Commento al Corano: Sura 15 al-Hijr

Commento al Corano: Sura 15 al-Hijr

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Nell’intera Sura 15 al-Hijr, il Corano torna a un registro meccano di consolazione e minaccia: difesa della rivelazione, scherno contro Maometto, protezione del Corano, potere creativo di Allah, creazione di Adamo, ribellione di Iblis, Inferno, Paradiso, racconti di Abramo e Lot, distruzione dei popoli ribelli e ordine finale di proclamare il messaggio.

Dopo la Sura 14 Ibrahim, “Abramo”, centrata su rivelazione, profeti, Abramo e giudizio, la Sura 15 riprende molti degli stessi temi ma li concentra attorno alla figura del profeta deriso e alla promessa che Allah custodirà il “Monito”. Il titolo al-Hijr rimanda agli abitanti della città di roccia, ricordati verso la fine della sura come popolo che respinse i messaggeri e fu distrutto.

Il Libro, il Monito e il desiderio tardivo dei miscredenti

L’apertura collega subito la sura al tema della rivelazione: “Alif, Lam, Ra. Questi sono i versetti del Libro e della Recitazione esplicita.” (Corano 15:1).

Il Corano viene presentato come recitazione chiara, ma questa chiarezza non produce necessariamente fede. Anzi, il versetto successivo guarda al rimpianto finale dei miscredenti: “I miscredenti, un giorno, vorranno essere stati musulmani.” (Corano 15:2).

La sura non cerca un confronto pacificato con il rifiuto: lascia ai miscredenti il godimento temporaneo, ma lo colloca dentro un orizzonte di punizione. “Lasciali mangiare e godere per un periodo, lusingati dalla speranza: ben presto sapranno.” (Corano 15:3).

Il destino dei popoli è presentato come fissato: “Nessuna comunità può anticipare il suo termine, né ritardarlo.” (Corano 15:5). La storia non è descritta come campo aperto, ma come successione di termini stabiliti da Allah.

Derisione del profeta e promessa di custodia del Corano

Gli avversari accusano Maometto di follia o possessione: “O tu su cui è stato fatto scendere il Monito, sei certamente posseduto da un demone!” (Corano 15:6).

La richiesta di prova assume la forma della discesa degli angeli: “Perché, se sei sincero, non sei accompagnato dagli angeli?” (Corano 15:7). La risposta è minacciosa: se gli angeli scendessero davvero, non sarebbe per soddisfare una curiosità apologetica, ma per portare la verità e quindi il giudizio.

Il versetto 9 è uno dei più importanti dell’intera sura: “Noi abbiamo fatto scendere il Monito, e Noi ne siamo i custodi.” (Corano 15:9).

La tradizione islamica legge questo versetto come promessa divina di conservazione del Corano. Proprio per questo la questione delle varianti testuali, della trasmissione, delle letture canoniche e della storia materiale del testo coranico diventa teologicamente delicata: se il Monito è custodito da Allah, ogni discussione sulla forma del testo tocca una pretesa dottrinale centrale.

La derisione dei messaggeri non è presentata come novità: “Non venne loro messaggero, di cui non si burlassero.” (Corano 15:11). Il rifiuto dei Quraysh viene così collocato dentro una sequenza più ampia di popoli ribelli.

Guida, sviamento e incredulità ostinata

I versetti 12-13 tornano sulla chiusura dei cuori: “Così lo facciamo entrare nei cuori dei colpevoli: non crederanno in esso, nonostante l’esempio dei popoli antichi.” (Corano 15:12-13).

Il testo non attribuisce il rifiuto soltanto a una scelta razionale dell’uomo. L’incredulità entra nei cuori dei colpevoli dentro una dinamica in cui Allah resta sovrano anche sul destino interiore degli uomini. Come in molte sure meccane, responsabilità umana e decreto divino restano intrecciati.

Perfino un’esperienza prodigiosa non basterebbe: “Se anche aprissimo loro una porta del cielo, perché possano ascendervi, direbbero: i nostri occhi sono stati abbagliati, anzi siamo gente stregata!” (Corano 15:14-15).

La sura costruisce così una diagnosi radicale dell’incredulità: non mancano segni, miracoli o chiarezza; manca l’apertura voluta da Allah. Il dissenso religioso viene interpretato come ostinazione e accecamento.

Cosmo, demoni e creazione dell’uomo

I versetti 16-27 passano dal conflitto profetico alla creazione. Il cielo è abbellito da costellazioni e protetto: “Lo proteggiamo da ogni demone lapidato. Se uno di loro cerca di origliare, un bolide evidente lo insegue.” (Corano 15:17-18).

La scena è tipicamente coranica: il cosmo non è solo ordine naturale, ma spazio religioso e invisibile, sorvegliato contro i demoni che tentano di ascoltare ciò che non spetta loro. La stessa immagine ricorre in altri passi del Corano, ad esempio in Corano 37:7-10.

La terra e la provvidenza sono descritte come misurate: “La terra, l’abbiamo distesa e vi abbiamo infisso montagne salde, e vi abbiamo fatto crescere ogni cosa con dovuta misura.” (Corano 15:19).

Il versetto 23 riassume la sovranità assoluta di Allah: “In verità, Noi facciamo vivere e facciamo morire, e Noi siamo gli Eredi.” (Corano 15:23).

La creazione dell’uomo e dei jinn prepara la scena della ribellione di Iblis: “Creammo l’uomo da argilla secca, tratta da fango nero modellato. E prima creammo i jinn dal fuoco di un vento bruciante.” (Corano 15:26-27).

Adamo, Iblis e la ribellione originaria

Il racconto di Adamo riprende motivi già incontrati nella Sura 2 al-Baqara 1-39 e nella Sura 7 al-A’raf. Allah ordina agli angeli di prosternarsi davanti all’uomo plasmato: “Quando poi lo avrò plasmato e avrò insufflato in lui del Mio spirito, prosternatevi davanti a lui.” (Corano 15:29).

La rottura avviene con Iblis: “Gli angeli tutti si prosternarono, eccetto Iblis, che rifiutò di essere insieme ai prosternati.” (Corano 15:30-31).

Iblis giustifica il rifiuto sulla base della materia dell’uomo: “Non devo prosternarmi di fronte a un mortale che hai creato di argilla secca, tratta da fango nero modellato.” (Corano 15:33).

La ribellione non nasce da ateismo, ma da orgoglio gerarchico. Iblis riconosce Allah, parla con Lui, ma rifiuta l’ordine ricevuto. La disobbedienza viene così collocata al cuore del dramma religioso: non basta riconoscere l’esistenza di Allah, bisogna sottomettersi al Suo comando.

Allah lo bandisce: “Esci da qui, tu sei bandito. E su di te sarà la maledizione fino al Giorno del Giudizio!” (Corano 15:34-35).

La tregua concessa a Iblis e l’Inferno a sette porte

Iblis chiede una dilazione fino al Giorno della resurrezione e la ottiene. Poi dichiara il suo programma: “O Signor mio, poiché mi hai indotto all’errore, li attirerò al male sulla terra, rendendolo attraente, e certamente li farò perdere tutti, eccetto i Tuoi servi sinceri.” (Corano 15:39-40).

La frase è forte perché Iblis attribuisce ad Allah la propria caduta: “poiché mi hai indotto all’errore”. Anche qui riaffiora la tensione tra responsabilità della creatura e sovranità divina sullo sviamento.

Allah delimita il potere di Iblis: “Non avrai alcun potere sui Miei servi, eccetto coloro che ti seguiranno tra i traviati.” (Corano 15:42).

Subito dopo arriva la minaccia infernale: “L’Inferno sarà certo il loro ritrovo; esso ha sette porte, e a ogni porta sarà assegnata una parte di loro.” (Corano 15:43-44).

Alla minaccia segue il contrasto con i timorati, accolti tra giardini e fonti (Corano 15:45-48). La sura riassume il doppio volto di Allah in una coppia netta: “Annuncia ai Miei servi che, in verità, Io sono il Perdonatore, il Misericordioso, e che il Mio castigo è davvero il castigo doloroso.” (Corano 15:49-50).

Abramo, Lot e la distruzione della città

I versetti 51-77 riprendono il racconto degli ospiti di Abramo e della missione contro il popolo di Lot. Gli inviati annunciano ad Abramo un figlio: “Non temere, noi ti annunciamo un figlio sapiente.” (Corano 15:53).

Il racconto coranico è rapido e selettivo: non sviluppa l’intera trama biblica, ma concentra l’attenzione su annuncio, missione, salvezza di Lot e punizione degli empi. Gli inviati dichiarano: “Siamo stati inviati a un popolo di empi, a parte la famiglia di Lot: li salveremo tutti, eccetto sua moglie.” (Corano 15:58-60).

Quando gli abitanti della città accorrono verso gli ospiti di Lot, il testo li descrive come accecati dal desiderio. Lot tenta di proteggere gli inviati e pronuncia una delle frasi più difficili del racconto: “Ecco le mie figlie, se proprio volete farlo.” (Corano 15:71).

Il passaggio resta problematico anche nella sua brevità. Come in altri racconti coranici su Lot, le “figlie” vengono proposte come alternativa alla violenza contro gli ospiti. Le interpretazioni possono discutere se si tratti delle figlie biologiche di Lot o delle donne del popolo, ma la struttura narrativa resta dura: il testo oppone una disponibilità femminile considerata lecita o più pura all’aggressione degli uomini della città.

La distruzione arriva all’alba: “All’alba li sorprese il Grido. Sconvolgemmo la città e facemmo piovere su di essa pietre d’argilla indurita.” (Corano 15:73-74).

Il racconto serve alla funzione tipica delle sure meccane: il destino dei popoli passati diventa avvertimento per chi respinge Maometto. Non è semplice narrazione, ma prova minacciosa: chi nega i messaggeri finisce sotto il giudizio di Allah.

Al-Ayka e gli abitanti di al-Hijr

Dopo Lot, la sura ricorda altri popoli distrutti. Gli abitanti di al-Ayka vengono definiti iniqui: “E anche gli abitanti di al-Ayka erano certamente iniqui. Ci vendicammo di loro.” (Corano 15:78-79).

Il titolo della sura viene dal versetto 80: “Già gli abitanti di al-Hijr tacciarono di menzogna i messaggeri.” (Corano 15:80).

Il testo aggiunge che avevano ricevuto segni, ma rimasero indifferenti. La loro sicurezza materiale non li salvò: “Scavavano nelle montagne case sicure, ma al mattino li sorprese il Grido. Quello che avevano fatto non servì loro a nulla.” (Corano 15:82-84).

La morale è trasparente: fortezze, case nella roccia e capacità tecnica non proteggono dal giudizio divino. La sura usa al-Hijr come segno storico e polemico contro la sicurezza dei miscredenti.

I sette ripetuti, la Fatiha e l’ordine di proclamare

La conclusione torna a Maometto. Allah afferma di avergli dato un dono particolare: “Ti abbiamo dato i sette ripetuti e il Sublime Corano.” (Corano 15:87).

La tradizione islamica identifica spesso i “sette ripetuti” con la Sura 1 al-Fatiha, ripetuta nella preghiera. Il versetto collega quindi la consolazione del profeta al dono liturgico e testuale del Corano.

Il profeta riceve anche l’ordine di non fissare lo sguardo sui beni concessi ad altri e di non rattristarsi per i miscredenti (Corano 15:88). La comunità dei credenti diventa l’orizzonte da proteggere, mentre gli avversari vengono consegnati al giudizio.

Il versetto 91 parla di “coloro che hanno fatto del Corano parti separate.” (Corano 15:91). Le interpretazioni tradizionali oscillano tra il Popolo del Libro, accusato di accettare parti e respingerne altre, e i Quraysh, che riducevano il Corano a frammenti da deridere o classificare come magia, poesia o follia.

La conclusione è un comando pubblico: “Proclama con forza quello che ti è stato ordinato e rifuggi dagli associatori.” (Corano 15:94).

Allah promette di bastare contro chi schernisce Maometto e contro coloro che associano ad Allah altre divinità (Corano 15:95-96). Gli ultimi versetti mostrano il profeta afflitto ma richiamato alla prosternazione e all’adorazione: “Glorifica il tuo Signore lodandoLo e sii tra coloro che si prosternano, e adora il tuo Signore finché non ti giunga la certezza.” (Corano 15:98-99).

La “certezza” è generalmente intesa come la morte: il profeta deve continuare nell’adorazione fino al termine della vita. La Sura 15 è quindi una sura di consolazione combattiva: Maometto viene rassicurato, ma la rassicurazione passa attraverso la condanna dei miscredenti, la promessa di custodia del Corano, il ricordo di popoli distrutti e l’ordine di proclamare apertamente il messaggio. Il testo non attenua il conflitto: lo interpreta come ripetizione della storia profetica, in cui ogni rifiuto della rivelazione anticipa il giudizio.

Nel capitolo successivo, la Sura 16 an-Nahl, “L’Ape”, il Corano tornerà sui segni della creazione, sulla polemica contro l’associazione, sul potere di Allah e sulla gratitudine richiesta all’uomo.

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