Bloggando il Corano: Sura 45 al-Jāthiyah, “La genuflessa”
Commento al Corano: Sura 45 al-Jāthiyah, “La genuflessa”
Il commento al Corano della Sura 45 al-Jāthiyah, “La genuflessa”, analizza i segni di Allah nella natura, il comando rivolto ai credenti di perdonare chi non attende i “giorni di Allah”, il privilegio accordato ai Figli d’Israele, la sharīʿah attribuita a Maometto, il rapporto tra desiderio, guida e sviamento e il giudizio eterno di chi rifiuta il messaggio. La sura presenta il Corano come rivelazione proveniente dal Potente e Sapiente, assume la natura come conferma della teologia proclamata, interpreta il dissenso come arroganza, ignoranza o sottomissione alle passioni e descrive il Giorno del Giudizio come il momento nel quale ogni comunità sarà inginocchiata davanti al proprio registro.
Il titolo al-Jāthiyah deriva dal versetto 28, nel quale tutte le comunità vengono rappresentate in ginocchio nell’attesa del giudizio. L’immagine esprime timore, sottomissione e impotenza: popoli che durante la vita hanno seguito leggi, tradizioni e religioni differenti vengono infine convocati davanti all’unico tribunale riconosciuto dal Corano.
La sura appartiene al gruppo delle Ḥā-Mīm, comprendente le sure 40-46, e prosegue direttamente molti temi della Sura 44 ad-Dukhān: origine divina del Libro, segni nella creazione, rifiuto degli oppositori, privilegio e successiva divisione dei Figli d’Israele, resurrezione, castigo dei miscredenti e separazione finale tra chi accetta la rivelazione e chi la deride.
Secondo la classificazione tradizionale prevalente, la Sura 45 è meccana. Questa collocazione aiuta a comprendere Corano 45:14, che ordina ai credenti di perdonare gli oppositori. La tesi secondo cui tale comando sarebbe stato successivamente limitato, superato nella pratica o abrogato dalle disposizioni sul combattimento appartiene però all’esegesi: non è formulata esplicitamente nel versetto.
Il Corano proviene dal Potente e Sapiente – Corano 45:1-2
La sura si apre con le lettere isolate:
«Ḥā-Mīm. La rivelazione del Libro proviene da Allah, il Potente, il Sapiente» (Corano 45:1-2).
Come nelle sure precedenti, il Corano non spiega il significato di Ḥā-Mīm. I commentatori hanno proposto formule note soltanto ad Allah, abbreviazioni di nomi divini, richiami destinati ad attirare l’attenzione oppure segni della composizione miracolosa del Libro. Nessuna di queste interpretazioni viene imposta dal testo.
La frase successiva non dimostra l’origine divina del Corano, ma la proclama. Il Libro proviene da Allah e gli attributi del Potente e Sapiente ne garantiscono implicitamente l’autorità. Per il credente si tratta della premessa fondamentale; per chi sta ancora valutando la pretesa, rimane una dichiarazione interna al testo.
Il Corano presenta Allah come propria fonte, descrive Allah attraverso i propri versetti e riceve autorità dal Dio che esso stesso proclama. Questa struttura non dimostra automaticamente che il Libro sia falso, ma impedisce di utilizzare la sua autodefinizione come prova indipendente della conclusione affermata.
La stessa circolarità attraversa la dottrina dell’inimitabilità del Corano: il testo viene considerato soprannaturale sulla base di criteri religiosi la cui autorità dipende già dall’accettazione del Corano.
I segni nei cieli, negli animali e nei venti – Corano 45:3-6
La sura invita a osservare la natura:
«In verità nei cieli e sulla terra vi sono segni per i credenti. Nella vostra creazione e negli animali che Egli dissemina vi sono segni per gente che possiede certezza. Nell’alternarsi della notte e del giorno, nel sostentamento che Allah fa scendere dal cielo, mediante il quale ridà vita alla terra dopo la sua morte, e nel mutare dei venti vi sono segni per gente che ragiona» (Corano 45:3-5).
Il testo elenca fenomeni osservabili: cieli, terra, origine degli esseri umani, animali, giorno e notte, pioggia, rinascita della vegetazione e venti. Questi fenomeni vengono definiti “segni” e organizzati secondo una progressione retorica: segni per i credenti, per chi possiede certezza e per chi ragiona.
L’argomentazione compie però tre passaggi distinti:
- esistono ordine, vita e processi naturali;
- tali fenomeni sono opera di Allah;
- il Corano recitato da Maometto è la parola autentica di Allah.
Il primo dato non dimostra automaticamente gli altri due. La regolarità naturale può essere interpretata attraverso il monoteismo, il politeismo, il deismo oppure mediante spiegazioni non religiose. Anche ammettendo un creatore, dall’esistenza degli animali, della pioggia e dei venti non deriva che quel creatore sia precisamente Allah come definito dal Corano, né che Maometto ne sia il messaggero.
Per giungere alla conclusione islamica occorrerebbe dimostrare non soltanto che la natura richieda una causa divina, ma che tale causa abbia comunicato esattamente il testo coranico. La sura assume questo collegamento senza dimostrarlo separatamente.
La sezione termina domandando:
«Questi sono i versetti di Allah che ti recitiamo secondo verità. In quale discorso, dopo Allah e i Suoi versetti, crederanno?» (Corano 45:6).
La domanda restringe le alternative: una volta presentati i segni e i versetti, quale altro discorso potrebbe meritare fede? La conclusione assume però che la recitazione sia già stata identificata come parola di Allah. Chi contesta questa origine non sta necessariamente preferendo una narrazione arbitraria a una rivelazione riconosciuta; sta discutendo proprio la premessa che il testo considera acquisita.
La natura viene quindi utilizzata come conferma della rivelazione dopo che la rivelazione ne ha già stabilito il significato. Il procedimento ricorda quello osservato nella Sura 41 Fussilat: i fenomeni del mondo sono interpretati attraverso il Corano e poi presentati come prove del Corano.
Il peccatore che ascolta e persevera con arroganza – Corano 45:7-11
La sura pronuncia una condanna:
«Guai a ogni peccatore menzognero. Ascolta i versetti di Allah che gli vengono recitati, poi persevera con arroganza come se non li avesse uditi. Annunciagli dunque un castigo doloroso» (Corano 45:7-8).
Il destinatario non viene descritto semplicemente come una persona non persuasa. È già definito peccatore, menzognero e arrogante. Il rifiuto della recitazione viene ricondotto a un difetto morale: egli avrebbe ricevuto una manifestazione sufficiente della verità, ma si comporterebbe come se non l’avesse ascoltata.
La costruzione restringe la possibilità che la mancata adesione sia il risultato di una valutazione critica. Se l’ascoltatore accetta, dimostra di essere guidato; se rifiuta, il rifiuto viene spiegato mediante arroganza, menzogna o chiusura spirituale.
Il versetto successivo aggiunge:
«Quando apprende qualcosa dei Nostri versetti, li prende in derisione. Per costoro vi sarà un castigo umiliante» (Corano 45:9).
La derisione religiosa può essere offensiva, superficiale o intellettualmente povera. Non dimostra però da sola la falsità delle obiezioni dell’avversario. Un messaggio autentico può essere deriso, ma può esserlo anche un messaggio falso. Il comportamento dell’interlocutore non sostituisce la verifica della pretesa profetica.
Alle loro spalle vi sarebbe l’Inferno:
«Dietro di loro vi è l’Inferno. Non servirà loro nulla di ciò che hanno acquisito né coloro che hanno preso come protettori all’infuori di Allah. Avranno un castigo immenso» (Corano 45:10).
Ricchezze, alleanze, divinità e protezioni terrene vengono dichiarate impotenti. La sura presenta quindi il Corano come guida e promette un castigo doloroso a chi nega i segni (Corano 45:11).
La risposta principale alla derisione non consiste in una dimostrazione ulteriore, ma nella minaccia escatologica. Il destinatario comprenderà la verità quando subirà il castigo, cioè quando non avrà più possibilità di correggere la propria scelta.
Il mare e il cosmo “sottomessi” agli uomini – Corano 45:12-13
La sura torna ai fenomeni naturali:
«Allah è Colui che vi ha sottomesso il mare, affinché le navi vi navighino per Suo comando, affinché cerchiate parte della Sua grazia e affinché siate riconoscenti» (Corano 45:12).
Il mare, la navigazione e il commercio vengono interpretati come doni predisposti per l’uomo. Il linguaggio della “sottomissione” non descrive un processo scientifico, ma una relazione teologica: le proprietà del mare permetterebbero il viaggio perché Allah le avrebbe ordinate a beneficio umano.
Il versetto successivo amplia l’affermazione:
«Vi ha sottomesso tutto ciò che è nei cieli e tutto ciò che è sulla terra, tutto proveniente da Lui. In questo vi sono certamente segni per gente che riflette» (Corano 45:13).
Il verbo non implica necessariamente che ogni elemento del cosmo sia direttamente utilizzabile dall’uomo. Può indicare, nella lettura religiosa, che Allah avrebbe posto l’ordine naturale in una condizione complessivamente accessibile, conoscibile o sfruttabile dagli esseri umani.
Questa precisazione descrive correttamente una possibile interpretazione e impedisce una critica troppo letterale. Non assolve però l’argomentazione complessiva: anche intendendo la “sottomissione” in senso ampio, il versetto rimane una dichiarazione teologica e non una prova specifica della missione di Maometto.
“Perdonate coloro che non attendono i giorni di Allah” – Corano 45:14-15
Il versetto 14 contiene una prescrizione apparentemente conciliatrice:
«Di’ a coloro che credono di perdonare coloro che non sperano nei giorni di Allah, affinché Egli ricompensi un popolo per ciò che acquisiva» (Corano 45:14).
I “giorni di Allah” non indicano semplicemente festività religiose. L’espressione è stata collegata ai giorni del castigo, alle vittorie concesse da Allah, agli eventi storici nei quali manifesta il proprio potere oppure, in senso più ampio, al giudizio futuro. Il commento Maʿārif al-Qurʾān a Corano 45:14-16 discute il comando al perdono e il suo contesto.
Il versetto ordina realmente ai credenti di non reagire immediatamente contro gli oppositori e di lasciare ad Allah la retribuzione. Questo dato deve essere riconosciuto senza manipolare il testo.
La concessione descrive però il contenuto del singolo passo: non assolve l’impianto complessivo. “Perdonare” non significa riconoscere come legittima la religione altrui, istituire una libertà religiosa neutrale, considerare vere tutte le fedi o escludere future sanzioni politiche e militari. Gli oppositori continuano a essere descritti come persone destinate alla ricompensa negativa di Allah.
Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 45:14 collega il comando alla fase iniziale dell’Islam, durante la quale ai musulmani sarebbe stato ordinato di sopportare le offese dei politeisti e del Popolo del Libro. Secondo questa lettura, quando gli oppositori persistettero, Allah prescrisse il combattimento.
È necessario distinguere con precisione:
- Corano 45:14 ordina effettivamente ai credenti di perdonare;
- il versetto non dichiara di essere temporaneo o abrogato;
- Ibn Kathīr lo inserisce nella successione dalla pazienza iniziale al combattimento;
- abrogazione formale, limitazione storica e applicazione condizionata non sono necessariamente interpretazioni identiche.
Non tutti gli interpreti devono quindi considerare il versetto completamente cancellato. Può essere letto come applicabile in determinate circostanze accanto alle norme sul conflitto. Questa possibilità non trasforma però Corano 45:14 in una dichiarazione universale di non coercizione.
Non sarebbe corretto affermare che il versetto ordini già la jihad: non lo fa. Sarebbe ugualmente scorretto isolarlo per presentare l’Islam classico come sistema nel quale il perdono annulla il combattimento, la subordinazione giuridica degli avversari e la jizya.
La dinamica richiama Corano 41:34, che invita a respingere il male con ciò che è migliore. Entrambi i passi conservano un contenuto reale di pazienza; nessuno dei due può essere estratto dal contesto per neutralizzare le successive prescrizioni medinesi.
Il versetto successivo ribadisce la responsabilità individuale:
«Chi compie il bene lo fa a proprio vantaggio e chi compie il male lo fa a proprio danno. Poi sarete ricondotti al vostro Signore» (Corano 45:15).
La formulazione sembra proporre un criterio morale generale, ma il contesto definisce il bene anche attraverso il riconoscimento della rivelazione. Nei versetti precedenti chi nega i segni è già destinato al castigo, anche senza che vengano specificati crimini commessi contro altre persone.
I Figli d’Israele privilegiati e poi divisi – Corano 45:16-17
La sura dichiara:
«Demmo ai Figli d’Israele il Libro, il giudizio e la profezia; concedemmo loro cose buone e li preferimmo sopra i mondi. Demmo loro prove chiare riguardo al comando, ma essi non si divisero se non dopo che giunse loro la conoscenza, per reciproca rivalità» (Corano 45:16-17).
I Figli d’Israele ricevono una serie particolarmente forte di privilegi: Scrittura, autorità di giudizio, profezia, sostentamento e preferenza sopra gli altri popoli. Come nella Sura 44, il Corano riconosce esplicitamente una loro elezione.
Il privilegio viene però seguito dalla divisione. Le divergenze non vengono presentate come possibile conseguenza della complessità dei testi o di interpretazioni sincere, ma come effetto di rivalità sopraggiunta dopo la conoscenza.
Il Corano incorpora così l’eredità israelitica nella propria storia della rivelazione e, nello stesso tempo, delegittima le forme dell’ebraismo che non riconoscono Maometto. La rivelazione originaria viene riconosciuta come autentica; le divergenze rispetto all’Islam vengono attribuite alla successiva divisione della comunità.
La struttura consente a Maometto di rivendicare continuità con Mosè senza sottoporre la propria predicazione al criterio dell’ebraismo storico. È invece il Corano a giudicare la tradizione precedente: ciò che concorda con esso appartiene alla conoscenza originaria; ciò che diverge viene ricondotto a rivalità, corruzione interpretativa o allontanamento dalla rivelazione.
Il giudizio sulle controversie viene rinviato:
«In verità il tuo Signore giudicherà tra loro, nel Giorno della Resurrezione, riguardo a ciò su cui divergevano» (Corano 45:17).
La pluralità religiosa non viene riconosciuta come insieme di vie ugualmente legittime. Viene temporaneamente tollerata in attesa di un giudizio futuro che, nella prospettiva coranica, confermerà l’unica verità islamica.
Maometto posto su una propria sharīʿah – Corano 45:18-20
Allah si rivolge a Maometto:
«Poi ti ponemmo su una via chiara del comando. Seguila dunque e non seguire i desideri di coloro che non sanno» (Corano 45:18).
Il termine sharīʿah indica qui una via o un percorso normativo stabilito da Allah. Il commento Maʿārif al-Qurʾān a Corano 45:18 distingue i principi fondamentali della religione dalle prescrizioni pratiche e normative.
Il versetto costituisce un importante antecedente lessicale della sharia, ma non contiene ancora il sistema giuridico dettagliato elaborato successivamente mediante Corano, Sunna, consenso, analogia e scuole giuridiche. Il rapporto tra testo coranico e successive costruzioni normative viene analizzato nella Tavola giuridica analitica del Corano.
Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 45:16-20 collega il passo ai favori concessi ai Figli d’Israele, alla loro successiva divisione e all’autorità attribuita alla comunità di Maometto.
La successione dei versetti produce un trasferimento di autorità: i Figli d’Israele ricevettero Libro, giudizio e profezia, ma si divisero; Maometto viene ora posto sulla via che deve seguire senza aderire alle volontà di coloro che “non sanno”.
Il Corano non presenta questa sharīʿah come una religione inventata ex novo, ma come restaurazione e compimento dell’ordine autentico di Allah. Ciò non elimina il carattere autoreferenziale della pretesa: è il Corano a certificare che Maometto possiede la via corretta e a utilizzare tale certificazione per subordinare le tradizioni concorrenti.
Gli oppositori non potrebbero proteggerlo da Allah:
«Essi non ti saranno di alcuna utilità contro Allah. In verità gli ingiusti sono alleati gli uni degli altri, mentre Allah è il protettore dei timorati» (Corano 45:19).
La divisione religiosa viene trasformata in contrapposizione morale. Chi non segue la via di Maometto appartiene agli ingiusti alleati tra loro; Allah protegge invece i timorati.
Il Corano definisce quindi i propri versetti:
«Questo è chiaroveggenza per gli uomini, guida e misericordia per gente che possiede certezza» (Corano 45:20).
La guida e la misericordia vengono associate a chi possiede certezza. Il dissenso, invece, è collegato ai desideri, all’ignoranza e all’ingiustizia. Anche in questo caso il testo classifica le reazioni secondo la verità che assume fin dall’inizio.
Credenti e malfattori non possono avere lo stesso destino – Corano 45:21-22
La sura domanda:
«Coloro che commettono cattive azioni credono forse che li renderemo uguali a coloro che credono e compiono opere buone, nella loro vita e nella loro morte? Quanto è cattivo il loro giudizio!» (Corano 45:21).
Distinguere tra giusti e malfattori può apparire moralmente ragionevole: un sistema nel quale vittime e oppressori ricevessero necessariamente lo stesso esito sembrerebbe negare la giustizia.
Questa concessione descrive però soltanto la plausibilità astratta di una distinzione morale; non assolve il criterio concreto adottato dalla sura. Il versetto non contrappone esclusivamente persone buone e cattive sulla base del danno inflitto agli altri. Da una parte colloca «coloro che credono e compiono opere buone»; dall’altra coloro che commettono il male. Fede e opere formano un’unica categoria positiva.
Il commento Maʿārif al-Qurʾān a Corano 45:21-22 collega il giudizio finale alla distinzione tra credenti giusti e malfattori.
La sura non promette lo stesso destino a una persona moralmente retta che rifiuta il Corano e a un credente che compie opere buone. L’adesione religiosa rimane parte essenziale del criterio morale; la miscredenza non è un dato neutrale, ma una colpa autonoma.
Il versetto 22 afferma:
«Allah creò i cieli e la terra secondo verità, affinché ogni anima sia ricompensata per ciò che ha acquisito, e non subiranno ingiustizia» (Corano 45:22).
La finalità del cosmo viene collegata alla retribuzione individuale. L’affermazione secondo cui nessuno subirà ingiustizia costituisce però una conclusione teologica, non la dimostrazione della proporzionalità di ogni pena descritta.
Rimane quindi da valutare se il castigo eterno per la miscredenza sia proporzionato, soprattutto quando l’interlocutore non riconosce come dimostrata l’autenticità della rivelazione.
Chi prende il desiderio come dio e viene sviato da Allah – Corano 45:23
Uno dei passaggi più importanti della sura afferma:
«Hai visto colui che prende il proprio desiderio come dio? Allah lo ha sviato consapevolmente, ha posto un sigillo sul suo udito e sul suo cuore e una copertura sulla sua vista. Chi potrà guidarlo dopo Allah? Non rifletterete?» (Corano 45:23).
La prima parte descrive l’individuo che eleva il proprio desiderio a criterio supremo. Non significa necessariamente che egli adori formalmente una divinità chiamata “desiderio”, ma che obbedisce alle proprie inclinazioni come a un’autorità assoluta.
Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 45:23 spiega che questa persona compie ciò che il desiderio le presenta come buono e abbandona ciò che esso le presenta come cattivo. Il commento Maʿārif al-Qurʾān interpreta analogamente l’adorazione come obbedienza assoluta alle passioni.
Criticare chi trasforma il desiderio nell’unico criterio può essere ragionevole. La sura usa però questa categoria nel contesto del rifiuto della rivelazione, rischiando di assimilare chi non riconosce Maometto a chi è dominato dalle proprie passioni.
Una persona può rifiutare una pretesa religiosa non perché desideri vivere senza limiti, ma perché non la considera dimostrata. Questa possibilità non viene seriamente contemplata: il mancato riconoscimento del Corano viene inserito in una diagnosi morale già negativa.
Il versetto non si limita comunque a descrivere una scelta umana. Afferma che Allah svia il soggetto, ne sigilla udito e cuore e pone una copertura sulla vista.
L’espressione tradotta con “consapevolmente” è stata interpretata in modi differenti: Allah lo svierebbe sulla base della propria conoscenza della sua condizione, oppure pur sapendo pienamente che egli non accetterà la guida. In entrambe le letture il ruolo divino rimane esplicito: il testo attribuisce ad Allah lo sviamento e il sigillo delle facoltà attraverso le quali il soggetto potrebbe correggersi.
La tradizione può spiegare lo sviamento come punizione successiva alla scelta volontaria di seguire il desiderio. L’individuo avrebbe prima respinto la guida e Allah ne avrebbe poi consolidato la condizione.
Questa risposta riduce l’apparente arbitrarietà, ma non assolve il sistema causale descritto dal versetto. Allah interviene sulle capacità necessarie alla revisione: udito, cuore e vista. Il soggetto viene giudicato per una condizione che le sue scelte avrebbero originato, ma che Dio rende più difficile o impossibile modificare.
La domanda «chi potrà guidarlo dopo Allah?» rende l’effetto definitivo. Nessun argomento, messaggero o esperienza può guidarlo se Allah ha deciso di sviarlo e sigillarlo.
Il problema si collega direttamente alla predestinazione nell’Islam e ai passi analizzati nella Sura 7 al-Aʿrāf, nella Sura 41 Fussilat e nella Sura 43 az-Zukhruf: l’uomo sceglie lo sviamento, ma Allah lo intensifica e poi giudica il soggetto nella condizione consolidata anche dall’intervento divino.
“Non esiste che la nostra vita terrena” – Corano 45:24-27
Gli oppositori dichiarano:
«Non vi è che la nostra vita terrena: moriamo e viviamo, e non ci distrugge altro che il tempo» (Corano 45:24).
Il passo conserva una forma antica di naturalismo: vita e morte sarebbero processi governati dal tempo, non fasi di un piano culminante nel giudizio escatologico.
Il Corano risponde:
«Non possiedono alcuna conoscenza di ciò; non fanno che congetturare» (Corano 45:24).
La critica può colpire chi afferma dogmaticamente l’impossibilità di ogni forma di vita futura. L’assenza di prova della negazione non costituisce però una prova della specifica resurrezione descritta dall’Islam.
Quando vengono recitati i versetti, gli oppositori chiedono:
«Fate tornare i nostri padri, se siete sinceri» (Corano 45:25).
La richiesta coincide con quella della Sura 44: se i morti saranno realmente risuscitati, riportatene qualcuno come prova. Il Corano non esegue la verifica richiesta, ma riafferma:
«Allah vi dà la vita, poi vi farà morire, poi vi radunerà nel Giorno della Resurrezione, riguardo al quale non vi è dubbio. Ma la maggior parte degli uomini non sa» (Corano 45:26).
La certezza della resurrezione viene proclamata nuovamente. La risposta dipende dall’autorità della stessa rivelazione che l’interlocutore non ha accettato: il Corano è vero perché dichiara con certezza il giudizio, e il giudizio è certo perché lo dichiara il Corano.
Il dominio dei cieli e della terra appartiene ad Allah e, quando giungerà l’Ora, coloro che sostengono il falso saranno perdenti (Corano 45:27).
Ogni comunità inginocchiata e chiamata al Libro – Corano 45:28-29
La scena che dà il titolo alla sura è questa:
«Vedrai ogni comunità inginocchiata. Ogni comunità sarà chiamata al proprio libro: oggi sarete ricompensati per ciò che operavate» (Corano 45:28).
Il termine jāthiyah indica una posizione inginocchiata, associata a paura, attesa e sottomissione. Nessuna comunità conserva sovranità davanti al giudizio: tutte attendono il verdetto.
Il “libro” può essere interpretato come registro collettivo della comunità, insieme dei registri individuali oppure libro delle opere attribuite a ciascun gruppo. Il testo non sviluppa qui in modo sistematico la distinzione.
Il versetto successivo afferma:
«Questo Nostro libro parla contro di voi secondo verità. In verità facevamo trascrivere ciò che operavate» (Corano 45:29).
Le azioni vengono presentate come registrate e riprodotte quale testimonianza. Il giudizio non dipenderebbe dalla memoria imperfetta dell’uomo, ma da un archivio divino completo.
L’immagine richiama la Sura 41 Fussilat, dove udito, occhi e pelle testimoniano contro il proprio possessore. Nei due casi l’imputato non controlla la prova: il corpo o il registro producono una testimonianza stabilita da Allah e rendono impossibile ogni difesa efficace.
Il giudizio è individuale ma anche comunitario. Ciascuna umma viene chiamata come gruppo, coerentemente con una visione nella quale le appartenenze religiose possiedono conseguenze collettive oltre che personali.
Credenti nella misericordia, miscredenti nel castigo – Corano 45:30-35
La sentenza distingue due gruppi:
«Quanto a coloro che credettero e compirono opere buone, il loro Signore li farà entrare nella Sua misericordia. Questo è il successo evidente» (Corano 45:30).
Fede e opere vengono nuovamente unite. La misericordia non viene promessa indistintamente alle persone rette, ma a coloro che credono e traducono la fede in comportamento.
Ai miscredenti viene invece domandato:
«Non vi venivano forse recitati i Miei versetti? Ma vi insuperbivate ed eravate un popolo criminale» (Corano 45:31).
La mancata adesione viene ricostruita come superbia e criminalità. Il testo non contempla che una persona possa avere ascoltato la recitazione, non averla trovata probante e aver comunque agito con giustizia verso gli altri.
Quando veniva annunciato che la promessa di Allah era vera e che l’Ora non ammetteva dubbio, gli oppositori rispondevano di non sapere che cosa fosse e di possedere soltanto una congettura (Corano 45:32).
Nel giudizio appariranno le conseguenze delle azioni e saranno avvolti da ciò che deridevano:
«Oggi vi dimenticheremo come dimenticaste l’incontro di questo vostro Giorno. La vostra dimora è il Fuoco e non avrete soccorritori» (Corano 45:34).
Il verbo “dimenticare” non implica che Allah perda memoria dei condannati. Nell’uso esegetico indica l’abbandono al castigo e la privazione della misericordia: Allah li tratterà come essi avevano trascurato il Giorno del Giudizio.
La causa viene specificata:
«Ciò perché prendeste i versetti di Allah in derisione e la vita terrena vi ingannò. Oggi non saranno fatti uscire da esso né sarà loro permesso di ottenere favore» (Corano 45:35).
La pena possiede quattro caratteristiche:
- risponde ad azioni e incredulità limitate alla durata della vita;
- non ha termine;
- non ammette revisione, pentimento o riconciliazione;
- non svolge una funzione rieducativa, perché il dannato non verrà mai liberato.
La condanna non riguarda soltanto violenza, oppressione o danno inflitto agli altri. La derisione dei versetti, la mancata fede nell’Ora e l’attaccamento alla vita terrena assumono un peso morale sufficiente a giustificare il Fuoco permanente.
La teologia islamica può sostenere che negare Allah costituisca una colpa assoluta perché rifiuta il creatore e una verità sufficientemente manifestata. Questa risposta dipende però dalla premessa che ogni condannato abbia ricevuto prove adeguate dell’origine divina del Corano. È proprio tale premessa che il non credente contesta.
Una pena infinita per una scelta finita, priva di funzione rieducativa e collegata anche alla mancata adesione religiosa, solleva quindi un problema di proporzionalità che la semplice affermazione della giustizia di Allah non risolve.
La lode finale al Signore dei mondi – Corano 45:36-37
La sura termina con una dossologia:
«Ad Allah appartiene dunque la lode, Signore dei cieli, Signore della terra, Signore dei mondi. A Lui appartiene la grandezza nei cieli e sulla terra. Egli è il Potente, il Sapiente» (Corano 45:36-37).
La conclusione riprende gli attributi iniziali. Il Libro proviene dal Potente e Sapiente; al termine, lo stesso Dio viene proclamato Signore dell’intero cosmo e degno di ogni lode.
La lode segue immediatamente la descrizione della condanna eterna. Nella logica della sura, potere, giudizio e castigo non entrano in tensione con la perfezione divina, ma ne manifestano la sovranità.
Per il credente, Allah merita lode perché distingue giusti e malfattori e realizza il giudizio promesso. Per il lettore critico, rimane da stabilire se la classificazione confessionale delle persone e l’eternità della pena siano compatibili con la giustizia proclamata.
Conclusione
La Sura 45 al-Jāthiyah presenta il mondo naturale come una rete di segni che dovrebbe condurre al riconoscimento di Allah e del Corano. Cieli, terra, animali, pioggia, venti e mare vengono interpretati attraverso la teologia islamica, ma il passaggio dall’ordine naturale alla verità specifica della missione di Maometto rimane assunto, non dimostrato.
Corano 45:14 ordina realmente il perdono degli oppositori. Questa concessione descrive correttamente il versetto, ma non assolve il sistema complessivo: il passo non riconosce le altre religioni come ugualmente vere e non annulla le successive norme sul combattimento e sulla subordinazione. È l’esegesi classica, non il versetto, a inserirlo nella successione storica dalla pazienza meccana al potere medinese.
I Figli d’Israele ricevono Libro, giudizio, profezia e superiorità, ma le loro divisioni permettono al Corano di trasferire l’autorità finale a Maometto, posto su una propria sharīʿah. Anche questa autorità viene però certificata dalla rivelazione che dipende dall’autorità del messaggero che la proclama.
Corano 45:23 concentra la tensione tra responsabilità umana e determinazione divina. L’uomo prende il desiderio come dio, ma Allah lo svia, sigilla cuore e udito e copre la vista. Una colpa iniziale può precedere lo sviamento; ciò non elimina il fatto che Dio intervenga consolidando la condizione per la quale l’uomo sarà giudicato.
Nel Giorno del Giudizio ogni comunità viene inginocchiata davanti al proprio registro. I credenti e coloro che compiono opere buone entrano nella misericordia; chi nega o deride i versetti viene definito arrogante e criminale, abbandonato nel Fuoco e privato per sempre di ogni possibilità di revisione.
“La genuflessa” costruisce così una morale che è inseparabilmente confessionale. Il bene non viene definito soltanto dal comportamento verso gli altri esseri umani, ma dall’adesione alla rivelazione islamica; il dissenso viene interpretato come arroganza, ignoranza, dominio del desiderio o effetto dello sviamento divino.
La controversia che il testo non risolve attraverso prove condivise viene rinviata al giorno in cui ogni comunità sarà costretta a inginocchiarsi. La certezza della condanna è formulata con maggiore nettezza della dimostrazione necessaria per stabilire che la voce che la annuncia provenga realmente da Dio.
