Commento al Corano: Sura 70 al-Maʿārij, “Le vie dell’ascesa”
La Sura 70 al-Maʿārij descrive il giudizio come inevitabile, misura il “giorno” divino in cinquantamila anni, insiste sull’impazienza umana e definisce i credenti attraverso preghiera, elemosina, sessualità lecita e timore del castigo.
Un castigo che nessuno può respingere – Corano 70:1-4
La sura si apre con qualcuno che chiede un castigo destinato ai miscredenti. Nessuno potrà impedirlo, perché proviene da Allah, “Signore delle vie dell’ascesa”.
«Gli angeli e lo Spirito salgono a Lui in un giorno la cui misura è di cinquantamila anni.» (Corano 70:4).
Il versetto non offre un’unità cosmologica moderna. Il numero appartiene al linguaggio escatologico del testo e viene interpretato dalla tradizione in relazione alla durata o percezione del Giorno del Giudizio.
Il giudizio sembra lontano, Allah lo vede vicino – Corano 70:5-14
Maometto deve sopportare con pazienza: gli avversari vedono il giudizio lontano, Allah lo vede vicino. Il cielo diventerà come metallo fuso e i monti come lana colorata.
Nessun amico chiederà dell’altro; il colpevole vorrebbe riscattarsi offrendo figli, moglie, fratello e tutti gli uomini. La salvezza individuale prevale su ogni legame.
Il Fuoco “strappa la pelle del cranio” – Corano 70:15-18
Il castigo è corporeo: il Fuoco viene personificato come forza che chiama chi voltava le spalle e accumulava ricchezza.
La minaccia escatologica è quindi direttamente collegata alla condotta religiosa e sociale.
L’uomo creato impaziente – Corano 70:19-21
«In verità l’uomo è stato creato impaziente: quando lo tocca il male è disperato e quando lo tocca il bene è avaro.» (Corano 70:19-21).
Il Corano formula una antropologia generale negativa e introduce subito le eccezioni: i veri credenti disciplinati dalla preghiera e dall’elemosina.
Le eccezioni: preghiera, elemosina e paura del castigo – Corano 70:22-35
I salvati sono coloro che perseverano nella preghiera, riconoscono nei beni una quota per povero e mendicante, credono nel Giorno del Giudizio e temono il castigo.
La virtù viene quindi definita all’interno dell’adesione alla cosmologia religiosa del testo.
Mogli e “ciò che possiedono le destre” – Corano 70:29-31
«Custodiscono le loro parti intime, eccetto con le loro mogli o ciò che possiedono le loro destre: in tal caso non sono biasimati.» (Corano 70:29-30).
La formula mā malakat aymānuhum appartiene direttamente al testo e viene interpretata dalla tradizione classica come riferimento alle schiave possedute. Il versetto distingue quindi la sessualità lecita in due categorie: mogli e possedute.
Non serve tradurre “schiave” dentro la citazione; è l’esegesi e il diritto islamico a rendere esplicita l’applicazione storica della formula.
Ibn Kathīr a Corano 70:29-30 rende esplicita la categoria sottintesa dalla formula “ciò che possiedono le destre”: le schiave. La distinzione fra mogli e donne in condizione servile non è quindi introdotta dalla nostra traduzione, ma dalla lettura classica del passo.
Gli increduli corrono verso Maometto – Corano 70:36-44
La conclusione deride coloro che si precipitano in gruppi verso Maometto e immaginano di entrare nel Paradiso. Il testo promette che saranno umiliati nel giorno annunciato.
Conclusione
La Sura 70 alterna cosmologia, paura e disciplina. Il credente si distingue dall’uomo “impaziente” attraverso culto, elemosina, fede nel giudizio e controllo della sessualità.
Il passo 70:29-30 ricorda inoltre che la morale sessuale coranica non coincide con il moderno modello monogamico: accanto alle mogli il testo riconosce “ciò che possiedono le destre”, categoria che la tradizione islamica ha applicato alle schiave.





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