Commento al Corano: Sura 7 al-A‘raf, “Le Alture”

Commento al Corano: Sura 7 al-A’raf, “Le Alture”

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Nella Sura 7 al-A’raf, “Le Alture”, il Corano riprende il clima meccano della Sura 6 e lo amplia in una lunga meditazione su rivelazione, giudizio, Iblis, Adamo, città distrutte, profeti respinti, Mosè, i Figli di Israele, il patto primordiale e il destino di chi viene guidato o sviato da Allah.

Dopo il blocco precedente della Sura 6, centrato su rivelazione, shirk, carne lecita, divieti morali e retta via, la Sura 7 porta lo stesso tema su una scala più narrativa. Il testo non offre solo racconti edificanti: usa la storia dei profeti come schema polemico per interpretare il rifiuto del messaggio coranico, presentandolo come continuità con il rifiuto già opposto a Noè, Hud, Salih, Lot, Shu’ayb e Mosè.

Un Libro da seguire e il giudizio delle bilance

La sura si apre con le lettere isolate Alif, Lam, Mim, Sad e con un richiamo diretto a Maometto: “È un Libro che è stato fatto scendere su di te: non ci sia, a causa sua, oppressione nel tuo petto, affinché con esso tu ammonisca e sia un monito per i credenti.” (Corano 7:2).

Subito dopo, il testo chiede obbedienza alla rivelazione e annuncia il criterio del giudizio: “In quel Giorno la pesatura sarà conforme al vero; coloro le cui bilance saranno pesanti prospereranno, mentre coloro le cui bilance saranno leggere avranno perduto se stessi.” (Corano 7:8; 7:9).

La questione decisiva non è una spiritualità generica. La rivelazione è presentata come misura di salvezza e perdizione. Le città distrutte per la loro disobbedienza, richiamate nei primi versetti, diventano il modello storico di ciò che accade quando una comunità rifiuta i segni di Allah.

Adamo, Iblis e la prima disobbedienza

I versetti 11-18 riprendono la scena della creazione di Adamo e del rifiuto di Iblis: “Vi abbiamo creati e poi vi abbiamo plasmati; quindi dicemmo agli angeli: Prosternatevi davanti ad Adamo. Si prosternarono, eccetto Iblis, che non fu tra i prosternati.” (Corano 7:11). Alla domanda di Allah, Iblis risponde: “Sono migliore di lui: mi hai creato dal fuoco, mentre lui lo hai creato dall’argilla.” (Corano 7:12).

Il peccato di Iblis non è presentato come ateismo, ma come orgoglio davanti al comando divino. Iblis riconosce Allah, ma rifiuta l’obbedienza. La tradizione esegetica islamica sviluppa questo episodio come paradigma della superbia davanti al comando divino: Iblis non nega Allah, ma pretende di opporre il proprio criterio al Suo ordine. Il problema, dunque, non è l’incredulità astratta, ma il rifiuto dell’obbedienza.

La risposta di Iblis apre anche una difficoltà interna al racconto coranico: in questa scena egli appare nel contesto degli angeli, ma altrove il Corano dice che Iblis era uno dei jinn. Il problema non va usato come slogan, ma va nominato con precisione: il testo combina tradizioni e categorie diverse, e la tradizione esegetica islamica ha cercato di armonizzarle. Il Tafsir Ibn Kathir su Corano 7:11 legge il rifiuto di Iblis come superbia e falso ragionamento davanti al comando di Allah.

Iblis ottiene una dilazione e formula il suo programma: “Dal momento che mi hai sviato, tenderò loro agguati sulla Tua retta via; poi li insidierò da davanti e da dietro, da destra e da sinistra, e la maggior parte di loro non Ti saranno riconoscenti.” (Corano 7:16; 7:17). La tentazione viene così inserita dentro un quadro di guida, sviamento e permesso divino.

Figli di Adamo, abito, culto e divieti

I versetti 19-25 raccontano la tentazione di Adamo e della sua sposa, la scoperta della nudità e la discesa sulla terra. Poi il discorso si allarga ai “Figli di Adamo”: “O figli di Adamo, abbiamo fatto scendere su di voi un abito che nascondesse la vostra vergogna e per ornarvi; ma l’abito del timore di Allah è il migliore.” (Corano 7:26).

Qui il testo collega corpo, pudore, culto e obbedienza. Il versetto 31 aggiunge: “O figli di Adamo, adornatevi in ogni luogo di preghiera; mangiate e bevete, ma senza eccessi: Allah non ama chi eccede.” (Corano 7:31). Non siamo ancora davanti a un codice giuridico sistematico, ma il blocco contiene già materiale normativo: abito, preghiera, cibo, eccesso, turpitudine e culto.

Il versetto 33 riassume il confine morale e teologico: “Il mio Signore ha vietato solo le turpitudini, palesi o nascoste, il peccato, la ribellione ingiusta, l’associare ad Allah soci a proposito dei quali Egli non ha fatto scendere alcuna autorità, e il dire contro Allah cose di cui non conoscete nulla.” (Corano 7:33). La proibizione non riguarda solo la morale privata, ma anche la pretesa di parlare su Allah senza autorizzazione.

Il Giardino, il Fuoco e gli uomini dell’A’raf

I versetti 40-53 presentano una scena escatologica: i superbi che smentiscono i segni non entrano in Paradiso “finché un cammello non passi per la cruna di un ago.” (Corano 7:40). Il linguaggio è volutamente assoluto: il rifiuto orgoglioso della rivelazione è chiuso fuori dalla salvezza.

La sura prende il nome dagli uomini dell’A’raf, collocati tra il Giardino e il Fuoco: “Tra i due vi sarà un velo e sull’A’raf uomini che riconoscono tutti per i loro segni caratteristici.” (Corano 7:46). I dannati chiedono acqua e nutrimento ai salvati, ma ricevono questa risposta: “Allah ha proibito l’una e l’altro ai miscredenti.” (Corano 7:50).

Il passaggio non descrive solo una geografia dell’aldilà. Mette in scena una separazione definitiva: la fede e il rifiuto non sono due percorsi equivalenti, ma due destini opposti, riconoscibili persino dai “segni” delle persone.

Creazione, trono e sovranità di Allah

Il versetto 54 richiama la creazione come fondamento dell’autorità divina: “Allah è il vostro Signore, Colui che in sei giorni ha creato i cieli e la terra e poi si è innalzato sul Trono.” (Corano 7:54). La conclusione del versetto è decisiva: “Non è a Lui che appartengono la creazione e l’ordine?” (Corano 7:54).

Il testo lega cosmologia e obbedienza. Allah non è solo il creatore del mondo: è colui al quale appartiene anche il comando. In questa prospettiva, culto, legge, giudizio e storia non sono campi separati.

Profeti respinti e città distrutte

Dai versetti 59-95 la sura raccoglie una serie di racconti profetici. Noè, Hud, Salih, Lot e Shu’ayb ripetono lo stesso nucleo: “O popolo mio, adorate Allah! Per voi non c’è altro dio che Lui.” (Corano 7:59; 7:65; 7:73; 7:85).

Il racconto di Lot contiene una condanna netta degli atti sessuali tra uomini: “Vorreste commettere un’infamità che nessuna creatura ha mai commesso prima di voi? Vi accostate con desiderio agli uomini piuttosto che alle donne: siete un popolo di trasgressori.” (Corano 7:80; 7:81). Il bersaglio dell’analisi è il modo in cui il testo coranico costruisce colpa e castigo, non persone contemporanee o categorie umane moderne.

Shu’ayb introduce invece un tema più sociale e normativo: “Date piena misura e giusto peso, non danneggiate gli uomini nei loro beni e non corrompete la terra dopo che è stata resa prospera.” (Corano 7:85). Anche qui il monoteismo non resta confinato alla devozione: coinvolge commercio, beni, giustizia e ordine comunitario.

Il rifiuto del profeta è presentato come menzogna contro Allah. Shu’ayb risponde ai notabili del suo popolo: “Inventeremmo menzogne contro Allah se ritornassimo alla vostra religione dopo che Allah ce ne ha salvati.” (Corano 7:89). Il racconto, quindi, non è neutrale: oppone la religione di Allah alle religioni degli avi e interpreta il ritorno a queste ultime come falsificazione.

La conclusione del ciclo delle città è dura: “Se gli abitanti di quelle città avessero creduto e temuto Allah, avremmo aperto su di loro benedizioni dal cielo e dalla terra. Invece smentirono, e li colpimmo per ciò che avevano fatto.” (Corano 7:96). E ancora: “Così Allah sigilla i cuori dei miscredenti.” (Corano 7:101).

Mosè, Faraone e i maghi

Dal versetto 103 inizia il lungo racconto di Mosè. Egli si presenta a Faraone dicendo: “O Faraone, in verità io sono un messaggero inviato dal Signore dei mondi. Non dirò su Allah altro che la verità.” (Corano 7:104; 7:105).

Lo scontro con i maghi riprende un materiale biblico, ma lo riorganizza dentro la teologia coranica. Quando i maghi credono, Faraone li minaccia: “Vi farò tagliare mani e piedi alternati, quindi vi farò crocifiggere tutti.” (Corano 7:124). La loro risposta è: “O Signore, concedici pazienza e facci morire sottomessi a Te.” (Corano 7:126).

Il termine “sottomessi” è importante: nel quadro coranico, le figure bibliche e i loro seguaci fedeli vengono lette come parte di una storia dell’Islam prima di Maometto. Non è semplice continuità storica con ebraismo e cristianesimo; è riappropriazione coranica della loro genealogia profetica.

Piaghe, mare, monte e vitello

Il racconto prosegue con le piaghe d’Egitto: “Mandammo contro di loro l’inondazione, le cavallette, le pulci, le rane e il sangue, segni ben chiari. Ma furono orgogliosi e rimasero un popolo di perversi.” (Corano 7:133). Il testo suppone che il racconto sia già riconoscibile, ma ne sposta il centro: non è una narrazione nazionale di Israele, bensì una lezione sul rifiuto dei segni.

Dopo l’annegamento di Faraone, i Figli di Israele sono resi eredi della terra benedetta, ma subito chiedono a Mosè un dio come quelli di un altro popolo: “O Mosè, dacci un dio simile ai loro dèi.” (Corano 7:138). La tensione del racconto è evidente: il popolo salvato dalla schiavitù ricade nel desiderio idolatrico.

Il versetto 143 descrive l’incontro di Mosè con Allah e il limite della visione: “O Signor mio, mostrati a me, affinché io Ti guardi. Rispose: No, tu non Mi vedrai.” (Corano 7:143). Poco dopo, durante l’assenza di Mosè, il popolo prende come divinità un vitello fatto con i gioielli (Corano 7:148).

Il bersaglio non sono gli ebrei come persone contemporanee, ma la costruzione polemica coranica di episodi legati ai Figli di Israele. Il testo interpreta la loro storia come alternanza di elezione, prova, ribellione, perdono e castigo.

Il Profeta illetterato e l’autorità normativa di Maometto

Nel cuore del racconto di Mosè compare un passaggio decisivo per la dottrina islamica su Maometto. Allah dice: “La Mia misericordia abbraccia ogni cosa: la riserverò a coloro che Mi temono, pagano la zakat e credono nei Nostri segni.” (Corano 7:156). Il versetto successivo identifica questi destinatari con coloro che seguono “il Messaggero, il Profeta illetterato, che trovano menzionato presso di loro nella Torah e nel Vangelo.” (Corano 7:157).

Il versetto 157 è centrale anche per l’autorità normativa di Maometto: “Egli ordina loro ciò che è riconosciuto come bene e vieta loro ciò che è riprovevole; dichiara lecite le cose buone e proibisce quelle cattive.” (Corano 7:157). Non è soltanto una descrizione spirituale del profeta: è una base coranica per attribuire alla sua autorità una funzione normativa.

Il riferimento alla Torah e al Vangelo va trattato con precisione. Il testo coranico sostiene che Maometto sia riconoscibile nelle Scritture precedenti; la tradizione islamica svilupperà questa affermazione in chiave polemica verso ebrei e cristiani, fino alla tesi della falsificazione della Bibbia. La critica deve restare sul piano della pretesa dottrinale, non trasformarsi in accusa contro persone o comunità contemporanee.

Il versetto 158 amplia la missione: “O uomini, io sono un Messaggero di Allah a voi tutti inviato.” (Corano 7:158). La sura passa così dal racconto di Mosè alla rivendicazione universale del messaggio coranico.

Sabato, scimmie e dispersione

I versetti 163-171 tornano sui Figli di Israele e sul sabato. Il testo ricorda una città sul mare che trasgrediva il sabato e culmina in una punizione severa: “Quando poi per orgoglio si ribellarono a ciò che era stato loro vietato, dicemmo loro: Siate scimmie reiette.” (Corano 7:166).

Questo passaggio va trattato con cautela. L’oggetto dell’analisi è il modo in cui il Corano costruisce una memoria polemica di alcuni trasgressori del sabato, non gli ebrei come esseri umani, né le comunità ebraiche contemporanee. La formulazione coranica è dura e va riportata con rigore, senza attenuarla e senza trasformarla in ostilità verso persone reali.

Il versetto 168 aggiunge: “Li dividemmo sulla terra in comunità diverse. Tra loro ci sono genti del bene e altre che non lo sono.” (Corano 7:168). Anche dentro la polemica, il testo conserva una distinzione interna: non tutti sono descritti nello stesso modo.

Il patto primordiale e la fitra

Il versetto 172 è uno dei più importanti della sura: “Quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli di Adamo la loro discendenza e li fece testimoniare contro se stessi: Non sono forse il vostro Signore? Risposero: Sì, lo attestiamo.” (Corano 7:172).

Il senso dottrinale è forte: l’uomo non potrà dire nel Giorno della Resurrezione di essere stato inconsapevole. La tradizione hadithica collega questo tema alla fitra. In Sahih al-Bukhari 4775, Maometto afferma che ogni bambino nasce sulla fitra, poi i genitori lo rendono ebreo, cristiano o mago. Il hadith non va colorato, ma aiuta a capire perché nella teologia islamica il rifiuto dell’Islam venga spesso letto non come ignoranza neutra, ma come deviazione da una conoscenza originaria.

Bal’am, il cane e molti creati per l’Inferno

I versetti 175-176 raccontano la figura di un uomo a cui erano stati dati i segni, ma che li abbandonò: “Racconta loro la storia di colui al quale avevamo dato i Nostri segni e che se ne distaccò; Satana lo seguì e fu tra i traviati.” (Corano 7:175). Il testo lo paragona poi al cane che ansima comunque, sia che lo si scacci sia che lo si lasci stare (Corano 7:176).

Subito dopo arriva uno dei versetti più duri della sura: “In verità creammo per l’Inferno molti dei jinn e molti degli uomini: hanno cuori con cui non comprendono, occhi con cui non vedono e orecchi con cui non odono. Sono come bestiame, anzi ancor peggio.” (Corano 7:179).

Il testo non si limita a dire che alcuni uomini scelgono male. Afferma che molti jinn e molti uomini sono stati creati per l’Inferno. È un nodo centrale della teologia coranica della guida e dello sviamento, e non va ammorbidito in una lettura puramente moralistica.

Maometto, l’Ora e il limite del sapere profetico

Il versetto 184 respinge l’accusa di follia rivolta a Maometto: “Non c’è un demone nel loro compagno: egli non è che un ammonitore chiarissimo.” (Corano 7:184). Ma il versetto 188 precisa anche il limite del profeta: “Non dispongo, per me stesso, né di ciò che mi giova né di ciò che mi nuoce, eccetto ciò che Allah vuole. Se conoscessi l’invisibile, avrei beni in abbondanza e nessun male mi toccherebbe.” (Corano 7:188).

Il testo difende Maometto come messaggero, ma non lo presenta come padrone autonomo dell’invisibile. Anche qui il centro resta Allah: è Lui che guida, svia, conosce l’Ora e stabilisce il destino.

Il versetto 186 torna infatti sul tema della guida: “Chi è sviato da Allah non avrà guida; Egli li lascia procedere alla cieca nella loro ribellione.” (Corano 7:186). È una formula che si collega direttamente a 7:179 e alla visione complessiva della sura.

Idoli, ascolto del Corano e chiusura cultuale

I versetti finali ridicolizzano gli idoli: “Coloro che invocate all’infuori di Allah sono servi come voi. Invocateli dunque e che vi rispondano, se siete sinceri.” (Corano 7:194). Gli idoli non possono aiutare né se stessi né chi li invoca (Corano 7:197).

Il versetto 199 contiene una direttiva di comportamento: “Prendi ciò che è dato con indulgenza, ordina il bene e allontanati dagli ignoranti.” (Corano 7:199). Il tono qui è ancora meccano: il conflitto è reale, ma la risposta richiesta è distacco, ammonimento e rifugio in Allah contro la tentazione di Satana.

Il versetto 203 riafferma la dipendenza di Maometto dalla rivelazione: “Non seguo altro che ciò che mi è rivelato dal mio Signore.” (Corano 7:203). E il versetto 204 aggiunge una norma di ascolto: “Quando viene letto il Corano, prestatigli ascolto e tacete, affinché vi sia fatta misericordia.” (Corano 7:204).

Conclusione

La Sura 7, letta nel suo insieme, non è soltanto una raccolta di storie profetiche. È una lunga argomentazione: Allah invia segni e messaggeri, gli uomini li smentiscono, le comunità vengono provate o distrutte, i profeti sono confermati, e la storia diventa ammonimento per il pubblico di Maometto.

Il filo dottrinale è chiaro: la rivelazione giudica le tradizioni precedenti, rilegge le figure bibliche dentro una genealogia islamica, condanna lo shirk, fonda l’autorità normativa del profeta, interpreta il rifiuto come cecità e lega salvezza e perdizione alla guida o allo sviamento di Allah.

Una lettura rassicurante può ridurre la sura a morale monoteista e memoria dei profeti. Il testo, però, è più duro: parla di città distrutte, cuori sigillati, uomini e jinn creati per l’Inferno, trasgressori trasformati in scimmie, idoli impotenti e un patto primordiale che rende l’uomo responsabile davanti ad Allah. È questa struttura, non una spiritualità generica, a tenere insieme l’intero capitolo.

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