf, “Le Alture”
- 008 — al-Anfal, “Il Bottino”
- 009 — al-Tawba, “Il Pentimento”
- 010 — Yunus, “Giona”
- 011 — Hud
- 012 — Yusuf, “Giuseppe”
- 013 — ar-Ra’d, “Il Tuono”
- 014 — Ibrahim, “Abramo”
- 015 — al-Hijr
- 016 — an-Nahl, “L’Ape”
- 017 — al-Isra, “Il Viaggio Notturno”
- 018 — al-Kahf, “La Caverna”
- 019 — Maryam, “Maria”
- 020 — Ta Ha
- 021 — al-Anbiya, “I Profeti”
- 022 — al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
- 023 — al-Mu’minun, “I Credenti”
- 024 — an-Nur, “La Luce”
- 025 — al-Furqan, “Il Criterio”
- 026 — ash-Shu’ara, “I Poeti”
- 027 — an-Naml, “La Formica”
- 028 — al-Qasas, “Il Racconto”
- 029 — al-Ankabut, “Il Ragno”
- 030 — al-Rūm, “I Bizantini”
- 031 — Luqman, “Luqman”
- 032 — as-Sajda, “La Prostrazione”
- 033 — al-Ahzab, “I Confederati”
- 034 — Saba, “I Sabei”
- 035 — Fatir, “Il Creatore / Gli Angeli”
- 036 — Ya-Sin
- 037 — as-Saffat, “I Ranghi”
- 038 — Sad
- 039 — az-Zumar, “I Gruppi”
- 040 — Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
- 041 — Fussilat, “Spiegati in dettaglio”
- 042 — Ash-Shūrā, “La consultazione”
- 043 — Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
- 044 — ad-Dukhān, “Il fumo”
- 045 — al-Jāthiyah, “La genuflessa”
- 046 — Al-Ahqaf, “Le dune”
- 047 — Muhammad, “Maometto”
- 048 — al-Fath, “La Vittoria”
- 049 — al-Hujurat, “Le Stanze”
- 050 — Qaf
- 051 — adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”
- 052 — at-Tur, “Il monte”
- 053 — an-Najm, “La stella”
- 054 — al-Qamar, “La luna”
- 055 — ar-Raḥmān, “Il Compassionevole”
- 056 — al-Waqiʿah, “L’inevitabile”
- 057 — al-Hadid, “Il ferro”
- 058 — al-Mujādilah, “La disputante”
- 059 — al-Hashr, “L’esilio”
- 060 — al-Mumtahanah, “L’esaminata”
- 061 — as-Saff, “I ranghi serrati”
- 062 — al-Jumuʿah, “Il venerdì”
- 063 — al-Munafiqun, “Gli ipocriti”
- 064 — at-Taghabun, “L’inganno reciproco”
- 065 — at-Talaq, “Il divorzio”
- 066 — at-Tahrim, “Il divieto”
- 067 — al-Mulk, “La sovranità”
- 068 — al-Qalam, “La penna”
- 069 — al-Haqqah, “La realtà”
- 070 — al-Maarij, “Le vie dell’ascesa”
- 071 — Nuh, “Noè”
- 072 — al-Jinn
- 073 — al-Muzzammil, “L’avvolto nel mantello”
- 074 — al-Muddaththir, “Il coperto dal mantello”
- 075 — al-Qiyamah, “La risurrezione”
- 076 — al-Insan, “L’uomo”
- 077 — al-Mursalat, “Le inviate”
- 078 — an-Naba, “L’Annuncio”
- 079 — an-Naziat, “Gli strappanti”
- 080 — Abasa, “Si accigliò”
- 081 — at-Takwir, “L’oscuramento”
- 082 — al-Infitar, “Lo squarciarsi”
- 083 — al-Mutaffifin, “I frodatori”
- 084 — al-Inshiqaq, “La fenditura”
- 085 — al-Buruj, “Le costellazioni”
- 086 — at-Tariq, “L’astro notturno”
- 087 — al-Ala, “L’Altissimo”
- 088 — al-Ghashiyah, “L’avvolgente”
- 089 — al-Fajr, “L’aurora”
- 090 — al-Balad, “La città”
- 091 — ash-Shams, “Il sole”
- 092 — al-Layl, “La notte”
- 093 — ad-Duha, “Le ore del mattino”
- 094 — ash-Sharh, “L’apertura”
- 095 — at-Tin, “Il fico”
- 096 — al-ʿAlaq, “L’aderenza”
- 097 — al-Qadr, “Il destino”
- 098 — al-Bayyinah, “La prova evidente”
- 099 — az-Zalzalah, “Il terremoto”
- 100 — al-ʿAdiyat, “Le scalpitanti”
- 101 — al-Qariʿah, “La percotente”
- 102 — at-Takathur, “La competizione”
- 103 — al-ʿAsr, “Il tempo”
- 104 — al-Humazah, “Il diffamatore”
- 105 — al-Fīl, “L’elefante”
- 106 — Quraysh
- 107 — al-Māʿūn, “L’aiuto”
- 108 — al-Kawthar, “L’abbondanza”
- 109 — al-Kāfirūn, “I miscredenti”
- 110 — an-Naṣr, “Il soccorso”
- 111 — al-Masad, “Le fibre di palma”
- 112 — al-Ikhlāṣ, “La sincerità”
- 113 — al-Falaq, “L’alba”
- 114 — an-Nās, “Gli uomini”
Commento al Corano: Sura 20 Ta Ha
La Sura 20 Ta Ha, composta da 135 versetti e generalmente classificata dalla tradizione islamica come meccana, è dominata dal lungo racconto di Mosè. Il Corano riprende episodi conosciuti dalle tradizioni bibliche — la chiamata presso il fuoco, la missione davanti al faraone, il confronto con i maghi, l’attraversamento del mare e il vitello d’oro — ma non si limita a riassumerli. Li seleziona, li modifica e li riorganizza secondo la propria teologia, attribuendo ai protagonisti parole, responsabilità e funzioni differenti.
Il vero destinatario del racconto non è però Mosè. È Maometto. La vicenda del profeta antico serve a interpretare e legittimare la missione del nuovo messaggero: entrambi ricevono una rivelazione, vengono sostenuti da Allah, affrontano un’autorità ostile, sono accusati di magia e guidano una comunità esposta alla paura, alla disobbedienza e allo sviamento.
La sura è inoltre attraversata dal tema del ricordo. Il Corano è un ammonimento; la preghiera deve mantenere vivo il ricordo di Allah; Mosè e Aronne devono glorificarlo e ricordarlo continuamente; il faraone viene avvicinato nella speranza che ricordi e tema; Adamo cade perché dimentica il patto; chi dimentica i segni di Allah verrà infine “dimenticato”, cioè abbandonato al castigo, nel Giorno della resurrezione.
Ta Ha unisce così consolazione e minaccia. Maometto viene rassicurato: il Corano non sarebbe stato fatto scendere per renderlo infelice. Agli ascoltatori viene però prospettata un’alternativa radicale: seguire la guida e salvarsi oppure allontanarsi dall’ammonimento, vivere una “vita angusta” e risorgere ciechi.
Che cosa significa “Ta Ha”?
La sura prende il nome dalle due lettere arabe isolate con cui comincia:
«Ṭā-Hā.» (Corano 20:1).
Ta e Ha appartengono alle cosiddette lettere disgiunte, in arabo huruf muqatta‘at, presenti all’inizio di ventinove sure. Il Corano non ne spiega il significato e la tradizione islamica ha prodotto interpretazioni molto diverse: abbreviazioni note soltanto ad Allah, allusioni a nomi divini, elementi destinati a richiamare l’attenzione oppure lettere con un valore simbolico.
Alcuni antichi commentatori hanno proposto che Ta Ha significasse “o uomo” in un uso linguistico antico e fosse quindi un’espressione rivolta a Maometto. Nella devozione musulmana, Ta Ha è stato talvolta presentato perfino come uno dei nomi del profeta.
Il testo, tuttavia, non afferma che Ta Ha sia un nome di Maometto e non fornisce alcuna spiegazione delle due lettere. La posizione più rigorosa consiste quindi nel distinguere il dato coranico dalle interpretazioni: il Corano contiene le lettere, mentre il loro significato originario rimane incerto.
Il Corano non sarebbe stato rivelato per far soffrire Maometto
Subito dopo le lettere iniziali, Allah si rivolge al destinatario della rivelazione:
«Non abbiamo fatto scendere su di te il Corano perché tu sia infelice, ma soltanto come ammonimento per chi teme,» (Corano 20:2–20:3).
La tradizione esegetica interpreta generalmente queste parole come una consolazione rivolta a Maometto. Alcuni commentatori le collegano alla fatica che egli si sarebbe imposto nella preghiera; altri all’angoscia provocata dal rifiuto dei meccani; altri ancora alle difficoltà incontrate durante la predicazione.
La frase non significa che il Corano sia privo di contenuti destinati a produrre paura. Lo stesso versetto lo definisce un ammonimento per chi teme e, poco più avanti, la sura dichiara che le minacce vengono variate affinché suscitino timore. Il Corano non dovrebbe tormentare il profeta che lo riceve, ma deve scuotere gli ascoltatori ai quali viene annunciato.
La rivelazione viene attribuita al creatore dell’universo:
«una rivelazione da parte di Colui che ha creato la terra e i cieli più alti. Il Compassionevole si elevò sul Trono. A Lui appartiene ciò che è nei cieli, ciò che è sulla terra, ciò che è fra essi e ciò che è sotto il suolo.» (Corano 20:4–20:6).
L’espressione secondo cui il Compassionevole «si elevò sul Trono» ha generato un vasto dibattito teologico. I tradizionalisti hanno insistito sulla necessità di accettarla senza chiedere come avvenga; altri teologi musulmani l’hanno interpretata in senso non corporeo, come affermazione della sovranità e del dominio di Allah. Il versetto, considerato letteralmente, attribuisce comunque ad Allah un innalzamento sul Trono senza spiegare la natura dell’azione.
La conoscenza divina comprende anche ciò che l’uomo nasconde:
«E se pronunci la parola ad alta voce, Egli conosce il segreto e ciò che è ancora più nascosto.» (Corano 20:7).
Il prologo stabilisce così i temi fondamentali della sura: potere assoluto, conoscenza totale, rivelazione, obbedienza e giudizio. Il Dio che consola Maometto è lo stesso che conosce l’interiorità degli uomini e che, alla fine del capitolo, farà risorgere cieco chi avrà ignorato i suoi segni.
Allah e i “nomi più belli”
Il prologo termina con la professione monoteistica:
«Dio: non vi è divinità se non Lui. A Lui appartengono i nomi più belli.» (Corano 20:8).
I “nomi più belli”, in arabo al-asma al-husna, sono le denominazioni e gli attributi attraverso i quali Allah viene descritto: il Compassionevole, il Misericordioso, il Creatore, il Sapiente, il Potente, il Giudice e molti altri.
La tradizione islamica ha sviluppato il celebre elenco devozionale dei novantanove nomi di Allah. Il Corano, tuttavia, non presenta in un unico punto una lista completa e numerata di novantanove nomi. Gli elenchi comunemente recitati derivano dalla raccolta e dall’organizzazione di denominazioni distribuite nelle fonti islamiche, e non sono sempre identici fra loro.
Mosè vede un fuoco
Dal versetto 9 comincia il lungo racconto di Mosè:
«Ti è giunto il racconto di Mosè? Quando vide un fuoco e disse alla sua famiglia: “Restate qui. In verità ho scorto un fuoco; forse ve ne porterò un tizzone oppure troverò presso il fuoco una guida”.» (Corano 20:9–20:10).
La scena richiama Esodo 3, dove Mosè incontra Dio presso il roveto ardente. La versione coranica è più concentrata: il roveto non viene nominato, la famiglia resta sullo sfondo e l’attenzione si sposta immediatamente sulla voce che chiama Mosè.
«Quando vi giunse, fu chiamato: “O Mosè, in verità Io sono il tuo Signore. Togliti dunque i sandali: in verità sei nella valle sacra di Ṭuwā. E Io ti ho scelto; ascolta dunque ciò che viene rivelato.» (Corano 20:11–20:13).
Il comando di togliere i sandali corrisponde a quello rivolto a Mosè nell’Esodo, dove il suolo viene dichiarato santo. I commentatori musulmani hanno discusso anche il materiale delle calzature e il possibile significato simbolico della loro rimozione.
Nella letteratura mistica, i sandali sono stati interpretati come immagine degli attaccamenti che separano il servo da Allah. Alcuni autori sufi hanno inoltre letto l’esperienza di Mosè attraverso categorie quali fana, l’annullamento mistico dell’io, e baqa, la permanenza in Allah. Queste elaborazioni appartengono però alla spiritualità successiva. Il testo coranico si limita a collegare la rimozione dei sandali alla santità della valle.
“Io sono Allah”: adorazione e preghiera
Allah si presenta a Mosè:
«In verità Io sono Dio; non vi è divinità se non Me. AdoraMi dunque e compi la preghiera per il Mio ricordo.» (Corano 20:14).
Il Mosè coranico riceve fin dall’inizio un messaggio espresso attraverso categorie centrali dell’Islam: unicità assoluta di Allah, adorazione esclusiva e preghiera come strumento del ricordo.
Il versetto non descrive ancora le modalità rituali della salat fissate dal diritto islamico successivo. Inserisce però Mosè nella stessa struttura religiosa attribuita a Maometto e ai musulmani: il profeta biblico non viene presentato soltanto come monoteista, ma come servo al quale Allah ordina la preghiera affinché mantenga vivo il suo ricordo.
Subito dopo viene annunciata l’Ora:
«In verità l’Ora sta per giungere; quasi la tengo nascosta, affinché ogni anima sia ricompensata per ciò verso cui si adopera.» (Corano 20:15).
La formulazione “quasi la tengo nascosta” è stata interpretata in modi differenti, ma il punto centrale è chiaro: il momento del giudizio rimane nascosto e ogni individuo sarà ricompensato secondo le proprie azioni.
Mosè viene quindi avvertito:
«Non lasciare dunque che ti distolga da essa chi non crede in essa e segue il proprio desiderio, altrimenti periresti.» (Corano 20:16).
L’incredulità nell’Ora non viene trattata come semplice opinione escatologica. È collegata alle passioni e conduce alla rovina.
Il bastone trasformato in serpente
Allah domanda a Mosè che cosa tenga nella mano destra. Mosè risponde:
«Disse: “È il mio bastone: mi appoggio su di esso, con esso faccio cadere foglie per il mio gregge e ne ricavo altri usi”.» (Corano 20:17–20:18).
Allah gli ordina di gettarlo:
«Lo gettò, ed ecco: era un serpente che si muoveva rapidamente.» (Corano 20:19–20:20).
Mosè viene invitato a riprenderlo senza paura e Allah promette di riportarlo alla forma precedente. Riceve quindi un secondo segno:
«E stringi la tua mano al fianco: ne uscirà bianca, senza alcun male, come un altro segno,» (Corano 20:22).
La precisazione “senza alcun male” distingue il prodigio da una malattia cutanea. La mano bianca non è descritta come una lesione, ma come segno straordinario destinato a sostenere la missione di Mosè.
Allah conclude:
«affinché ti mostriamo alcuni dei Nostri segni più grandi.» (Corano 20:23).
I miracoli non costringono tuttavia tutti i presenti alla stessa conclusione. Il faraone li definirà magia; i suoi maghi, invece, vi riconosceranno un potere superiore e si convertiranno. Lo stesso fenomeno viene quindi classificato come magia o come segno divino a seconda della posizione religiosa assunta dal destinatario.
La missione contro il faraone
Allah ordina:
«Va’ da Faraone: in verità egli ha trasgredito”.» (Corano 20:24).
Mosè risponde con una preghiera divenuta molto nota nella devozione islamica:
«Disse: “Signore mio, dilata per me il mio petto, e facilitami il mio compito, e sciogli un nodo dalla mia lingua, affinché comprendano le mie parole, e assegnami un aiutante della mia famiglia, Aronne, mio fratello. Rafforza con lui il mio sostegno, e associalo al mio compito, affinché Ti glorifichiamo molto, e Ti ricordiamo molto. In verità Tu ci vedi sempre”.» (Corano 20:25–20:35).
Il Corano non spiega la natura del “nodo” nella lingua di Mosè. Potrebbe indicare una difficoltà di espressione, un impedimento nella pronuncia o semplicemente il timore di non riuscire a comunicare con efficacia.
Alcune tradizioni esegetiche collegano il problema a un episodio dell’infanzia: Mosè, messo alla prova davanti al faraone, avrebbe portato alla bocca un carbone ardente e si sarebbe lesionato la lingua. Questo particolare non compare nella sura e appartiene ai racconti sviluppati dai commentatori.
La richiesta di Aronne viene accolta:
«Disse: “Ti è stata concessa la tua richiesta, o Mosè.» (Corano 20:36).
Allah ricorda a Mosè la sua infanzia
Prima di inviarlo dal faraone, Allah ricorda a Mosè di averlo già protetto:
«E già un’altra volta ti abbiamo accordato un favore, quando ispirammo a tua madre ciò che fu ispirato: ‘Ponilo nella cassa e gettala nel fiume; il fiume la getterà sulla riva, dove lo prenderà un nemico Mio e nemico suo’. E ho posto su di te amore da parte Mia, affinché tu fossi allevato sotto il Mio occhio.» (Corano 20:37–20:39).
Il faraone viene definito contemporaneamente nemico di Allah e nemico del bambino che sarebbe entrato nella sua casa. L’intera vicenda viene presentata come controllata dalla volontà divina: non è il caso a condurre Mosè presso la corte, ma Allah.
La sorella del bambino segue la cassa e indica una donna capace di allattarlo, permettendo così a Mosè di tornare dalla madre:
«Così ti restituimmo a tua madre, affinché il suo occhio si rallegrasse e non si rattristasse.» (Corano 20:40).
Lo stesso versetto ricorda poi l’uccisione di un uomo:
«E uccidesti una persona; allora ti salvammo dall’angoscia e ti mettemmo alla prova con prove. Poi rimanesti anni fra la gente di Madyan; quindi giungesti secondo un decreto, o Mosè.» (Corano 20:40).
Il passato di Mosè non viene negato. L’uccisione rimane parte della sua biografia, ma viene inglobata nel piano divino attraverso il linguaggio della liberazione e della prova.
Allah conclude:
«E ti ho formato per Me stesso.» (Corano 20:41).
La vita di Mosè viene quindi reinterpretata retroattivamente come preparazione alla missione: salvezza da bambino, ritorno alla madre, uccisione dell’uomo, fuga, soggiorno a Madian e ritorno in Egitto diventano tappe di una formazione diretta da Allah.
“Non siate negligenti nel ricordarMi”
Mosè e Aronne ricevono l’ordine:
«Va’, tu e tuo fratello, con i Miei segni, e non siate negligenti nel ricordarMi.» (Corano 20:42).
Il comando collega la missione pubblica al ricordo religioso. I due profeti non devono limitarsi a consegnare un messaggio: devono mantenere costantemente presente Allah mentre affrontano il sovrano.
Il versetto rafforza il filo conduttore della sura. Il ricordo non è soltanto meditazione interiore. È obbedienza, preghiera, proclamazione e fedeltà alla rivelazione.
Parlare dolcemente al tiranno
Allah continua:
«Andate entrambi da Faraone: in verità egli ha trasgredito. E parlategli con parole miti: forse si ricorderà oppure avrà timore”.» (Corano 20:43–20:44).
Il versetto viene spesso citato per dimostrare che perfino un tiranno deve essere avvicinato inizialmente con gentilezza. Il dato testuale è reale: Mosè e Aronne devono rivolgersi al faraone con parole miti.
La mitezza non implica però il riconoscimento della validità della religione del faraone. Il contenuto rimane esclusivo e minaccioso: egli deve accettare la guida del Signore e viene avvertito che il castigo colpirà chi nega e volta le spalle.
Mosè e Aronne esprimono paura:
«Dissero: “Signore nostro, temiamo che agisca precipitosamente contro di noi o che trasgredisca”.» (Corano 20:45).
Allah risponde:
«Disse: “Non temete. In verità Io sono con voi due: ascolto e vedo.» (Corano 20:46).
I due devono chiedere la liberazione dei figli d’Israele e proclamare:
«E pace su chi segue la guida. In verità ci è stato rivelato che il castigo sarà su chi smentisce e volta le spalle’”.» (Corano 20:47–20:48).
La pace viene quindi collegata a chi segue la guida, non proclamata indistintamente su ogni posizione religiosa. L’alternativa resta netta: guida e pace oppure negazione e castigo.
“Chi è il vostro Signore?”
Il faraone domanda:
“Chi è dunque il vostro Signore, o Mosè?” (Corano 20:49).
Mosè risponde:
«Disse: “Il nostro Signore è Colui che ha dato a ogni cosa la sua forma, poi l’ha guidata”.» (Corano 20:50).
Il faraone chiede allora quale sia la condizione delle generazioni precedenti:
«Disse: “E che ne è delle generazioni precedenti?”.» (Corano 20:51).
Mosè risponde:
«Disse: “La loro conoscenza è presso il mio Signore, in un Libro. Il mio Signore non erra e non dimentica”.» (Corano 20:52).
Il versetto afferma contemporaneamente registrazione e memoria divina. Le comunità scomparse non sono sottratte al giudizio: Allah ne conserva la conoscenza in un Libro e non dimentica nulla.
La terra resa abitabile e la resurrezione
Allah viene descritto come colui che ha preparato la terra per gli uomini:
«Colui che ha fatto per voi della terra un giaciglio e vi ha tracciato in essa vie, e ha fatto scendere dal cielo acqua; e con essa facemmo germogliare coppie di piante diverse.» (Corano 20:53).
L’immagine della terra come culla o luogo disteso esprime la sua abitabilità e accessibilità. Il versetto descrive il mondo dal punto di vista dell’esperienza umana e lo interpreta come opera provvidenziale di Allah; non espone una teoria scientifica sulla forma del pianeta.
Il ciclo vegetale viene collegato all’origine e alla resurrezione dell’uomo:
«Mangiate e fate pascolare il vostro bestiame. In verità in ciò vi sono segni per coloro che hanno intelletto. Da essa vi abbiamo creati, in essa vi faremo ritornare e da essa vi faremo uscire un’altra volta.» (Corano 20:54–20:55).
L’uomo proviene dalla terra, vi ritorna attraverso la morte e verrà nuovamente tratto da essa nel Giorno della resurrezione.
Il faraone accusa Mosè di magia e di volerlo espellere
Nonostante i segni mostrati, il faraone rifiuta:
«E certamente gli mostrammo tutti i Nostri segni, ma egli smentì e rifiutò. Disse: “Sei venuto da noi per cacciarci dalla nostra terra con la tua magia, o Mosè?» (Corano 20:56–20:57).
L’accusa possiede una dimensione religiosa e politica. Mosè non viene descritto soltanto come falso profeta o mago, ma come minaccia capace di sottrarre al faraone e al suo popolo il controllo della terra.
Il faraone propone una competizione pubblica:
«Allora certamente ti porteremo una magia simile. Fissa dunque fra noi e te un appuntamento al quale né noi né tu mancheremo, in un luogo equidistante”.» (Corano 20:58).
Mosè sceglie il giorno della festa e l’ora in cui la popolazione sarà radunata alla luce del mattino (Corano 20:59).
La minaccia di Mosè contro i maghi
Il faraone raccoglie i propri artifici e si presenta alla competizione. Mosè ammonisce i maghi:
«Mosè disse loro: “Guai a voi! Non inventate contro Dio una menzogna, altrimenti vi annienterà con un castigo. È certamente fallito chi inventa”.» (Corano 20:61).
Anche prima che avvenga il confronto, la disputa è accompagnata dalla minaccia religiosa. Non si tratta soltanto di verificare quale prodigio sia più convincente: classificare come falsa l’azione di Allah o attribuirgli menzogne espone all’annientamento.
I maghi discutono fra loro e tengono segreta la consultazione. Il loro discorso viene riferito così:
«Dissero: “Questi due sono certamente due maghi che vogliono cacciarvi dalla vostra terra con la loro magia e far scomparire il vostro modo di vita esemplare.» (Corano 20:63).
Anche gli avversari rappresentano quindi lo scontro come lotta per il controllo della terra e per la sopravvivenza dell’ordine sociale esistente.
La competizione con i maghi
I maghi chiedono a Mosè chi debba gettare per primo. Egli concede loro l’iniziativa:
«Disse: “Gettate voi”. Ed ecco, per effetto della loro magia, le loro corde e i loro bastoni gli parvero muoversi rapidamente.» (Corano 20:65–20:66).
Il Corano attribuisce a Mosè una reazione di paura:
«Mosè avvertì dentro di sé paura.» (Corano 20:67).
Allah lo rassicura:
«Dicemmo: “Non temere: in verità sarai tu ad avere il sopravvento. E getta ciò che hai nella tua mano destra: inghiottirà ciò che hanno fabbricato. Ciò che hanno fabbricato non è che stratagemma di un mago; e il mago non avrà successo, ovunque giunga”.» (Corano 20:68–20:69).
La vittoria di Mosè non dipende da un’abilità superiore. Il suo segno viene presentato come azione divina reale, mentre quello degli avversari è ridotto a un artificio che altera la percezione.
I maghi si convertono senza il permesso del faraone
Dopo aver visto il segno, i maghi si prosternano:
«Allora i maghi furono gettati in prosternazione. Dissero: “Crediamo nel Signore di Aronne e di Mosè”.» (Corano 20:70).
La formulazione “furono gettati” può suggerire la rapidità e l’irresistibilità del gesto, senza eliminare la loro adesione personale espressa nelle parole successive.
Il faraone reagisce soprattutto al fatto che abbiano creduto senza ricevere la sua autorizzazione:
«Avete creduto in lui prima che io ve ne dessi il permesso? In verità egli è il vostro capo, colui che vi ha insegnato la magia.» (Corano 20:71).
La conversione viene reinterpretata come complotto. Il faraone non ammette che i maghi abbiano riconosciuto un segno superiore: li accusa di essere già stati discepoli di Mosè.
La minaccia è brutale:
«Vi farò certamente tagliare mani e piedi da lati opposti e vi crocifiggerò certamente sui tronchi delle palme; allora saprete chi di noi è più severo nel castigo e più duraturo”.» (Corano 20:71).
La punizione del faraone e Corano 5:33
La combinazione di amputazione incrociata e crocifissione ricompare in Corano 5:33, questa volta fra le pene stabilite contro coloro che “combattono Allah e il Suo messaggero” e si adoperano per diffondere corruzione sulla terra.
I due contesti non devono essere confusi. Nella Sura Ta Ha è il faraone a minacciare i maghi convertiti; nella Sura 5 è il Corano a inserire pene analoghe all’interno del proprio sistema sanzionatorio.
La corrispondenza resta però significativa. La medesima combinazione punitiva che qui segnala la violenza del tiranno viene altrove legittimata quando cambia l’autorità che la applica e quando i destinatari vengono classificati come nemici di Allah e del messaggero.
Il problema, dunque, non sembra essere la natura intrinsecamente inaccettabile della mutilazione e della crocifissione. Diventa decisivo chi possiede l’autorità di infliggerle e contro quale categoria di avversari.
I maghi preferiscono il castigo terreno al castigo di Allah
I maghi rifiutano di ritrattare:
«Dissero: “Non ti preferiremo mai alle prove evidenti che ci sono giunte né a Colui che ci ha creati. Decidi dunque ciò che devi decidere: tu puoi decidere soltanto riguardo a questa vita terrena.» (Corano 20:72).
Essi dichiarano di credere nel loro Signore affinché perdoni i peccati e la magia alla quale il faraone li avrebbe costretti:
«In verità noi abbiamo creduto nel nostro Signore affinché ci perdoni i nostri peccati e la magia alla quale ci hai costretti. Dio è migliore e più duraturo”.» (Corano 20:73).
Il contrasto non è fra castigo e misericordia universale, ma fra due poteri punitivi: il faraone può mutilare e uccidere nella vita terrena; Allah può infliggere un castigo più duraturo nell’altra vita.
«In verità chi si presenta al suo Signore come criminale, per lui vi è l’Inferno: in esso non morirà e non vivrà. E chi si presenta a Lui come credente, avendo compiuto opere giuste, costoro avranno i gradi più elevati:» (Corano 20:74–20:75).
La conversione dei maghi diventa così un modello di fedeltà islamica: il credente deve preferire la sofferenza terrena alla punizione eterna e non può rinnegare la fede per evitare la violenza del sovrano.
Il mare si apre e il faraone annega
Allah ordina a Mosè di condurre via gli israeliti durante la notte:
«E certamente ispirammo a Mosè: “Parti di notte con i Miei servi e apri per loro nel mare una via asciutta; non temerai di essere raggiunto e non avrai paura”.» (Corano 20:77).
Il faraone li insegue:
«Faraone li inseguì con i suoi eserciti, e li ricoprì del mare ciò che li ricoprì.» (Corano 20:78).
La formulazione evita una descrizione dettagliata e insiste sull’inevitabilità dell’evento. La conclusione teologica è esplicita:
«Faraone sviò il suo popolo e non lo guidò.» (Corano 20:79).
Il faraone non è soltanto colpevole individualmente. È una guida che conduce la propria comunità alla rovina. La leadership viene valutata in base alla sottomissione ad Allah: chi guida lontano dalla rivelazione non guida realmente, indipendentemente dal potere politico posseduto.
Salvezza, manna e ira divina
Dopo la liberazione dall’Egitto, Allah si rivolge ai figli d’Israele:
«“O Figli d’Israele, vi abbiamo salvati dal vostro nemico, vi abbiamo dato appuntamento sul lato destro del Monte e abbiamo fatto scendere su di voi la manna e le quaglie.» (Corano 20:80).
Il dono è immediatamente accompagnato dalla minaccia:
«Mangiate delle cose buone con cui vi abbiamo provveduti e non eccedete in esse, altrimenti la Mia ira si abbatterà su di voi. E colui sul quale si abbatte la Mia ira è certamente precipitato.» (Corano 20:81).
Allah aggiunge:
«E in verità Io sono certamente Perdonatore verso chi si pente, crede, compie opere giuste e poi segue la guida”.» (Corano 20:82).
La misericordia viene quindi collegata a condizioni precise: pentimento, fede, opere rette e perseveranza nella guida. Non è presentata come assoluzione indistinta indipendente dalla risposta religiosa.
Mosè anticipa il proprio popolo
Allah domanda:
«“E che cosa ti ha fatto affrettare lasciando il tuo popolo, o Mosè?”.» (Corano 20:83).
Mosè risponde:
«Disse: “Essi sono qui sulle mie tracce, e mi sono affrettato verso di Te, Signore mio, affinché Tu sia soddisfatto”.» (Corano 20:84).
Proprio durante questa assenza si verifica la crisi del vitello:
«Disse: “In verità abbiamo messo alla prova il tuo popolo dopo di te, e il Sāmirī li ha sviati”.» (Corano 20:85).
Il versetto presenta due livelli di causalità. Il Samiri svia il popolo, ma Allah dichiara contemporaneamente di averlo messo alla prova. L’idolatria deriva dall’azione del seduttore e dalla risposta degli israeliti, ma avviene dentro una prova attribuita a Dio.
La tensione è tipica della teologia coranica: l’uomo è ritenuto responsabile di ciò che compie, mentre Allah rimane sovrano anche sulle circostanze che conducono allo sviamento. Il problema è approfondito in Libero arbitrio nell’Islam: se Allah decide chi guida e chi svia.
Il ritorno adirato di Mosè
Mosè ritorna:
«Mosè tornò allora al suo popolo adirato e addolorato. Disse: “O popolo mio, il vostro Signore non vi aveva forse fatto una bella promessa? Vi è sembrato troppo lungo il tempo, oppure avete voluto che su di voi si abbattesse l’ira del vostro Signore, così da mancare alla promessa fatta a me?”.» (Corano 20:86).
Gli israeliti rispondono:
«Dissero: “Non abbiamo mancato alla promessa fatta a te per nostra volontà; ma siamo stati caricati di pesi degli ornamenti del popolo, e li abbiamo gettati. Così anche il Sāmirī gettò”.» (Corano 20:87).
Il Samiri produce quindi:
«Poi ne trasse per loro un vitello, un corpo che emetteva un muggito; e dissero: “Questo è il vostro dio e il dio di Mosè, ma egli ha dimenticato”.» (Corano 20:88).
Non è del tutto chiaro chi sia il soggetto di “ha dimenticato”. Nella lettura più comune, il popolo sostiene che Mosè abbia dimenticato il proprio dio oppure il luogo in cui trovarlo. Altri hanno interpretato la frase come riferimento al Samiri, che avrebbe dimenticato la vera fede. Il contesto favorisce comunque la prima lettura.
Il Corano contesta immediatamente la divinità del vitello:
«Non vedevano dunque che esso non restituiva loro alcuna parola e non possedeva per loro né danno né beneficio?» (Corano 20:89).
L’argomento contro l’idolo è funzionale: ciò che non risponde, non parla realmente e non controlla beneficio o danno non può essere una divinità.
Aronne non costruisce il vitello
La versione coranica modifica in modo importante il racconto di Esodo 32.
Nel testo biblico il popolo chiede ad Aronne di costruire una divinità visibile. Aronne raccoglie gli orecchini d’oro, li lavora e ne ricava un vitello. Edifica inoltre un altare e proclama una festa. Quando Mosè lo interroga, cerca di ridurre la propria responsabilità raccontando di aver gettato l’oro nel fuoco e che ne sarebbe uscito il vitello.
Nella Sura Ta Ha, invece, Aronne non fabbrica l’idolo e tenta di impedirne il culto:
«E certamente Aronne aveva detto loro prima: “O popolo mio, siete stati messi alla prova con esso. In verità il vostro Signore è il Compassionevole; seguitemi dunque e obbedite al mio ordine”.» (Corano 20:90).
Gli israeliti rispondono:
«Dissero: “Non cesseremo di restare devoti a esso finché Mosè non tornerà da noi”.» (Corano 20:91).
Il Corano non si limita quindi a omettere un dettaglio secondario. Ridistribuisce le responsabilità. Aronne, profeta e fratello di Mosè, viene liberato dal ruolo compromettente attribuitogli nell’Esodo; la fabbricazione dell’idolo viene trasferita al Samiri, personaggio assente dal racconto biblico.
La modifica protegge la figura profetica di Aronne. Il Corano applica così al materiale precedente una propria concezione dei profeti, eliminando o riducendo comportamenti che appaiono incompatibili con la loro funzione religiosa.
Mosè afferra Aronne per la testa e per la barba
Nonostante Aronne avesse ammonito il popolo, Mosè lo rimprovera:
«Disse: “O Aronne, che cosa ti ha impedito, quando li hai visti sviarsi, di seguirmi? Hai dunque disobbedito al mio ordine?”.» (Corano 20:92–20:93).
Aronne risponde:
«Disse: “O figlio di mia madre, non afferrarmi per la barba né per la testa. In verità temevo che tu dicessi: ‘Hai provocato divisione fra i Figli d’Israele e non hai rispettato la mia parola’”.» (Corano 20:94).
Il versetto presuppone che Mosè abbia afferrato Aronne per la testa e per la barba. Aronne spiega di non aver contrastato il popolo più duramente per timore di provocare una divisione fra i Figli d’Israele. La scena contrappone così il rimprovero di Mosè per la mancata repressione dell’idolatria alla scelta di Aronne di preservare l’unità del popolo fino al ritorno del fratello.
Chi era il Samiri?
Mosè interroga il responsabile:
«Disse: “E qual è stata la tua faccenda, o Sāmirī?”.» (Corano 20:95).
Il termine arabo al-Samiri viene frequentemente tradotto come “il Samaritano”. Questa identificazione produce una difficoltà cronologica: la città di Samaria divenne capitale del regno settentrionale d’Israele sotto il re Omri nel IX secolo a.C., mentre la formazione della comunità samaritana come gruppo religioso distinto è collocata in epoche molto successive rispetto al tempo tradizionalmente attribuito a Mosè.
Se il Corano intendesse davvero un Samaritano nel significato storico del termine, la sua presenza durante l’esodo costituirebbe quindi un anacronismo.
Il Corano usa al-Sāmirī senza spiegarne l’origine. La lettura «il Samaritano» è molto diffusa, ma sono state proposte altre etimologie. Tolga Savaş Altınel, «An Evaluation of the Identity of Sāmirī in the Qurʾān», Ilahiyat Studies, 9/1 (2018), pp. 113–148, discute un possibile legame con la primogenitura e con la genealogia di Giuseppe. Un’ipotesi distinta è avanzata da Michael E. Pregill, The Golden Calf between Bible and Qur’an (2020), cap. 6: il nome potrebbe riflettere l’ebraico shōmēr, «custode», e alludere ad Aronne, incaricato di vigilare sul popolo durante l’assenza di Mosè. Queste proposte mostrano che l’identificazione etimologica non è unanimemente risolta; non dimostrano però quale personaggio storico il testo avesse in mente.
La lettura tradizionale «il Samaritano» solleva un problema cronologico rispetto all’origine storica della comunità samaritana; l’ipotesi di Pregill propone invece un diverso nesso con la tradizione biblica. Il dato narrativo esplicito resta distinto dalle ipotesi etimologiche: nell’Esodo è Aronne a fabbricare il vitello, mentre il Corano attribuisce l’iniziativa a un personaggio chiamato al-Sāmirī, senza identificarlo ulteriormente.
La misteriosa “traccia del messaggero”
Il Samiri risponde:
«Disse: “Ho visto ciò che essi non hanno visto; allora presi una manciata dalla traccia del messaggero e la gettai. Così la mia anima me lo suggerì”.» (Corano 20:96).
Il versetto è oscuro. Il testo non identifica il “messaggero”, non nomina Gabriele, non parla di un cavallo e non spiega dove venga gettata la manciata o in che modo essa contribuisca alla produzione del vitello muggente.
Questi dettagli appartengono alla spiegazione esegetica tradizionale, non alle parole del Corano.
Il tafsir tradizionale ha colmato le lacune. Secondo l’interpretazione più diffusa, il Samiri avrebbe visto Gabriele mentre cavalcava e avrebbe raccolto una manciata di terra dall’impronta lasciata dallo zoccolo del cavallo angelico. Gettata sul vitello, quella terra gli avrebbe trasmesso vita o gli avrebbe permesso di emettere il muggito.
Ibn Kathīr a 20:96 riferisce che questa spiegazione era conosciuta presso molti, anzi presso la maggioranza, degli studiosi del tafsir. Altri commenti aggiungono particolari ancora più specifici, come il nome e il colore della cavalcatura di Gabriele.
Il cavallo di Gabriele e la polvere delle sue orme non compaiono nel versetto: sono particolari introdotti dall’esegesi per spiegare l’oscura «traccia del messaggero». La distinzione non ne riduce il valore documentario per ricostruire il modo in cui gli esegeti musulmani interpretarono il racconto.
Un’interpretazione alternativa di Corano 20:96
Alcuni interpreti moderni, insoddisfatti del racconto della polvere del cavallo angelico, hanno proposto una lettura meno miracolosa. La “traccia del messaggero” indicherebbe l’insegnamento o la via di Mosè; il Samiri avrebbe afferrato una parte del suo messaggio per poi gettarla via.
Questa soluzione evita la scena della terra resa miracolosa dall’impronta di Gabriele, ma incontra difficoltà linguistiche e narrative. Il Samiri dice di aver preso una qabdah, una manciata o presa, da una traccia e di averla gettata. Il linguaggio concreto ha comprensibilmente orientato i commentatori verso un oggetto materiale.
La presenza di interpretazioni tanto differenti dimostra comunque un dato: il versetto non offre da solo un racconto chiaro e autosufficiente. Uno degli elementi centrali della costruzione del vitello viene espresso attraverso una frase che ha richiesto spiegazioni esterne fin dall’esegesi antica.
Il vitello che muggisce
Il vitello viene descritto come un jasad, un corpo, dotato di khuwar, normalmente reso come muggito. Il Corano non spiega come sia stato prodotto il suono.
I commentatori hanno proposto varie soluzioni:
- la polvere raccolta dall’impronta del cavallo di Gabriele avrebbe conferito vita al vitello;
- il vento sarebbe passato attraverso aperture costruite nel corpo dell’idolo, producendo un rumore;
- il Samiri avrebbe utilizzato un artificio meccanico;
- il vitello sarebbe stato realmente trasformato in una creatura capace di muggire.
Nessuna di queste spiegazioni è contenuta esplicitamente nel versetto. Il Corano afferma soltanto che il vitello aveva un muggito.
Il prodigio viene comunque dichiarato insufficiente a dimostrarne la divinità: l’idolo può emettere un suono, ma non risponde realmente agli uomini e non possiede il potere di recare beneficio o danno.
La condanna del Samiri: «Nessun contatto»
Mosè condanna il Samiri:
«Disse: “Vattene. In verità nella vita avrai da dire: ‘Nessun contatto’. E in verità per te vi è un appuntamento al quale non potrai mancare.» (Corano 20:97).
Il significato concreto della pena non viene spiegato. Potrebbe indicare isolamento sociale, una condizione fisica che impedisce il contatto, una malattia, una forma di esclusione rituale oppure la condanna a fuggire dagli altri.
Lo stesso tafsir di Ibn Kathīr interpreta la pena secondo una corrispondenza fra colpa e castigo: poiché il Samiri aveva toccato ciò che non aveva diritto di toccare, sarebbe stato costretto a non toccare le persone e a non essere toccato.
Alcuni hanno collegato la formula «Nessun contatto» alle regole di separazione attribuite ai Samaritani, considerandola un indizio a favore della traduzione “il Samaritano”. Il collegamento non è sufficiente a dimostrare l’identificazione, ma mostra come il titolo e la pena siano stati messi in relazione.
Mosè distrugge poi l’idolo:
«Guarda il tuo dio al quale sei rimasto devoto: certamente lo bruceremo, poi certamente lo disperderemo nel mare in polvere”.» (Corano 20:97).
Il racconto termina riaffermando il monoteismo:
«La vostra divinità è soltanto Dio, non vi è divinità se non Lui. Egli abbraccia ogni cosa con la Sua conoscenza”.» (Corano 20:98).
Ciò che il racconto coranico omette
Nella narrazione della salita di Mosè al monte, la Sura Ta Ha non menziona la consegna delle tavole con i Dieci Comandamenti, elemento centrale nel racconto biblico dell’alleanza.
Questo non significa che il Corano ignori sempre le tavole: esse compaiono nella Sura 7. Significa che la Sura Ta Ha seleziona altri elementi e concentra l’attenzione sulla prova del popolo, sul Samiri e sul vitello.
La differenza è importante perché mostra il carattere frammentario e allusivo della narrazione coranica. Il testo presuppone spesso che l’ascoltatore conosca già lo schema generale delle storie precedenti, ma ne modifica i dettagli e li distribuisce in sure diverse.
La storia di Mosè come ammonimento per Maometto
Dopo aver concluso il racconto, Allah ne esplicita la funzione:
«Così ti raccontiamo alcune notizie di ciò che è avvenuto in passato, e certamente ti abbiamo dato da parte Nostra un Ricordo.» (Corano 20:99).
La storia non viene narrata per offrire una ricostruzione storica completa. È un ammonimento destinato a Maometto e ai suoi ascoltatori.
Il faraone rappresenta il potente che accusa il profeta di magia e teme di perdere il controllo del territorio. I maghi rappresentano coloro che riconoscono il segno e accettano la persecuzione. Gli israeliti mostrano l’instabilità di una comunità appena liberata. Il Samiri incarna il seduttore che approfitta dell’assenza del profeta.
Il racconto antico funziona quindi come specchio del presente islamico. Le figure provenienti dalle tradizioni precedenti vengono trasformate in modelli del conflitto fra Maometto, i credenti e gli avversari della sua predicazione.
Chi rifiuta il Corano porterà un peso eterno
Il testo passa direttamente dal racconto di Mosè al giudizio sul rifiuto della rivelazione:
«Chi se ne allontana porterà certamente, nel Giorno della Resurrezione, un peso, rimanendovi per sempre. Quanto sarà cattivo per loro, nel Giorno della Resurrezione, quel carico!» (Corano 20:100–20:101).
Il rifiuto dell’ammonimento non viene trattato come scelta intellettuale priva di conseguenze. Voltarsi dal messaggio significa caricarsi di una colpa permanente.
Nel giorno in cui verrà soffiato nel Corno, i colpevoli saranno radunati in una condizione descritta dal termine arabo zurqan, interpretabile come occhi azzurri, volti lividi o sguardi alterati:
«Nel Giorno in cui sarà soffiato nel Corno e raduneremo in quel Giorno i criminali azzurri. Bisbiglieranno fra loro: “Non siete rimasti che dieci”.» (Corano 20:102–20:103).
Allah conoscerebbe meglio ciò che diranno e il più equilibrato fra loro ridurrà ulteriormente la durata:
“Non siete rimasti che un giorno.” (Corano 20:104).
Davanti all’eternità del giudizio, l’intera vita terrena apparirà quasi inesistente.
Le montagne ridotte a una pianura
Alla domanda sulla sorte delle montagne, il Corano risponde:
«E ti interrogano sulle montagne. Di’: “Il mio Signore le disperderà completamente, lasciandole come una pianura liscia e spoglia, nella quale non vedrai né avvallamento né rilievo”.» (Corano 20:105–20:107).
Le montagne, simbolo di stabilità, vengono eliminate. La creazione viene ridotta a una superficie uniforme sulla quale l’umanità segue il chiamante senza possibilità di sottrarsi.
«Quel Giorno seguiranno il chiamante senza deviare da lui, e le voci si abbasseranno davanti al Compassionevole: non sentirai altro che un sussurro.» (Corano 20:108).
Coloro che nel presente contestano la rivelazione saranno ridotti al silenzio davanti al giudice.
L’intercessione soltanto con il permesso di Allah
Il versetto 109 afferma:
«Quel Giorno l’intercessione non gioverà, se non a colui al quale il Compassionevole avrà dato il permesso e del quale avrà gradito la parola.» (Corano 20:109).
L’intercessione non costituisce un potere autonomo appartenente ai profeti, agli angeli o ai santi. Può operare soltanto se Allah la autorizza e nei confronti di chi egli accetta.
La tradizione islamica attribuisce a Maometto una grande intercessione nel Giorno del giudizio. Anche questa prerogativa, però, rimane subordinata: il profeta non salva contro la volontà di Allah e non dispone autonomamente della sorte degli uomini.
«Egli conosce ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro, mentre essi non Lo abbracciano con la conoscenza. E i volti si umilieranno davanti al Vivente, al Sussistente; ed è certamente fallito chi porta ingiustizia.» (Corano 20:110–20:111).
Al credente che compie opere rette viene invece promesso:
«Ma chi compie opere giuste ed è credente non temerà né ingiustizia né diminuzione.» (Corano 20:112).
Un Corano arabo con minacce variate
Allah dichiara:
«E così lo abbiamo fatto scendere come Corano arabo e vi abbiamo variato le minacce, affinché abbiano timore oppure esso susciti in loro un ricordo.» (Corano 20:113).
Il versetto esplicita due funzioni: suscitare timore e generare ricordo. Le minacce non sono elementi marginali o deformazioni introdotte da lettori ostili; il Corano stesso dichiara di averle variate affinché esercitino un effetto sugli ascoltatori.
L’aggettivo “arabo” collega la rivelazione alla lingua del pubblico iniziale e alla forma concreta nella quale il Corano afferma di essere disceso.
Nella dottrina islamica tradizionale, il Corano propriamente detto è la recitazione araba rivelata. Una versione italiana, inglese o francese viene normalmente considerata una traduzione dei significati, non un testo pienamente equivalente all’originale sul piano liturgico e teologico.
Questo non impedisce la traduzione, ma richiede chiarezza. Ogni resa italiana comporta scelte interpretative e non deve essere confusa con l’arabo. Diventa particolarmente importante nei versetti oscuri: tradurre Corano 20:96 inserendo il cavallo di Gabriele, per esempio, significa incorporare nel testo una spiegazione proveniente dal tafsir.
Maometto non deve affrettarsi nella recitazione
Il versetto successivo afferma:
«Sia dunque esaltato Dio, il Re, il Vero. E non affrettarti con il Corano prima che la sua rivelazione a te sia compiuta, e di’: “Signore mio, accrescimi in conoscenza”.» (Corano 20:114).
Secondo il commento tradizionale, Maometto cercava di ripetere rapidamente le parole ricevute per timore di dimenticarle. Gli viene ordinato di attendere il completamento della rivelazione e di confidare nella capacità di Allah di preservarla.
Il versetto presenta quindi una rivelazione trasmessa progressivamente: le parole possono essere ancora in corso mentre Maometto tenta di anticiparne o ripeterne la recitazione.
Il problema della memoria non è secondario. Tornerà nella storia di Adamo, che dimentica il patto, e nella condanna di chi dimentica i segni.
Adamo dimentica il patto
La sura passa alla storia di Adamo:
«E certamente in precedenza facemmo un patto con Adamo, ma egli dimenticò; e non trovammo in lui fermezza.» (Corano 20:115).
Adamo viene presentato come colui che dimentica il comando e manca di fermezza. La sua colpa non viene però ridotta a una dimenticanza moralmente neutra: più avanti il Corano afferma esplicitamente che Adamo disobbedì al proprio Signore e deviò.
Gli angeli ricevono l’ordine di prosternarsi davanti a lui. La stessa scena è già stata commentata nella Sura 2 al-Baqara 1-39 e nella Sura 7 al-Aʿrāf:
«E quando dicemmo agli angeli: “Prosternatevi davanti ad Adamo”, essi si prosternarono, eccetto Iblīs: egli rifiutò.» (Corano 20:116).
Allah avverte Adamo:
«Dicemmo allora: “O Adamo, in verità costui è un nemico per te e per la tua sposa. Non vi faccia dunque uscire entrambi dal Giardino, altrimenti soffrirai.» (Corano 20:117).
Nel Giardino Adamo non dovrebbe soffrire fame, nudità, sete o calore:
«In verità per te vi è che in esso non avrai fame e non sarai nudo, e che in esso non avrai sete e non sarai esposto al sole”.» (Corano 20:118–20:119).
L’albero dell’eternità e il regno che non decade
Satana tenta Adamo:
«Ma Satana gli sussurrò. Disse: “O Adamo, vuoi che ti indichi l’albero dell’eternità e un regno che non si consuma?”.» (Corano 20:120).
Il racconto si distingue da Genesi 3. Nel testo biblico compare il serpente, che induce la donna a mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male e promette che gli esseri umani diventeranno come Dio.
Nella Sura Ta Ha il serpente scompare; la tentazione viene attribuita direttamente a Satana e l’albero è chiamato “albero dell’eternità”, collegato alla promessa di un regno che non decade.
La responsabilità dell’atto non viene concentrata sulla donna:
«Allora ne mangiarono entrambi e apparvero loro le loro nudità; e cominciarono a ricoprirsi con foglie del Giardino. Adamo disobbedì al suo Signore e deviò.» (Corano 20:121).
Entrambi mangiano, ma il versetto nomina direttamente la disobbedienza di Adamo. Allah successivamente lo sceglie:
«Poi il suo Signore lo scelse, accolse il suo pentimento e lo guidò.» (Corano 20:122).
Il Corano non sviluppa la dottrina cristiana del peccato originale redento attraverso Cristo. La colpa di Adamo viene trattata come disobbedienza personale, seguita dal pentimento e dall’accoglienza divina.
La differenza non deve essere semplificata sostenendo che il cristianesimo attribuisca la colpa esclusivamente a Eva: il racconto della Genesi coinvolge entrambi e la teologia cristiana collega tradizionalmente la caduta soprattutto ad Adamo. Il punto reale è un altro: nella Sura Ta Ha non esiste una caduta ereditaria che richieda l’incarnazione e la redenzione compiuta da Cristo.
La discesa sulla terra e la necessità della guida
Allah ordina:
«Disse: “Scendete da esso tutti insieme, nemici gli uni degli altri. E se vi giungerà da parte Mia una guida, chi seguirà la Mia guida non si svierà e non sarà infelice.» (Corano 20:123).
La condizione umana viene definita attraverso il conflitto e la necessità della rivelazione. L’uomo non può garantire autonomamente di non smarrirsi: deve seguire la guida inviata da Allah.
La formula collega direttamente salvezza e felicità all’obbedienza. Non afferma genericamente che ogni ricerca sincera conduce allo stesso risultato; promette di non smarrirsi a chi segue la guida proveniente da Allah.
Una “vita angusta” per chi si allontana dal ricordo
La minaccia opposta è formulata nel versetto 124:
«Ma chi si allontana dal Mio Ricordo avrà certamente una vita angusta, e nel Giorno della Resurrezione lo raduneremo cieco”.» (Corano 20:124).
L’espressione araba ma‘ishatan dankan può indicare una vita ristretta, angusta, difficile o miserabile. I commentatori l’hanno riferita a condizioni differenti: sofferenza interiore del miscredente, assenza di serenità, castigo nella tomba, ristrettezza materiale o punizione nell’altra vita.
Se interpretato come promessa empirica di miseria terrena per ogni non credente, il versetto incontra un problema evidente: esistono non musulmani sereni e prosperi ed esistono musulmani poveri, angosciati e perseguitati. Per evitare questa difficoltà, il tafsir può spostare la “vita angusta” sul piano spirituale o ultraterreno.
Resta il dato testuale: il Corano stabilisce un rapporto religioso diretto fra allontanamento dal ricordo di Allah, angoscia e cecità escatologica.
“Perché mi hai risuscitato cieco?”
Il risorto domanda:
«Dirà: “Signore mio, perché mi hai radunato cieco, mentre prima vedevo?”.» (Corano 20:125).
Allah risponde:
«Dirà: “Così: ti giunsero i Nostri segni e li dimenticasti; e così oggi sarai dimenticato”.» (Corano 20:126).
Nel versetto 52 il Corano aveva dichiarato che Allah non sbaglia e non dimentica. Il verbo usato qui non può quindi indicare un difetto involontario della memoria divina. Significa abbandonare, trascurare punitivamente o lasciare senza soccorso.
La reciprocità è intenzionale: l’uomo dimentica i segni; Allah lo “dimentica” nel Giorno del giudizio.
«E così ricompensiamo chi eccede e non crede nei segni del suo Signore. E certamente il castigo dell’altra vita è più severo e più duraturo.» (Corano 20:127).
Il filo conduttore del ricordo raggiunge qui la propria conclusione minacciosa. Ricordare Allah conduce alla preghiera e alla guida; dimenticare i suoi segni conduce a essere abbandonati nel castigo.
Le generazioni distrutte come ammonimento
Il Corano invita gli ascoltatori a riflettere:
«Non è dunque divenuto chiaro per loro quante generazioni abbiamo distrutto prima di loro, nelle cui dimore essi camminano? In verità in ciò vi sono segni per coloro che hanno intelletto.» (Corano 20:128).
Le rovine delle civiltà diventano prova del giudizio religioso. Il testo non ricostruisce le cause storiche, economiche, militari o ambientali della loro scomparsa: interpreta la distruzione come azione di Allah e come avvertimento contro chi rifiuta la rivelazione.
Il castigo degli avversari sarebbe già inevitabile se Allah non avesse fissato un termine:
«E se non fosse per una parola già preceduta dal tuo Signore e per un termine stabilito, sarebbe stato inevitabile.» (Corano 20:129).
Il rinvio non viene presentato come ripensamento o incertezza. La punizione è differita fino alla scadenza decisa da Allah.
Pazienza, glorificazione e attesa del giudizio
Maometto riceve l’ordine:
«Sii dunque paziente riguardo a ciò che dicono e glorifica con la lode del tuo Signore prima del sorgere del sole e prima del suo tramonto; e durante le ore della notte glorificaLo, e agli estremi del giorno, affinché tu possa essere soddisfatto.» (Corano 20:130).
Il versetto viene collegato dai commentatori agli orari delle preghiere islamiche. Non elenca qui in modo completo le cinque preghiere con i nomi, il numero delle unità e le modalità stabilite dalla tradizione giuridica; offre indicazioni temporali che vengono integrate con altri versetti e con gli hadith.
La pazienza richiesta a Maometto non comporta l’accettazione religiosa dei suoi avversari. Deve sopportarne temporaneamente le parole perché il momento del castigo appartiene ad Allah.
Le ricchezze dei miscredenti sono una prova
Allah ordina:
«E non tendere i tuoi occhi verso ciò di cui abbiamo fatto godere alcuni gruppi di loro, splendore della vita terrena, per metterli alla prova con esso. E il sostentamento del tuo Signore è migliore e più duraturo.» (Corano 20:131).
La prosperità degli avversari non dimostra il favore finale di Allah. Può essere interpretata come prova e come godimento temporaneo prima del giudizio.
Questo schema rende il successo materiale teologicamente non falsificabile. Se i credenti prosperano, la prosperità può essere considerata benedizione; se prosperano i miscredenti, la loro ricchezza può essere reinterpretata come prova, seduzione o rinvio del castigo.
Il credente viene comunque invitato a non misurare la verità religiosa attraverso la condizione economica degli avversari.
Ordinare alla propria famiglia la preghiera
Il versetto successivo afferma:
«E ordina alla tua famiglia la preghiera e sii perseverante in essa. Non ti chiediamo sostentamento: siamo Noi a sostentarti. E l’esito appartiene al timore reverenziale.» (Corano 20:132).
La pratica religiosa non viene presentata come scelta lasciata interamente all’autonomia di ogni membro della casa. Il destinatario riceve l’ordine di comandare la preghiera alla propria famiglia e di perseverare nel farla osservare.
Il versetto viene frequentemente utilizzato nella predicazione islamica per fondare la responsabilità religiosa del capofamiglia. Non basta pregare individualmente: occorre assicurarsi che l’obbligo venga trasmesso e praticato nell’ambiente domestico.
La richiesta di un segno e le Scritture precedenti
Gli avversari chiedono:
«E dicono: “Perché non ci porta un segno da parte del suo Signore?”.» (Corano 20:133).
Il Corano risponde:
«Non è forse giunta loro la prova di ciò che si trova nelle scritture precedenti?» (Corano 20:133).
Le rivelazioni precedenti vengono invocate come conferma del nuovo messaggio. Nello stesso tempo, altri versetti accusano parte degli ebrei e dei cristiani di nascondere, alterare o travisare la Scrittura.
Ne deriva un rapporto selettivo. Le tradizioni precedenti vengono richiamate come testimonianza quando sembrano confermare Maometto; quando divergono dalla narrazione coranica, la responsabilità può essere attribuita alla falsificazione, all’occultamento o all’interpretazione scorretta da parte delle comunità precedenti. Il problema è approfondito in Dialogo con un musulmano sulla presunta falsificazione della Bibbia.
Il testo continua:
«E se li avessimo distrutti con un castigo prima di esso, avrebbero certamente detto: “Signore nostro, perché non ci hai inviato un messaggero, così da seguire i Tuoi segni prima di essere umiliati e disonorati?”.» (Corano 20:134).
L’invio del messaggero elimina la possibile giustificazione dell’ignoranza. Una volta giunto l’avvertimento, il rifiuto può essere punito senza che gli uomini possano sostenere di non aver ricevuto alcuna guida.
“Aspettate: tutti stiamo aspettando”
La sura termina con una dichiarazione di attesa:
«Di’: “Ognuno è in attesa; attendete dunque. Presto saprete chi sono i compagni della via diritta e chi è guidato”.» (Corano 20:135).
Il conflitto fra Maometto e i suoi avversari viene rimesso al verdetto futuro di Allah. Entrambe le parti possono attendere, ma il testo ha già anticipato la conclusione: la guida appartiene a chi accetta la rivelazione, mentre chi la dimentica affronta vita angusta, cecità e castigo più severo e duraturo.
Conclusione
La Sura 20 rilegge la vicenda di Mosè come precedente della missione di Maometto. Il profeta viene scelto da Allah, affronta un sovrano che lo accusa di magia, riceve segni e vede alcuni oppositori convertirsi. Il racconto del vitello modifica però la distribuzione delle responsabilità rispetto all’Esodo: Aronne tenta di ostacolare l’idolatria e il ruolo decisivo viene attribuito al Sāmirī (20:85–97).
La «traccia del messaggero», la manciata raccolta e il vitello che muggisce non vengono spiegati interamente dal versetto. I commentatori ricorrono alla figura di Gabriele e al suo cavallo, attribuendo alla terra raccolta un’efficacia miracolosa: si tratta di integrazioni del tafsīr, non di parole coraniche. Anche l’identificazione del Sāmirī come «Samaritano» solleva un problema cronologico in rapporto alla storia della comunità samaritana, ma l’identificazione stessa è discussa e non costituisce un dato indiscutibile del testo.
Il capitolo collega infine la memoria religiosa alla ricompensa e al castigo: Mosè deve ricordare Allah, Adamo sbaglia dimenticando, la preghiera viene istituita per il ricordo e chi distoglie lo sguardo dai segni divini è minacciato di essere risuscitato cieco (20:124–126). La storia d’Israele viene così riorganizzata come ammonimento per gli ascoltatori di Maometto: il rifiuto del suo messaggio riproduce la ribellione ai profeti precedenti e anticipa il giudizio finale annunciato dalla rivelazione.






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