Bloggando il Corano: Sura 3, “La Famiglia di Imran”, Versetti 1-32

Commento al Corano: Sura 3, “La Famiglia di Imran”, Versetti 1-32
di ROBERT SPENCER (10, Giugno, 2007)

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Sei un non-musulmano? Allora Allah ti odia (Corano 3:32).

Sei ebreo o cristiano? Nel terzo capitolo del Corano, Allah ti dirà perché stai seguendo una falsa religione.

Il terzo capitolo del Corano è intitolato “La Famiglia di Imran” – cioè Amram, il padre di Mosè e Aronne (Esodo 6:20), che è menzionato nei versetti 33 e 35. Come la maggior parte dei titoli del Corano, questo titolo non riflette il tema della Sura, ma è solo una parola presa dal testo del capitolo come mezzo per distinguerlo dagli altri capitoli.

Secondo Maududi, la Sura 3, che è una Sura Medinense, è “rivolta in particolare” a Ebrei e Cristiani, come pure ai Musulmani. Egli dice che contiene

un seguito alle esortazioni di Al-Baqarah [sura 2], nella quale sono stati ammoniti per le loro convinzioni errate e per la loro morale peccaminosa e invitati ad accettare, come rimedio, la Verità del Corano.

Allo stesso modo, Bulandshahri dice che la Sura 3 è

una esposizione delle prove contro gli Ebrei, i Cristiani e gli idolatri, poiché li affronta tutti. Li invita alla verità e respinge le loro false credenze, che includono le blasfeme convinzioni a proposito dei Sayyidina [Maestri] Isa e Ibrahim [Gesù e Abramo].

Questa preoccupazione è evidente fin dall’inizio del capitolo. Il Versetto 3 proclama che il Corano, rivelato adesso a Maometto, conferma ciò che fu scritto nella Torah e nel Vangelo. Ibn Kathir spiega che:

questi Libri testimoniano la verità del Corano e il Corano a sua volta testimonia la verità contenuta in questi Libri, inclusa la notizia e il felice annuncio della carriera profetica di Maometto e la rivelazione del Glorioso Corano.

Ciò spiega ancora una volta perché la tradizione Islamica ufficiale considera corrotte le Scritture Ebree e Cristiane: dopo tutto, non confermano ciò che viene detto nel Corano e pertanto Ebrei e Cristiani devono aver avuto l’impudenza di alterarle – ed ora “le loro falsificazioni li traggono in inganno come le loro stesse religioni” (v. 24). Per questo motivo quindi Asad enfatizza che

si deve tenere a mente che il Vangelo frequentemente citato dal Corano non è identico a quello conosciuto oggi come i Quattro Vangeli, ma si riferisce a una rivelazione originale, da allora perduta, donata a Gesù e conosciuta dai suoi contemporanei col suo nome Greco di “Evangelion” (Buona Novella), su cui si basa l’espressione Arabizzata di Injil. Era probabilmente la fonte da cui i Vangeli Sinottici hanno tratto la maggior parte del loro materiale e alcuni degli insegnamenti attribuiti a Gesù. Nel Corano 5:14 si allude al fatto che sia stato perduto e poi dimenticato.

Il Versetto 4 dice che Allah ha ora rivelato il “Criterio” (Arabo فُرْقَانَ — furqan [Discrimine, N.d.T.]), che è, come sostiene Ibn Kathir,

la distinzione tra la guida errata, la falsità e la deviazione da una parte e la guida corretta, la verità e la pietà dall’altra.

Secondo Abu Qatada e molte altre personalità Islamiche questo “criterio” è lo stesso Corano, benché altri dicano che si riferisce a tutte le Scritture rivelate – ovviamente nella loro forma non corrotta.

Lo stesso Versetto promette anche un “pesante castigo” a chi rifiuta questa guida. Lo studioso Musulmano Indiano del 20° secolo, Allama Shabbir Ahmed Usmani, considera questo come una prova che Gesù non può essere Dio perché, mentre “Dio onnipotente può vendicare [sic] e punire ogniqualvolta lo ritenga opportuno”, Gesù “non può essere un Signore come Dio perché non ha potuto prevalere sui malvagi che lo cercavano per ucciderlo”.

Il Versetto 7 spiega che alcuni Versetti del Corano sono chiari, mentre altri non lo sono, “come” dice il Tafsir al-Jalalayn, “i Versetti di apertura di alcune Sure”, incluso il Versetto di apertura di questa Sura. Questi non devono essere analizzati troppo in profondità dai Musulmani (benché, in effetti, lo siano stati): Allah ammonisce che sono solo “coloro nei cui cuori c’è la perversione” che “seguono la parte di questi che è allegorica, perseguendo la discordia, e cercando significati nascosti, ma nessuno conosce i loro significati nascosti, tranne Allah”.

I Versetti 8-27 esortano i credenti a non respingere la fede in Allah, e ammoniscono i non credenti che un durissimo castigo li attende all’inferno. Il Versetto 13 si riferisce alla battaglia di Badr, la prima grande vittoria dei Musulmani, quando una piccola forza prevalse su un esercito molto più grande di Quraysh, la Tribù di Maometto (essi avevano respinto le sue presunte doti profetiche). Maududi dice che i primi 32 Versetti della Sura 3 furono “rivelati probabilmente subito dopo la battaglia di Badr”, e questo Versetto afferma che era un “segno” quando i due eserciti si incontrarono; “uno combatteva per Allah, l’altro contro Allah”. Questi eserciti “videro come il doppio del loro numero”, che Ibn Kathir spiega:

Quando i due gruppi si scorsero vicendevolmente, i Musulmani pensarono che gli idolatri fossero il doppio di loro, in modo che ponessero la loro fiducia in Allah e cercassero il Suo aiuto. I pagani pensarono che i credenti fossero il doppio di loro, così da provare paura, orrore, terrore e disperazione.

E continua:

[Allah] concede la vittoria ai suoi servi obbedienti in questa vita…

Cioè, la vittoria dei Musulmani fu dovuta alla loro obbedienza ad Allah. Anche il contrario è vero, stabilendo un modello ricorrente attraverso la storia: quando i Musulmani soffrono, la loro sofferenza è provocata dal loro non essere abbastanza Islamici, e il rimedio è sempre più Islam. Nell’Islam non vi è alcuna idea del principio biblico che i malvagi possano prosperare a causa della natura decadente del mondo – nell’islam, se i malvagi prosperano, è perché i musulmani non sono abbastanza islamici.

Il Versetto 19 dichiara che “la religione presso Allah è l’Islam” (إِنَّ الدِّينَ عِندَ اللّهِ الإِسْلاَم) e che il Popolo del Libro l’ha respinta solo per “invidia gli uni degli altri”. Ebrei e Cristiani, dice Bulandshahri, riconobbero che Maometto “era l’ultimo dei Profeti, ma la loro ostinazione gli impedì di accettarlo”. Il Versetto 20 dice che si salveranno se si sottometteranno ad Allah; Bulandshahri continua: “Non si può forzare queste persone ad accettare, ma si può solo consigliarli. Invitarli ad accettare l’Islam è il dovere di ogni Musulmano”.

I Versetti 28-32 si occupano prevalentemente degli ammonimenti del giudizio di Allah ma il Versetto 28 ammonisce i credenti a non prendersi come “amici o protettori” (أَوْلِيَا – una parola che significa più di una amicizia casuale, ma qualche cosa molto simile ad un’alleanza) i non credenti, “a meno che (non sia) per salvaguardarvi contro di loro”. Questo è il fondamento dell’idea che i credenti possono legittimamente ingannare i non credenti, quando si sentono in difficoltà. La parola usata per “salvaguardia” è tuqātan (تُقَاةً), il nome verbale di taqiyyatan – da cui il più familiare termine di taqiyya. Ibn Kathir dice che la frase che Pickthall traduce con “a meno che (non sia) per salvaguardarvi contro di loro” significa che:

i credenti che in qualche zona o in qualche tempo temono per la loro sicurezza a causa dei non credenti” possono “mostrare amicizia ai non credenti, esternamente, ma mai internamente. Per esempio, Al-Bukhari registrò che Abu Ad-Darda’ disse: ‘Noi sorridiamo a certe persone, benché il nostro cuore le maledica’. Al-Bukhari riportò che Al-Hasan disse ‘La Tuqyah [taqiyya] è permessa fino al Giorno della Resurrezione’.

Mentre molti commentatori Musulmani oggi sostengono che la taqiyya è una dottrina esclusivamente Sciita, respinta dai Sunniti, il grande studioso Islamico, Ignaz Goldziher sottolinea che, se pure sia stata formulata dagli Sciiti “è accettata come legittima anche da molti altri Musulmani, per l’autorità del Corano 3:28”. [Ignaz Goldziher, Introduction to Islamc Theology and Law, trans. Andras and Ruth Hamori [Princeton University Press, 1981), pag. 180-181]

Oggi i Sunniti di molti gruppi jihadisti e gli islamici suprematisti lo praticano.

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