Bloggando il Corano: Sura 40 Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
Commento al Corano: Sura 40 Ghafir, “Il Perdonatore”
Nell’intera Sura 40 Ghafir, “Il Perdonatore”, il Corano apre il gruppo delle sure introdotte dalle lettere Ha-Mim insistendo sull’unicità di Allah, sull’origine divina del Libro, sul giudizio finale, sulla polemica contro chi contesta i segni e sulla sorte dei popoli che avrebbero respinto i messaggeri precedenti.
Il titolo alternativo al-Mu’min, “Il Credente”, deriva dall’uomo della famiglia di Faraone che interviene in difesa di Mosè pur nascondendo inizialmente la propria fede. Il suo lungo discorso costituisce il centro narrativo della sura e trasforma il conflitto tra Mosè e Faraone in un ammonimento rivolto agli oppositori di Maometto.
Il collegamento con la Sura 39 az-Zumar è evidente: anche qui il monoteismo assoluto viene contrapposto allo shirk, l’intercessione viene subordinata alla volontà di Allah e la misericordia viene offerta all’interno di un sistema dominato da pentimento, obbedienza e castigo.
La Sura 40 non introduce un articolato ordinamento giuridico. Il suo obiettivo è soprattutto teologico e polemico: consolidare Maometto nella predicazione, delegittimare il dissenso come superbia o menzogna e presentare la storia religiosa come una successione di messaggeri respinti e successivamente rivendicati da Allah.
Le lettere Ha-Mim e il Libro proveniente da Allah – Corano 40:1-4
La sura si apre con due lettere isolate:
«Ha-Mim» (Corano 40:1).
Le stesse lettere introducono anche le sure 41-46. Il Corano non ne spiega direttamente il significato, e la tradizione esegetica ha proposto interpretazioni differenti: abbreviazioni di nomi divini, formule dal significato noto soltanto ad Allah oppure elementi destinati a richiamare l’attenzione sulla composizione linguistica della rivelazione.
Il dato rilevante è che un Libro che si definisce ripetutamente chiaro contiene all’inizio di numerosi capitoli lettere il cui significato rimane incerto anche per i commentatori musulmani.
Il testo prosegue proclamando la propria origine:
«La discesa del Libro proviene da Allah, il Potente, il Sapiente, colui che perdona il peccato, accoglie il pentimento, è severo nel castigo e possiede abbondanza. Non vi è altra divinità all’infuori di Lui; a Lui è il ritorno» (Corano 40:2-3).
Perdono e castigo vengono accostati fin dall’inizio. Allah accoglie il pentimento, ma la misericordia non viene presentata come assoluzione indipendente dalla risposta dell’uomo alla rivelazione. Il Dio che perdona è anche colui che punisce severamente chi persiste nel rifiuto.
Il versetto 4 delegittima immediatamente la controversia:
«Soltanto coloro che non credono disputano sui segni di Allah. Non ti inganni il loro libero movimento nelle città» (Corano 40:4).
Chi discute i segni non viene trattato come interlocutore che potrebbe possedere ragioni da esaminare, ma viene già classificato tra i miscredenti. Il successo terreno degli oppositori non deve impressionare Maometto, perché il loro destino sarebbe già inscritto nella logica del giudizio divino.
I popoli precedenti e la parola del castigo – Corano 40:5-6
La contestazione subita da Maometto viene collocata nella storia dei messaggeri:
«Prima di loro il popolo di Noè e le fazioni successive accusarono di menzogna. Ogni comunità progettò di impadronirsi del proprio messaggero e disputò con il falso per mezzo del quale tentava di respingere la verità. Allora li afferrai: quale fu il Mio castigo!» (Corano 40:5).
Lo schema è ricorrente nelle sure meccane: il messaggero annuncia, il popolo respinge, gli avversari vengono accusati di utilizzare argomenti falsi e Allah li colpisce. Il passato sacro viene usato per interpretare il presente e per minacciare indirettamente i Quraysh.
Il versetto 6 estende la condanna all’Aldilà:
«Così si è compiuta la parola del tuo Signore contro coloro che non credono: saranno gli abitanti del Fuoco» (Corano 40:6).
La categoria decisiva non è soltanto il comportamento morale verso altri esseri umani, ma il rifiuto della rivelazione. La controversia religiosa conduce direttamente alla classificazione escatologica.
Gli angeli pregano per i credenti – Corano 40:7-9
Gli angeli che sostengono il Trono celebrano Allah e chiedono perdono per i credenti:
«Coloro che sostengono il Trono e coloro che lo circondano celebrano la lode del loro Signore, credono in Lui e chiedono perdono per coloro che credono: “Signore nostro, la Tua misericordia e la Tua conoscenza abbracciano ogni cosa. Perdona dunque coloro che si pentono e seguono la Tua via e preservali dal castigo della Fiamma”» (Corano 40:7).
La misericordia viene descritta come vastissima, ma la preghiera angelica individua destinatari precisi: coloro che si pentono e seguono la via di Allah. Gli angeli chiedono inoltre che essi entrino nei giardini dell’Eden insieme ai membri giusti delle proprie famiglie e siano protetti dalle conseguenze delle cattive azioni.
Il mondo celeste non viene rappresentato come neutrale rispetto alle appartenenze religiose. Gli angeli sostengono la parte dei credenti e pregano per la loro salvezza.
L’avversione di Allah e le due morti – Corano 40:10-12
La scena passa quindi ai dannati:
«A coloro che non credono sarà proclamato: “L’avversione di Allah verso di voi era certamente più grande della vostra avversione verso voi stessi, quando eravate chiamati alla fede e rifiutavate”» (Corano 40:10).
Il termine arabo maqt indica un’avversione intensa, un rigetto o un odio profondo. La condanna non viene formulata come semplice tristezza divina davanti all’errore umano, ma come ostilità giudiziaria verso chi ha rifiutato la chiamata alla fede.
I dannati riconosceranno allora:
«Signore nostro, ci hai fatti morire due volte e ci hai dato la vita due volte. Riconosciamo i nostri peccati: vi è dunque una via d’uscita?» (Corano 40:11).
Una lettura tradizionale identifica la prima morte con lo stato precedente alla vita terrena, la prima vita con l’esistenza nel mondo, la seconda morte con il decesso e la seconda vita con la resurrezione.
La richiesta di uscire dal castigo riceve una risposta negativa:
«Questo perché, quando Allah soltanto veniva invocato, non credevate; se invece Gli venivano associati altri, credevate. Il giudizio appartiene dunque ad Allah, l’Altissimo, il Grande» (Corano 40:12).
La causa della condanna viene individuata nello shirk e nel rifiuto del monoteismo coranico. Il riconoscimento tardivo non modifica più la sentenza.
Il Giorno dell’Incontro e la sovranità esclusiva – Corano 40:13-17
Allah mostra i propri segni, fa scendere la provvidenza dal cielo e sceglie su chi far discendere la rivelazione:
«Egli è l’Elevato nei gradi, il Possessore del Trono. Fa scendere lo Spirito per Suo comando su chi vuole tra i Suoi servi, affinché ammonisca del Giorno dell’Incontro» (Corano 40:15).
La legittimità del profeta deriva dalla dichiarazione che Allah lo ha scelto. Il testo non propone un criterio esterno e indipendente con il quale verificare la scelta: la rivelazione certifica il messaggero che trasmette la rivelazione.
Nel giorno in cui gli uomini usciranno dalle tombe, nulla potrà essere nascosto:
«A chi appartiene oggi il dominio? Ad Allah, l’Unico, il Dominatore. Oggi ogni anima sarà ricompensata per ciò che ha compiuto. Oggi non vi sarà ingiustizia» (Corano 40:16-17).
Sovranità politica, potere cosmico e giudizio morale vengono riuniti nella stessa figura divina. Nessuna autorità rivale rimane davanti ad Allah.
Il Giorno vicino e il tradimento degli occhi – Corano 40:18-20
Maometto deve ammonire del “Giorno vicino”:
«Ammoniscili del Giorno vicino, quando i cuori saranno giunti alle gole, pieni d’angoscia. Gli ingiusti non avranno alcun amico premuroso né alcun intercessore che venga ascoltato» (Corano 40:18).
L’intercessione non viene necessariamente esclusa in ogni forma, ma viene sottratta agli ingiusti e subordinata alla volontà divina. Nessuna figura invocata dagli oppositori può intervenire autonomamente.
Allah conoscerebbe perfino ciò che gli altri non vedono:
«Conosce il tradimento degli occhi e ciò che i petti nascondono» (Corano 40:19).
L’espressione viene tradizionalmente riferita agli sguardi furtivi, alle intenzioni dissimulate e ai desideri nascosti. Il giudizio islamico si fonda così su una conoscenza totale, che abbraccia non soltanto gli atti visibili, ma anche pensieri e intenzioni.
Le rovine dei popoli precedenti – Corano 40:21-22
Il Corano invita gli oppositori a osservare la fine delle civiltà precedenti:
«Non hanno viaggiato sulla terra e visto quale fu la fine di coloro che vennero prima di loro? Erano più forti di loro e lasciarono tracce maggiori sulla terra, ma Allah li afferrò per i loro peccati» (Corano 40:21).
Le rovine e la scomparsa dei popoli vengono interpretate come conseguenza religiosa del rifiuto dei messaggeri. Il testo non sviluppa una ricostruzione storica fondata su cause politiche, economiche o ambientali: inserisce l’ascesa e la caduta delle comunità in uno schema di colpa e castigo.
La prosperità materiale non garantisce la sicurezza. Anche popoli più potenti dei Quraysh sarebbero stati distrutti dopo avere respinto i segni di Allah.
Mosè contro Faraone, Haman e Qarun – Corano 40:23-27
La sezione centrale introduce Mosè:
«Inviammo Mosè con i Nostri segni e con una chiara autorità a Faraone, Haman e Qarun. Essi dissero: “È un mago bugiardo”» (Corano 40:23-24).
Faraone rappresenta il potere politico, Haman il suo collaboratore e Qarun la ricchezza arrogante. L’associazione di Haman con l’Egitto faraonico solleva però un problema storico: nella Bibbia Haman è un funzionario della corte persiana nel Libro di Ester, collocato molti secoli dopo l’epoca tradizionalmente attribuita a Mosè.
Il Corano lo trasferisce invece alla corte di Faraone e, più avanti, lo collega alla costruzione di una torre. Sono state proposte spiegazioni apologetiche che tentano di ricondurre “Haman” a un nome o titolo egizio, ma non esiste una conferma storica indipendente e condivisa capace di identificare il personaggio coranico con un funzionario faraonico realmente attestato.
Faraone dichiara:
«Lasciatemi uccidere Mosè, e invochi pure il suo Signore. Temo che cambi la vostra religione o faccia apparire la corruzione sulla terra» (Corano 40:26).
La repressione viene giustificata come difesa dell’ordine religioso e sociale. Mosè cerca invece rifugio in Allah da ogni arrogante che non crede nel Giorno del Giudizio.
Il credente nascosto della famiglia di Faraone – Corano 40:28-29
Entra quindi in scena l’uomo che dà alla sura il titolo alternativo al-Mu’min:
«Un uomo credente della famiglia di Faraone, che nascondeva la propria fede, disse: “Ucciderete un uomo soltanto perché dice: il mio Signore è Allah, mentre vi ha portato prove evidenti dal vostro Signore?”» (Corano 40:28).
Il credente utilizza inizialmente un argomento prudenziale: se Mosè mente, la sua menzogna ricadrà su di lui; se invece dice la verità, una parte del castigo promesso colpirà Faraone e il suo popolo.
Egli non si presenta subito come seguace dichiarato di Mosè. Parla dall’interno del sistema e tenta di impedire un omicidio motivato dalla proclamazione religiosa del profeta.
Il passo è significativo anche rispetto alla concezione coranica del potere. Faraone non viene criticato perché unisce religione e governo, ma perché sostiene una religione falsa e perseguita il messaggero autentico. Il problema non è l’autorità religiosa sullo Stato, bensì quale religione debba detenere tale autorità.
Il discorso del credente e il Giorno del richiamo – Corano 40:30-33
Il credente richiama la sorte delle comunità precedenti:
«O popolo mio, temo per voi un giorno simile a quello delle fazioni, come la sorte del popolo di Noè, degli ʿAd, dei Thamud e di coloro che vennero dopo di loro» (Corano 40:30-31).
Il destino dei popoli antichi viene utilizzato come minaccia. La storia sacra non viene ricostruita sulla base di documentazione indipendente, ma secondo lo schema coranico: messaggero, rifiuto, colpa e distruzione.
Il credente teme anche il “Giorno del richiamo reciproco”, quando gli uomini cercheranno di fuggire senza trovare protezione.
Il versetto 33 ripete una formula teologicamente problematica:
«Colui che Allah svia non avrà alcuna guida» (Corano 40:33).
L’assenza di guida viene attribuita direttamente ad Allah. Eppure gli sviati saranno puniti per non avere riconosciuto la verità. La tensione tra sovranità divina e responsabilità umana attraversa anche questa sura e si collega al problema più ampio della predestinazione nell’Islam.
Giuseppe, il dubbio e il sigillo dei cuori – Corano 40:34-35
Il credente ricorda anche Giuseppe:
«Giuseppe vi aveva già portato prove evidenti, ma continuaste a dubitare di ciò che vi aveva portato. Quando morì diceste: “Dopo di lui Allah non invierà più alcun messaggero”» (Corano 40:34).
Giuseppe viene presentato come precedente profetico rivolto agli egiziani. Il richiamo costruisce una continuità: Mosè non sarebbe un innovatore isolato, ma il successore di un messaggero già accolto con dubbio.
Il versetto conclude:
«Così Allah svia chi è eccessivo e dubbioso» (Corano 40:34).
Il versetto successivo aggiunge:
«Così Allah sigilla il cuore di ogni arrogante e tiranno» (Corano 40:35).
Il sigillo può essere interpretato come conseguenza di una precedente arroganza. Il testo attribuisce comunque ad Allah il consolidamento della condizione che impedisce di riconoscere la verità.
L’individuo viene così condannato per un’incredulità che Allah stesso rende impermeabile attraverso il sigillo. Spiegare il sigillo come punizione meritata attenua la difficoltà, ma non elimina il ruolo causale attribuito alla decisione divina.
La torre di Faraone e il Dio di Mosè – Corano 40:36-37
Faraone ordina ad Haman:
«O Haman, costruiscimi una torre, affinché possa raggiungere le vie, le vie dei cieli, e possa osservare il Dio di Mosè. In verità penso che egli sia un bugiardo» (Corano 40:36-37).
Il racconto combina il contesto faraonico con il motivo di una grande costruzione destinata a raggiungere il cielo. La scena richiama la torre di Babele, anche se il Corano non identifica esplicitamente i due racconti.
Faraone sembra concepire il Dio di Mosè come una divinità localizzata nei cieli e raggiungibile attraverso un edificio elevato. La narrazione presenta il progetto come manifestazione della sua arroganza e del suo sviamento.
La presenza di Haman, personaggio biblicamente legato alla Persia, accanto a Faraone e a una torre celeste rende plausibile l’ipotesi che tradizioni originariamente differenti siano state riunite nella narrazione coranica.
La vita terrena come godimento temporaneo – Corano 40:38-40
Il credente continua:
«O popolo mio, seguitemi e vi guiderò sulla via della rettitudine. O popolo mio, questa vita terrena non è che un godimento temporaneo, mentre l’Aldilà è la dimora permanente» (Corano 40:38-39).
Il discorso rovescia la pretesa di Faraone: non è il sovrano a guidare sulla via corretta, ma il credente che riconosce Mosè.
Il versetto 40 distingue tra punizione e ricompensa:
«Chi compie una cattiva azione non sarà ricompensato se non con qualcosa di equivalente; chi invece compie il bene, uomo o donna, ed è credente, entrerà nel Paradiso e vi riceverà provvidenza senza misura» (Corano 40:40).
Uomini e donne vengono inclusi nella promessa, ma la fede rimane condizione indispensabile. Il bene morale non viene separato dall’adesione religiosa richiesta dal Corano.
Il credente invita alla salvezza, il popolo al Fuoco – Corano 40:41-45
Il credente sottolinea la contraddizione:
«O popolo mio, perché io vi invito alla salvezza mentre voi mi invitate al Fuoco? Mi invitate a non credere in Allah e ad associargli ciò di cui non possiedo conoscenza, mentre io vi invito al Potente, al Perdonatore» (Corano 40:41-42).
Le divinità rivali vengono dichiarate prive di autentica capacità di chiamare gli uomini sia in questo mondo sia nell’Aldilà. Tutti ritorneranno ad Allah e gli eccessivi saranno abitanti del Fuoco.
Il credente conclude affidando la propria sorte ad Allah:
«Ricorderete ciò che vi dico. Affido la mia causa ad Allah: Allah osserva i Suoi servi» (Corano 40:44).
Allah lo avrebbe quindi protetto dalle trame dei suoi avversari, mentre un castigo terribile circondò la gente di Faraone.
Il Fuoco mattina e sera e il castigo intermedio – Corano 40:46
Il destino della famiglia di Faraone viene descritto così:
«Il Fuoco, al quale vengono esposti mattina e sera; e nel Giorno in cui sorgerà l’Ora: “Fate entrare la gente di Faraone nel castigo più severo”» (Corano 40:46).
Il versetto distingue l’esposizione quotidiana al Fuoco dal castigo più severo che comincerà con l’Ora. Per questa ragione la tradizione esegetica lo ha frequentemente utilizzato come prova del tormento intermedio del barzakh o del cosiddetto castigo della tomba.
Il Corano non utilizza qui l’espressione tecnica “castigo della tomba”. Descrive però una punizione precedente al giudizio finale, e questa distinzione ha fornito la base all’elaborazione dottrinale successiva.
Le dispute tra i dannati nell’Inferno – Corano 40:47-50
La sura rappresenta i dannati mentre litigano tra loro:
«Quando discuteranno nel Fuoco, i deboli diranno agli arroganti: “Noi vi seguivamo: potete dunque liberarci da una parte del Fuoco?”» (Corano 40:47).
I capi risponderanno che tutti si trovano nella stessa condizione e che Allah ha già giudicato tra i servi. I dannati si rivolgeranno quindi ai custodi dell’Inferno chiedendo almeno un giorno di sollievo.
I custodi domanderanno se i messaggeri non fossero giunti con prove evidenti. Dopo la risposta affermativa dichiareranno:
«Invocate pure; ma l’invocazione dei miscredenti non fa che perdersi nel vuoto» (Corano 40:50).
La scena esclude qualsiasi attenuazione postuma. Il pentimento tardivo, la richiesta di aiuto e il riconoscimento dell’errore non producono più alcun effetto.
La promessa di vittoria ai messaggeri – Corano 40:51-54
Allah promette:
«Noi aiuteremo certamente i Nostri messaggeri e coloro che credono nella vita di questo mondo e nel Giorno in cui si leveranno i testimoni» (Corano 40:51).
La promessa presenta una difficoltà evidente. Le stesse tradizioni religiose raccontano di messaggeri perseguitati, sconfitti o uccisi. La vittoria non può quindi essere intesa in ogni caso come successo politico, sicurezza o sopravvivenza personale.
La tradizione esegetica amplia il significato dell’aiuto: rivendicazione della verità del profeta, vendetta contro i persecutori, successo dei suoi seguaci oppure vittoria definitiva nell’Aldilà. Queste letture consentono di adattare la promessa a esiti storici molto differenti, ma rendono meno precisa l’affermazione relativa alla “vita di questo mondo”.
“Chiedi perdono per il tuo peccato” – Corano 40:55
Maometto riceve un ordine significativo:
«Sii paziente: la promessa di Allah è verità. Chiedi perdono per il tuo peccato e celebra la lode del tuo Signore alla sera e al mattino» (Corano 40:55).
Il termine arabo dhanb indica normalmente un peccato, una colpa o una mancanza. Il testo non dice semplicemente che Maometto debba invocare il perdono in modo generico: parla del “tuo peccato”.
La successiva teologia islamica ha sviluppato la dottrina dell’isma, la protezione dei profeti dall’errore e dal peccato, soprattutto nella trasmissione della rivelazione. I commentatori hanno quindi cercato di conciliare il versetto con questa dottrina parlando di peccati minori, mancanze non intenzionali, atti già perdonati oppure richiesta di perdono proposta come esempio per la comunità.
Queste spiegazioni mostrano lo sforzo di armonizzare la formulazione del Corano con una dottrina profetologica elaborata successivamente. Il significato immediato del versetto rimane però chiaro: Maometto deve chiedere perdono per un proprio dhanb.
Il dissenso spiegato come superbia – Corano 40:56
Il versetto successivo dichiara:
«Coloro che disputano sui segni di Allah senza alcuna autorità ricevuta non hanno nei loro petti che una superbia che non raggiungerà il proprio scopo» (Corano 40:56).
Il dissenso viene interpretato psicologicamente: non sarebbe il risultato di difficoltà razionali, insufficienza delle prove o adesione sincera a un’altra religione, ma della superbia.
La struttura è difficilmente falsificabile. Chi accetta viene descritto come guidato; chi contesta dimostra, attraverso la contestazione stessa, di essere arrogante.
La creazione dei cieli è più grande di quella degli uomini – Corano 40:57-59
La resurrezione viene sostenuta attraverso un paragone cosmologico:
«La creazione dei cieli e della terra è certamente più grande della creazione degli uomini, ma la maggior parte degli uomini non sa» (Corano 40:57).
Il ragionamento è analogico: il Dio capace di creare cieli e terra sarebbe certamente capace di ricreare l’uomo dopo la morte.
Il testo contrappone quindi il cieco e il vedente, coloro che credono e compiono il bene e coloro che fanno il male. Le categorie sensoriali diventano metafore religiose: il credente vede, il miscredente è cieco.
L’Ora arriverà senza dubbio, ma la maggior parte degli uomini non crede. La certezza viene proclamata dalla rivelazione più che dimostrata attraverso argomenti indipendenti.
“InvocateMi, vi risponderò” e l’Inferno per chi rifiuta il culto – Corano 40:60
Il versetto 60 contiene una promessa seguita immediatamente da una minaccia:
«Il vostro Signore ha detto: “InvocateMi, vi risponderò. Coloro che per superbia rifiutano di adorarMi entreranno nell’Inferno umiliati”» (Corano 40:60).
La prima parte viene spesso citata come rassicurazione sulla preghiera. La seconda chiarisce però il carattere dell’invito: rifiutare di invocare e adorare Allah viene classificato come superbia e conduce all’Inferno.
La promessa “vi risponderò” non implica necessariamente che Allah conceda quanto richiesto nel modo desiderato dal fedele. La tradizione islamica spiega che la risposta può consistere nella concessione, nell’allontanamento di un male o nella conservazione della ricompensa per l’Aldilà.
Questa elasticità rende la promessa compatibile con qualsiasi esito: la richiesta esaudita conferma la risposta divina, mentre quella apparentemente ignorata viene reinterpretata come beneficio nascosto o rinviato.
Notte, giorno, terra e cielo – Corano 40:61-65
Allah avrebbe stabilito la notte per il riposo e il giorno per vedere. La terra viene presentata come dimora stabile e il cielo come costruzione:
«Allah è colui che ha fatto per voi della terra una dimora stabile e del cielo una costruzione; vi ha dato forma e ha reso belle le vostre forme» (Corano 40:64).
Il linguaggio riflette l’esperienza immediata dell’uomo: la terra appare come superficie abitabile e il cielo come struttura sovrastante. Non occorre trasformare queste immagini in enunciati scientifici moderni. La loro funzione è teologica: l’ordine percepito viene attribuito alla benevolenza e al potere di Allah.
Il versetto 65 conclude:
«Egli è il Vivente. Non vi è altra divinità all’infuori di Lui. InvocateLo rendendogli puro il culto, anche se ciò dispiace ai miscredenti» (Corano 40:65).
Il culto puro viene presentato non soltanto come convinzione personale, ma come identità costruita in opposizione ai miscredenti.
Polvere, goccia, aderenza e nascita – Corano 40:66-68
Il Corano torna alla formazione dell’essere umano:
«Egli è colui che vi ha creati dalla polvere, poi da una goccia, poi da un’aderenza; poi vi fa uscire bambini, affinché raggiungiate la maturità e poi diventiate anziani. Alcuni di voi vengono fatti morire prima, affinché raggiungiate un termine stabilito» (Corano 40:67).
La sequenza riprende quella presente in altri passi coranici: polvere, nutfah, cioè una goccia, e ʿalaqah, termine che può indicare qualcosa che aderisce o una sostanza assimilata a un coagulo.
L’apologetica moderna presenta spesso queste fasi come anticipazioni dell’embriologia. Il testo non descrive però fecondazione, impianto, divisione cellulare, differenziazione dei tessuti o formazione degli organi. Utilizza immagini premoderne e accessibili per sostenere una tesi teologica sulla potenza creatrice di Allah.
La “polvere” si riferisce normalmente alla creazione originaria di Adamo, non alla composizione biologica immediata di ogni embrione. La sequenza combina quindi il racconto teologico del primo uomo con la riproduzione dei suoi discendenti.
Catene al collo, acqua bollente e Fuoco – Corano 40:69-76
La sura torna a coloro che disputano i segni:
«Non hai visto coloro che disputano sui segni di Allah, come vengono sviati? Coloro che trattano come menzogna il Libro e ciò con cui inviammo i Nostri messaggeri presto sapranno, quando avranno catene al collo e saranno trascinati con ceppi nell’acqua bollente, poi saranno bruciati nel Fuoco» (Corano 40:69-72).
La punizione viene descritta in termini fisici: catene, ceppi, trascinamento, acqua bollente e incendio. Non si tratta di una semplice metafora della lontananza spirituale da Dio.
Ai dannati verrà chiesto dove siano le entità che associavano ad Allah. Essi risponderanno che sono scomparse. Verrà quindi ordinato loro di entrare nelle porte dell’Inferno e rimanervi eternamente.
Il soggiorno non viene presentato come temporanea purificazione per questi miscredenti, ma come condanna permanente.
Maometto potrebbe morire prima del castigo promesso – Corano 40:77-78
Maometto riceve un nuovo invito alla pazienza:
«Sii paziente: la promessa di Allah è verità. Sia che ti mostriamo una parte di ciò che promettiamo loro, sia che ti facciamo morire, a Noi saranno ricondotti» (Corano 40:77).
Il versetto contempla esplicitamente la possibilità che Maometto muoia prima di assistere al castigo promesso agli avversari. La mancata manifestazione immediata della punizione non deve quindi essere interpretata come fallimento: la sentenza può essere rinviata oltre la vita del profeta.
La promessa viene così protetta da una smentita storica diretta. Se gli oppositori vengono puniti durante la vita di Maometto, l’evento conferma la minaccia; se non vengono puniti, il giudizio viene trasferito all’Aldilà.
Il versetto 78 ricorda inoltre che alcuni messaggeri sono stati raccontati e altri no. Nessun messaggero potrebbe produrre un segno senza il permesso di Allah.
Bestiame, navi e segni divini – Corano 40:79-81
Allah avrebbe creato per gli uomini il bestiame, affinché alcuni animali fossero cavalcati e altri mangiati. Gli animali consentirebbero inoltre di soddisfare bisogni e trasportare carichi, insieme alle navi.
«Vi mostra i Suoi segni: quale dei segni di Allah negherete?» (Corano 40:81).
Gli elementi della vita quotidiana vengono trasformati in prove della benevolenza divina. L’utilità di animali e mezzi di trasporto viene interpretata come risultato di una disposizione intenzionale di Allah.
Il ragionamento è finalistico e religioso. Non considera lo sviluppo storico delle tecniche o la selezione umana degli animali come spiegazioni alternative, perché ogni processo viene comunque ricondotto alla volontà del creatore.
La conoscenza dei popoli e la fede troppo tardiva – Corano 40:82-85
La sura termina invitando ancora una volta a osservare la fine dei popoli precedenti. Erano più numerosi, più forti e lasciarono tracce maggiori, ma ciò che avevano acquisito non li salvò.
Il versetto 83 afferma:
«Quando i loro messaggeri giunsero con prove evidenti, essi si compiacquero della conoscenza che possedevano; ma furono circondati da ciò che deridevano» (Corano 40:83).
La conoscenza degli oppositori viene contrapposta alla rivelazione e presentata come motivo di compiacimento arrogante. Il problema non è il sapere in sé, ma la fiducia in un sapere che conduce a respingere i messaggeri.
Quando vedranno il castigo, i popoli dichiareranno:
«Crediamo in Allah soltanto e rinneghiamo ciò che Gli associavamo» (Corano 40:84).
La confessione arriverà però troppo tardi:
«La loro fede non giovò loro quando videro la Nostra severità. Questa è la consuetudine di Allah già applicata ai Suoi servi. Là i miscredenti furono perduti» (Corano 40:85).
La visione diretta del castigo non produce una seconda possibilità. La fede riconosciuta come valida deve precedere la manifestazione incontestabile della punizione.
Conclusione: perdono condizionato, sigillo dei cuori e castigo
La Sura 40 presenta Allah come “Il Perdonatore”, ma non costruisce una teologia della misericordia incondizionata. Allah perdona il peccato e accoglie il pentimento, mentre rimane severo nel castigo. Il perdono riguarda chi si pente, segue la via divina e riconosce la rivelazione; chi persiste nel rifiuto viene destinato al Fuoco.
Il credente della famiglia di Faraone rappresenta il modello positivo del capitolo. Riconosce Mosè pur appartenendo all’ambiente del potere ostile, tenta di impedirne l’uccisione e ammonisce il proprio popolo. Il racconto mostra che il Corano condanna la persecuzione religiosa quando viene rivolta contro il messaggero riconosciuto come autentico.
Non ne deriva però una dottrina generale della neutralità religiosa dello Stato. Faraone è criticato perché difende una religione falsa e pretende di guidare il popolo contro Mosè. Il Corano non oppone al potere religioso faraonico una separazione moderna tra fede e governo, ma l’autorità superiore del messaggero di Allah.
La sura insiste inoltre sulla delegittimazione del dissenso. Chi contesta i segni viene descritto come arrogante, eccessivo, dubbioso o desideroso di respingere la verità. Il rifiuto non viene affrontato come possibilità intellettuale neutrale, ma come sintomo di una disposizione morale difettosa.
Questa responsabilità umana convive con un forte intervento divino: Allah svia, sigilla i cuori e rende inefficace ogni guida per coloro sui quali esercita il proprio decreto. La tradizione islamica interpreta generalmente queste azioni come conseguenze di una ribellione precedente, ma il testo continua ad attribuire ad Allah il consolidamento dello sviamento per il quale l’uomo sarà poi punito.
Anche la figura di Maometto presenta una tensione significativa. Il Corano gli ordina di chiedere perdono per il proprio peccato, mentre la teologia islamica successiva sviluppa la dottrina della protezione profetica dal peccato e dall’errore. Le interpretazioni concilianti mostrano lo sforzo di armonizzare un versetto esplicito con una dottrina formulata in modo più sistematico in seguito.
Il racconto di Faraone, Haman e della torre solleva inoltre un problema storico e letterario. Haman appartiene nella tradizione biblica alla corte persiana, ma il Corano lo colloca nell’Egitto di Mosè e lo associa a una costruzione destinata a raggiungere il cielo. Le spiegazioni apologetiche non hanno prodotto una conferma storica indipendente capace di eliminare questa difficoltà.
Infine, la sura rende esplicita la funzione della minaccia. Catene, ceppi, acqua bollente, Fuoco e permanenza eterna non sono elementi marginali: descrivono ciò che attende chi respinge i segni. Perfino la fede pronunciata davanti al castigo viene dichiarata inutile.
La Sura 40 costruisce così una visione netta: Allah perdona chi ritorna alla sua via, sostiene i messaggeri, protegge i credenti e condanna coloro che contestano la rivelazione. Il titolo “Il Perdonatore” non può essere isolato dal resto del testo. Il Dio che perdona è lo stesso che svia, sigilla i cuori, manifesta avversione verso i miscredenti e li fa trascinare in catene nell’Inferno.
