Bloggando il Corano: Sura 39 az-Zumar, “I Gruppi”
Commento al Corano: Sura 39 az-Zumar, “I Gruppi”
Nell’intera Sura 39 az-Zumar, “I Gruppi”, il Corano concentra alcuni temi fondamentali della predicazione meccana: il culto esclusivo di Allah, la condanna dello shirk, il rifiuto degli intermediari religiosi indipendenti, il rapporto problematico tra guida divina e responsabilità umana, la misericordia accordata a chi si pente e la separazione finale tra credenti e miscredenti.
Dopo il commento alla Sura 38 Sad, dominata dai racconti dei profeti e dalla polemica contro l’orgoglio degli oppositori di Maometto, il testo riduce lo spazio narrativo e sviluppa una costruzione prevalentemente teologica ed escatologica. L’umanità viene collocata davanti a un’alternativa radicale: adorare Allah soltanto oppure essere classificata tra coloro che hanno respinto i suoi segni.
Il titolo deriva dai versetti conclusivi, nei quali i miscredenti vengono condotti “in gruppi” verso l’Inferno e i timorati “in gruppi” verso il Paradiso. Questa scena riassume la logica dell’intero capitolo: proclamazione della rivelazione, adesione o rifiuto, guida o sviamento, morte, giudizio e destinazione eterna.
La sura non contiene ancora un ordinamento politico e giuridico paragonabile a quello delle successive rivelazioni medinesi. Il conflitto è soprattutto religioso: Maometto agisce come ammonitore, i Quraysh vengono accusati di associazionismo e Allah promette di decidere definitivamente la controversia nell’Aldilà. Questa divisione teologica costituisce però la base sulla quale si svilupperà la più ampia distinzione islamica tra credenti e non credenti.
Il Libro e il culto esclusivo di Allah – Corano 39:1-3
La sura si apre attribuendo direttamente ad Allah l’origine del Corano:
«La discesa del Libro proviene da Allah, il Potente, il Sapiente. In verità abbiamo fatto scendere su di te il Libro con la verità: adora dunque Allah, rendendo a Lui soltanto il culto» (Corano 39:1-2).
La provenienza divina del Libro e l’obbligo di adorare Allah vengono presentati come parti dello stesso ragionamento. Se il Corano proviene davvero da Allah, la sottomissione religiosa ne costituisce la conseguenza. La pretesa di origine divina, tuttavia, non viene dimostrata nel passo: è affermata dal testo e utilizzata come premessa dell’obbligo che segue.
Il versetto 3 affronta la giustificazione attribuita agli associatori:
«Non appartiene forse ad Allah il culto puro? Coloro che prendono protettori all’infuori di Lui dicono: “Li adoriamo soltanto perché ci avvicinino maggiormente ad Allah”. Allah giudicherà tra loro sulle loro divergenze. Allah non guida chi è bugiardo e ingrato» (Corano 39:3).
I politeisti rappresentati dal Corano non negano necessariamente l’esistenza di Allah. Riconoscono un Dio superiore, ma attribuiscono ad altre figure una funzione di avvicinamento e intercessione. La polemica coranica non è quindi rivolta soltanto contro chi considera un idolo creatore autonomo, ma contro qualsiasi sistema religioso nel quale esseri subordinati vengano invocati come mediatori.
La critica allo shirk, presente anche nella Sura 6 al-An‘am, non consiste semplicemente nell’affermare che esiste un unico Dio. Esige che nessun intermediario possieda o eserciti un potere religioso indipendente dalla volontà di Allah.
Chi sostiene questa mediazione non viene descritto come interlocutore sinceramente convinto di una diversa teologia, ma come “bugiardo” e “ingrato”. La divergenza dottrinale viene così trasformata anche in una classificazione morale dell’avversario.
Il “figlio” che Allah sceglierebbe tra le creature – Corano 39:4
Il versetto successivo respinge la filiazione divina:
«Se Allah avesse voluto prendersi un figlio, avrebbe scelto ciò che voleva tra quanto ha creato. Gloria a Lui! Egli è Allah, l’Unico, il Dominatore» (Corano 39:4).
Il ragionamento è coerente con il monoteismo coranico: Allah è unico, domina tutte le creature e non necessita di discendenza. La formulazione rappresenta però la filiazione come se consistesse nella scelta di una creatura da assumere come figlio.
Questa descrizione non corrisponde alla dottrina cristiana classica. Il cristianesimo non insegna che Dio abbia selezionato un essere creato per trasformarlo nel proprio figlio biologico o adottivo. Il Figlio viene professato come eternamente generato, non creato, e appartenente alla stessa natura divina del Padre.
La polemica coranica respinge dunque una concezione fisica, genealogica o creaturale della filiazione, ma non affronta realmente le categorie con le quali la teologia cristiana storica definisce il rapporto tra Padre e Figlio. Può colpire credenze popolari o rappresentazioni materiali della generazione divina; non costituisce, da sola, una confutazione della dottrina trinitaria formulata nei concili cristiani.
Il giorno avvolto nella notte e le “tre tenebre” – Corano 39:5-6
Allah viene presentato come creatore e ordinatore del cosmo:
«Ha creato i cieli e la terra con la verità. Avvolge la notte sul giorno e avvolge il giorno sulla notte; ha assoggettato il sole e la luna, ciascuno in corsa fino a un termine stabilito» (Corano 39:5).
Il verbo tradotto con “avvolgere” descrive l’alternanza continua tra giorno e notte. L’apologetica islamica moderna ha talvolta presentato questa immagine come anticipazione scientifica della sfericità terrestre. Il versetto non formula però una teoria esplicita sulla forma della Terra: descrive il fenomeno osservabile della notte e del giorno che si succedono e si ricoprono reciprocamente.
Il brano passa quindi alla creazione umana:
«Vi ha creati da un’unica anima, poi da essa ha tratto la sua compagna. Per voi ha fatto scendere otto capi di bestiame in coppie. Vi crea nei ventri delle vostre madri, creazione dopo creazione, in tre tenebre» (Corano 39:6).
Le “tre tenebre” sono state identificate dalla tradizione esegetica con differenti involucri o ambienti che circonderebbero il feto. Il Corano, però, non nomina strutture anatomiche precise: parla di tre oscurità e lascia all’interpretazione successiva il compito di stabilire che cosa debba essere contato.
Proprio questa indeterminatezza impedisce di considerare il passo una descrizione scientifica specifica. L’espressione può essere adattata a più strutture anatomiche, ma non offre termini tecnici o informazioni che vadano oltre la conoscenza generale secondo cui il feto si sviluppa nascosto nel corpo materno.
La funzione del versetto è teologica: l’essere umano viene formato in un luogo invisibile e dipende in ogni fase dalla potenza creatrice di Allah. Trasformare questa immagine in una previsione dell’embriologia moderna significa attribuirle una precisione che il testo non possiede.
Allah non ha bisogno dell’uomo, ma disapprova la miscredenza – Corano 39:7-8
Il versetto 7 dichiara:
«Se non credete, Allah non ha bisogno di voi. Egli non approva la miscredenza per i suoi servi; se invece siete riconoscenti, la approva per voi. Nessuno porterà il carico di un altro» (Corano 39:7).
Allah viene presentato come completamente autosufficiente: l’incredulità umana non può danneggiarlo. Nello stesso tempo, non approverebbe la miscredenza dei propri servi.
La difficoltà teologica emerge quando questa affermazione viene confrontata con i numerosi passi nei quali Allah guida chi vuole e svia chi vuole. Se non gradisce l’incredulità, possiede il pieno potere di guidare e nessuno può opporsi efficacemente alla sua decisione, perché non concede la guida a tutti?
La sura non risolve questa tensione. Ribadisce la responsabilità individuale e, contemporaneamente, attribuisce ad Allah il controllo decisivo sulla guida e sullo sviamento.
Il versetto 8 descrive l’uomo che invoca Allah durante la sofferenza, ma lo dimentica quando riceve un favore:
«Quando l’uomo è toccato da una disgrazia, invoca il suo Signore rivolgendosi a Lui; quando poi gli concede un beneficio proveniente da sé, dimentica ciò per cui lo aveva invocato e attribuisce ad Allah degli uguali» (Corano 39:8).
È un modello ricorrente nella polemica coranica: il pericolo farebbe emergere il riconoscimento spontaneo di Allah, mentre il benessere ricondurrebbe l’uomo all’ingratitudine e allo shirk. L’opposizione religiosa viene così interpretata come incoerenza morale, non come possibile risultato di convinzioni differenti.
“Sono forse uguali coloro che sanno e coloro che non sanno?” – Corano 39:9-10
Uno dei passi più citati della sura afferma:
«Sono forse uguali coloro che sanno e coloro che non sanno? Soltanto coloro che possiedono intelletto accolgono l’ammonimento» (Corano 39:9).
Isolata dal contesto, la frase può sembrare un elogio generale della conoscenza. Il versetto confronta però chi trascorre la notte prostrandosi, teme l’Aldilà e spera nella misericordia di Allah con chi non assume questo atteggiamento religioso.
La conoscenza non viene definita come indagine libera e neutrale. Il vero sapiente è colui che riconosce la rivelazione e si sottomette. Chi non arriva alla conclusione islamica viene implicitamente collocato tra coloro che “non sanno”, anche quando il suo dissenso potrebbe derivare da un esame critico del messaggio.
Il versetto 10 invita i credenti alla perseveranza e ricorda che la terra di Allah è vasta:
«O miei servi che credete, temete il vostro Signore. Per coloro che fanno il bene in questo mondo vi è un bene, e vasta è la terra di Allah. I perseveranti riceveranno la loro ricompensa senza misura» (Corano 39:10).
Nel contesto della predicazione meccana, il passo può essere letto come incoraggiamento a non subordinare la fede alla tribù, alla città o alle pressioni dell’ambiente circostante. La vastità della terra offrirebbe ai credenti la possibilità di preservare l’appartenenza religiosa anche abbandonando il proprio ambiente.
Sottomissione, timore e strati di fuoco – Corano 39:11-16
Maometto deve dichiarare di avere ricevuto l’ordine di adorare Allah con culto puro e di essere il primo dei musulmani:
«Mi è stato ordinato di adorare Allah rendendo a Lui puro il culto, e mi è stato ordinato di essere il primo dei musulmani. Di’: temo, se disobbedissi al mio Signore, il castigo di un giorno tremendo» (Corano 39:11-13).
Lo stesso profeta viene collocato sotto la minaccia del giudizio: la sua funzione non lo renderebbe indipendente dall’obbedienza. L’espressione “il primo dei musulmani” può essere intesa come il primo della propria comunità a sottomettersi alla rivelazione ricevuta, poiché il Corano attribuisce retroattivamente la qualifica di musulmani anche ad Abramo e ad altri profeti.
Il versetto 15 ordina agli oppositori di adorare ciò che vogliono, ma non come riconoscimento della pari validità delle religioni:
«Adorate pure ciò che volete all’infuori di Lui. Di’: i veri perdenti sono coloro che perderanno se stessi e le proprie famiglie nel Giorno della Resurrezione. Questa è la perdita evidente» (Corano 39:15).
La formula “adorate ciò che volete” è una sfida polemica, non una dichiarazione di pluralismo. Il seguito annuncia infatti la perdita eterna degli increduli:
«Sopra di loro vi saranno strati di fuoco e sotto di loro altri strati. È così che Allah incute timore ai suoi servi: “O miei servi, temete dunque Me”» (Corano 39:16).
Il passaggio dichiara apertamente la funzione della descrizione infernale: Allah presenta il fuoco per incutere timore. La paura del castigo non è una conseguenza accidentale della predicazione, ma uno degli strumenti mediante i quali il Corano sollecita l’obbedienza.
“Ascoltano la parola e seguono il meglio”: libertà critica o adesione islamica? – Corano 39:17-18
I versetti 17 e 18 vengono talvolta citati come invito coranico al libero confronto delle idee:
«Coloro che evitano di adorare il falso dio e ritornano ad Allah avranno la buona notizia. Annuncia dunque la buona notizia ai miei servi: coloro che ascoltano la parola e seguono ciò che vi è di migliore. Questi sono coloro che Allah ha guidato e questi sono coloro che possiedono intelletto» (Corano 39:17-18).
L’esortazione ad ascoltare e seguire il meglio può essere presentata come valorizzazione del discernimento. Il contesto, tuttavia, definisce già chi siano i destinatari approvati: sono coloro che rifiutano il taghut, ritornano ad Allah e ricevono la sua guida.
Il passo non afferma che tutte le conclusioni siano ugualmente legittime né che la ricerca possa terminare ragionevolmente con il rifiuto del Corano. Coloro che arrivano alla conclusione islamica vengono descritti come guidati e intelligenti; gli altri saranno associati, nel seguito, allo sviamento e al castigo.
La concessione del discernimento rimane quindi interna a un esito già stabilito: la scelta riconosciuta come razionale è quella che conferma la rivelazione.
Chi può salvare colui sul quale si compie il castigo? – Corano 39:19-22
Il versetto 19 introduce una domanda che limita ulteriormente l’autonomia umana:
«Colui sul quale si compie la parola del castigo: potrai forse salvare chi è nel Fuoco?» (Corano 39:19).
Maometto non può salvare chi è stato raggiunto dal decreto del castigo. Una volta che la “parola” di Allah si è compiuta sull’individuo, l’intervento profetico non può modificarne il destino.
Ai timorati vengono invece promesse dimore elevate e giardini attraversati da ruscelli. Il testo richiama poi la pioggia, la vegetazione e il disseccamento delle piante:
«Non vedi che Allah fa scendere acqua dal cielo, la conduce in sorgenti nella terra e per mezzo di essa fa spuntare colture di colori differenti? Poi appassiscono, le vedi ingiallire e infine le riduce in frammenti» (Corano 39:21).
La sequenza naturale viene utilizzata come ammonimento sulla fragilità della vita. Non costituisce una spiegazione scientifica del ciclo idrologico, ma una meditazione religiosa costruita a partire da fenomeni osservabili.
Il versetto 22 contrappone chi ha il petto aperto all’Islam a chi possiede il cuore indurito:
«Colui al quale Allah ha aperto il petto all’Islam e che si trova su una luce proveniente dal suo Signore è forse come gli altri? Guai dunque a coloro i cui cuori sono induriti al ricordo di Allah» (Corano 39:22).
La fede viene descritta come apertura prodotta da Allah; il rifiuto come indurimento del cuore. Il dissenso non viene trattato come possibile conclusione intellettuale, ma come condizione spirituale difettosa.
Il “più bello dei discorsi”, simile e ripetuto – Corano 39:23
Il Corano descrive se stesso:
«Allah ha fatto scendere il più bello dei discorsi: un Libro le cui parti si somigliano e si ripetono. Per esso rabbrividisce la pelle di coloro che temono il loro Signore; poi la loro pelle e i loro cuori si distendono al ricordo di Allah. Questa è la guida di Allah: con essa guida chi vuole; colui che Allah svia non avrà alcuna guida» (Corano 39:23).
L’espressione araba kitāban mutashābihan mathāniya può indicare un Libro le cui parti si richiamano reciprocamente e nel quale racconti, promesse, minacce e ammonimenti ritornano più volte.
Il versetto presenta come qualità positiva ciò che un lettore può percepire anche come ripetitività. Le stesse contrapposizioni, gli stessi castighi e le stesse promesse ricompaiono in forme differenti per produrre timore, consolazione e adesione.
La reazione fisica dei credenti – pelle che rabbrividisce e poi si distende – viene proposta come segno dell’efficacia religiosa del testo. L’emozione suscitata da una recitazione non dimostra però la sua origine divina: testi, musiche, riti e predicazioni appartenenti a religioni differenti possono provocare reazioni corporee profonde nei rispettivi fedeli.
Anche la definizione del Corano come “il più bello dei discorsi” rimane un’autodescrizione interna. Esprime la valutazione che il Libro formula su se stesso, non una prova indipendente della propria superiorità o provenienza divina.
Il volto contro il castigo e la sorte dei popoli precedenti – Corano 39:24-26
Il versetto 24 descrive il dannato che tenta di proteggersi con il volto:
«Colui che nel Giorno della Resurrezione cercherà di proteggersi con il proprio volto dal peggiore castigo è forse come colui che sarà al sicuro? Agli ingiusti sarà detto: “Gustate ciò che avete meritato”» (Corano 39:24).
L’immagine presuppone una condizione di totale impotenza. Il volto, normalmente protetto per primo, diventa l’unico mezzo disponibile contro il fuoco.
I versetti successivi richiamano i popoli che avrebbero accusato di menzogna i messaggeri precedenti e sarebbero stati raggiunti da un castigo inatteso:
«Coloro che vennero prima di loro accusarono di menzogna, e il castigo giunse loro da dove non se lo aspettavano. Allah fece loro gustare l’umiliazione nella vita terrena, ma il castigo dell’Aldilà è certamente più grande» (Corano 39:25-26).
Il modello è quello ricorrente nelle sure meccane: il rifiuto di Maometto viene inserito in una storia sacra nella quale i popoli che respingono i profeti finiscono distrutti. Il racconto del passato funziona come minaccia rivolta agli oppositori contemporanei.
Un Corano arabo “senza tortuosità” – Corano 39:27-28
Allah afferma di avere presentato agli uomini ogni genere di esempio:
«Abbiamo proposto agli uomini in questo Corano ogni genere di esempio, affinché accolgano l’ammonimento: un Corano arabo, privo di tortuosità, affinché temano Allah» (Corano 39:27-28).
La rivelazione associa la lingua araba alla chiarezza e dichiara il Corano privo di deviazioni, storture o tortuosità. Si tratta ancora una volta di una rivendicazione formulata dal Libro su se stesso.
La presenza di lettere isolate dal significato incerto, termini ambigui, varianti di lettura, versetti definiti oscuri e interpretazioni incompatibili tra commentatori rende difficile trasformare questa autodefinizione in un dato immediatamente dimostrato.
Un testo può proclamarsi chiaro e privo di tortuosità; la sua chiarezza deve tuttavia essere verificata attraverso l’analisi dei singoli passaggi. Il fatto stesso che la tradizione esegetica abbia prodotto spiegazioni divergenti dimostra che la comprensione non è sempre univoca.
La funzione dichiarata non è inoltre puramente informativa: il Corano sarebbe stato formulato in questo modo affinché gli uomini temano Allah. Chiarezza rivendicata e intimidazione escatologica procedono insieme.
Lo schiavo di molti padroni e lo schiavo di uno solo – Corano 39:29
Il versetto 29 propone una parabola contro il politeismo:
«Allah propone l’esempio di un uomo appartenente a più padroni in conflitto tra loro e di un uomo appartenente interamente a un solo padrone. Sono forse nella stessa condizione?» (Corano 39:29).
Il primo servo rappresenta il politeista, conteso tra autorità religiose differenti; il secondo rappresenta il credente che appartiene esclusivamente ad Allah.
La parabola comunica il vantaggio dell’obbedienza a un’unica autorità rispetto alla dipendenza da più padroni in conflitto. Nello stesso tempo rivela il modo in cui il rapporto religioso viene concepito: l’uomo non è rappresentato come individuo autonomo che valuta liberamente idee concorrenti, ma come servo appartenente a un padrone.
Il monoteismo offre unità di comando, non indipendenza. L’alternativa alla servitù verso molti non è l’autonomia personale, ma la servitù totale verso uno solo.
Maometto morirà e tutti contenderanno davanti ad Allah – Corano 39:30-31
La sura ricorda a Maometto la propria mortalità:
«In verità tu morirai e anch’essi moriranno. Poi, nel Giorno della Resurrezione, contenderete davanti al vostro Signore» (Corano 39:30-31).
Il profeta non viene presentato come essere immortale o divino. Morirà come i propri oppositori e la controversia sarà trasferita davanti al tribunale di Allah.
Il passo venne richiamato nella tradizione islamica anche alla morte di Maometto, quando una parte della comunità faticò ad accettare la notizia. Nel contesto della sura, tuttavia, la funzione è soprattutto polemica: né Maometto né i suoi avversari sfuggiranno alla morte, ma il giudizio finale stabilirà chi possedeva la verità.
La disputa religiosa non viene lasciata aperta. Il Corano promette una futura sentenza divina che darà ragione al messaggero e condannerà coloro che lo hanno respinto.
Chi mente contro Allah e chi conferma la verità – Corano 39:32-35
Il versetto 32 formula una nuova contrapposizione:
«Chi è più ingiusto di colui che mente contro Allah e tratta come menzogna la verità quando gli giunge? Non vi è forse nell’Inferno una dimora per i miscredenti?» (Corano 39:32).
Nella logica del Corano, Maometto porta la verità e i suoi oppositori mentono. La possibilità inversa – che il messaggero attribuisca erroneamente parole ad Allah – non viene esaminata all’interno dell’argomento. Chi contesta l’origine divina della rivelazione viene già definito come colui che mente contro Allah.
Il versetto successivo elogia invece chi porta e conferma la verità:
«Colui che porta la verità e colui che la conferma: questi sono i timorati. Avranno presso il loro Signore ciò che desiderano» (Corano 39:33-34).
La struttura è auto-validante: il messaggio si identifica con la verità; chi lo accoglie è sincero e timorato; chi lo respinge è bugiardo e ingiusto. Il giudizio morale sull’interlocutore deriva dalla risposta data alla predicazione.
“Chi Allah svia non avrà guida” – Corano 39:36-37
La tensione tra guida divina e responsabilità umana emerge apertamente:
«Allah non basta forse al suo servo? Ti spaventano con quelli che adorano all’infuori di Lui. Colui che Allah svia non avrà alcuna guida; colui che Allah guida non potrà essere sviato da nessuno» (Corano 39:36-37).
La formulazione non dice soltanto che Allah permette all’uomo di smarrirsi come conseguenza della sua scelta. Attribuisce direttamente ad Allah l’azione di guidare e sviare.
Nello stesso tempo, gli sviati vengono puniti per la loro incredulità. Questa difficoltà attraversa la dottrina della predestinazione nell’Islam: Allah controlla efficacemente la guida, mentre l’uomo rimane responsabile dell’esito determinato sotto la sovranità divina.
Le scuole teologiche islamiche hanno cercato di coordinare il decreto divino con l’acquisizione umana degli atti. La difficoltà, tuttavia, non nasce da una caricatura esterna. Deriva dalla compresenza di due affermazioni coraniche: nessuno può guidare chi Allah svia e, nondimeno, lo sviato merita il castigo.
I pagani riconoscono Allah come creatore – Corano 39:38-41
Il versetto 38 attribuisce ai politeisti una risposta significativa:
«Se domandi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra?”, certamente risponderanno: “Allah”» (Corano 39:38).
I Quraysh rappresentati dal Corano non sono atei e non negano Allah come creatore supremo. Il conflitto riguarda l’esclusività del culto e la funzione attribuita agli intermediari.
Maometto deve chiedere se le entità invocate all’infuori di Allah possano eliminare una disgrazia o impedire una misericordia divina. La risposta implicita è negativa: Allah basta al proprio servo e ogni altra protezione è inefficace.
Questa impostazione ricorre anche nella Sura 10 Yunus: il Corano non contesta soltanto l’esistenza di più divinità, ma soprattutto l’idea che intermediari religiosi possano esercitare un’influenza autonoma presso Allah.
I versetti 39 e 40 lanciano una sfida agli oppositori: agiscano pure secondo la propria posizione, perché presto sapranno chi riceverà un castigo umiliante. Il versetto 41 precisa invece il compito ancora prevalentemente profetico di Maometto:
«Abbiamo fatto scendere su di te il Libro per gli uomini con la verità. Chi si lascia guidare lo fa a proprio vantaggio; chi si svia lo fa a proprio danno. Tu non sei incaricato di custodirli» (Corano 39:41).
Nella fase meccana Maometto viene presentato come ammonitore, non ancora come capo di un ordinamento dotato di strumenti coercitivi. Il passo descrive il limite della sua funzione in quel momento; non costituisce una dichiarazione definitiva di separazione tra religione e potere valida per l’intera evoluzione dell’Islam.
Sonno, morte e anime trattenute da Allah – Corano 39:42
Il versetto 42 stabilisce un rapporto tra sonno e morte:
«Allah accoglie le anime al momento della loro morte e quelle che non muoiono durante il sonno. Trattiene quella per la quale ha decretato la morte e rinvia le altre fino a un termine stabilito» (Corano 39:42).
Il sonno viene rappresentato come una sorta di morte temporanea. Allah prenderebbe l’anima del dormiente, tratterrebbe quella destinata a morire e restituirebbe le altre affinché continuino a vivere.
La descrizione appartiene alla concezione religiosa dell’anima e non a una spiegazione fisiologica del sonno. La tradizione islamica ne ha tratto pratiche devozionali legate all’addormentamento e al risveglio: ogni mattina rappresenterebbe simbolicamente una restituzione della vita.
La posta in gioco rimane la sovranità divina. La vita non appartiene stabilmente all’uomo: anche durante il sonno dipende dalla decisione di Allah di restituirgli o meno l’anima.
L’intercessione appartiene interamente ad Allah – Corano 39:43-44
La sura torna alla questione degli intermediari:
«Si sono forse presi intercessori all’infuori di Allah? Di’: anche se non possiedono nulla e non comprendono? Di’: ad Allah appartiene interamente l’intercessione; a Lui appartiene il dominio dei cieli e della terra» (Corano 39:43-44).
Il versetto non nega necessariamente ogni forma di intercessione. Nega che qualcuno possa possederla autonomamente. In altri passi coranici, alcune figure potranno intercedere soltanto con il permesso di Allah.
L’intercessione islamica rimane quindi possibile, ma completamente subordinata: nessun profeta, angelo o santo dispone di un diritto indipendente di intervenire. Allah stabilisce chi può parlare, per chi e con quale risultato.
Questa distinzione consente alla tradizione islamica di condannare l’intercessione attribuita ai culti rivali e, contemporaneamente, di riconoscere forme di intercessione a Maometto nel Giorno del Giudizio.
La differenza non risiede semplicemente nell’esistenza di un mediatore. Risiede nel fatto che la mediazione riconosciuta come valida sia quella autorizzata dalla stessa rivelazione islamica che condanna le mediazioni concorrenti.
Quando viene menzionato Allah soltanto – Corano 39:45
Il versetto 45 descrive la reazione degli increduli:
«Quando viene menzionato Allah soltanto, i cuori di coloro che non credono nell’Aldilà si riempiono di repulsione; quando invece vengono menzionati quelli che adorano all’infuori di Lui, ecco che si rallegrano» (Corano 39:45).
La polemica coranica non si limita a registrare una divergenza dottrinale. Attribuisce agli oppositori una reazione interiore di repulsione verso Allah e di gioia verso le divinità associate.
Il rifiuto della predicazione viene così psicologicamente delegittimato: chi non accetta il monoteismo coranico non sarebbe mosso da ragioni, dubbi o fedeltà religiosa sincera, ma da avversione per Allah.
Questa descrizione non dimostra però la condizione interiore degli avversari. La loro psicologia viene ricostruita dalla stessa fonte che li accusa e che non conserva direttamente la loro versione della controversia.
Nessun riscatto nel Giorno del Giudizio – Corano 39:46-48
Maometto invoca Allah come conoscitore dell’invisibile e giudice delle divergenze. Il versetto 47 descrive l’impossibilità di sfuggire al castigo:
«Se gli ingiusti possedessero tutto ciò che si trova sulla terra e altrettanto ancora, lo offrirebbero come riscatto contro il peggiore castigo nel Giorno della Resurrezione» (Corano 39:47).
Nessuna ricchezza, relazione o intercessione non autorizzata potrà modificare la sentenza. Ai condannati apparirà da parte di Allah ciò che non avevano previsto, e saranno circondati proprio da ciò che deridevano:
«Appariranno loro le cattive conseguenze di ciò che avevano compiuto e ciò che deridevano li circonderà» (Corano 39:48).
Il giudizio viene rappresentato come rovesciamento totale della sicurezza terrena. Chi considerava improbabile il castigo si troverà davanti a una pena della quale non aveva previsto la misura.
La prosperità non dimostra il favore divino – Corano 39:49-52
Il versetto 49 riprende il comportamento dell’uomo colpito dalla sofferenza:
«Quando una disgrazia tocca l’uomo, ci invoca; quando poi gli concediamo un favore proveniente da Noi, dice: “Mi è stato dato grazie alla mia conoscenza”. È invece una prova, ma la maggior parte di loro non sa» (Corano 39:49).
L’uomo attribuisce alla propria capacità ciò che il Corano considera dono e prova di Allah. I popoli precedenti avrebbero pronunciato parole simili, ma i loro guadagni non li salvarono dal castigo.
Il versetto 52 conclude:
«Non sanno che Allah amplia la provvidenza a chi vuole e la restringe? In questo vi sono certamente segni per un popolo che crede» (Corano 39:52).
Ricchezza e povertà non vengono spiegate esclusivamente come conseguenza del merito o delle capacità umane, ma come parte della distribuzione decisa da Allah. Il benessere non prova quindi la superiorità morale del beneficiario, né la sofferenza dimostra necessariamente la sua colpa.
Rimane la difficoltà già emersa: se Allah distribuisce liberamente beni, prove e guida, l’individuo viene giudicato all’interno di condizioni che non ha stabilito personalmente.
“Non disperate della misericordia di Allah” – Corano 39:53-55
Il versetto più consolatorio della sura afferma:
«Di’: o miei servi che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. Allah perdona tutti i peccati. Egli è il Perdonatore, il Misericordioso» (Corano 39:53).
Il passo esprime una promessa ampia: nessun peccato dovrebbe indurre a considerare impossibile il perdono. Isolato dal seguito, potrebbe sembrare una dichiarazione di misericordia incondizionata.
I versetti immediatamente successivi ne precisano però le condizioni:
«Ritornate pentiti al vostro Signore e sottomettetevi a Lui prima che vi giunga il castigo; allora non sarete soccorsi. Seguite il meglio di ciò che vi è stato fatto scendere dal vostro Signore prima che il castigo vi colga all’improvviso» (Corano 39:54-55).
La misericordia è reale all’interno della logica coranica, ma non è indipendente dalla sottomissione. Il perdono viene offerto prima della morte e del castigo a chi si pente, ritorna ad Allah e segue la rivelazione.
Non si tratta quindi di una salvezza universale accordata comunque a tutti. La porta rimane aperta anche per il peccatore grave, ma conduce attraverso il pentimento islamico e l’accettazione dell’autorità di Allah.
Il rimpianto arriva troppo tardi – Corano 39:56-59
La sura immagina le parole del dannato:
«Affinché nessuna anima dica: “Ahimè, quanto ho trascurato il dovere verso Allah! Ero certamente tra coloro che deridevano”; oppure dica: “Se Allah mi avesse guidato, sarei stato tra i timorati”» (Corano 39:56-57).
La seconda protesta è particolarmente significativa: il condannato attribuisce la propria sorte alla mancata guida divina. La risposta del versetto 59 è:
«No: i miei segni ti erano giunti, ma li hai trattati come menzogna, sei stato arrogante e sei diventato uno dei miscredenti» (Corano 39:59).
Il Corano risponde attribuendo la colpa all’arroganza dell’uomo. Tuttavia la stessa sura ha dichiarato che colui che Allah svia non possiede alcuna guida.
Le due spiegazioni rimangono affiancate: Allah controlla la guida, ma l’uomo sviato è colpevole perché ha respinto i segni. Il testo non chiarisce come una persona possa superare con la propria volontà uno sviamento che nessun altro, secondo la stessa sura, può rimuovere.
Volti anneriti e salvezza dei timorati – Corano 39:60-61
Il Giorno del Giudizio produrrà una manifestazione visibile della condanna:
«Nel Giorno della Resurrezione vedrai anneriti i volti di coloro che hanno mentito contro Allah. Non vi è forse nell’Inferno una dimora per gli arroganti?» (Corano 39:60).
L’annerimento del volto rappresenta vergogna, umiliazione e condanna escatologica. Il passo appartiene al linguaggio simbolico con cui il Corano contrappone luminosità e oscurità, onore e disonore; non richiede una lettura razziale.
Allah salverà invece coloro che lo temono:
«Allah salverà coloro che lo temono grazie al loro successo: il male non li toccherà e non saranno afflitti» (Corano 39:61).
La discriminante rimane religiosa: da una parte coloro che confermano la rivelazione e temono Allah; dall’altra coloro che vengono definiti bugiardi, arroganti e miscredenti.
Allah creatore, padrone e unico destinatario del culto – Corano 39:62-66
La sura riassume la sovranità divina:
«Allah è il creatore di ogni cosa ed è garante di ogni cosa. A Lui appartengono le chiavi dei cieli e della terra» (Corano 39:62-63).
A Maometto viene ordinato di respingere la richiesta degli associatori:
«Di’: mi ordinate forse di adorare altri che Allah, o ignoranti?» (Corano 39:64).
Il versetto 65 formula poi un avvertimento rivolto perfino al messaggero:
«È stato rivelato a te e a coloro che vennero prima di te: se assocerai altri ad Allah, le tue opere saranno certamente rese vane e sarai tra i perdenti» (Corano 39:65).
Lo shirk viene presentato come peccato capace di annullare tutte le opere. La qualità morale delle azioni non basta se manca il monoteismo richiesto dal Corano.
Il versetto 66 chiude il blocco con un ordine netto:
«Adora dunque Allah e sii tra i riconoscenti» (Corano 39:66).
La religione non viene concepita come semplice orientamento interiore. È sottomissione dovuta al creatore e padrone di ogni cosa.
La terra nella presa di Allah e i cieli nella sua mano destra – Corano 39:67
Il versetto 67 presenta una delle immagini più concrete della sura:
«Non hanno valutato Allah secondo la sua vera grandezza. Nel Giorno della Resurrezione la terra intera sarà nella sua presa e i cieli saranno ripiegati nella sua mano destra. Gloria a Lui: è al di sopra di ciò che gli associano» (Corano 39:67).
Il Corano parla di una “presa” e di una “mano destra”. La teologia islamica ha sviluppato differenti modalità per affrontare questo linguaggio. Alcune scuole lo hanno interpretato figurativamente come espressione di potere e dominio; altre hanno affermato gli attributi così come sono rivelati, senza assimilarli alle membra umane e senza domandare “come”.
La tradizione hadithica rende però l’immagine ancora più concreta. Nel Sahih al-Bukhari 4811, un rabbino afferma davanti a Maometto che Allah porrà i cieli su un dito, le terre su un dito, gli alberi su un dito, l’acqua e il suolo su un dito e le altre creature su un dito. Maometto sorride mostrando i denti e recita Corano 39:67.
Nel Sahih al-Bukhari 4812, Maometto afferma inoltre che Allah afferrerà la terra e ripiegherà i cieli nella propria mano destra, proclamando di essere il Re.
Non è quindi corretto liquidare automaticamente “presa”, “mano” e “dita” come invenzioni di traduzioni ostili. Questo linguaggio appartiene al Corano e agli hadith considerati autentici nella tradizione sunnita.
Il fatto che non tutti i musulmani interpretino tali espressioni come descrizioni fisiche paragonabili a un corpo umano non elimina la difficoltà. La questione teologica consiste proprio nel mantenere insieme le immagini concrete delle fonti e l’affermazione secondo cui Allah non assomiglia alle creature.
Dire che Allah possiede una mano o dita “in modo degno della sua maestà” preserva formalmente entrambe le affermazioni, ma non spiega che cosa significhino realmente i termini se vengono privati di ogni contenuto corporeo e spaziale.
La Tromba, la morte cosmica e la resurrezione – Corano 39:68-70
La scena finale viene introdotta dal suono della Tromba:
«Sarà soffiato nella Tromba e cadranno privi di vita coloro che sono nei cieli e sulla terra, eccetto chi Allah vorrà. Poi vi sarà soffiato un’altra volta, ed ecco che si alzeranno guardando» (Corano 39:68).
Il primo soffio produce la morte delle creature, salvo le eccezioni stabilite da Allah; il successivo le richiama alla vita. La tradizione esegetica discute chi siano coloro che verranno risparmiati e come debbano essere distinti i diversi soffi.
La terra risplenderà della luce del proprio Signore, verrà deposto il Libro e saranno condotti i profeti e i testimoni:
«La terra risplenderà della luce del suo Signore, sarà posto il Libro, saranno condotti i profeti e i testimoni e tra loro sarà giudicato secondo verità, senza che subiscano ingiustizia» (Corano 39:69).
Ogni anima riceverà pienamente ciò che ha compiuto. Il Giorno del Giudizio nell’Islam non viene rappresentato come una vaga presa di coscienza interiore, ma come procedura cosmica: Tromba, morte, resurrezione, Libro, testimoni, sentenza e retribuzione.
I miscredenti condotti in gruppi all’Inferno – Corano 39:71-72
Il titolo della sura emerge nel versetto 71:
«Coloro che non credono saranno condotti in gruppi verso l’Inferno. Quando vi giungeranno, le sue porte saranno aperte e i suoi custodi diranno: “Non vi sono giunti messaggeri provenienti da voi, che vi recitavano i segni del vostro Signore e vi ammonivano dell’incontro con questo giorno?”» (Corano 39:71).
I dannati ammetteranno che i messaggeri sono giunti, ma la parola del castigo si sarà compiuta contro i miscredenti. Verrà quindi ordinato loro:
«Entrate nelle porte dell’Inferno per rimanervi eternamente. Quanto è misera la dimora degli arroganti» (Corano 39:72).
La dannazione non viene attribuita esclusivamente a delitti commessi contro altri esseri umani. La categoria decisiva è la miscredenza accompagnata dal rifiuto dei messaggeri e dei segni.
La sura presenta gli increduli come pienamente responsabili perché avvertiti. Nello stesso tempo ha già affermato che colui che Allah svia non possiede alcuna guida. La scena finale non risolve questa tensione: la trasforma in condanna eterna.
I timorati condotti in gruppi al Paradiso – Corano 39:73-75
Alla processione dei dannati si contrappone quella dei salvati:
«Coloro che avranno temuto il loro Signore saranno condotti in gruppi verso il Paradiso. Quando vi giungeranno, le sue porte saranno aperte e i suoi custodi diranno: “Pace su di voi. Siete stati buoni: entratevi per rimanervi eternamente”» (Corano 39:73).
I salvati ringrazieranno Allah per avere adempiuto la promessa e per avere dato loro in eredità la terra del Paradiso, nella quale potranno dimorare dove desiderano.
La sura termina con gli angeli intorno al Trono:
«Vedrai gli angeli circondare il Trono, celebrando la lode del loro Signore. Tra gli uomini sarà giudicato secondo verità e sarà detto: “La lode appartiene ad Allah, Signore dei mondi”» (Corano 39:75).
L’ordine cosmico si chiude nella celebrazione di Allah. I dannati sono stati rinchiusi nell’Inferno, i timorati hanno ricevuto il Paradiso e gli angeli confermano la giustizia del verdetto.
Conclusione: misericordia condizionata e separazione finale dell’umanità
La Sura 39 az-Zumar non è una raccolta di meditazioni spirituali indipendenti. Costruisce un sistema teologico nel quale Allah è il creatore e il padrone assoluto, il culto gli appartiene esclusivamente, ogni intercessione dipende dal suo permesso e il Corano costituisce la rivelazione decisiva attraverso la quale l’umanità viene giudicata.
Il capitolo contiene una delle più ampie promesse coraniche di misericordia: nessun peccatore deve disperare del perdono di Allah. La promessa viene però immediatamente collegata al pentimento, alla sottomissione e all’accettazione della rivelazione prima dell’arrivo del castigo. La misericordia non supera la divisione religiosa; opera al suo interno e secondo le sue condizioni.
La tensione tra responsabilità umana e decreto divino rimane irrisolta. Da una parte l’uomo viene dichiarato colpevole del proprio rifiuto; dall’altra Allah apre il petto all’Islam, guida chi vuole e lascia senza guida colui che svia. Il dannato che dichiara di non essere stato guidato viene accusato di arroganza, ma il testo non spiega come avrebbe potuto sottrarsi a uno sviamento che nessun altro poteva rimuovere.
Il rapporto con le altre religioni è altrettanto netto. I politeisti non vengono rappresentati semplicemente come persone appartenenti a una tradizione differente, ma come bugiardi, ingrati, arroganti e associatori. I loro intermediari sono dichiarati impotenti e il loro destino finale è l’Inferno, salvo pentimento e sottomissione ad Allah.
Le immagini della presa, della mano destra e delle dita mostrano inoltre che il linguaggio coranico e hadithico su Allah non è puramente astratto. La teologia islamica successiva ha tentato di interpretare o delimitare queste espressioni, ma non può eliminarle dalle fonti sulle quali fonda la propria dottrina.
La conclusione della sura riunisce tutti questi elementi. L’umanità non entra nel giudizio come insieme indistinto, ma viene divisa “in gruppi”: coloro che hanno riconosciuto Allah e coloro che hanno respinto i suoi segni. Gli uni ricevono pace e Paradiso; gli altri vengono condotti alle porte dell’Inferno e vi rimangono eternamente.
Prima ancora delle norme giuridiche e dell’ordine politico che emergeranno nella fase medinese, la Sura 39 costruisce quindi la divisione religiosa fondamentale sulla quale poggia il sistema islamico: un solo Dio, una sola rivelazione definitiva, una sola via riconosciuta come guidata e un giudizio finale che trasforma il dissenso religioso in salvezza o dannazione eterna.
