Bloggando il Corano: Sura 22 al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
Commento al Corano: Sura 22 al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
La Sura 22 al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”, non è semplicemente una raccolta di prescrizioni relative all’Hajj. Al suo interno si intrecciano il terrore del Giorno del Giudizio, la resurrezione, la condanna degli increduli, la rivendicazione islamica della Kaaba, i sacrifici animali, il primo permesso di combattere, l’interferenza attribuita a Satana nella proclamazione profetica e le funzioni pubbliche della comunità musulmana una volta ottenuta autorità sulla terra.
Anche la tradizione islamica non è unanime sulla sua collocazione cronologica. Alcuni commentatori la considerano meccana, altri medinese, mentre altri ancora ritengono che raccolga materiali appartenenti a entrambe le fasi. I primi versetti conservano il tono escatologico e polemico caratteristico della predicazione meccana; i riferimenti all’espulsione dei credenti, al combattimento e a una comunità ormai insediata politicamente corrispondono invece più naturalmente alla fase successiva all’emigrazione a Medina.
La sura riflette quindi una trasformazione decisiva del movimento di Maometto: da comunità che annuncia il giudizio e sopporta l’opposizione a comunità che rivendica il principale santuario arabo, viene autorizzata a combattere e associa il possesso dell’autorità all’organizzazione pubblica della religione.
Il terrore dell’Ora – Corano 22:1-2
La sura si apre con una rappresentazione sconvolgente della fine del mondo:
«O uomini, temete il vostro Signore. Il terremoto dell’Ora sarà qualcosa di terribile. Nel giorno in cui lo vedrete, ogni donna che allatta dimenticherà il proprio lattante e ogni donna incinta deporrà il proprio carico. Vedrai gli uomini come ebbri, benché non siano ebbri; ma il castigo di Allah sarà severo» (Corano 22:1-2).
Il giudizio viene reso emotivamente immediato attraverso immagini di panico, interruzione della gravidanza, dissoluzione dei legami familiari e smarrimento collettivo. Gli uomini sembreranno ubriachi non perché abbiano bevuto, ma perché la gravità del castigo li avrà privati di ogni capacità di controllo.
La scena svolge una funzione evidente di ammonimento escatologico. Il rifiuto del messaggio non viene affrontato soltanto attraverso argomenti, ma collocato davanti alla prospettiva di un castigo capace di annientare perfino gli istinti umani più elementari.
Un hadith del Sahih al-Bukhari 3348 collega questo scenario alla selezione dei dannati. Allah ordinerebbe ad Adamo di estrarre dalla propria discendenza il contingente destinato al Fuoco: novecentonovantanove persone su mille. Quando i Compagni ne furono terrorizzati, Maometto spiegò che quella massa sarebbe stata composta soprattutto da Gog e Magog, rassicurando così gli ascoltatori musulmani sulla loro possibilità di salvezza.
La spiegazione riduce la minaccia per la comunità raccolta intorno a Maometto, ma conserva la rappresentazione di un’umanità nella quale la perdizione raggiunge proporzioni schiaccianti.
Resurrezione ed embriologia coranica – Corano 22:3-7
Il testo condanna chi discute di Allah senza conoscenza e segue ogni demonio ribelle. Satana condurrebbe i propri seguaci al castigo della Fiamma (Corano 22:3-4).
Per sostenere la resurrezione, il Corano richiama la formazione dell’essere umano:
«O uomini, se dubitate della resurrezione, in verità vi creammo dalla polvere, poi da una goccia, poi da un’aderenza, poi da un pezzo di carne formato e non formato, per mostrarvi la Nostra potenza» (Corano 22:5).
Il ragionamento è teologico e analogico: colui che avrebbe creato l’uomo una prima volta potrebbe ricrearlo dopo la morte. La sequenza utilizza termini presenti anche in altri passi coranici: nutfah, una goccia di liquido; ʿalaqah, qualcosa che aderisce o una sostanza assimilata a un coagulo; mudghah, una massa di carne paragonata a qualcosa di masticato.
L’apologetica islamica moderna presenta frequentemente queste espressioni come una descrizione scientificamente miracolosa dello sviluppo embrionale. Il versetto, però, non descrive con precisione la fecondazione, l’impianto, la differenziazione dei tessuti o la formazione degli organi. Impiega immagini macroscopiche e analogiche al servizio dell’argomento sulla resurrezione, non un’esposizione scientifica dell’embriologia.
Lo stesso procedimento viene applicato alla terra arida che torna a germogliare dopo la pioggia. Il Dio che fa rivivere il terreno morto potrebbe, secondo il testo, riportare in vita anche gli esseri umani (Corano 22:5-7).
Chi adora Allah “sull’orlo” – Corano 22:8-14
Alcuni uomini discutono di Allah senza conoscenza, guida o Scrittura illuminante, assumendo un atteggiamento arrogante e cercando di sviare gli altri. Per loro vengono annunciati l’umiliazione in questo mondo e il castigo nell’altro (Corano 22:8-10).
Segue la descrizione di una fede condizionata:
«Tra gli uomini vi è chi adora Allah sull’orlo: se gli giunge un bene ne è rassicurato, ma se lo colpisce una prova si volta indietro. Perde questo mondo e l’altro: questa è la perdita evidente» (Corano 22:11).
“Sull’orlo” indica una posizione instabile. I tafsir collegano il versetto a persone che avrebbero aderito all’Islam aspettandosi prosperità, figli e incremento dei beni, per poi abbandonarlo quando tali vantaggi non si realizzavano.
Il testo interpreta quindi l’allontanamento dall’Islam attraverso le categorie dell’instabilità, dell’opportunismo e dello sviamento. In questo passaggio non viene presa in considerazione la possibilità che qualcuno possa rifiutare o abbandonare la religione dopo averne valutato criticamente le pretese.
Una corda verso il cielo: il controverso Corano 22:15
Il versetto 15 contiene una delle formulazioni più oscure della sura:
«Chi pensa che Allah non lo aiuterà in questo mondo e nell’altro, tenda una corda verso il cielo, poi la tagli, e veda se il suo espediente elimina ciò che lo irrita» (Corano 22:15).
Il pronome tradotto con “lo” può riferirsi a Maometto: chi è irritato dalla promessa che Allah sosterrà il profeta dovrebbe provare inutilmente a impedirla. Sono discussi anche il significato del termine “cielo” e quello del verbo tradotto con “tagliare”.
Secondo una lettura classica riportata da Ibn Kathir, il “cielo” sarebbe il soffitto della casa. L’uomo dovrebbe fissarvi una corda, impiccarsi e verificare se il suicidio riesca a eliminare la propria rabbia. Ibn Kathir attribuisce questa spiegazione, tra gli altri, a Mujahid, ʿIkrimah, ʿAta, Abu al-Jawza e Qatadah.
Altri commentatori intendono invece il passo come una sfida iperbolica: chi dubita dell’aiuto divino dovrebbe tentare di raggiungere il cielo e interrompere il sostegno proveniente da Allah.
La lettura dell’impiccagione non è dunque un’invenzione di critici ostili all’Islam, ma una spiegazione attestata nella tradizione esegetica musulmana. Non è l’unica interpretazione possibile, ma il senso generale rimane sarcastico: chi non sopporta il successo promesso a Maometto non dispone di alcun mezzo per impedirlo.
Allah guida chi vuole e giudica le religioni – Corano 22:16-17
Allah avrebbe fatto discendere segni chiari e guiderebbe chi vuole (Corano 22:16). La guida viene così presentata come qualcosa che dipende dalla volontà divina, non soltanto dalla ricerca umana.
Il versetto successivo elenca musulmani, ebrei, sabei, cristiani, zoroastriani e politeisti:
«In verità, coloro che credono, i giudei, i sabei, i cristiani, i magi e coloro che associano altre divinità ad Allah: Allah giudicherà tra loro nel Giorno della Resurrezione» (Corano 22:17).
Il versetto rinvia il giudizio ad Allah, ma non presenta le religioni elencate come vie equivalenti. Nel quadro coranico complessivo, il riconoscimento della rivelazione proclamata da Maometto costituisce il criterio decisivo. I commentatori musulmani interpretano infatti il giudizio finale come la manifestazione della verità dell’Islam e dell’errore delle comunità che lo hanno rifiutato.
Il sole si prostra sotto il Trono – Corano 22:18
Il versetto 18 afferma che davanti ad Allah si prostrano il sole, la luna, le stelle, le montagne, gli alberi, gli animali e molti esseri umani, mentre su molti altri ricade il castigo.
La tradizione attribuisce al sole una prostrazione descritta in termini concreti. Nel Sahih al-Bukhari 3199, Maometto chiede ad Abu Dharr dove vada il sole al tramonto e risponde che esso procede fino a prostrarsi sotto il Trono, chiedendo il permesso di sorgere nuovamente.
Il racconto non si limita a una generica affermazione sulla sottomissione del creato. Presenta una sequenza narrativa: il sole si muove verso una destinazione, si prostra, chiede autorizzazione e la riceve.
È possibile sostenere che la prostrazione appartenga a una dimensione invisibile e non descrivibile attraverso l’astronomia. La lettura più immediata dell’hadith rimane però narrativa e concreta; l’interpretazione metafisica, simbolica o non spaziale richiede una spiegazione teologica ulteriore.
Acqua bollente, viscere fuse e mazze di ferro – Corano 22:19-24
Credenti e increduli vengono presentati come due avversari in disputa intorno al loro Signore. Una tradizione conservata nel Sahih al-Bukhari 3965 collega i “due avversari” anche ai combattenti musulmani e meccani che si affrontarono nella battaglia di Badr.
Agli increduli vengono preparati abiti di fuoco:
«Sul loro capo verrà versata acqua bollente, con la quale saranno liquefatti ciò che hanno nel ventre e la pelle. Per loro vi saranno mazze di ferro. Ogni volta che, per l’angoscia, cercheranno di uscirne, vi saranno ricondotti: “Gustate il castigo dell’incendio”» (Corano 22:19-22).
La descrizione insiste sulla materialità del supplizio: pelle, viscere, acqua bollente, metallo e tentativi falliti di fuga. L’Inferno coranico non è una semplice separazione spirituale da Dio, ma una punizione fisica inflitta e continuamente rinnovata.
Ai credenti vengono invece promessi giardini attraversati da ruscelli, ornamenti d’oro e perle, abiti di seta e parole pure (Corano 22:23-24).
La contrapposizione è netta: ricompensa sensibile per chi crede, supplizio sensibile per chi rifiuta il messaggio.
La Mecca rivendicata come santuario abramitico – Corano 22:25-29
Con il versetto 25 il tema si sposta sulla Sacra Moschea:
«In verità, coloro che non credono, ostacolano il sentiero di Allah e la Sacra Moschea, che abbiamo stabilito per gli uomini, tanto per il residente quanto per il forestiero, e chiunque vi voglia una deviazione ingiusta, gli faremo gustare un castigo doloroso» (Corano 22:25).
I Quraysh custodivano la Kaaba e amministravano il pellegrinaggio, ma il Corano contesta la legittimità del loro culto e rivendica il santuario per il monoteismo proclamato da Maometto.
Allah avrebbe indicato ad Abramo il sito della Casa, ordinandogli di non associargli nulla e di purificare il luogo per coloro che vi compiono la circumambulazione, si inchinano e si prosternano (Corano 22:26).
Abramo avrebbe poi proclamato il pellegrinaggio:
«Proclama il pellegrinaggio agli uomini: verranno a te a piedi e su ogni cammello magro, provenendo da ogni remoto sentiero» (Corano 22:27).
Il collegamento tra Abramo, Ismaele, la Mecca e la Kaaba è centrale nella teologia islamica, ma non è attestato nella Bibbia, che non colloca Abramo o Ismaele alla Mecca. Non esistono inoltre conferme storiche indipendenti anteriori all’Islam che documentino la fondazione abramitica del santuario.
Questo non dimostra automaticamente che la tradizione sia falsa, ma impedisce di presentarla come un dato storico già documentato fuori dalle fonti musulmane. Il Corano inserisce il santuario meccano in una genealogia abramitica e lo presenta come luogo originariamente monoteistico, successivamente contaminato dall’idolatria.
Riti preislamici conservati e reinterpretati – Corano 22:30-38
Il pellegrinaggio alla Kaaba, la circumambulazione, la sacralità del territorio meccano e i sacrifici animali erano già presenti nella religiosità araba precedente alla predicazione di Maometto. Le stesse fonti islamiche ricordano la presenza degli idoli nel santuario, i pellegrinaggi delle tribù arabe e le pratiche rituali che l’Islam avrebbe successivamente corretto e ricondotto ad Abramo.
Il Corano non elimina l’impianto fondamentale di questi riti. Esclude le divinità pagane, dichiara la Kaaba santuario di Allah e interpreta le pratiche preesistenti come resti deformati della religione originaria di Abramo.
Il pellegrino deve evitare gli idoli, le parole false e ogni associazione di altre divinità ad Allah. Chi attribuisce compagni ad Allah viene paragonato a qualcuno precipitato dal cielo, afferrato dagli uccelli o trascinato dal vento in un luogo lontano (Corano 22:30-31).
I cammelli destinati al sacrificio vengono definiti tra i simboli sacri di Allah:
«Non sono né la loro carne né il loro sangue che giungono ad Allah, ma giunge a Lui il vostro timore» (Corano 22:37).
Il versetto attribuisce al sacrificio un significato spirituale: Allah non avrebbe bisogno del sangue o della carne, ma della devozione dei fedeli. L’uccisione rituale degli animali resta tuttavia prescritta e continua a costituire una componente dell’Hajj e della festa islamica del sacrificio.
Il risultato è una combinazione di continuità e rottura: l’Islam conserva la struttura fondamentale del pellegrinaggio arabo, ma ne sostituisce la spiegazione religiosa e rivendica come autenticamente abramitiche pratiche anteriori alla predicazione di Maometto.
Il primo permesso di combattere – Corano 22:39-40
I versetti 39 e 40 rappresentano un passaggio decisivo:
«È stato dato il permesso a coloro che sono combattuti, perché hanno subito un’ingiustizia. Allah è certamente capace di soccorrerli. Coloro che sono stati espulsi dalle loro dimore senza diritto, soltanto perché dicevano: “Il nostro Signore è Allah”» (Corano 22:39-40).
Secondo numerosi commentatori musulmani, tra cui Ibn Abbas, Mujahid e Qatadah, questo sarebbe stato il primo versetto con il quale Allah concesse ai musulmani il permesso di combattere dopo il periodo meccano di sopportazione.
Il testo giustifica l’autorizzazione richiamando un’ingiustizia subita: i credenti sarebbero stati combattuti ed espulsi dalle proprie case a causa della fede. È questa la motivazione formulata dal versetto e non vi è alcuna necessità di nasconderla.
Riconoscere la motivazione dichiarata, però, non significa accettare la successiva rappresentazione apologetica dell’intera guerra di Maometto come pura autodifesa. Anche la ricostruzione tradizionale della Hijra e del presunto complotto per assassinare Maometto contiene problemi che rendono molto meno lineare il racconto di una comunità completamente passiva, improvvisamente costretta a impugnare le armi.
Corano 22:39 presenta una giustificazione difensiva del primo combattimento, ma non dimostra affatto che l’intera dottrina coranica e giuridica del jihad sia limitata alla sola difesa. Il collegamento rimanda all’analisi della teoria del jihad elaborata dai giuristi islamici, che smentisce la moderna riduzione apologetica del jihad armato a una semplice risposta contro aggressioni già in corso.
Il versetto descrive il primo permesso, non tutta la normativa successiva sulla guerra. Altri passi coranici riguarderanno il combattimento contro i politeisti, la sottomissione degli avversari, il pagamento della jizya e l’estensione dell’autorità islamica.
La distinzione è decisiva: il motivo addotto per la prima autorizzazione non coincide con l’intero sviluppo della dottrina. Utilizzare Corano 22:39 come formula capace di neutralizzare tutti gli altri testi sul jihad significa trasformare un singolo passaggio in una chiave interpretativa che il resto delle fonti islamiche non conferma.
Monasteri, chiese, sinagoghe e moschee – Corano 22:40
Il versetto prosegue:
«Se Allah non respingesse alcuni uomini per mezzo di altri, sarebbero demoliti monasteri, chiese, sinagoghe e moschee nei quali il nome di Allah è frequentemente menzionato» (Corano 22:40).
Il passo viene spesso presentato come prova definitiva della piena libertà religiosa garantita dall’Islam. La menzione di monasteri, chiese e sinagoghe è certamente significativa: la loro distruzione viene descritta come una conseguenza negativa impedita dall’azione di Allah attraverso alcuni uomini contro altri.
Il versetto non formula però una dottrina moderna dell’uguaglianza religiosa. Non dichiara equivalenti tutte le religioni, non garantisce identici diritti politici indipendentemente dalla fede e non annulla la successiva normativa classica sui dhimmi, sulla jizya e sulle restrizioni applicate in diversi ordinamenti islamici alla costruzione, ricostruzione o visibilità dei luoghi di culto non musulmani.
Corano 22:40 può quindi essere richiamato a sostegno della protezione degli edifici religiosi, ma non basta da solo a dimostrare una piena parità giuridica tra musulmani e non musulmani.
Autorità politica e controllo morale – Corano 22:41
Il versetto 41 descrive i credenti quando ottengono autorità:
«Coloro che, se diamo loro autorità sulla terra, assolvono l’orazione, versano la zakat, ordinano il bene e vietano il male» (Corano 22:41).
Il testo collega l’insediamento politico a quattro funzioni: preghiera, zakat, comando del bene e proibizione del male. Descrive una comunità che, una volta dotata di autorità, stabilisce pubblicamente il culto e la fiscalità religiosa e interviene sull’ordine morale attraverso il comando del bene e il divieto del male.
Il versetto non contiene da solo l’intero ordinamento di uno Stato islamico, ma rende difficilmente sostenibile l’idea che il Corano separi per principio religione, potere politico e regolazione dei comportamenti pubblici.
Il principio di “comandare il bene e vietare il male” diventerà infatti uno dei fondamenti tradizionali dell’intervento islamico sulla società. Verrà esercitato, con forme e intensità differenti, dai governanti, dai giuristi, dai funzionari incaricati del controllo dei mercati e della morale e, in alcuni ordinamenti contemporanei, da specifiche istituzioni religiose.
Popoli distrutti e dissenso spiegato come cecità – Corano 22:42-51
Il rifiuto di Maometto viene inserito nella serie dei popoli che avrebbero respinto i profeti precedenti: il popolo di Noè, gli ʿAd, i Thamud, il popolo di Abramo, il popolo di Lot, gli abitanti di Madian e i seguaci del faraone.
Lo schema è ricorrente: Allah invia un messaggero, il popolo lo rifiuta, Allah concede una tregua e infine distrugge gli increduli. Le città abbandonate e i pozzi inutilizzati vengono presentati come testimonianza della sorte riservata a chi respinge la rivelazione (Corano 22:42-48).
Il versetto 46 afferma:
«Non sono gli occhi a diventare ciechi, ma diventano ciechi i cuori che sono nei petti» (Corano 22:46).
Il dissenso viene spiegato come difetto morale e spirituale dell’interlocutore. Il problema non viene individuato nell’eventuale insufficienza delle prove offerte dal messaggio, ma nella cecità interiore di chi non lo riconosce.
Maometto deve presentarsi come ammonitore. Chi crede riceverà perdono e ricompensa; chi cerca di contrastare i segni di Allah sarà destinato all’Inferno (Corano 22:49-51).
Satana e la proclamazione profetica: il difficile Corano 22:52
Il versetto 52 è uno dei più problematici dell’intero Corano:
«Non inviammo prima di te alcun messaggero o profeta senza che, quando recitava, Satana gettasse qualcosa nella sua recitazione. Ma Allah abroga ciò che Satana getta, poi conferma i Suoi segni» (Corano 22:52).
La traduzione dipende dal significato attribuito ai termini tamannā e umniyyatihi. Possono essere collegati al desiderare, ma numerosi commentatori li hanno intesi in rapporto alla recitazione o alla proclamazione profetica.
Nella lettura adottata da una parte importante della tradizione esegetica, il versetto descrive un’interferenza satanica seguita dall’intervento correttivo di Allah, che annulla ciò che Satana ha introdotto e conferma i propri segni.
Il passo venne collegato da diversi commentatori alla tradizione dei Versetti satanici.
Secondo il racconto, durante la recitazione della Sura 53 Maometto avrebbe pronunciato parole favorevoli alle tre dee venerate dai Quraysh, al-Lat, al-ʿUzza e Manat, riconoscendo loro una forma di intercessione. Successivamente avrebbe dichiarato che quelle parole provenivano da Satana e non appartenevano alla rivelazione divina.
La vicenda compare in fonti islamiche antiche e in materiali conservati, tra gli altri, da al-Tabari. Non è quindi una leggenda inventata in epoca moderna da studiosi occidentali o da oppositori dell’Islam.
Molti studiosi musulmani successivi rifiutarono il racconto perché le catene di trasmissione non risultavano, a loro giudizio, sufficientemente solide e perché l’episodio entrava in conflitto con la dottrina dell’affidabilità profetica.
Ibn Kathir riconosce che numerosi commentatori riportarono la vicenda, ma afferma di non conoscere una catena autentica e continua che la confermi. La sua riserva riguarda l’attendibilità delle trasmissioni, non l’esistenza della tradizione nella letteratura islamica.
Anche eliminando l’episodio dei Versetti satanici, la difficoltà di Corano 22:52 rimane. Il testo afferma comunque che Satana può “gettare” qualcosa in relazione all’attività di un messaggero o profeta e descrive un successivo intervento divino che annulla l’inserzione e conferma i segni.
Il versetto 53 trasforma questa interferenza in una prova per coloro che hanno una malattia nel cuore o il cuore indurito. La difficoltà generata dal racconto viene quindi ricondotta alla condizione morale di chi ne rimane turbato.
Emigranti uccisi oppure morti – Corano 22:55-60
Gli increduli continueranno a dubitare fino all’arrivo improvviso dell’Ora o del castigo di un giorno sterile. Nel Giorno del Giudizio il dominio apparterrà ad Allah, che separerà i credenti dagli increduli (Corano 22:55-57).
Il versetto 58 afferma:
«Coloro che emigrarono sul sentiero di Allah e poi furono uccisi oppure morirono, Allah concederà loro una bella provvidenza» (Corano 22:58).
Il testo non parla soltanto di combattenti caduti in battaglia. Comprende sia chi viene ucciso sia chi muore dopo essere emigrato “sul sentiero di Allah”. Ridurre il versetto alla sola ricompensa dei martiri caduti nel jihad sarebbe quindi impreciso.
Il versetto 60 promette invece l’aiuto di Allah a chi reagisce in misura proporzionata al torto subito e viene poi nuovamente aggredito. Ibn Kathir riporta una spiegazione secondo la quale alcuni musulmani avrebbero incontrato dei politeisti durante i mesi sacri. I musulmani avrebbero cercato di evitare lo scontro, ma gli idolatri avrebbero iniziato l’aggressione e sarebbero infine stati sconfitti.
Il cielo trattenuto dal cadere – Corano 22:61-66
La sura torna ai segni cosmici. Allah farebbe entrare la notte nel giorno e il giorno nella notte, avrebbe assoggettato il sole e la luna e conoscerebbe ogni cosa.
Il versetto 65 afferma:
«Trattiene il cielo affinché non cada sulla terra, se non con il Suo permesso» (Corano 22:65).
La formulazione presenta il cielo come qualcosa che sovrasta la terra e che potrebbe cadere su di essa se Allah non lo trattenesse.
L’apologetica moderna interpreta talvolta il passo come riferimento alle leggi fisiche, alla gravità o alla stabilità dell’universo. Il versetto non contiene però questi concetti. Utilizza il linguaggio cosmologico immediato del cielo mantenuto sopra la terra e attribuisce ad Allah la conservazione di tale ordine.
Allah avrebbe dato la vita agli uomini, li farebbe morire e infine li resusciterebbe. Nonostante ciò, l’uomo viene definito profondamente ingrato (Corano 22:66).
Ogni comunità ha i propri riti, ma la via corretta resta l’Islam – Corano 22:67-72
Il versetto 67 afferma che a ogni comunità è stato assegnato un rito e ordina a Maometto di non lasciarsi trascinare in dispute, ma di chiamare gli uomini al proprio Signore.
Il riconoscimento dell’esistenza di riti differenti non implica pluralismo religioso. Maometto deve continuare a invitare gli uomini alla propria via, mentre Allah giudicherà le divergenze nel Giorno della Resurrezione (Corano 22:67-69).
Coloro che adorano altre entità non possiedono, secondo il Corano, alcuna autorizzazione divina né autentica conoscenza. Quando vengono recitati i segni di Allah, sui loro volti apparirebbe la riprovazione e sembrerebbero sul punto di aggredire chi li proclama (Corano 22:71-72).
Anche qui l’opposizione viene ricondotta a idolatria, ignoranza e ostilità, non alla possibile esistenza di ragioni fondate per contestare il messaggio.
Gli idoli non possono creare una mosca – Corano 22:73-76
Il Corano propone una parabola contro gli idoli:
«Coloro che invocate all’infuori di Allah non creeranno mai una mosca, anche se si riunissero tutti per farlo. E se una mosca portasse loro via qualcosa, non potrebbero riprenderselo» (Corano 22:73).
L’argomento sottolinea l’impotenza delle immagini materiali: non possono creare neppure una mosca e non possono recuperare ciò che essa sottrae loro.
La polemica colpisce efficacemente chi attribuisce alla statua stessa un potere divino autonomo. Non confuta però necessariamente tutte le forme di politeismo, nelle quali l’immagine può essere considerata simbolo, rappresentazione o luogo di presenza della divinità, non la divinità creatrice in senso materiale.
Il Corano riduce comunque il culto rivale alla venerazione di entità impotenti e conclude che gli uomini non hanno riconosciuto la vera grandezza di Allah.
Il jihad per Allah e la comunità testimone – Corano 22:77-78
La sura si conclude rivolgendosi ai credenti:
«O voi che credete, inchinatevi, prosternatevi, adorate il vostro Signore e fate il bene, affinché possiate avere successo. E impegnatevi per Allah come merita che ci si impegni per Lui» (Corano 22:77-78).
Il verbo utilizzato deriva dalla radice di jihad. Il suo significato può comprendere uno sforzo ampio per la causa di Allah e non deve essere tradotto automaticamente in ogni contesto con “guerra”. È però altrettanto scorretto svuotarlo di ogni dimensione militare, soprattutto all’interno di una sura che ha appena introdotto il permesso di combattere.
Ibn Kathir interpreta l’ordine in senso comprensivo: i credenti devono impegnarsi con i beni, le parole, le persone e le proprie capacità. Il combattimento armato rientra quindi nel jihad, pur non costituendone l’unica forma.
Il versetto afferma inoltre che Allah avrebbe scelto i credenti e non avrebbe posto nella religione alcuna difficoltà. L’Islam viene identificato con la religione di Abramo:
«Egli vi ha chiamati musulmani già prima e in questa rivelazione, affinché il Messaggero sia testimone contro di voi e voi siate testimoni contro gli uomini» (Corano 22:78).
È discusso se il soggetto di “vi ha chiamati musulmani” sia Allah o Abramo. In entrambi i casi il testo costruisce una continuità retroattiva: l’identità musulmana non inizierebbe con Maometto, ma rappresenterebbe la religione autentica di Abramo e dei profeti precedenti.
La comunità musulmana viene così investita di una funzione religiosa universale e normativa rispetto al resto dell’umanità. Maometto testimonierà sui musulmani e i musulmani testimonieranno sugli altri uomini: non vengono presentati come una comunità religiosa tra molte vie equivalenti, ma come i depositari della rivelazione definitiva.
Dalla persecuzione alla costruzione dell’ordine islamico
La Sura 22 non parla soltanto di pellegrinaggio. Collega il giudizio escatologico, la condanna degli increduli, la rivendicazione della Kaaba, la conservazione reinterpretata dei riti arabi, il primo permesso di combattere e le funzioni pubbliche della comunità musulmana.
Corano 22:39 presenta una giustificazione difensiva del primo combattimento, ma questa formulazione appartiene al contesto specifico del primo permesso e non definisce l’intera dottrina islamica della guerra. La giurisprudenza classica, gli altri versetti sul combattimento e la successiva espansione dell’autorità musulmana rendono insostenibile la riduzione del jihad armato alla sola difesa da un’aggressione territoriale già in corso.
Il versetto 41 mostra inoltre che la prospettiva della sura non si arresta alla sopravvivenza di un gruppo perseguitato. Una volta ottenuta autorità, la comunità stabilisce pubblicamente la preghiera e la zakat, ordina il bene e proibisce il male.
La sura documenta quindi il passaggio dalla predicazione priva di potere a una comunità autorizzata a combattere, a rivendicare il principale santuario arabo e a organizzare la vita collettiva secondo i precetti di Allah.
Dai riti del santuario preislamico alla loro reinterpretazione islamica, dalla predicazione meccana all’autorità medinese, il filo conduttore è la costruzione di una comunità chiamata a credere, testimoniare, combattere quando autorizzata e disciplinare pubblicamente la società. Culto, fiscalità religiosa, controllo morale, guerra e autorità politica non compaiono come sfere separate, ma come parti dello stesso ordine islamico.
