Commento al Corano: Sura 20 Ta Ha

Commento al Corano: Sura 20 Ta Ha

Torna all’indice

La Sura 20 Ta Ha, composta da 135 versetti e generalmente classificata dalla tradizione islamica come meccana, è dominata dal lungo racconto di Mosè. Il Corano riprende episodi conosciuti dalle tradizioni bibliche — la chiamata presso il fuoco, la missione davanti al faraone, il confronto con i maghi, l’attraversamento del mare e il vitello d’oro — ma non si limita a riassumerli. Li seleziona, li modifica e li riorganizza secondo la propria teologia, attribuendo ai protagonisti parole, responsabilità e funzioni differenti.

Il vero destinatario del racconto non è però Mosè. È Maometto. La vicenda del profeta antico serve a interpretare e legittimare la missione del nuovo messaggero: entrambi ricevono una rivelazione, vengono sostenuti da Allah, affrontano un’autorità ostile, sono accusati di magia e guidano una comunità esposta alla paura, alla disobbedienza e allo sviamento.

La sura è inoltre attraversata dal tema del ricordo. Il Corano è un ammonimento; la preghiera deve mantenere vivo il ricordo di Allah; Mosè e Aronne devono glorificarlo e ricordarlo continuamente; il faraone viene avvicinato nella speranza che ricordi e tema; Adamo cade perché dimentica il patto; chi dimentica i segni di Allah verrà infine “dimenticato”, cioè abbandonato al castigo, nel Giorno della resurrezione.

Ta Ha unisce così consolazione e minaccia. Maometto viene rassicurato: il Corano non sarebbe stato fatto scendere per renderlo infelice. Agli ascoltatori viene però prospettata un’alternativa radicale: seguire la guida e salvarsi oppure allontanarsi dall’ammonimento, vivere una “vita angusta” e risorgere ciechi.

Che cosa significa “Ta Ha”?

La sura prende il nome dalle due lettere arabe isolate con cui comincia:

“Ta Ha.” (Corano 20:1).

Ta e Ha appartengono alle cosiddette lettere disgiunte, in arabo huruf muqatta‘at, presenti all’inizio di ventinove sure. Il Corano non ne spiega il significato e la tradizione islamica ha prodotto interpretazioni molto diverse: abbreviazioni note soltanto ad Allah, allusioni a nomi divini, elementi destinati a richiamare l’attenzione oppure lettere con un valore simbolico.

Alcuni antichi commentatori hanno proposto che Ta Ha significasse “o uomo” in un uso linguistico antico e fosse quindi un’espressione rivolta a Maometto. Nella devozione musulmana, Ta Ha è stato talvolta presentato perfino come uno dei nomi del profeta.

Il testo, tuttavia, non afferma che Ta Ha sia un nome di Maometto e non fornisce alcuna spiegazione delle due lettere. La posizione più rigorosa consiste quindi nel distinguere il dato coranico dalle interpretazioni: il Corano contiene le lettere, mentre il loro significato originario rimane incerto.

Il Corano non sarebbe stato rivelato per far soffrire Maometto

Subito dopo le lettere iniziali, Allah si rivolge al destinatario della rivelazione:

“Non abbiamo fatto scendere il Corano su di te perché tu soffra, ma soltanto come ammonimento per chi teme.” (Corano 20:2-3).

La tradizione esegetica interpreta generalmente queste parole come una consolazione rivolta a Maometto. Alcuni commentatori le collegano alla fatica che egli si sarebbe imposto nella preghiera; altri all’angoscia provocata dal rifiuto dei meccani; altri ancora alle difficoltà incontrate durante la predicazione.

La frase non significa che il Corano sia privo di contenuti destinati a produrre paura. Lo stesso versetto lo definisce un ammonimento per chi teme e, poco più avanti, la sura dichiara che le minacce sono ripetute affinché gli uomini temano Allah. Il Corano non dovrebbe tormentare il profeta che lo riceve, ma deve scuotere gli ascoltatori ai quali viene annunciato.

La rivelazione viene attribuita al creatore dell’universo:

“Una rivelazione fatta scendere da Colui che ha creato la terra e i cieli elevati. Il Compassionevole si è innalzato sul Trono. A Lui appartiene ciò che è nei cieli, ciò che è sulla terra, ciò che è fra essi e ciò che si trova sotto il suolo.” (Corano 20:4-6).

L’espressione secondo cui il Compassionevole si è “innalzato sul Trono” ha generato un vasto dibattito teologico. I tradizionalisti hanno insistito sulla necessità di accettarla senza chiedere come avvenga; altri teologi musulmani l’hanno interpretata in senso non corporeo, come affermazione della sovranità e del dominio di Allah. Il versetto, considerato letteralmente, attribuisce comunque ad Allah un innalzamento sul Trono senza spiegare la natura dell’azione.

La conoscenza divina comprende anche ciò che l’uomo nasconde:

“Se pronunci la parola ad alta voce, Egli conosce il segreto e ciò che è ancora più nascosto.” (Corano 20:7).

Il prologo stabilisce così i temi fondamentali della sura: potere assoluto, conoscenza totale, rivelazione, obbedienza e giudizio. Il Dio che consola Maometto è lo stesso che conosce l’interiorità degli uomini e che, alla fine del capitolo, farà risorgere cieco chi avrà ignorato i suoi segni.

Allah e i “nomi più belli”

Il prologo termina con la professione monoteistica:

“Allah: non vi è divinità all’infuori di Lui. A Lui appartengono i nomi più belli.” (Corano 20:8).

I “nomi più belli”, in arabo al-asma al-husna, sono le denominazioni e gli attributi attraverso i quali Allah viene descritto: il Compassionevole, il Misericordioso, il Creatore, il Sapiente, il Potente, il Giudice e molti altri.

La tradizione islamica ha sviluppato il celebre elenco devozionale dei novantanove nomi di Allah. Il Corano, tuttavia, non presenta in un unico punto una lista completa e numerata di novantanove nomi. Gli elenchi comunemente recitati derivano dalla raccolta e dall’organizzazione di denominazioni distribuite nelle fonti islamiche, e non sono sempre identici fra loro.

Mosè vede un fuoco

Dal versetto 9 comincia il lungo racconto di Mosè:

“Ti è giunta la storia di Mosè? Quando vide un fuoco e disse alla sua famiglia: ‘Restate qui. Ho scorto un fuoco; forse potrò portarvene un tizzone oppure trovare presso il fuoco una guida’.” (Corano 20:9-10).

La scena richiama Esodo 3, dove Mosè incontra Dio presso il roveto ardente. La versione coranica è più concentrata: il roveto non viene nominato, la famiglia resta sullo sfondo e l’attenzione si sposta immediatamente sulla voce che chiama Mosè.

“Quando vi giunse, fu chiamato: ‘O Mosè, in verità Io sono il tuo Signore. Togliti i sandali: sei nella valle santa di Tuwa. Io ti ho scelto. Ascolta dunque ciò che viene rivelato’.” (Corano 20:11-13).

Il comando di togliere i sandali corrisponde a quello rivolto a Mosè nell’Esodo, dove il suolo viene dichiarato santo. I commentatori musulmani hanno discusso anche il materiale delle calzature e il possibile significato simbolico della loro rimozione.

Nella letteratura mistica, i sandali sono stati interpretati come immagine degli attaccamenti che separano il servo da Allah. Alcuni autori sufi hanno inoltre letto l’esperienza di Mosè attraverso categorie quali fana, l’annullamento mistico dell’io, e baqa, la permanenza in Allah. Queste elaborazioni appartengono però alla spiritualità successiva. Il testo coranico si limita a collegare la rimozione dei sandali alla santità della valle.

“Io sono Allah”: adorazione e preghiera

Allah si presenta a Mosè:

“In verità Io sono Allah. Non vi è divinità all’infuori di Me. Adora dunque Me e compi la preghiera per ricordarti di Me.” (Corano 20:14).

Il Mosè coranico riceve fin dall’inizio un messaggio espresso attraverso categorie centrali dell’Islam: unicità assoluta di Allah, adorazione esclusiva e preghiera come strumento del ricordo.

Il versetto non descrive ancora le modalità rituali della salat fissate dal diritto islamico successivo. Inserisce però Mosè nella stessa struttura religiosa attribuita a Maometto e ai musulmani: il profeta biblico non viene presentato soltanto come monoteista, ma come servo al quale Allah ordina la preghiera affinché mantenga vivo il suo ricordo.

Subito dopo viene annunciata l’Ora:

“In verità l’Ora sta per giungere. Quasi la tengo nascosta, affinché ogni anima sia ricompensata per ciò per cui si è adoperata.” (Corano 20:15).

La formulazione “quasi la tengo nascosta” è stata interpretata in modi differenti, ma il punto centrale è chiaro: il momento del giudizio rimane nascosto e ogni individuo sarà ricompensato secondo le proprie azioni.

Mosè viene quindi avvertito:

“Non ti allontani da essa chi non vi crede e segue la propria passione, altrimenti perirai.” (Corano 20:16).

L’incredulità nell’Ora non viene trattata come semplice opinione escatologica. È collegata alle passioni e conduce alla rovina.

Il bastone trasformato in serpente

Allah domanda a Mosè che cosa tenga nella mano destra. Mosè risponde:

“È il mio bastone. Mi appoggio su di esso, con esso faccio cadere foglie per il mio gregge e mi serve anche per altri usi.” (Corano 20:17-18).

Allah gli ordina di gettarlo:

“Lo gettò, ed ecco che divenne un serpente che si muoveva rapidamente.” (Corano 20:19-20).

Mosè viene invitato a riprenderlo senza paura e Allah promette di riportarlo alla forma precedente. Riceve quindi un secondo segno:

“Stringi la mano al fianco: ne uscirà bianca, senza alcun male, come un altro segno.” (Corano 20:22).

La precisazione “senza alcun male” distingue il prodigio da una malattia cutanea. La mano bianca non è descritta come una lesione, ma come segno straordinario destinato a sostenere la missione di Mosè.

Allah conclude:

“Questo affinché ti mostriamo alcuni dei Nostri segni maggiori.” (Corano 20:23).

I miracoli non costringono tuttavia tutti i presenti alla stessa conclusione. Il faraone li definirà magia; i suoi maghi, invece, vi riconosceranno un potere superiore e si convertiranno. Lo stesso fenomeno viene quindi classificato come magia o come segno divino a seconda della posizione religiosa assunta dal destinatario.

La missione contro il faraone

Allah ordina:

“Va’ dal faraone: in verità ha oltrepassato ogni limite.” (Corano 20:24).

Mosè risponde con una preghiera divenuta molto nota nella devozione islamica:

“Signore mio, aprimi il petto, facilitami il compito e sciogli un nodo dalla mia lingua, affinché comprendano le mie parole. Assegnami un aiutante della mia famiglia: Aronne, mio fratello. Rafforza con lui la mia forza e rendilo partecipe del mio compito, affinché Ti glorifichiamo molto e Ti ricordiamo molto. In verità Tu ci osservi.” (Corano 20:25-35).

Il Corano non spiega la natura del “nodo” nella lingua di Mosè. Potrebbe indicare una difficoltà di espressione, un impedimento nella pronuncia o semplicemente il timore di non riuscire a comunicare con efficacia.

Alcune tradizioni esegetiche collegano il problema a un episodio dell’infanzia: Mosè, messo alla prova davanti al faraone, avrebbe portato alla bocca un carbone ardente e si sarebbe lesionato la lingua. Questo particolare non compare nella sura e appartiene ai racconti sviluppati dai commentatori.

La richiesta di Aronne viene accolta:

“Disse: ‘La tua richiesta è stata esaudita, o Mosè’.” (Corano 20:36).

Allah ricorda a Mosè la sua infanzia

Prima di inviarlo dal faraone, Allah ricorda a Mosè di averlo già protetto:

“Già ti favorimmo un’altra volta, quando ispirammo a tua madre ciò che doveva esserle ispirato: ‘Mettilo nella cassa e gettala nel fiume; il fiume la porterà sulla riva, dove lo prenderà un nemico Mio e nemico suo’. Posi su di te un amore proveniente da Me, affinché fossi formato sotto il Mio sguardo.” (Corano 20:37-39).

Il faraone viene definito contemporaneamente nemico di Allah e nemico del bambino che sarebbe entrato nella sua casa. L’intera vicenda viene presentata come controllata dalla volontà divina: non è il caso a condurre Mosè presso la corte, ma Allah.

La sorella del bambino segue la cassa e indica una donna capace di allattarlo, permettendo così a Mosè di tornare dalla madre:

“Ti restituimmo a tua madre, affinché il suo occhio si rallegrasse e non fosse triste.” (Corano 20:40).

Lo stesso versetto ricorda poi l’uccisione di un uomo:

“Uccidesti un uomo, ma ti liberammo dall’angoscia e ti mettemmo alla prova con varie prove. Rimanesti per anni fra la gente di Madian. Poi giungesti nel momento stabilito, o Mosè.” (Corano 20:40).

Il passato di Mosè non viene negato. L’uccisione rimane parte della sua biografia, ma viene inglobata nel piano divino attraverso il linguaggio della liberazione e della prova.

Allah conclude:

“Ti ho formato per Me.” (Corano 20:41).

La vita di Mosè viene quindi reinterpretata retroattivamente come preparazione alla missione: salvezza da bambino, ritorno alla madre, uccisione dell’uomo, fuga, soggiorno a Madian e ritorno in Egitto diventano tappe di una formazione diretta da Allah.

“Non siate negligenti nel ricordarMi”

Mosè e Aronne ricevono l’ordine:

“Va’ tu e tuo fratello con i Miei segni e non siate negligenti nel ricordarMi.” (Corano 20:42).

Il comando collega la missione pubblica al ricordo religioso. I due profeti non devono limitarsi a consegnare un messaggio: devono mantenere costantemente presente Allah mentre affrontano il sovrano.

Il versetto rafforza il filo conduttore della sura. Il ricordo non è soltanto meditazione interiore. È obbedienza, preghiera, proclamazione e fedeltà alla rivelazione.

Parlare dolcemente al tiranno

Allah continua:

“Andate dal faraone: in verità ha oltrepassato ogni limite. Parlategli con parole miti; forse ricorderà oppure avrà timore.” (Corano 20:43-44).

Il versetto viene spesso citato per dimostrare che perfino un tiranno deve essere avvicinato inizialmente con gentilezza. Il dato testuale è reale: Mosè e Aronne devono rivolgersi al faraone con parole miti.

La mitezza non implica però il riconoscimento della validità della religione del faraone. Il contenuto rimane esclusivo e minaccioso: egli deve accettare la guida del Signore e viene avvertito che il castigo colpirà chi nega e volta le spalle.

Mosè e Aronne esprimono paura:

“Dissero: ‘Signore nostro, temiamo che si scagli contro di noi o che oltrepassi ancora il limite’.” (Corano 20:45).

Allah risponde:

“Non temete. Io sono con voi: ascolto e vedo.” (Corano 20:46).

I due devono chiedere la liberazione dei figli d’Israele e proclamare:

“La pace sia su chi segue la guida. In verità ci è stato rivelato che il castigo colpirà chi smentisce e volta le spalle.” (Corano 20:47-48).

La pace viene quindi collegata a chi segue la guida, non proclamata indistintamente su ogni posizione religiosa. L’alternativa resta netta: guida e pace oppure negazione e castigo.

“Chi è il vostro Signore?”

Il faraone domanda:

“Chi è dunque il vostro Signore, o Mosè?” (Corano 20:49).

Mosè risponde:

“Il nostro Signore è Colui che ha dato a ogni cosa la propria forma e poi l’ha guidata.” (Corano 20:50).

Il faraone chiede allora quale sia la condizione delle generazioni precedenti:

“Disse: ‘E quale fu dunque la sorte delle generazioni passate?’.” (Corano 20:51).

Mosè risponde:

“La conoscenza di esse è presso il mio Signore, in un Libro. Il mio Signore non sbaglia e non dimentica.” (Corano 20:52).

Il versetto afferma contemporaneamente registrazione e memoria divina. Le comunità scomparse non sono sottratte al giudizio: Allah ne conserva la conoscenza in un Libro e non dimentica nulla.

La terra resa abitabile e la resurrezione

Allah viene descritto come colui che ha preparato la terra per gli uomini:

“È Colui che ha fatto per voi della terra una culla, vi ha tracciato sentieri e ha fatto scendere acqua dal cielo; per mezzo di essa abbiamo fatto germogliare coppie di diverse specie di piante.” (Corano 20:53).

L’immagine della terra come culla o luogo disteso esprime la sua abitabilità e accessibilità. Non è necessario trasformare il versetto in una teoria scientifica sulla forma del pianeta: il testo descrive il mondo dal punto di vista dell’esperienza umana e lo interpreta come opera provvidenziale di Allah.

Il ciclo vegetale viene collegato all’origine e alla resurrezione dell’uomo:

“Mangiate e fate pascolare il vostro bestiame. In ciò vi sono certamente segni per coloro che possiedono intelletto. Da essa vi creammo, in essa vi faremo ritornare e da essa vi faremo uscire un’altra volta.” (Corano 20:54-55).

L’uomo proviene dalla terra, vi ritorna attraverso la morte e verrà nuovamente tratto da essa nel Giorno della resurrezione.

Il faraone accusa Mosè di magia e di volerlo espellere

Nonostante i segni mostrati, il faraone rifiuta:

“Gli mostrammo tutti i Nostri segni, ma li smentì e rifiutò. Disse: ‘Sei venuto a scacciarci dalla nostra terra con la tua magia, o Mosè?’.” (Corano 20:56-57).

L’accusa possiede una dimensione religiosa e politica. Mosè non viene descritto soltanto come falso profeta o mago, ma come minaccia capace di sottrarre al faraone e al suo popolo il controllo della terra.

Il faraone propone una competizione pubblica:

“Ti porteremo certamente una magia simile. Fissa dunque fra noi e te un appuntamento che né noi né tu mancheremo, in un luogo adatto.” (Corano 20:58).

Mosè sceglie il giorno della festa e l’ora in cui la popolazione sarà radunata alla luce del mattino (Corano 20:59).

La minaccia di Mosè contro i maghi

Il faraone raccoglie i propri artifici e si presenta alla competizione. Mosè ammonisce i maghi:

“Guai a voi! Non inventate una menzogna contro Allah, altrimenti vi annienterà con un castigo. Chi inventa menzogne è certamente fallito.” (Corano 20:61).

Anche prima che avvenga il confronto, la disputa è accompagnata dalla minaccia religiosa. Non si tratta soltanto di verificare quale prodigio sia più convincente: classificare come falsa l’azione di Allah o attribuirgli menzogne espone all’annientamento.

I maghi discutono fra loro e tengono segreta la consultazione. Il loro discorso viene riferito così:

“Dissero: ‘Questi due sono certamente maghi. Vogliono scacciarvi dalla vostra terra con la loro magia e far scomparire il vostro modo di vivere esemplare’.” (Corano 20:63).

Anche gli avversari rappresentano quindi lo scontro come lotta per il controllo della terra e per la sopravvivenza dell’ordine sociale esistente.

La competizione con i maghi

I maghi chiedono a Mosè chi debba gettare per primo. Egli concede loro l’iniziativa:

“Disse: ‘Gettate voi’. Ed ecco che, per effetto della loro magia, le loro corde e i loro bastoni gli apparvero muoversi rapidamente.” (Corano 20:65-66).

Il Corano attribuisce a Mosè una reazione di paura:

“Mosè avvertì paura dentro di sé.” (Corano 20:67).

Allah lo rassicura:

“Dicemmo: ‘Non temere: sarai tu a prevalere. Getta ciò che hai nella mano destra: inghiottirà ciò che hanno prodotto. Ciò che hanno prodotto è soltanto artificio di mago, e il mago non prospera ovunque vada’.” (Corano 20:68-69).

La vittoria di Mosè non dipende da un’abilità superiore. Il suo segno viene presentato come azione divina reale, mentre quello degli avversari è ridotto a un artificio che altera la percezione.

I maghi si convertono senza il permesso del faraone

Dopo aver visto il segno, i maghi si prosternano:

“I maghi furono gettati in prostrazione. Dissero: ‘Crediamo nel Signore di Aronne e di Mosè’.” (Corano 20:70).

La formulazione “furono gettati” può suggerire la rapidità e l’irresistibilità del gesto, senza eliminare la loro adesione personale espressa nelle parole successive.

Il faraone reagisce soprattutto al fatto che abbiano creduto senza ricevere la sua autorizzazione:

“Disse: ‘Avete creduto in lui prima che io ve ne dessi il permesso? Certamente è il vostro capo, colui che vi ha insegnato la magia’.” (Corano 20:71).

La conversione viene reinterpretata come complotto. Il faraone non ammette che i maghi abbiano riconosciuto un segno superiore: li accusa di essere già stati discepoli di Mosè.

La minaccia è brutale:

“Vi taglierò certamente mani e piedi da lati opposti e vi crocifiggerò sui tronchi delle palme. Saprete allora chi di noi infligge il castigo più severo e più duraturo.” (Corano 20:71).

La punizione del faraone e Corano 5:33

La combinazione di amputazione incrociata e crocifissione ricompare in Corano 5:33, questa volta fra le pene stabilite contro coloro che “combattono Allah e il Suo messaggero” e si adoperano per diffondere corruzione sulla terra.

I due contesti non devono essere confusi. Nella Sura Ta Ha è il faraone a minacciare i maghi convertiti; nella Sura 5 è il Corano a inserire pene analoghe all’interno del proprio sistema sanzionatorio.

La corrispondenza resta però significativa. La medesima combinazione punitiva che qui segnala la violenza del tiranno viene altrove legittimata quando cambia l’autorità che la applica e quando i destinatari vengono classificati come nemici di Allah e del messaggero.

Il problema, dunque, non sembra essere la natura intrinsecamente inaccettabile della mutilazione e della crocifissione. Diventa decisivo chi possiede l’autorità di infliggerle e contro quale categoria di avversari.

I maghi preferiscono il castigo terreno al castigo di Allah

I maghi rifiutano di ritrattare:

“Dissero: ‘Non ti preferiremo mai alle prove evidenti che ci sono giunte e a Colui che ci ha creati. Decreta dunque ciò che vuoi decretare: puoi decretare soltanto in questa vita terrena’.” (Corano 20:72).

Essi dichiarano di credere nel loro Signore affinché perdoni i peccati e la magia alla quale il faraone li avrebbe costretti:

“In verità crediamo nel nostro Signore, affinché ci perdoni le nostre colpe e la magia alla quale ci hai costretti. Allah è migliore e più duraturo.” (Corano 20:73).

Il contrasto non è fra castigo e misericordia universale, ma fra due poteri punitivi: il faraone può mutilare e uccidere nella vita terrena; Allah può infliggere un castigo più duraturo nell’altra vita.

“Chi si presenterà al proprio Signore da colpevole avrà certamente l’Inferno: là non morirà e non vivrà. Chi si presenterà a Lui credente, dopo aver compiuto opere rette, avrà i gradi più elevati.” (Corano 20:74-75).

La conversione dei maghi diventa così un modello di fedeltà islamica: il credente deve preferire la sofferenza terrena alla punizione eterna e non può rinnegare la fede per evitare la violenza del sovrano.

Il mare si apre e il faraone annega

Allah ordina a Mosè di condurre via gli israeliti durante la notte:

“Facemmo rivelare a Mosè: ‘Parti di notte con i Miei servi e apri per loro nel mare una via asciutta. Non temere di essere raggiunto e non avere paura’.” (Corano 20:77).

Il faraone li insegue:

“Il faraone li inseguì con le sue truppe e furono ricoperti dal mare come furono ricoperti.” (Corano 20:78).

La formulazione evita una descrizione dettagliata e insiste sull’inevitabilità dell’evento. La conclusione teologica è esplicita:

“Il faraone sviò il suo popolo e non lo guidò.” (Corano 20:79).

Il faraone non è soltanto colpevole individualmente. È una guida che conduce la propria comunità alla rovina. La leadership viene valutata in base alla sottomissione ad Allah: chi guida lontano dalla rivelazione non guida realmente, indipendentemente dal potere politico posseduto.

Salvezza, manna e ira divina

Dopo la liberazione dall’Egitto, Allah si rivolge ai figli d’Israele:

“O figli d’Israele, vi salvammo dal vostro nemico, vi demmo appuntamento sul lato destro del monte e facemmo scendere su di voi la manna e le quaglie.” (Corano 20:80).

Il dono è immediatamente accompagnato dalla minaccia:

“Mangiate delle cose buone che vi abbiamo concesso e non eccedete in esse, altrimenti la Mia ira si abbatterà su di voi. Colui sul quale si abbatte la Mia ira è certamente precipitato nella rovina.” (Corano 20:81).

Allah aggiunge:

“In verità Io sono certamente perdonatore verso chi si pente, crede, compie opere rette e poi segue la guida.” (Corano 20:82).

La misericordia viene quindi collegata a condizioni precise: pentimento, fede, opere rette e perseveranza nella guida. Non è presentata come assoluzione indistinta indipendente dalla risposta religiosa.

Mosè anticipa il proprio popolo

Allah domanda:

“Che cosa ti ha fatto affrettare allontanandoti dal tuo popolo, o Mosè?” (Corano 20:83).

Mosè risponde:

“Disse: ‘Essi sono sulle mie tracce e mi sono affrettato verso di Te, Signore mio, affinché Tu sia soddisfatto’.” (Corano 20:84).

Proprio durante questa assenza si verifica la crisi del vitello:

“Disse: ‘In verità abbiamo messo alla prova il tuo popolo dopo la tua partenza e il Samiri li ha sviati’.” (Corano 20:85).

Il versetto presenta due livelli di causalità. Il Samiri svia il popolo, ma Allah dichiara contemporaneamente di averlo messo alla prova. L’idolatria deriva dall’azione del seduttore e dalla risposta degli israeliti, ma avviene dentro una prova attribuita a Dio.

La tensione è tipica della teologia coranica: l’uomo è ritenuto responsabile di ciò che compie, mentre Allah rimane sovrano anche sulle circostanze che conducono allo sviamento.

Il ritorno adirato di Mosè

Mosè ritorna:

“Mosè tornò al suo popolo adirato e addolorato. Disse: ‘O popolo mio, il vostro Signore non vi aveva forse fatto una promessa eccellente? Il tempo vi è sembrato troppo lungo? Oppure avete voluto che l’ira del vostro Signore si abbattesse su di voi, violando così la promessa fatta a me?’.” (Corano 20:86).

Gli israeliti rispondono:

“Dissero: ‘Non abbiamo violato di nostra volontà la promessa fatta a te. Fummo caricati del peso degli ornamenti del popolo e li gettammo; allo stesso modo li gettò il Samiri’.” (Corano 20:87).

Il Samiri produce quindi:

“Fece uscire per loro un vitello, un corpo che emetteva un muggito. Dissero: ‘Questo è il vostro dio e il dio di Mosè, ma egli ha dimenticato’.” (Corano 20:88).

Non è del tutto chiaro chi sia il soggetto di “ha dimenticato”. Nella lettura più comune, il popolo sostiene che Mosè abbia dimenticato il proprio dio oppure il luogo in cui trovarlo. Altri hanno interpretato la frase come riferimento al Samiri, che avrebbe dimenticato la vera fede. Il contesto favorisce comunque la prima lettura.

Il Corano contesta immediatamente la divinità del vitello:

“Non vedevano forse che non restituiva loro alcuna parola e non possedeva il potere di nuocere loro o di giovare?” (Corano 20:89).

L’argomento contro l’idolo è funzionale: ciò che non risponde, non parla realmente e non controlla beneficio o danno non può essere una divinità.

Aronne non costruisce il vitello

La versione coranica modifica in modo importante il racconto di Esodo 32.

Nel testo biblico il popolo chiede ad Aronne di costruire una divinità visibile. Aronne raccoglie gli orecchini d’oro, li lavora e ne ricava un vitello. Edifica inoltre un altare e proclama una festa. Quando Mosè lo interroga, cerca di ridurre la propria responsabilità raccontando di aver gettato l’oro nel fuoco e che ne sarebbe uscito il vitello.

Nella Sura Ta Ha, invece, Aronne non fabbrica l’idolo e tenta di impedirne il culto:

“Aronne aveva già detto loro: ‘O popolo mio, con esso siete soltanto messi alla prova. Il Compassionevole è il vostro Signore. Seguitemi dunque e obbedite al mio ordine’.” (Corano 20:90).

Gli israeliti rispondono:

“Dissero: ‘Non smetteremo di essergli devoti finché Mosè non ritornerà da noi’.” (Corano 20:91).

Il Corano non si limita quindi a omettere un dettaglio secondario. Ridistribuisce le responsabilità. Aronne, profeta e fratello di Mosè, viene liberato dal ruolo compromettente attribuitogli nell’Esodo; la fabbricazione dell’idolo viene trasferita al Samiri, personaggio assente dal racconto biblico.

La modifica protegge la figura profetica di Aronne. Il Corano applica così al materiale precedente una propria concezione dei profeti, eliminando o riducendo comportamenti che appaiono incompatibili con la loro funzione religiosa.

Mosè afferra Aronne per la testa e per la barba

Nonostante Aronne avesse ammonito il popolo, Mosè lo rimprovera:

“Disse: ‘O Aronne, che cosa ti ha impedito, quando li hai visti sviarsi, di seguirmi? Hai dunque disobbedito al mio ordine?’.” (Corano 20:92-93).

Aronne risponde:

“Disse: ‘O figlio di mia madre, non afferrarmi per la barba né per la testa. Ho temuto che tu dicessi: hai provocato divisione fra i figli d’Israele e non hai rispettato la mia parola’.” (Corano 20:94).

Il versetto presuppone che Mosè lo abbia afferrato fisicamente per la testa e per la barba. Aronne giustifica la propria condotta sostenendo di aver temuto che un intervento più duro producesse una spaccatura interna.

La scena espone una tensione fra due doveri: impedire l’idolatria e preservare l’unità del popolo. Aronne afferma di aver scelto di evitare una divisione violenta in attesa del ritorno di Mosè.

La sua giustificazione non comporta però l’approvazione dell’inazione in ogni circostanza. Mosè lo considera inizialmente responsabile di non averlo seguito; Aronne sostiene invece che la moderazione fosse necessaria per impedire un male maggiore.

Chi era il Samiri?

Mosè interroga il responsabile:

“Disse: ‘Qual è stata la tua intenzione, o Samiri?’.” (Corano 20:95).

Il termine arabo al-Samiri viene frequentemente tradotto come “il Samaritano”. Questa identificazione produce una difficoltà cronologica: la città di Samaria divenne capitale del regno settentrionale d’Israele sotto il re Omri nel IX secolo a.C., mentre la formazione della comunità samaritana come gruppo religioso distinto è collocata in epoche molto successive rispetto al tempo tradizionalmente attribuito a Mosè.

Se il Corano intendesse davvero un Samaritano nel significato storico del termine, la sua presenza durante l’esodo costituirebbe quindi un anacronismo.

La questione deve tuttavia essere formulata con precisione. Il Corano usa al-Samiri, ma non spiega l’origine del titolo o del nome. I commentatori e gli apologeti hanno proposto identificazioni alternative: un membro di una tribù chiamata Samira, un uomo proveniente da una località con nome simile, un individuo collegato a un clan altrimenti sconosciuto oppure un nome proprio privo di rapporto con i Samaritani storici.

Queste soluzioni sono possibili come ipotesi, ma non vengono stabilite dal testo. Non è quindi rigoroso dichiarare dimostrato che il Corano intendesse necessariamente un Samaritano storico; non è però neppure corretto affermare che la difficoltà sia stata risolta semplicemente elencando identificazioni alternative prive di conferma.

La lettura “il Samaritano” rimane linguisticamente naturale e molto diffusa. Se viene accettata, il problema cronologico resta reale. Se viene respinta, rimane comunque da spiegare chi sia questo personaggio decisivo, assente dall’Esodo e introdotto dal Corano per assumere la colpa attribuita dalla Bibbia ad Aronne.

La misteriosa “traccia del messaggero”

Il Samiri risponde:

“Disse: ‘Vidi ciò che essi non videro; presi una manciata dalla traccia del messaggero e la gettai. Così la mia anima mi suggerì’.” (Corano 20:96).

Il versetto è oscuro. Il testo non identifica il “messaggero”, non nomina Gabriele, non parla di un cavallo e non spiega dove venga gettata la manciata o in che modo essa contribuisca alla produzione del vitello muggente.

La resa di alcuni traduttori inserisce direttamente nel versetto espressioni come “la polvere dell’impronta del cavallo di Gabriele”. Queste parole possono rendere la spiegazione tradizionale, ma non sono presenti letteralmente nell’arabo coranico. È quindi necessario distinguerle dal testo.

Il tafsir tradizionale ha colmato le lacune. Secondo l’interpretazione più diffusa, il Samiri avrebbe visto Gabriele mentre cavalcava e avrebbe raccolto una manciata di terra dall’impronta lasciata dallo zoccolo del cavallo angelico. Gettata sul vitello, quella terra gli avrebbe trasmesso vita o gli avrebbe permesso di emettere il muggito.

Ibn Kathir riferisce che questa spiegazione era conosciuta presso molti, anzi presso la maggioranza, degli studiosi del tafsir. Altri commenti aggiungono particolari ancora più specifici, come il nome e il colore della cavalcatura di Gabriele.

Questi dettagli appartengono alla tradizione esegetica, non al Corano. Il versetto parla soltanto di una “traccia del messaggero”. Presentare il cavallo di Gabriele come parola coranica sarebbe una deformazione; ignorare che la tradizione classica lo ha interpretato proprio così significherebbe invece nascondere la lettura dominante sviluppata dagli esegeti musulmani.

Un’interpretazione alternativa di Corano 20:96

Alcuni interpreti moderni, insoddisfatti del racconto della polvere del cavallo angelico, hanno proposto una lettura meno miracolosa. La “traccia del messaggero” indicherebbe l’insegnamento o la via di Mosè; il Samiri avrebbe afferrato una parte del suo messaggio per poi gettarla via.

Questa soluzione evita la scena della terra resa miracolosa dall’impronta di Gabriele, ma incontra difficoltà linguistiche e narrative. Il Samiri dice di aver preso una qabdah, una manciata o presa, da una traccia e di averla gettata. Il linguaggio concreto ha comprensibilmente orientato i commentatori verso un oggetto materiale.

La presenza di interpretazioni tanto differenti dimostra comunque un dato: il versetto non offre da solo un racconto chiaro e autosufficiente. Uno degli elementi centrali della costruzione del vitello viene espresso attraverso una frase che ha richiesto spiegazioni esterne fin dall’esegesi antica.

Il vitello che muggisce

Il vitello viene descritto come un jasad, un corpo, dotato di khuwar, normalmente reso come muggito. Il Corano non spiega come sia stato prodotto il suono.

I commentatori hanno proposto varie soluzioni:

  • la polvere raccolta dall’impronta del cavallo di Gabriele avrebbe conferito vita al vitello;
  • il vento sarebbe passato attraverso aperture costruite nel corpo dell’idolo, producendo un rumore;
  • il Samiri avrebbe utilizzato un artificio meccanico;
  • il vitello sarebbe stato realmente trasformato in una creatura capace di muggire.

Nessuna di queste spiegazioni è contenuta esplicitamente nel versetto. Il Corano afferma soltanto che il vitello aveva un muggito.

Il prodigio viene comunque dichiarato insufficiente a dimostrarne la divinità: l’idolo può emettere un suono, ma non risponde realmente agli uomini e non possiede il potere di recare beneficio o danno.

La condanna del Samiri: “Non toccatemi”

Mosè condanna il Samiri:

“Disse: ‘Vattene! In questa vita ti spetterà dire: non toccatemi. E avrai un appuntamento al quale non potrai mancare’.” (Corano 20:97).

Il significato concreto della pena non viene spiegato. Potrebbe indicare isolamento sociale, una condizione fisica che impedisce il contatto, una malattia, una forma di esclusione rituale oppure la condanna a fuggire dagli altri.

Ibn Kathir interpreta la pena secondo una corrispondenza fra colpa e castigo: poiché il Samiri aveva toccato ciò che non aveva diritto di toccare, sarebbe stato costretto a non toccare le persone e a non essere toccato.

Alcuni hanno collegato l’espressione “non toccatemi” alle regole di separazione attribuite ai Samaritani, considerandola un indizio a favore della traduzione “il Samaritano”. Il collegamento non è sufficiente a dimostrare l’identificazione, ma mostra come il titolo e la pena siano stati messi in relazione.

Mosè distrugge poi l’idolo:

“Guarda la tua divinità, alla quale sei rimasto devoto: certamente la bruceremo e poi ne disperderemo completamente i resti nel mare.” (Corano 20:97).

Il racconto termina riaffermando il monoteismo:

“La vostra divinità è soltanto Allah, Colui all’infuori del quale non vi è altra divinità. Egli abbraccia ogni cosa con la Sua conoscenza.” (Corano 20:98).

Ciò che il racconto coranico omette

Nella narrazione della salita di Mosè al monte, la Sura Ta Ha non menziona la consegna delle tavole con i Dieci Comandamenti, elemento centrale nel racconto biblico dell’alleanza.

Questo non significa che il Corano ignori sempre le tavole: esse compaiono nella Sura 7. Significa che la Sura Ta Ha seleziona altri elementi e concentra l’attenzione sulla prova del popolo, sul Samiri e sul vitello.

La differenza è importante perché mostra il carattere frammentario e allusivo della narrazione coranica. Il testo presuppone spesso che l’ascoltatore conosca già lo schema generale delle storie precedenti, ma ne modifica i dettagli e li distribuisce in sure diverse.

La storia di Mosè come ammonimento per Maometto

Dopo aver concluso il racconto, Allah ne esplicita la funzione:

“Così ti raccontiamo alcune notizie di ciò che è avvenuto in passato e ti abbiamo dato da parte Nostra un ammonimento.” (Corano 20:99).

La storia non viene narrata per offrire una ricostruzione storica completa. È un ammonimento destinato a Maometto e ai suoi ascoltatori.

Il faraone rappresenta il potente che accusa il profeta di magia e teme di perdere il controllo del territorio. I maghi rappresentano coloro che riconoscono il segno e accettano la persecuzione. Gli israeliti mostrano l’instabilità di una comunità appena liberata. Il Samiri incarna il seduttore che approfitta dell’assenza del profeta.

Il racconto antico funziona quindi come specchio del presente islamico. Le figure provenienti dalle tradizioni precedenti vengono trasformate in modelli del conflitto fra Maometto, i credenti e gli avversari della sua predicazione.

Chi rifiuta il Corano porterà un peso eterno

Il testo passa direttamente dal racconto di Mosè al giudizio sul rifiuto della rivelazione:

“Chi se ne allontana porterà nel Giorno della resurrezione un peso. Vi rimarranno per sempre. Che cattivo carico avranno nel Giorno della resurrezione!” (Corano 20:100-101).

Il rifiuto dell’ammonimento non viene trattato come scelta intellettuale priva di conseguenze. Voltarsi dal messaggio significa caricarsi di una colpa permanente.

Nel giorno in cui verrà soffiato nel Corno, i colpevoli saranno radunati in una condizione descritta dal termine arabo zurqan, interpretabile come occhi azzurri, volti lividi o sguardi alterati:

“Nel Giorno in cui verrà soffiato nel Corno, raduneremo in quel giorno i colpevoli con gli occhi alterati. Si sussurreranno fra loro: ‘Non siete rimasti che dieci giorni’.” (Corano 20:102-103).

Allah conoscerebbe meglio ciò che diranno e il più equilibrato fra loro ridurrà ulteriormente la durata:

“Non siete rimasti che un giorno.” (Corano 20:104).

Davanti all’eternità del giudizio, l’intera vita terrena apparirà quasi inesistente.

Le montagne ridotte a una pianura

Alla domanda sulla sorte delle montagne, il Corano risponde:

“Ti interrogano sulle montagne. Di’: ‘Il mio Signore le disperderà completamente e le lascerà come una pianura liscia. Non vi vedrai né avvallamenti né rilievi’.” (Corano 20:105-107).

Le montagne, simbolo di stabilità, vengono eliminate. La creazione viene ridotta a una superficie uniforme sulla quale l’umanità segue il convocatore senza possibilità di sottrarsi.

“In quel Giorno seguiranno il convocatore senza deviare da lui. Le voci si abbasseranno davanti al Compassionevole e non udrai altro che un sussurro.” (Corano 20:108).

Coloro che nel presente contestano la rivelazione saranno ridotti al silenzio davanti al giudice.

L’intercessione soltanto con il permesso di Allah

Il versetto 109 afferma:

“In quel Giorno l’intercessione non gioverà, eccetto per colui al quale il Compassionevole avrà dato il permesso e del quale avrà gradito la parola.” (Corano 20:109).

L’intercessione non costituisce un potere autonomo appartenente ai profeti, agli angeli o ai santi. Può operare soltanto se Allah la autorizza e nei confronti di chi egli accetta.

La tradizione islamica attribuisce a Maometto una grande intercessione nel Giorno del giudizio. Anche questa prerogativa, però, rimane subordinata: il profeta non salva contro la volontà di Allah e non dispone autonomamente della sorte degli uomini.

“Egli conosce ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro, mentre essi non Lo abbracciano con la conoscenza. I volti si umilieranno davanti al Vivente, Colui che sussiste da Sé, e avrà fallito chi porterà il peso dell’ingiustizia.” (Corano 20:110-111).

Al credente che compie opere rette viene invece promesso:

“Chi compie opere rette ed è credente non temerà ingiustizia né diminuzione.” (Corano 20:112).

Un Corano arabo con minacce ripetute

Allah dichiara:

“Così lo abbiamo fatto scendere come Corano arabo e vi abbiamo ripetuto le minacce, affinché temano oppure esso produca in loro il ricordo.” (Corano 20:113).

Il versetto esplicita due funzioni: produrre timore e generare ricordo. Le minacce non sono elementi marginali o deformazioni introdotte da lettori ostili; il Corano stesso dichiara che vengono ripetute affinché esercitino un effetto sugli ascoltatori.

L’aggettivo “arabo” collega la rivelazione alla lingua del pubblico iniziale e alla forma concreta nella quale il Corano afferma di essere disceso.

Nella dottrina islamica tradizionale, il Corano propriamente detto è la recitazione araba rivelata. Una versione italiana, inglese o francese viene normalmente considerata una traduzione dei significati, non un testo pienamente equivalente all’originale sul piano liturgico e teologico.

Questo non impedisce la traduzione, ma richiede chiarezza. Ogni resa italiana comporta scelte interpretative e non deve essere confusa con l’arabo. Diventa particolarmente importante nei versetti oscuri: tradurre Corano 20:96 inserendo il cavallo di Gabriele, per esempio, significa incorporare nel testo una spiegazione proveniente dal tafsir.

Maometto non deve affrettarsi nella recitazione

Il versetto successivo afferma:

“Esaltato sia Allah, il Re, la Verità. Non affrettarti con il Corano prima che la sua rivelazione a te sia completata e di’: ‘Signore mio, accrescimi nella conoscenza’.” (Corano 20:114).

Secondo il commento tradizionale, Maometto cercava di ripetere rapidamente le parole ricevute per timore di dimenticarle. Gli viene ordinato di attendere il completamento della rivelazione e di confidare nella capacità di Allah di preservarla.

Il versetto presenta quindi una rivelazione trasmessa progressivamente: le parole possono essere ancora in corso mentre Maometto tenta di anticiparne o ripeterne la recitazione.

Il problema della memoria non è secondario. Tornerà nella storia di Adamo, che dimentica il patto, e nella condanna di chi dimentica i segni.

Adamo dimentica il patto

La sura passa alla storia di Adamo:

“Già imponemmo un patto ad Adamo, ma egli dimenticò e non trovammo in lui determinazione.” (Corano 20:115).

Adamo viene presentato come colui che dimentica il comando e manca di fermezza. La sua colpa non viene però ridotta a una dimenticanza moralmente neutra: più avanti il Corano afferma esplicitamente che Adamo disobbedì al proprio Signore e si sviò.

Gli angeli ricevono l’ordine di prosternarsi davanti a lui:

“Quando dicemmo agli angeli: ‘Prostratevi davanti ad Adamo’, si prosternarono tutti eccetto Iblis, che rifiutò.” (Corano 20:116).

Allah avverte Adamo:

“Dicemmo: ‘O Adamo, costui è certamente un nemico per te e per tua moglie. Non vi faccia dunque uscire dal Giardino, altrimenti soffrirai’.” (Corano 20:117).

Nel Giardino Adamo non dovrebbe soffrire fame, nudità, sete o calore:

“In esso non avrai fame né sarai nudo; non avrai sete e non soffrirai il calore del sole.” (Corano 20:118-119).

L’albero dell’eternità e il regno che non decade

Satana tenta Adamo:

“Satana gli suggerì: ‘O Adamo, vuoi che ti indichi l’albero dell’eternità e un regno che non si deteriora?’.” (Corano 20:120).

Il racconto si distingue da Genesi 3. Nel testo biblico compare il serpente, che induce la donna a mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male e promette che gli esseri umani diventeranno come Dio.

Nella Sura Ta Ha il serpente scompare; la tentazione viene attribuita direttamente a Satana e l’albero è chiamato “albero dell’eternità”, collegato alla promessa di un regno che non decade.

La responsabilità dell’atto non viene concentrata sulla donna:

“Ne mangiarono entrambi e apparvero loro le loro nudità; cominciarono a coprirsi con foglie del Giardino. Adamo disobbedì al suo Signore e si sviò.” (Corano 20:121).

Entrambi mangiano, ma il versetto nomina direttamente la disobbedienza di Adamo. Allah successivamente lo sceglie:

“Poi il suo Signore lo scelse, accolse il suo pentimento e lo guidò.” (Corano 20:122).

Il Corano non sviluppa la dottrina cristiana del peccato originale redento attraverso Cristo. La colpa di Adamo viene trattata come disobbedienza personale, seguita dal pentimento e dall’accoglienza divina.

La differenza non deve essere semplificata sostenendo che il cristianesimo attribuisca la colpa esclusivamente a Eva: il racconto della Genesi coinvolge entrambi e la teologia cristiana collega tradizionalmente la caduta soprattutto ad Adamo. Il punto reale è un altro: nella Sura Ta Ha non esiste una caduta ereditaria che richieda l’incarnazione e la redenzione compiuta da Cristo.

La discesa sulla terra e la necessità della guida

Allah ordina:

“Scendete da esso tutti quanti, nemici gli uni degli altri. Quando vi giungerà una guida da parte Mia, chi seguirà la Mia guida non si smarrirà e non sarà infelice.” (Corano 20:123).

La condizione umana viene definita attraverso il conflitto e la necessità della rivelazione. L’uomo non può garantire autonomamente di non smarrirsi: deve seguire la guida inviata da Allah.

La formula collega direttamente salvezza e felicità all’obbedienza. Non afferma genericamente che ogni ricerca sincera conduce allo stesso risultato; promette di non smarrirsi a chi segue la guida proveniente da Allah.

Una “vita angusta” per chi si allontana dal ricordo

La minaccia opposta è formulata nel versetto 124:

“Chi si allontanerà dal Mio ricordo avrà certamente una vita angusta e nel Giorno della resurrezione lo raduneremo cieco.” (Corano 20:124).

L’espressione araba ma‘ishatan dankan può indicare una vita ristretta, angusta, difficile o miserabile. I commentatori l’hanno riferita a condizioni differenti: sofferenza interiore del miscredente, assenza di serenità, castigo nella tomba, ristrettezza materiale o punizione nell’altra vita.

Se interpretato come promessa empirica di miseria terrena per ogni non credente, il versetto incontra un problema evidente: esistono non musulmani sereni e prosperi ed esistono musulmani poveri, angosciati e perseguitati. Per evitare questa difficoltà, il tafsir può spostare la “vita angusta” sul piano spirituale o ultraterreno.

Resta il dato testuale: il Corano stabilisce un rapporto religioso diretto fra allontanamento dal ricordo di Allah, angoscia e cecità escatologica.

“Perché mi hai risuscitato cieco?”

Il risorto domanda:

“Dirà: ‘Signore mio, perché mi hai radunato cieco, mentre prima vedevo?’.” (Corano 20:125).

Allah risponde:

“Dirà: ‘Così ti giunsero i Nostri segni e tu li dimenticasti; allo stesso modo oggi sarai dimenticato’.” (Corano 20:126).

Nel versetto 52 il Corano aveva dichiarato che Allah non sbaglia e non dimentica. Il verbo usato qui non può quindi indicare un difetto involontario della memoria divina. Significa abbandonare, trascurare punitivamente o lasciare senza soccorso.

La reciprocità è intenzionale: l’uomo dimentica i segni; Allah lo “dimentica” nel Giorno del giudizio.

“Così ricompensiamo chi eccede e non crede nei segni del proprio Signore. Il castigo dell’altra vita è certamente più severo e più duraturo.” (Corano 20:127).

Il filo conduttore del ricordo raggiunge qui la propria conclusione minacciosa. Ricordare Allah conduce alla preghiera e alla guida; dimenticare i suoi segni conduce a essere abbandonati nel castigo.

Le generazioni distrutte come ammonimento

Il Corano invita gli ascoltatori a riflettere:

“Non è forse servito loro da guida quante generazioni abbiamo distrutto prima di loro, nelle cui abitazioni ora camminano? In ciò vi sono certamente segni per coloro che possiedono intelletto.” (Corano 20:128).

Le rovine delle civiltà diventano prova del giudizio religioso. Il testo non ricostruisce le cause storiche, economiche, militari o ambientali della loro scomparsa: interpreta la distruzione come azione di Allah e come avvertimento contro chi rifiuta la rivelazione.

Il castigo degli avversari sarebbe già inevitabile se Allah non avesse fissato un termine:

“Se non fosse per una parola già pronunciata dal tuo Signore e per un termine stabilito, il castigo sarebbe inevitabile.” (Corano 20:129).

Il rinvio non viene presentato come ripensamento o incertezza. La punizione è differita fino alla scadenza decisa da Allah.

Pazienza, glorificazione e attesa del giudizio

Maometto riceve l’ordine:

“Sopporta dunque ciò che dicono e glorifica con la lode il tuo Signore prima del sorgere del sole e prima del suo tramonto; glorificaLo durante alcune ore della notte e alle estremità del giorno, affinché tu possa essere soddisfatto.” (Corano 20:130).

Il versetto viene collegato dai commentatori agli orari delle preghiere islamiche. Non elenca qui in modo completo le cinque preghiere con i nomi, il numero delle unità e le modalità stabilite dalla tradizione giuridica; offre indicazioni temporali che vengono integrate con altri versetti e con gli hadith.

La pazienza richiesta a Maometto non comporta l’accettazione religiosa dei suoi avversari. Deve sopportarne temporaneamente le parole perché il momento del castigo appartiene ad Allah.

Le ricchezze dei miscredenti sono una prova

Allah ordina:

“Non volgere i tuoi occhi verso ciò di cui abbiamo fatto godere alcune categorie di loro: splendore della vita terrena con il quale li mettiamo alla prova. Il sostentamento del tuo Signore è migliore e più duraturo.” (Corano 20:131).

La prosperità degli avversari non dimostra il favore finale di Allah. Può essere interpretata come prova e come godimento temporaneo prima del giudizio.

Questo schema rende il successo materiale teologicamente non falsificabile. Se i credenti prosperano, la prosperità può essere considerata benedizione; se prosperano i miscredenti, la loro ricchezza può essere reinterpretata come prova, seduzione o rinvio del castigo.

Il credente viene comunque invitato a non misurare la verità religiosa attraverso la condizione economica degli avversari.

Ordinare alla propria famiglia la preghiera

Il versetto successivo afferma:

“Ordina alla tua famiglia la preghiera e persevera in essa. Non ti chiediamo alcun sostentamento: siamo Noi a sostentarti. Il buon esito appartiene al timore devoto.” (Corano 20:132).

La pratica religiosa non viene presentata come scelta lasciata interamente all’autonomia di ogni membro della casa. Il destinatario riceve l’ordine di comandare la preghiera alla propria famiglia e di perseverare nel farla osservare.

Il versetto viene frequentemente utilizzato nella predicazione islamica per fondare la responsabilità religiosa del capofamiglia. Non basta pregare individualmente: occorre assicurarsi che l’obbligo venga trasmesso e praticato nell’ambiente domestico.

La richiesta di un segno e le Scritture precedenti

Gli avversari chiedono:

“Dicono: ‘Perché non ci porta un segno da parte del suo Signore?’.” (Corano 20:133).

Il Corano risponde:

“Non è forse giunta loro la prova di ciò che si trova nelle Scritture precedenti?” (Corano 20:133).

Le rivelazioni precedenti vengono invocate come conferma del nuovo messaggio. Nello stesso tempo, altri versetti accusano parte degli ebrei e dei cristiani di nascondere, alterare o travisare la Scrittura.

Ne deriva un rapporto selettivo. Le tradizioni precedenti vengono richiamate come testimonianza quando sembrano confermare Maometto; quando divergono dalla narrazione coranica, la responsabilità può essere attribuita alla falsificazione, all’occultamento o all’interpretazione scorretta da parte delle comunità precedenti.

Il testo continua:

“Se li avessimo distrutti con un castigo prima di esso, avrebbero detto: ‘Signore nostro, perché non ci hai inviato un messaggero, affinché seguissimo i Tuoi segni prima di essere umiliati e disonorati?’.” (Corano 20:134).

L’invio del messaggero elimina la possibile giustificazione dell’ignoranza. Una volta giunto l’avvertimento, il rifiuto può essere punito senza che gli uomini possano sostenere di non aver ricevuto alcuna guida.

“Aspettate: tutti stiamo aspettando”

La sura termina con una dichiarazione di attesa:

“Di’: ‘Ognuno sta aspettando. Aspettate dunque: presto saprete chi sono i seguaci della via piana e chi è guidato’.” (Corano 20:135).

Il conflitto fra Maometto e i suoi avversari viene rimesso al verdetto futuro di Allah. Entrambe le parti possono attendere, ma il testo ha già anticipato la conclusione: la guida appartiene a chi accetta la rivelazione, mentre chi la dimentica affronta vita angusta, cecità e castigo più severo e duraturo.

Conclusione

La Sura 20 Ta Ha utilizza la storia di Mosè per legittimare la missione di Maometto. Il profeta antico riceve una rivelazione, prova paura, viene rassicurato, affronta un sovrano che lo accusa di magia, mostra segni miracolosi e vede alcuni avversari convertirsi. La vicenda diventa così il precedente attraverso il quale il conflitto meccano viene interpretato come nuova manifestazione dello scontro fra guida divina e rifiuto umano.

Il Corano non ripete però semplicemente il racconto biblico. Ne modifica elementi essenziali. Aronne non costruisce il vitello d’oro, ma tenta di impedirne il culto; la responsabilità viene trasferita al misterioso Samiri. Mosè non riceve in questa specifica narrazione le tavole della Legge, mentre Allah gli rivela che il popolo è stato sottoposto a una prova durante la sua assenza.

Il racconto del vitello viene inoltre ampliato attraverso elementi estranei all’Esodo: la “traccia del messaggero”, la manciata raccolta dal Samiri, il muggito dell’idolo e la condanna a vivere dicendo “non toccatemi”. Il testo non spiega chiaramente questi particolari e il tafsir deve completarli.

La tradizione esegetica identifica il messaggero con Gabriele, trasforma la traccia nell’impronta del cavallo angelico e attribuisce alla terra raccolta il potere di animare o far muggire il vitello. Questi dettagli non devono essere spacciati per parole del Corano, ma non devono neppure essere occultati: rappresentano una delle principali interpretazioni tramandate dai commentatori musulmani.

Anche l’identità del Samiri resta problematica. La traduzione “il Samaritano” produce una difficoltà cronologica concreta, poiché Samaria e la comunità samaritana appartengono a epoche successive a Mosè. Le identificazioni alternative impediscono di proclamare l’anacronismo come fatto automaticamente dimostrato, ma non risolvono il problema: sono ipotesi esterne a un testo che non chiarisce chi sia il personaggio.

La seconda parte della sura collega la storia profetica al giudizio. Il Corano viene fatto scendere come ammonimento arabo, le minacce vengono ripetute affinché producano timore, chi segue la guida non sarà infelice e chi si allontana dal ricordo avrà una vita angusta e verrà risuscitato cieco.

Ta Ha presenta quindi una religione fondata sul ricordo obbligatorio. Mosè deve ricordare Allah; la preghiera viene istituita per ricordarlo; Adamo cade perché dimentica; gli israeliti dimenticano la promessa; chi dimentica i segni viene punitivamente dimenticato nel Giorno del giudizio.

La consolazione rivolta a Maometto non elimina la durezza del messaggio rivolto agli altri. Il Corano non sarebbe stato rivelato per far soffrire il profeta, ma deve produrre timore negli ascoltatori. Ai credenti vengono promessi guida e gradi elevati; ai colpevoli vengono annunciati Inferno, cecità, umiliazione e un castigo nel quale non moriranno né vivranno.

La sura racconta Mosè, ma parla soprattutto a Maometto e dei suoi avversari. Il passato viene riorganizzato come conferma del presente islamico: il messaggero è scelto, formato e protetto da Allah; chi lo segue appartiene alla guida; chi respinge l’ammonimento attende il momento in cui il giudizio divino renderà definitiva la distinzione fra credenti e miscredenti.

La Sura Ta Ha non conserva semplicemente una memoria biblica: la ricostruisce per trasformare Mosè in anticipazione di Maometto, Aronne in profeta liberato dalla colpa del vitello e l’intera storia d’Israele in ammonimento rivolto a chi deve scegliere se accettare o rifiutare il Corano.

Torna all’indice

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.