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Bloggando il Corano
Indice completo- 001 — al-Fātiḥah, “L’Apertura”
- 002 — al-Baqara, “La Vacca”
- 003 — Al Imran, “La Famiglia di Imran”
- 004 — al-Nisa, “Le Donne”
- 005 — al-Ma’ida, “La Mensa”
- 006 — al-An‘am, “Il Bestiame”
- 007 — al-A‘raf, “Le Alture”
- 008 — al-Anfal, “Il Bottino”
- 009 — al-Tawba, “Il Pentimento”
- 010 — Yunus, “Giona”
- 011 — Hud
- 012 — Yusuf, “Giuseppe”
- 013 — ar-Ra’d, “Il Tuono”
- 014 — Ibrahim, “Abramo”
- 015 — al-Hijr
- 016 — an-Nahl, “L’Ape”
- 017 — al-Isra, “Il Viaggio Notturno”
- 018 — al-Kahf, “La Caverna”
- 019 — Maryam, “Maria”
- 020 — Ta Ha
- 021 — al-Anbiya, “I Profeti”
- 022 — al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
- 023 — al-Mu’minun, “I Credenti”
- 024 — an-Nur, “La Luce”
- 025 — al-Furqan, “Il Criterio”
- 026 — ash-Shu’ara, “I Poeti”
- 027 — an-Naml, “La Formica”
- 028 — al-Qasas, “Il Racconto”
- 029 — al-Ankabut, “Il Ragno”
- 030 — al-Rūm, “I Bizantini”
- 031 — Luqman, “Luqman”
- 032 — as-Sajda, “La Prostrazione”
- 033 — al-Ahzab, “I Confederati”
- 034 — Saba, “I Sabei”
- 035 — Fatir, “Il Creatore / Gli Angeli”
- 036 — Ya-Sin
- 037 — as-Saffat, “I Ranghi”
- 038 — Sad
- 039 — az-Zumar, “I Gruppi”
- 040 — Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
- 041 — Fussilat, “Spiegati in dettaglio”
- 042 — Ash-Shūrā, “La consultazione”
- 043 — Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
- 044 — ad-Dukhān, “Il fumo”
- 045 — al-Jāthiyah, “La genuflessa”
- 046 — Al-Ahqaf, “Le dune”
- 047 — Muhammad, “Maometto”
- 048 — al-Fath, “La Vittoria”
- 049 — al-Hujurat, “Le Stanze”
- 050 — Qaf
- 051 — adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”
- 052 — at-Tur, “Il monte”
- 053 — an-Najm, “La stella”
- 054 — al-Qamar, “La luna”
- 055 — ar-Raḥmān, “Il Compassionevole”
- 056 — al-Waqiʿah, “L’inevitabile”
- 057 — al-Hadid, “Il ferro”
- 058 — al-Mujādilah, “La disputante”
- 059 — al-Hashr, “L’esilio”
- 060 — al-Mumtahanah, “L’esaminata”
- 061 — as-Saff, “I ranghi serrati”
- 062 — al-Jumuʿah, “Il venerdì”
- 063 — al-Munafiqun, “Gli ipocriti”
- 064 — at-Taghabun, “L’inganno reciproco”
- 065 — at-Talaq, “Il divorzio”
- 066 — at-Tahrim, “Il divieto”
- 067 — al-Mulk, “La sovranità”
- 068 — al-Qalam, “La penna”
- 069 — al-Haqqah, “La realtà”
- 070 — al-Maarij, “Le vie dell’ascesa”
- 071 — Nuh, “Noè”
- 072 — al-Jinn
- 073 — al-Muzzammil, “L’avvolto nel mantello”
- 074 — al-Muddaththir, “Il coperto dal mantello”
- 075 — al-Qiyamah, “La risurrezione”
- 076 — al-Insan, “L’uomo”
- 077 — al-Mursalat, “Le inviate”
- 078 — an-Naba, “L’Annuncio”
- 079 — an-Naziat, “Gli strappanti”
- 080 — Abasa, “Si accigliò”
- 081 — at-Takwir, “L’oscuramento”
- 082 — al-Infitar, “Lo squarciarsi”
- 083 — al-Mutaffifin, “I frodatori”
- 084 — al-Inshiqaq, “La fenditura”
- 085 — al-Buruj, “Le costellazioni”
- 086 — at-Tariq, “L’astro notturno”
- 087 — al-Ala, “L’Altissimo”
- 088 — al-Ghashiyah, “L’avvolgente”
- 089 — al-Fajr, “L’aurora”
- 090 — al-Balad, “La città”
- 091 — ash-Shams, “Il sole”
- 092 — al-Layl, “La notte”
- 093 — ad-Duha, “Le ore del mattino”
- 094 — ash-Sharh, “L’apertura”
- 095 — at-Tin, “Il fico”
- 096 — al-ʿAlaq, “L’aderenza”
- 097 — al-Qadr, “Il destino”
- 098 — al-Bayyinah, “La prova evidente”
- 099 — az-Zalzalah, “Il terremoto”
- 100 — al-ʿAdiyat, “Le scalpitanti”
- 101 — al-Qariʿah, “La percotente”
- 102 — at-Takathur, “La competizione”
- 103 — al-ʿAsr, “Il tempo”
- 104 — al-Humazah, “Il diffamatore”
- 105 — al-Fīl, “L’elefante”
- 106 — Quraysh
- 107 — al-Māʿūn, “L’aiuto”
- 108 — al-Kawthar, “L’abbondanza”
- 109 — al-Kāfirūn, “I miscredenti”
- 110 — an-Naṣr, “Il soccorso”
- 111 — al-Masad, “Le fibre di palma”
- 112 — al-Ikhlāṣ, “La sincerità”
- 113 — al-Falaq, “L’alba”
- 114 — an-Nās, “Gli uomini”
Commento al Corano: Sura 36 Yā-Sīn
La Sura 36 Yā Sīn, tradizionalmente classificata come meccana, è costruita attorno a tre grandi pretese: Maometto è realmente uno dei messaggeri di Allah; chi continua a respingerlo si trova in una condizione che il testo attribuisce anche al decreto e all’azione divina; la resurrezione e il giudizio finale dimostreranno infine che il messaggio era vero, ma quando questa verifica arriverà sarà ormai troppo tardi per gli increduli.
La sura utilizza una città anonima che respinge tre inviati e viene annientata, richiama le generazioni precedenti distrutte, presenta terra, vegetazione, sole, luna e navigazione come segni della potenza di Allah e risponde alle obiezioni sulla resurrezione mediante analogie con la prima creazione e con il fuoco ricavato dagli alberi.
Al centro compare anche uno dei passi più interessanti per il problema della predestinazione. Corano 36:7–10 afferma che contro molti uomini si è già avverata la parola divina, che Allah ha posto davanti e dietro di loro delle barriere e che, avvertiti o meno, non crederanno. Ibn Kathīr interpreta esplicitamente questi versetti come la condizione di coloro per i quali è stato decretato lo sviamento.
Un altro passaggio fondamentale è Corano 36:38. Il versetto dice che il sole corre verso il proprio mustaqarr, termine interpretabile come luogo o termine stabilito. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī conserva però una spiegazione attribuita direttamente a Maometto: al tramonto il sole andrebbe a prosternarsi sotto il Trono, chiederebbe il permesso di riprendere il proprio corso e un giorno riceverebbe l’ordine di tornare indietro, sorgendo da occidente.
Yā Sīn permette quindi di osservare molto bene il funzionamento dell’autorità coranica: la rivelazione proclama Maometto messaggero, interpreta il rifiuto come conseguenza di errore e decreto divino, utilizza il destino dei popoli precedenti come ammonimento, attribuisce alla natura una lettura teologica e colloca la verifica definitiva nell’Aldilà, dove l’avversario scoprirà finalmente che i messaggeri dicevano il vero senza poter più modificare il proprio destino.
Yā Sīn: due lettere il cui significato non viene spiegato – Corano 36:1
La sura comincia con:
«Yā-Sīn.» (Corano 36:1).
Come per le altre ḥurūf muqaṭṭaʿāt, le lettere isolate presenti all’inizio di diverse sure, il Corano non fornisce una spiegazione del loro significato.
L’esegesi islamica ha proposto numerose interpretazioni, mentre una posizione tradizionale frequente consiste semplicemente nell’affermare che Allah ne conosce meglio il significato.
È un piccolo ma istruttivo promemoria contro una concezione semplicistica del Corano come testo il cui significato sarebbe sempre immediatamente evidente: la stessa tradizione islamica riconosce di non possedere una spiegazione certa per parole collocate all’interno della rivelazione.
Il Corano giura per il Corano che Maometto è davvero un messaggero – Corano 36:2–36:6
Il testo prosegue:
«Per il Corano sapiente, in verità tu sei certamente fra gli inviati, su una via diritta, rivelazione del Potente, del Misericordioso,» (Corano 36:2–36:5).
La struttura probatoria è immediatamente significativa.
La questione che gli interlocutori dovrebbero valutare è:
Maometto è realmente un messaggero di Allah?
La risposta viene fornita dalla rivelazione proclamata dallo stesso Maometto:
«tu sei certamente uno dei messaggeri».
Il Corano giura inoltre per se stesso mentre certifica la persona che lo comunica.
Dal punto di vista storico-critico non abbiamo quindi una testimonianza indipendente dell’autorità profetica di Maometto, ma una struttura di autolegittimazione: Maometto proclama il Corano e il Corano proclama che Maometto è realmente un messaggero.
Il versetto 6 aggiunge lo scopo:
«affinché tu ammonisca un popolo i cui padri non furono ammoniti e che perciò sono incuranti.» (Corano 36:6).
La tradizione esegetica identifica generalmente questo popolo con gli Arabi ai quali predicava Maometto.
Allah ha già decretato che molti non crederanno – Corano 36:7–36:10
Subito dopo compare uno dei blocchi teologicamente più difficili della sura:
«La parola si è certamente avverata sulla maggior parte di loro, e dunque non credono.» (Corano 36:7).
Segue una potente immagine:
«In verità abbiamo posto ai loro colli catene fino ai menti, così che tengono il capo irrigidito.» «E abbiamo posto davanti a loro una barriera e dietro di loro una barriera, e li abbiamo coperti, così che non vedono.» (Corano 36:8–36:9).
E infine:
«È uguale per loro che tu li ammonisca o non li ammonisca: non crederanno.» (Corano 36:10).
Le catene e le barriere funzionano nel contesto come rappresentazione della loro incapacità di vedere e ricevere la guida.
Ibn Kathīr è particolarmente netto. Introduce il blocco come descrizione della condizione di coloro per i quali è stata decretata la dannazione e commenta 36:10 dicendo che Allah li ha sigillati nello sviamento, per cui l’ammonimento non produce alcun effetto.
Il testo dichiara che non crederanno, raffigura Allah mentre impedisce loro di vedere e afferma che ammonirli o non ammonirli produce lo stesso risultato. La tensione fra decreto divino e responsabilità umana nasce direttamente da questi versetti.
Questo deve essere letto insieme agli altri versetti nei quali Allah dichiara di guidare chi vuole e sviare chi vuole e, soprattutto, a Corano 32:13:
«E se avessimo voluto, avremmo dato a ogni anima la sua guida; ma si è avverata la Mia parola: «Riempirò certamente l’Inferno di jinn e uomini, tutti insieme».»
Il problema della responsabilità rimane evidente: uomini ai quali il testo attribuisce l’impossibilità effettiva di credere vengono contemporaneamente minacciati per la loro incredulità.
La questione è affrontata nel dettaglio nel nostro articolo Predestinazione nell’Islam: Allah guida chi vuole e svia chi vuole.
Soltanto alcuni possono beneficiare dell’ammonimento – Corano 36:11–36:12
Dopo aver detto che una parte degli uomini non crederà indipendentemente dall’ammonimento, il testo precisa:
«Tu ammonisci soltanto chi segue il Monito e teme il Compassionevole nell’invisibile.» (Corano 36:11).
La predicazione efficace viene dunque limitata a chi possiede già la disposizione che consente di accoglierla.
Il versetto 12 aggiunge:
«In verità siamo Noi a dare vita ai morti; registriamo ciò che hanno anticipato e le loro tracce, e ogni cosa l’abbiamo enumerata in un registro chiaro.» (Corano 36:12).
La sura introduce così fin dall’inizio il tribunale futuro: azioni e conseguenze vengono registrate e la resurrezione renderà possibile il giudizio.
La città dei tre messaggeri – Corano 36:13–36:17
Il Corano ordina:
«E proponi loro come esempio gli abitanti della città, quando vi giunsero gli inviati.» «Quando inviammo loro due, ma li smentirono; allora li rafforzammo con un terzo, ed essi dissero: “In verità siamo inviati a voi”.» (Corano 36:13–36:14).
Gli abitanti rispondono:
«Dissero: “Non siete altro che uomini come noi; il Compassionevole non ha fatto scendere nulla. Non fate altro che mentire”.» (Corano 36:15).
Gli inviati replicano:
«Dissero: “Il nostro Signore sa che siamo certamente inviati a voi,» «e su di noi non vi è altro che la comunicazione chiara”.» (Corano 36:16–36:17).
Il parallelismo con la situazione di Maometto è trasparente.
I messaggeri:
- sono uomini;
- vengono accusati di mentire;
- rivendicano l’invio divino;
- dichiarano che il proprio compito è trasmettere il messaggio.
La storia diventa quindi un precedente narrativo per la missione di Maometto.
Il rifiuto contemporaneo viene interpretato attraverso un racconto nel quale sappiamo già in anticipo che i messaggeri respinti avevano ragione.
Era Antiochia? Il Corano non lo dice e l’esegesi classica stessa incontra un problema
Il Corano non nomina la città né i tre messaggeri.
Una tradizione esegetica molto diffusa la identificò con Antiochia. Ibn Kathīr registra questa identificazione da Ibn Isḥāq, Ibn ʿAbbās, Kaʿb al-Aḥbār, Wahb ibn Munabbih e altri, insieme a differenti nomi attribuiti ai tre messaggeri.
Ma lo stesso Ibn Kathīr riconosce un problema serio.
Secondo la storia cristiana, Antiochia fu invece uno dei primi grandi centri nei quali la predicazione cristiana ebbe successo. La città non venne annientata perché aveva respinto tre apostoli.
Ibn Kathīr osserva quindi che, se Antiochia fu la prima grande città ad accogliere la religione di Gesù, difficilmente può essere la città che Corano 36 descrive mentre respinge i messaggeri e viene distrutta da un unico grido.
Anche il Corpus Coranicum mette la narrazione in rapporto con tradizioni cristiane tardoantiche relative ad Antiochia, ma rileva le differenze fondamentali: nella tradizione cristiana gli inviati ottengono conversioni e la città continua a esistere; nel Corano compaiono invece martirio e annientamento collettivo.
Il Corano lascia anonimi la città e i messaggeri. L’identificazione con Antiochia appartiene all’esegesi successiva e incontra difficoltà storiche riconosciute anche da Ibn Kathīr: la tradizione cristiana descrive Antiochia come un importante centro di diffusione del cristianesimo, non come una città annientata dopo il rifiuto dei messaggeri. La critica storica deve perciò riguardare anzitutto quell’identificazione esegetica, senza attribuirla direttamente al versetto.
La minaccia degli abitanti: «vi lapideremo» – Corano 36:18–36:19
Gli abitanti della città rispondono agli inviati:
«Dissero: “In verità traiamo cattivo presagio da voi. Se non desistete, vi lapideremo certamente e vi toccherà da parte nostra un castigo doloroso”.» (Corano 36:18).
Gli inviati rigettano l’accusa:
«Dissero: «Il vostro cattivo presagio è con voi stessi. È perché siete stati ammoniti? No: siete un popolo che eccede».» (Corano 36:19).
La narrazione elimina così la possibilità che l’arrivo dei predicatori abbia prodotto legittimamente un conflitto: la colpa ricade interamente sulla comunità che li respinge.
Un uomo difende i messaggeri e viene immediatamente collocato in Paradiso – Corano 36:20–36:27
Un uomo arriva dalla parte più lontana della città:
«E dall’estremità della città giunse correndo un uomo. Disse: «O popolo mio, seguite gli inviati. Seguite coloro che non vi chiedono alcuna ricompensa e sono guidati.» (Corano 36:20–36:21).
Egli proclama il monoteismo e domanda perché non dovrebbe adorare Colui che lo ha creato.
Poi il racconto passa improvvisamente alla ricompensa:
«Gli fu detto: «Entra nel Giardino». Disse: «Magari il mio popolo sapesse come il mio Signore mi ha perdonato e mi ha posto fra gli onorati!».» (Corano 36:26–36:27).
La narrazione conferma dall’interno la posizione del credente: egli sostiene i messaggeri e il testo lo trasferisce immediatamente nel Paradiso, dimostrando narrativamente che aveva scelto la parte corretta.
Il lettore non riceve una verifica esterna del Paradiso dell’uomo: lo apprende dal medesimo racconto che vuole convincerlo ad assumere la stessa posizione religiosa.
Un solo grido annienta l’intera città – Corano 36:28–36:29
La comunità subisce quindi il castigo:
«E dopo di lui non facemmo scendere sul suo popolo alcun esercito dal cielo, né avevamo bisogno di farlo scendere. Non fu altro che un unico Grido, ed ecco: furono spenti.» (Corano 36:28–36:29).
Il racconto ripete una sequenza tipica delle narrazioni coraniche: i messaggeri vengono respinti e minacciati, un credente li difende e Allah annienta la comunità ostile. Non possediamo tuttavia un’identificazione storica certa della città che permetta di verificare indipendentemente l’episodio.
La distruzione viene raccontata dalla stessa fonte che la utilizza come precedente per ammonire gli avversari di Maometto.
Il rifiuto dei messaggeri viene trasformato in una legge della storia – Corano 36:30–36:32
Il Corano commenta:
«Ahimè per i servi! Non giunge loro alcun messaggero senza che lo deridano.» (Corano 36:30).
Segue:
«Non hanno visto quante generazioni abbiamo fatto perire prima di loro, che non torneranno più a loro?» (Corano 36:31).
La resistenza a Maometto viene quindi inserita in una struttura molto più ampia:
i messaggeri autentici vengono regolarmente derisi;
i popoli che li respingono vengono distrutti.
Questo rende il rifiuto sorprendentemente poco utile come possibile evidenza contro la profezia: proprio il fatto di essere contestato può essere reinterpretato come caratteristica tipica del vero messaggero.
La terra morta che torna viva: analogia, non dimostrazione della resurrezione – Corano 36:33–36:35
Il testo introduce i segni naturali:
«E un segno per loro è la terra morta: le abbiamo dato vita e ne abbiamo fatto uscire grano, del quale mangiano.» (Corano 36:33).
Vengono ricordati palmeti, vigne e sorgenti.
L’immagine della terra arida che rifiorisce serve come analogia della resurrezione.
Ma l’analogia non equivale alla dimostrazione.
La vegetazione ricompare perché semi, radici e altri sistemi biologici possono sopravvivere e riprendere attività quando tornano acqua e condizioni favorevoli.
Questo fenomeno non dimostra che un essere umano morto e decomposto verrà ricostituito con la stessa identità personale dopo la morte.
Il passaggio dalla rigenerazione vegetale alla resurrezione umana è teologico.
«Ha creato tutte le coppie»: non è una previsione della biologia moderna – Corano 36:36
Il Corano afferma:
«Gloria a Colui che ha creato tutte le coppie: di ciò che la terra fa crescere, di loro stessi e di ciò che non conoscono.» (Corano 36:36).
Il termine azwāj possiede un campo semantico ampio: coppie, generi, categorie complementari.
Il versetto non formula una teoria biologica secondo cui ogni organismo esistente possiede necessariamente sesso maschile e femminile. Una simile affermazione sarebbe falsa: la biologia documenta riproduzione asessuata e organismi ermafroditi, oltre a sistemi riproduttivi non riducibili a una semplice coppia sessuale.
Il testo parla genericamente di coppie e categorie e aggiunge ciò che gli uomini ancora non conoscono. Trasformarlo retroattivamente in genetica, antimateria o fisica delle particelle significa inserire nel versetto concetti che esso non formula.
Per il problema generale del retrofitting scientifico si veda Corano e scienza: le presunte scoperte scientifiche.
Notte, sole e luna – Corano 36:37–36:40
La sura continua:
«E un segno per loro è la notte: ne strappiamo il giorno, ed ecco che sono nelle tenebre.» (Corano 36:37).
Quindi:
«E il sole corre verso un suo luogo di arresto. Questo è il decreto del Potente, del Sapiente.» (Corano 36:38).
Per la luna vengono ricordate fasi successive fino alla forma del vecchio ramo di palma.
Infine:
«Non spetta al sole raggiungere la luna, né la notte precede il giorno; ciascuno nuota in un’orbita.» (Corano 36:40).
Questi versetti descrivono regolarità astronomiche attraverso il linguaggio osservativo disponibile all’uomo: sole e luna percorrono vie regolari e i loro cicli non si confondono.
Il versetto descrive la regolarità dei percorsi del sole e della luna, ma non fornisce un modello astronomico capace di dimostrare conoscenze astrofisiche anticipatrici.
Corano 36:40 non spiega eliocentrismo, gravità, massa, velocità orbitale o struttura del sistema solare.
Maometto spiega 36:38: il sole si prostra sotto il Trono
Molto più interessante del tentativo di ricavare astronomia moderna dal versetto è l’interpretazione conservata nella principale raccolta canonica sunnita.
In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 3199, Abū Dharr racconta che Maometto gli chiese, al tramonto, se sapesse dove andasse il sole.
Secondo il racconto, Maometto spiegò che il sole:
- va fino a prosternarsi sotto il Trono;
- chiede il permesso di riprendere il proprio corso;
- riceve normalmente il permesso;
- un giorno non lo riceverà;
- sarà allora ordinato di tornare da dove è venuto;
- sorgerà quindi da occidente.
Bukhārī aggiunge esplicitamente che questa sarebbe l’interpretazione di Corano 36:38.
Questo hadith è molto più importante delle moderne traduzioni apologetiche.
La prosternazione può essere collocata dall’interpretazione religiosa nel dominio dell’invisibile. Il racconto canonico, tuttavia, descrive concretamente il sole che si reca sotto il Trono, chiede autorizzazione e riceve un ordine, ben lontano dalla descrizione scientifica del moto solare.
Il contesto interpretativo canonico include invece un sole che al tramonto «va», si prostra sotto il Trono, chiede autorizzazione e un giorno viene rimandato indietro.
La nave come segno e Allah che potrebbe annegare gli uomini – Corano 36:41–36:44
Il Corano passa alla navigazione:
«E un segno per loro è che abbiamo portato la loro discendenza nella nave carica, e abbiamo creato per loro cose simili sulle quali viaggiano.» (Corano 36:41–36:42).
Poi la contemplazione naturale si trasforma in minaccia:
«E se volessimo, li annegheremmo: non avrebbero chi risponda al loro grido e non sarebbero salvati, se non per una misericordia da parte Nostra e come godimento fino a un tempo.» (Corano 36:43–36:44).
La salvezza dal naufragio viene quindi interpretata come misericordia di Allah, mentre la possibilità dell’annegamento viene attribuita alla stessa volontà divina.
La natura non è presentata come sistema autonomo, ma come spazio nel quale Allah può conservare o distruggere.
«Se Allah volesse li nutrirebbe»: il Corano respinge l’uso fatalista della volontà divina – Corano 36:47
Uno dei passaggi più interessanti per comprendere la tensione fra decreto divino e responsabilità umana è questo:
«E quando viene detto loro: «Spendete di ciò che Dio vi ha provveduto», coloro che non credono dicono a coloro che credono: «Dovremmo nutrire chi Dio avrebbe nutrito, se avesse voluto? Non siete altro che in errore manifesto».» (Corano 36:47).
Ibn Kathīr spiega l’argomento degli increduli così: se Allah avesse voluto rendere quei poveri indipendenti e nutrirli, avrebbe potuto farlo; non intervenendo, essi sostengono di conformarsi alla volontà divina.
Il Corano condanna questo ragionamento.
Il versetto contrappone al fatalismo invocato dagli avversari l’obbligo umano di agire anche entro un mondo sottoposto alla volontà divina.
Il Corano può contemporaneamente affermare che:
- Allah controlla la provvidenza;
- Allah potrebbe nutrire direttamente il povero;
- l’uomo è comunque moralmente obbligato a nutrirlo;
- invocare la volontà divina per sottrarsi al dovere è una risposta condannata.
Questo non risolve il problema della guida e dello sviamento di 36:7-10. Mostra invece la tensione caratteristica della teologia coranica: la sovranità assoluta di Allah non viene considerata dal testo incompatibile con la piena responsabilità dell’uomo.
«Quando arriverà questa promessa?» – Corano 36:48–36:54
Gli avversari chiedono:
«E dicono: «Quando sarà questa promessa, se siete veritieri?».» (Corano 36:48).
La risposta non fornisce una data:
«Non attendono altro che un unico Grido, che li prenderà mentre discutono.» (Corano 36:49).
Non avranno nemmeno il tempo di fare disposizioni o tornare dalle proprie famiglie.
Poi la scena passa alla resurrezione:
«E sarà soffiato nel Corno, ed ecco che dalle tombe si precipiteranno verso il loro Signore.» (Corano 36:51).
I risorti esclameranno:
«Diranno: «Guai a noi! Chi ci ha risuscitati dal nostro luogo di riposo?». «Questo è ciò che il Compassionevole aveva promesso, e gli inviati avevano detto il vero».» (Corano 36:52).
Qui il meccanismo di autoconferma futura diventa esplicito.
Gli attuali oppositori vengono rappresentati dalla stessa rivelazione mentre, nel futuro, dichiarano:
«i messaggeri dicevano la verità».
La controversia presente viene quindi decisa mediante una scena futura narrata dalla parte che partecipa alla controversia.
Il Paradiso: occupati nel piacere insieme alle spose – Corano 36:55–36:58
Ai credenti viene contrapposto un destino completamente diverso:
«In verità gli abitanti del Giardino, oggi, saranno occupati in gioia, loro e le loro spose, all’ombra, adagiati su divani.» (Corano 36:55–36:56).
Avranno frutti e qualunque cosa desiderino.
La promessa culmina:
««Pace»: parola da parte di un Signore Misericordioso.» (Corano 36:58).
Premio e castigo funzionano come le due grandi sanzioni del sistema religioso: piacere permanente per chi accetta e obbedisce, Inferno per chi respinge.
«Separatevi oggi, o criminali» – Corano 36:59–36:64
Gli altri ricevono un ordine radicalmente diverso:
««Separatevi oggi, o criminali.» (Corano 36:59).
Allah ricorda quindi:
«Non vi avevo forse comandato, figli di Adamo, di non adorare Satana? In verità egli è per voi un nemico manifesto. E adorate Me: questa è una via diritta.» (Corano 36:60–36:61).
Satana avrebbe sviato moltitudini.
Infine:
«Questo è l’Inferno che vi era stato promesso. Bruciatevi oggi, per non aver creduto».» (Corano 36:63–36:64).
La mancata adesione al messaggio viene nuovamente trasformata in categoria morale: gli oppositori non sono semplicemente persone non persuase, ma vengono proiettati nel futuro come “criminali” ai quali viene mostrato l’Inferno che avevano negato.
Allah sigilla le bocche e fa testimoniare mani e piedi – Corano 36:65
Il tribunale escatologico assume una forma straordinaria:
«Oggi sigilleremo le loro bocche; le loro mani parleranno a Noi e i loro piedi testimonieranno ciò che guadagnavano.» (Corano 36:65).
Ibn Kathīr spiega che increduli e ipocriti tenteranno di negare le proprie azioni; Allah impedirà quindi loro di parlare volontariamente e farà testimoniare gli arti.
La rivelazione costruisce così un tribunale nel quale la contestazione dell’imputato può essere neutralizzata soprannaturalmente: la bocca viene sigillata e il corpo stesso testimonia contro il suo proprietario.
La scena non è verificabile nel presente. Diventa parte della promessa di ciò che accadrà quando il giudizio sarà ormai irreversibile.
Allah potrebbe accecarli o trasformarli sul posto – Corano 36:66–36:67
Il testo aggiunge:
«E se volessimo, cancelleremmo certamente i loro occhi; allora gareggerebbero verso la via, ma come potrebbero vedere?» (Corano 36:66).
E:
«E se volessimo, li trasformeremmo sul posto, così che non potrebbero procedere né tornare indietro.» (Corano 36:67).
La possibilità della mutilazione o trasformazione viene presentata come ulteriore prova della completa vulnerabilità dell’uomo davanti alla volontà divina.
La vecchiaia come «inversione della creazione» – Corano 36:68
Il Corano afferma:
«E colui al quale concediamo lunga vita, lo rovesciamo nella creazione. Non ragioneranno dunque?» (Corano 36:68).
L’espressione descrive il declino associato alla vecchiaia: perdita progressiva di forza e capacità dopo la maturità.
Il versetto utilizza il declino delle capacità nella vecchiaia come ulteriore segno della potenza divina, attribuendo ad Allah un fenomeno universalmente osservabile.
«Non gli abbiamo insegnato la poesia» – Corano 36:69–36:70
Il testo difende Maometto da un’altra accusa:
«E non gli abbiamo insegnato la poesia, né essa gli si addice. Esso non è altro che un Monito e un Corano chiaro,» (Corano 36:69).
Il bersaglio è l’accusa secondo cui Maometto sarebbe un poeta e il Corano poesia.
Occorre essere precisi.
Il Corano non è poesia araba classica nel senso tecnico del shiʿr metrico regolato dai metri della prosodia tradizionale.
Possiede però evidentemente ritmo, rima, parallelismi, formule retoriche e intensa costruzione fonica.
Il problema storico-critico di 36:69 non consiste quindi nel dire semplicemente «il Corano è poesia e quindi il versetto è falso».
È invece la modalità della confutazione:
gli oppositori attribuiscono il testo alla produzione poetica umana → il testo stesso risponde che Maometto non è stato istruito nella poesia e che ciò che recita è invece un Corano chiaro.
Ancora una volta la classificazione soprannaturale del discorso viene certificata dal discorso stesso.
Il Corano è destinato a chi è «vivo» – Corano 36:70
Il versetto spiega la finalità:
«per ammonire chi è vivo e affinché si avveri la parola contro i non credenti.» (Corano 36:70).
Il contrasto fra vivo e miscredente riprende una metafora già incontrata nella Sura 35.
La vera vitalità viene definita religiosamente: il cuore capace di ricevere il Corano è vivo; contro chi rimane incredulo si realizza invece la sentenza.
Gli animali sono creati e sottomessi agli uomini – Corano 36:71–36:73
La sura presenta il bestiame come dono:
«Non vedono che abbiamo creato per loro, fra ciò che le Nostre mani hanno fatto, bestiame del quale sono proprietari? E lo abbiamo sottomesso a loro: alcuni servono loro da cavalcatura e di altri mangiano.» (Corano 36:71–36:72).
Il rapporto uomo-animale viene interpretato in modo esplicitamente antropocentrico: gli animali esistono sotto il dominio concesso da Allah e servono per trasporto, alimentazione e altri benefici.
La domesticazione animale è un fatto storico e biologico; che sia avvenuta perché Allah ha creato e “sottomesso” gli animali all’uomo costituisce invece la spiegazione teologica del Corano.
Gli dèi rivali non possono neppure aiutare i propri adoratori – Corano 36:74–36:75
Il testo torna agli associatori:
«E hanno preso, all’infuori di Dio, delle divinità, sperando di essere soccorsi. Esse non possono soccorrerli; ed essi sono per loro un esercito presentato.» (Corano 36:74–36:75).
La rivelazione assume ancora una volta il diritto di parlare anche per le entità religiose degli avversari: dichiara la loro impotenza e stabilisce in anticipo che non potranno salvare chi le adora.
«Non ti rattristi ciò che dicono» – Corano 36:76
Maometto viene rassicurato:
«Non ti rattristi dunque il loro parlare. In verità Noi conosciamo ciò che nascondono e ciò che manifestano.» (Corano 36:76).
La contestazione degli avversari viene così neutralizzata anche attraverso l’onniscienza divina: Allah conoscerebbe perfino ciò che essi nascondono.
La voce coranica pretende dunque un accesso alle intenzioni interne degli oppositori superiore a quello posseduto dagli osservatori umani.
L’uomo porta un osso e domanda chi potrà farlo rivivere – Corano 36:77–36:79
Gli ultimi versetti affrontano direttamente l’obiezione alla resurrezione:
«Non vede l’uomo che lo abbiamo creato da una goccia? Ed ecco che diventa un avversario manifesto.» (Corano 36:77).
Poi:
«E ci propone un esempio e dimentica la propria creazione. Dice: «Chi darà vita alle ossa quando saranno consumate?».» (Corano 36:78).
La risposta:
«Di’: «Darà loro vita Colui che le ha originate la prima volta; ed Egli conosce ogni creazione,» (Corano 36:79).
Ibn Kathīr collega il passo a una tradizione nella quale un oppositore avrebbe sbriciolato un osso davanti a Maometto chiedendogli se Allah fosse davvero in grado di risuscitarlo.
La risposta coranica possiede coerenza interna se si accetta già la premessa che Allah abbia creato l’uomo dal nulla o dalla prima materia: chi possiede il potere della prima creazione possiede anche quello della seconda.
Ma questa è precisamente la premessa che dovrebbe essere dimostrata.
Il ragionamento è quindi:
Allah vi ha creati la prima volta → dunque Allah può ricrearvi.
Il secondo passaggio segue dal primo. Il versetto non dimostra indipendentemente il primo.
Il fuoco dall’albero verde – Corano 36:80
Il testo aggiunge:
«Colui che ha fatto per voi dal verde albero un fuoco, ed ecco che da esso accendete».» (Corano 36:80).
Ibn Kathīr conserva due spiegazioni.
La prima è generale: l’albero cresce verde grazie all’acqua e successivamente può diventare legno secco utilizzato come combustibile.
La seconda è più specifica e richiama al-markh e al-ʿafār, due piante del Ḥijāz i cui rami venivano tradizionalmente utilizzati per produrre fuoco per sfregamento.
Non si tratta quindi di una misteriosa informazione scientifica incomprensibile agli Arabi del VII secolo. Ibn Kathīr stesso la spiega attraverso una pratica concreta nota nell’ambiente arabo.
Il Corano la utilizza come analogia della potenza divina: se Allah può produrre il fuoco dall’albero, può anche risuscitare i morti.
Creare cieli e terra dimostrerebbe la capacità di ricreare gli uomini – Corano 36:81–36:83
La conclusione porta l’argomento alla scala cosmica:
«Colui che ha creato i cieli e la terra non è forse capace di creare esseri simili a loro? Sì, certamente. Ed Egli è il Creatore incessante, il Sapiente.» (Corano 36:81).
Segue una delle formule più note del Corano:
«Il Suo comando, quando vuole una cosa, consiste soltanto nel dirle: «Sii», ed essa è.» (Corano 36:82).
La sura termina:
«Gloria dunque a Colui nella cui mano è il dominio di ogni cosa e al quale sarete ricondotti.» (Corano 36:83).
La conclusione non fornisce una nuova prova empirica della resurrezione. Porta alla massima estensione la premessa teologica dell’intero capitolo: Allah possiede già potere assoluto sulla creazione, quindi ricreare i morti non rappresenta alcuna difficoltà.
L’argomento funziona perfettamente all’interno del sistema. Ma per chi domanda se quel sistema sia vero rimane necessario dimostrare precisamente le premesse che il Corano assume: che l’universo sia stato creato dall’Allah descritto da Maometto, che Maometto sia realmente il suo messaggero e che il Corano sia realmente la sua parola.
Conclusione
La Sura 36 presenta l’autorità di Maometto come un dato certificato dalla rivelazione da lui proclamata. Al rifiuto degli oppositori risponde con la dichiarazione che su molti di essi il decreto è già stato pronunciato e che Allah ha posto barriere davanti e dietro di loro (36:7–10). La città dei tre messaggeri, non identificata dal Corano e discussa nell’esegesi, ripropone lo schema dei profeti respinti e poi giustificati dagli eventi.
Anche la natura viene chiamata a confermare il messaggio: vegetazione, notte, sole e luna diventano segni di Allah. Ma l’osservazione di questi fenomeni non identifica da sola il loro autore con la divinità che parla nel Corano. La tradizione attribuisce inoltre a Maometto un’interpretazione concreta del corso del sole: in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 3199 esso si prosterna sotto il Trono e, un giorno, riceverà l’ordine di sorgere da occidente; l’interpretazione proviene dal hadith, non dalle sole parole di 36:38.
La verifica definitiva della pretesa viene rimandata alla resurrezione: gli oppositori riconosceranno la verità degli inviati quando il giudizio sarà ormai iniziato (36:52). Il Corano dichiara vera la missione del suo proclamante, spiega perché gli increduli non lo ascoltano e annuncia l’evento futuro che, secondo il suo stesso racconto, finirà per dargli ragione.






Commento al Corano: Sura 8 al-Anfal, “Il Bottino”