Bloggando il Corano: Sura 43 Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
Commento al Corano: Sura 43 Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
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Il commento al Corano della Sura 43 Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”, analizza la risposta coranica alle obiezioni rivolte a Maometto: la mancanza di prestigio sociale, il culto ereditato dagli antenati, le divinità femminili dei Quraysh e il rifiuto della rivelazione. La sura contrappone la ricchezza terrena alla guida religiosa, rilegge Mosè e Gesù come precursori del messaggio islamico e descrive chi si allontana dal ricordo di Allah come accompagnato da un demonio.
Il titolo Az-Zukhruf deriva dal termine usato al versetto 35 per indicare l’oro, gli ornamenti o lo splendore materiale. Il tema attraversa l’intera sura: i notabili dei Quraysh contestano Maometto perché privo del rango che, secondo loro, dovrebbe accompagnare un autentico inviato di Dio; il Corano risponde svalutando ricchezza, case sontuose e prestigio, che Allah potrebbe concedere anche ai miscredenti senza farne una prova del loro valore.
La Sura 43 appartiene al gruppo delle Ḥā-Mīm, comprendente le sure 40-46, e continua diversi temi della Sura 42 Ash-Shūrā: origine divina del Libro, lingua araba della rivelazione, continuità con i profeti precedenti, giudizio finale, guida e sviamento e subordinazione del valore umano alla risposta data al messaggio di Maometto.
Secondo la classificazione tradizionale più diffusa, la sura appartiene al periodo meccano. La polemica riflette una fase nella quale Maometto ammonisce, discute e minaccia un castigo futuro, ma non dispone ancora del potere politico e militare che eserciterà successivamente a Medina.
Il Corano arabo e la “Madre del Libro” – Corano 43:1-8
La sura si apre con una delle consuete lettere isolate:
«Ḥā-Mīm» (Corano 43:1).
Il testo prosegue giurando sul Libro chiaro:
«Per il Libro chiaro. Ne abbiamo fatto un Corano arabo affinché comprendiate. In verità esso è nella Madre del Libro, presso di Noi, sublime e sapiente» (Corano 43:2-4).
Il Corano viene presentato come arabo, chiaro e collocato nella “Madre del Libro”. La tradizione collega comunemente questa espressione all’archetipo celeste e alla Tavola custodita. Il versetto, tuttavia, non descrive nei dettagli se tale archetipo coincida con la forma completa del codice oggi conosciuto né il processo attraverso cui la recitazione sarebbe divenuta testo raccolto.
La dottrina dell’originale celeste attribuisce al messaggio un’origine perfetta, ma non sostituisce l’analisi storica della formazione del testo coranico, della sua trasmissione e della successiva fissazione scritta.
Anche la lingua araba viene inclusa nell’autodescrizione del Libro. Il Corano sarebbe stato reso arabo affinché i primi destinatari potessero comprenderlo. Ciò è coerente con una predicazione rivolta ai Quraysh, ma non dimostra che l’arabo possieda un’origine soprannaturale o una superiorità linguistica intrinseca. L’arabo esisteva e si sviluppava prima dell’Islam, come mostra l’approfondimento sulle origini storiche della lingua araba.
Il testo domanda quindi se Allah dovrebbe interrompere l’ammonimento perché i destinatari sono un popolo trasgressore. La risposta implicita è negativa: anche i profeti precedenti furono derisi, ma gli schernitori vennero distrutti.
«Quanti profeti inviammo tra gli antichi! Non giungeva loro alcun profeta senza che lo deridessero. Distruggemmo quindi gente più forte di loro» (Corano 43:6-8).
L’opposizione incontrata da Maometto viene inserita in uno schema ricorrente: il profeta annuncia, il popolo schernisce, Allah distrugge. In questo modo anche il rifiuto diventa compatibile con la pretesa profetica, perché riprodurrebbe il comportamento degli antichi avversari dei messaggeri.
I segni della creazione e la formula del viaggio – Corano 43:9-14
Il Corano afferma che, interrogati su chi abbia creato i cieli e la terra, i meccani riconoscerebbero il Potente e Sapiente. La polemica non riguarda quindi sempre l’esistenza di un creatore, ma l’associazione di altre divinità, intercessori o esseri celesti al suo culto.
Allah avrebbe reso la terra percorribile, fatto scendere l’acqua secondo misura e creato coppie nelle creature. Avrebbe inoltre fornito navi e animali da cavalcare:
«Affinché vi sistemiate sui loro dorsi e poi ricordiate il favore del vostro Signore quando vi siete sistemati su di essi e diciate: “Gloria a Colui che ha sottomesso questo a noi, mentre noi non saremmo stati capaci di dominarlo. In verità al nostro Signore faremo ritorno”» (Corano 43:13-14).
Il viaggio diventa un esercizio religioso: l’utilità dell’animale o del mezzo di trasporto deve richiamare il favore di Allah e il ritorno finale a Lui. La natura viene riletta come segno inserito nella teologia coranica.
Questi fenomeni possono essere compatibili con la fede in un creatore, ma non identificano da soli quel creatore con Allah né dimostrano la missione profetica di Maometto. Religioni differenti interpretano la stessa natura attraverso concezioni divine incompatibili.
Le “figlie di Allah” e il disprezzo per le figlie umane – Corano 43:15-19
La sura accusa i politeisti di attribuire una discendenza ad Allah:
«Gli hanno attribuito una parte dei Suoi servi. In verità l’uomo è manifestamente ingrato. Si sarebbe forse preso delle figlie tra ciò che crea e avrebbe riservato a voi i figli maschi?» (Corano 43:15-16).
La polemica prende di mira le divinità femminili considerate dai Quraysh figlie di Allah e mette in evidenza l’incoerenza sociale dei destinatari: attribuirebbero a Dio ciò che essi stessi ritengono meno desiderabile.
«Quando a uno di loro viene annunciato ciò che attribuisce al Compassionevole, il suo volto si oscura ed egli si riempie di collera» (Corano 43:17).
Il bersaglio immediato è l’ipocrisia maschile di una società che preferisce i figli e disprezza le figlie. Il Corano utilizza tale preferenza contro gli avversari: se considerate le figlie inferiori, perché le attribuite ad Allah e riservate a voi i maschi?
Il versetto successivo formula una descrizione discussa:
«E colei che viene allevata negli ornamenti e nella disputa non riesce a esprimersi chiaramente?» (Corano 43:18).
Il passo può essere inteso come riproduzione della valutazione dei pagani, come uso retorico di una loro premessa senza approvarla esplicitamente oppure come caratterizzazione direttamente assunta dal testo. Numerosi commentatori classici lo hanno generalizzato alle donne, presentandole come inclini agli ornamenti e meno efficaci nella disputa.
La lettura più prudente deve quindi distinguere tra testo e ricezione. La sura denuncia certamente l’incoerenza di uomini che disprezzano le figlie ma attribuiscono esseri femminili ad Allah; non formula però una chiara dichiarazione di uguaglianza tra i sessi e utilizza nell’argomentazione una rappresentazione del femminile che la tradizione ha spesso interpretato in senso gerarchico.
Le tre principali divinità femminili meccane — al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt — saranno centrali anche nella tradizione relativa ai cosiddetti Versetti satanici, che trova il proprio collegamento principale nella Sura 53.
Gli angeli vengono poi accusati di essere stati trasformati in esseri femminili:
«Hanno fatto degli angeli, che sono servi del Compassionevole, delle femmine. Furono forse testimoni della loro creazione? La loro testimonianza sarà registrata e ne saranno interrogati» (Corano 43:19).
La domanda è metodologicamente sensata: i destinatari non avrebbero osservato la creazione degli angeli e non possiedono una base verificabile per attribuire loro un sesso. Lo stesso criterio dovrebbe però valere anche per le affermazioni alternative sugli esseri invisibili, conosciute soltanto accettando la rivelazione che pretende di descriverli.
“Se Allah avesse voluto, non li avremmo adorati” – Corano 43:20-25
I politeisti ricorrono alla volontà divina:
«Dicono: “Se il Compassionevole avesse voluto, non li avremmo adorati”. Non possiedono alcuna conoscenza di ciò; non fanno che congetturare» (Corano 43:20).
L’argomento è fatalistico: se Allah governa ogni cosa, il culto degli altri esseri non potrebbe esistere contro la sua volontà. Il Corano respinge la conclusione e mantiene la responsabilità dei politeisti.
Rimane però la tensione con i numerosi versetti nei quali Allah guida chi vuole, svia chi vuole e assegna compagni demoniaci a chi si allontana dal ricordo. La volontà divina non può essere usata dai pagani come giustificazione, ma viene invocata dal Corano per spiegare chi riceve o non riceve la guida.
Il problema appartiene alla più ampia dottrina della predestinazione nell’Islam: l’uomo viene giudicato responsabile delle proprie scelte, benché la guida efficace dipenda da Allah e lo sviamento possa essere attribuito alla sua azione.
La sura domanda poi se i politeisti abbiano ricevuto un Libro precedente capace di giustificare il proprio culto. La loro risposta sarebbe invece:
«Abbiamo trovato i nostri padri su una comunità religiosa e seguiamo le loro tracce» (Corano 43:22).
Il culto degli antenati viene presentato come conformismo privo di prova. Quando un ammonitore propone una guida migliore, i notabili rispondono di non credere al messaggio.
La critica alla tradizione ereditata è valida anche fuori dal contesto pagano. Seguire una religione perché trasmessa dalla famiglia non dimostra che sia vera. Lo stesso criterio deve quindi essere applicato all’Islam: nascere in una famiglia musulmana o ripetere la fede dei propri padri non costituisce una prova dell’origine divina del Corano.
Abramo contro il culto ereditato – Corano 43:26-28
Abramo viene presentato come modello di rottura con la tradizione familiare:
«Quando Abramo disse a suo padre e al suo popolo: “In verità sono estraneo a ciò che adorate, eccetto Colui che mi ha creato: Egli mi guiderà”» (Corano 43:26-27).
Il Corano incorpora Abramo nella propria storia religiosa e lo trasforma in precursore del monoteismo islamico. La formula avrebbe lasciato tra i suoi discendenti una parola destinata a favorire il loro ritorno alla vera fede.
La figura di Abramo consente di condannare il conformismo dei Quraysh. Se essi giustificano la religione tramite gli antenati, Abramo viene rappresentato come colui che rifiutò il culto del padre e del popolo. La fedeltà agli antenati è quindi approvata soltanto quando coincide con la genealogia religiosa costruita dal Corano.
Perché il Corano non fu rivelato a un uomo più importante? – Corano 43:29-35
Allah afferma di avere lasciato godere i meccani e i loro padri finché giunsero la verità e un messaggero evidente. Essi avrebbero accusato il Corano di essere magia.
I notabili domandano:
«Perché questo Corano non è stato fatto scendere su un uomo importante delle due città?» (Corano 43:31).
Le due città vengono generalmente identificate con Mecca e Ṭāʾif. L’obiezione riguarda il prestigio sociale: perché una rivelazione divina dovrebbe essere affidata a Maometto e non a un uomo più ricco e influente?
Il Corano risponde domandando se siano loro a distribuire la misericordia di Allah. È Allah a distribuire i mezzi di sussistenza e a innalzare alcuni uomini sopra altri affinché si servano reciprocamente.
«La misericordia del tuo Signore è migliore di ciò che accumulano» (Corano 43:32).
Ricchezza e status non costituiscono quindi prova di favore religioso. La verità di un messaggio non dipende dal patrimonio o dalla posizione sociale del messaggero.
La sura svaluta poi gli ornamenti terreni:
«Se non fosse che gli uomini sarebbero diventati un’unica comunità, avremmo dato a coloro che non credono nel Compassionevole tetti d’argento per le loro case, scale sulle quali salire, porte e divani sui quali distendersi, e ornamenti d’oro. Tutto questo non è che godimento della vita terrena; l’Aldilà presso il tuo Signore appartiene ai timorati» (Corano 43:33-35).
La costruzione rende il dato materiale teologicamente elastico: la ricchezza del credente può essere favore, quella del miscredente tentazione; la povertà può essere prova o punizione. Poiché ogni esito può essere assorbito nel sistema, successo e insuccesso perdono valore come verifica indipendente della verità religiosa.
Allah assegna un demonio a chi si allontana dal ricordo – Corano 43:36-39
La sura introduce uno dei passaggi teologicamente più rilevanti:
«A chi si allontana dal ricordo del Compassionevole assegniamo un demonio, che diventa il suo compagno. Essi li allontanano dalla via, mentre credono di essere guidati» (Corano 43:36-37).
Il soggetto si allontana inizialmente dal ricordo, ma la conseguenza non è soltanto naturale: Allah gli assegna un qarīn, un compagno demoniaco, che lo allontana ulteriormente dalla via. L’uomo finisce così per credersi guidato mentre viene condotto nello sviamento.
La tradizione può leggere questa assegnazione come castigo per un rifiuto precedente. Tale interpretazione conserva una responsabilità iniziale, ma non elimina l’intervento divino nel consolidamento della condizione morale per cui l’individuo sarà punito.
Il meccanismo è simile a quello incontrato nella Sura 7 al-Aʿrāf e nella Sura 41: l’uomo sceglie il rifiuto, Allah intensifica lo sviamento, il demonio altera la percezione della propria guida e il soggetto viene infine condannato.
Nel Giorno del Giudizio, l’uomo desidererà che tra lui e il compagno demoniaco vi sia la distanza tra oriente e occidente. Ma il rimpianto non gli sarà utile: uomini e demoni condivideranno il castigo.
Maometto non può far udire i sordi – Corano 43:40-45
Allah domanda a Maometto:
«Puoi forse far udire i sordi o guidare i ciechi e chi si trova in evidente sviamento?» (Corano 43:40).
Gli oppositori vengono descritti mediante disabilità trasformate in metafore morali: sordità, cecità e sviamento. Il loro rifiuto non viene considerato possibile conclusione razionale, ma incapacità spirituale.
Allah può punirli mentre Maometto è ancora vivo oppure dopo averlo fatto morire. Maometto deve invece aggrapparsi alla rivelazione:
«Attieniti dunque saldamente a ciò che ti è stato rivelato: in verità sei su una via diritta. Esso è certamente un ricordo per te e per il tuo popolo, e sarete interrogati» (Corano 43:43-44).
Il Corano garantisce a Maometto che egli si trova sulla via diritta. L’affermazione è coerente all’interno della fede, ma rimane interna al sistema: la rivelazione certifica il messaggero che proclama la rivelazione.
Il versetto 45 invita a interrogare i messaggeri precedenti, oppure, secondo alcune letture, a esaminare il loro messaggio:
«Domanda a coloro che inviammo prima di te tra i Nostri messaggeri: stabilimmo forse divinità da adorare all’infuori del Compassionevole?» (Corano 43:45).
La risposta attesa è negativa. Tutti i profeti avrebbero insegnato lo stesso monoteismo fondamentale, ricostruito però dal Corano secondo il proprio criterio.
Mosè, il faraone e il prestigio politico – Corano 43:46-56
La sura torna alla vicenda di Mosè. Egli viene inviato al faraone e ai suoi notabili con i segni di Allah, ma viene deriso. Ogni segno sarebbe stato maggiore del precedente e i castighi avrebbero dovuto favorire il ritorno degli egiziani.
Essi chiamano Mosè “mago” e gli chiedono di pregare perché il castigo venga rimosso, promettendo di accettare la guida. Una volta liberati, infrangono però la promessa.
Il faraone proclama:
«O popolo mio, non appartiene forse a me il regno d’Egitto e questi fiumi non scorrono sotto di me? Non vedete? Non sono forse migliore di costui, che è spregevole e a malapena riesce a esprimersi?» (Corano 43:51-52).
Il faraone usa gli stessi criteri sociali attribuiti ai Quraysh: potere, ricchezza, prestigio e capacità retorica. Domanda perché Mosè non indossi bracciali d’oro o non sia accompagnato da angeli.
La narrazione crea un parallelo con Maometto. Come il faraone disprezza Mosè perché privo degli ornamenti del potere, i notabili meccani disprezzano Maometto perché non appartiene ai personaggi più ricchi delle due città.
Il faraone avrebbe reso frivolo il proprio popolo, inducendolo all’obbedienza. Quando egiziani e sovrano provocarono l’ira di Allah, furono annegati e trasformati in precedente per i popoli successivi.
Gesù come servo e il discusso “segno dell’Ora” – Corano 43:57-65
Quando il figlio di Maria viene proposto come esempio, il popolo di Maometto reagisce rumorosamente e domanda se le proprie divinità siano migliori di lui. Il Corano interpreta la risposta come polemica litigiosa.
Gesù viene descritto così:
«Egli non era che un servo al quale concedemmo favore e che facemmo esempio per i Figli d’Israele» (Corano 43:59).
La formulazione colloca Gesù nello status di servo favorito da Allah, non di Dio incarnato o Figlio divino. Il Corano lo incorpora nel proprio monoteismo e respinge la cristologia cristiana.
Compare poi un passo discusso:
«In verità egli è conoscenza dell’Ora; non dubitate dunque di essa e seguitemi: questa è una via diritta» (Corano 43:61).
Il pronome può essere riferito a Gesù, interpretato come segno della vicinanza dell’Ora, oppure, secondo altre letture, al Corano quale conoscenza del giudizio. La tradizione maggioritaria ha spesso collegato il versetto al ritorno escatologico di Gesù.
La sola Sura 43 non descrive però Gesù mentre rompe la croce, uccide i maiali e abolisce la jizya. Questi particolari provengono dagli hadith, tra cui Sahih al-Bukhari 3448 e Sahih Muslim 155a.
Secondo tali tradizioni, Gesù tornerà come giudice giusto, romperà la croce, ucciderà i maiali e abolirà la jizya. Nella lettura tradizionale più diffusa, l’abolizione del tributo indica che non verrà più accettata la permanenza del cristianesimo come religione distinta sotto protezione tributaria: l’alternativa sarà l’adesione all’Islam.
Il Gesù escatologico islamico non torna quindi per confermare il cristianesimo storico, ma per smentirne il simbolo centrale e stabilire definitivamente l’ordine islamico. Il tema si collega alla jizya, al commento alla Sura 4 an-Nisāʾ e al confronto tra Maometto e Gesù.
Gesù avrebbe portato prove chiare e invitato i Figli d’Israele a temere Allah, obbedirgli e adorare il suo Signore e il loro Signore. Ma le fazioni si sarebbero divise, meritando la minaccia del castigo.
La struttura è quella già incontrata nella Sura 42: Gesù avrebbe insegnato una religione conforme al Corano; le differenze del cristianesimo deriverebbero dalle divisioni successive.
Amici trasformati in nemici e credenti accolti nel Paradiso – Corano 43:66-73
La sura domanda se gli oppositori attendano forse che l’Ora giunga improvvisamente. Nel Giorno del Giudizio, le amicizie terrene si trasformeranno in inimicizia, tranne quelle dei timorati.
«Gli amici intimi, in quel Giorno, saranno nemici gli uni degli altri, eccetto i timorati» (Corano 43:67).
I rapporti umani vengono giudicati secondo l’appartenenza religiosa. Le amicizie fondate sulla miscredenza o sulla trasgressione si dissolveranno in accuse reciproche; soltanto quelle dei credenti timorati manterranno valore.
Ai servi di Allah viene invece detto di non temere né affliggersi. Essi e le loro spose entreranno nel Paradiso e verranno serviti con vassoi e coppe d’oro:
«In esso vi sarà ciò che le anime desiderano e ciò che diletta gli occhi, e vi rimarrete eternamente» (Corano 43:71).
Gli ornamenti d’oro, svalutati come godimento terreno quando appartengono ai miscredenti, diventano parte della ricompensa eterna dei credenti. Non è quindi l’oro in sé a essere condannato: il suo valore dipende dall’ordine religioso nel quale viene collocato.
Il Paradiso viene assegnato come eredità per le opere compiute, ma l’intera sura ha già definito i beneficiari attraverso la fede. Le opere appartengono alla vita di coloro che hanno accettato Allah e il messaggio coranico.
Il castigo permanente e la richiesta di essere annientati – Corano 43:74-80
La sorte dei criminali è opposta:
«In verità i criminali rimarranno eternamente nel castigo dell’Inferno. Non sarà loro alleviato e in esso saranno disperati» (Corano 43:74-75).
Allah dichiara di non avere fatto loro ingiustizia: sarebbero stati essi stessi ingiusti. La dichiarazione riafferma la responsabilità umana, ma deve essere coordinata con il versetto 36, dove Allah assegna un demonio a chi si allontana e ne consolida lo sviamento.
I condannati chiameranno Mālik, il custode dell’Inferno:
«O Mālik, che il tuo Signore ci annienti!» Egli risponderà: «In verità dovrete rimanere» (Corano 43:77).
I dannati non chiedono soltanto la fine della pena, ma l’annientamento. La risposta nega anche questa possibilità: il castigo non viene alleviato e la loro esistenza continua nella sofferenza.
Il testo afferma quindi:
«Vi abbiamo portato la verità, ma la maggior parte di voi detesta la verità» (Corano 43:78).
La mancata persuasione viene trasformata in odio verso la verità. La premessa è che il Corano sia certamente vero; sulla base di tale premessa, il rifiuto non può essere una valutazione in buona fede, ma avversione morale.
I versetti 79-80 fanno riferimento ai progetti segreti degli oppositori:
«Hanno forse deciso un piano? Anche Noi decidiamo. Credono forse che non udiamo i loro segreti e i loro colloqui nascosti? Sì, e i Nostri messaggeri presso di loro registrano» (Corano 43:79-80).
La tradizione ha collegato il passo ai complotti dei Quraysh contro Maometto. Il testo rimane però generale: Allah conoscerebbe le decisioni segrete e gli angeli ne registrerebbero il contenuto.
“Se il Compassionevole avesse un figlio” – Corano 43:81-86
Maometto deve dichiarare:
«Di’: se il Compassionevole avesse un figlio, io sarei il primo degli adoratori» (Corano 43:81).
Il versetto utilizza una costruzione condizionale. L’interpretazione più comune è: se Allah avesse realmente un figlio, Maometto sarebbe il primo ad adorarlo; ma tale ipotesi è impossibile, come precisa il versetto seguente, che glorifica il Signore dei cieli e della terra al di sopra di ciò che gli viene attribuito.
La frase non costituisce una concessione alla dottrina cristiana. Serve a sostenere che Maometto non rifiuterebbe una verità divina se fosse reale, ma che la filiazione appartiene alle false attribuzioni respinte dal Corano.
Il ragionamento riafferma però la premessa islamica secondo cui Allah non può avere un figlio. Per valutare la fede cristiana occorrerebbe esaminare che cosa significhi “Figlio” nella teologia cristiana, invece di trattarlo come generazione fisica o discendenza biologica.
La sura ordina quindi di lasciare gli oppositori ai propri discorsi e divertimenti fino al Giorno promesso. Allah sarebbe Dio nei cieli e sulla terra, conoscerebbe l’Ora e possiederebbe il regno universale.
Le divinità invocate all’infuori di Lui non avrebbero alcun potere di intercessione, salvo chi testimonia la verità con conoscenza. Anche l’intercessione rimane subordinata al permesso e al criterio di Allah.
“Allontanati da loro e di’: pace” – Corano 43:87-89
La sura osserva che, interrogati sul proprio creatore, i politeisti risponderebbero “Allah”, ma continuerebbero comunque ad allontanarsi dal culto esclusivo.
Maometto lamenta quindi che il proprio popolo non crede. La conclusione ordina:
«Allontanati dunque da loro e di’: “Pace”. Presto sapranno» (Corano 43:89).
Nel contesto meccano, Maometto deve prendere le distanze dagli oppositori e affidare ad Allah la dimostrazione finale. Il termine “pace” è una formula di commiato, accompagnata dalla minaccia che presto conosceranno la verità.
Il versetto non deve essere nascosto o minimizzato. In questa fase non ordina a Maometto di combattere i Quraysh, ma di allontanarsi. Non può però essere isolato dalla successiva evoluzione medinese, durante la quale la comunità islamica acquisirà potere politico, combatterà i propri avversari e disciplinerà giuridicamente i rapporti con politeisti, ebrei e cristiani.
La differenza tra ammonimento meccano e autorità medinese è importante anche per valutare gli articoli sui versetti meccani e la repressione del dissenso. L’assenza di un ordine militare in una sura meccana non basta a definire l’intero sistema normativo sviluppato successivamente.
Conclusione
La Sura 43 Az-Zukhruf contrappone la ricchezza terrena all’autorità religiosa. I Quraysh giudicano Maometto privo del prestigio che dovrebbe accompagnare un profeta; il Corano risponde che oro, palazzi e potere possono essere concessi anche ai miscredenti e non dimostrano alcun favore spirituale.
La critica al culto degli antenati costituisce uno degli aspetti più rilevanti della sura: una tradizione non diventa vera soltanto perché ereditata. Il criterio deve però essere applicato anche all’Islam. Seguire Maometto perché lo seguirono i propri genitori o perché la comunità lo considera profeta non è più probante del conformismo rimproverato ai pagani.
La sezione sulle “figlie di Allah” denuncia l’incoerenza di uomini che disprezzano la nascita delle figlie ma attribuiscono esseri femminili ad Allah. Il testo non formula però una netta confutazione della gerarchia sessuale implicita e il versetto 18 ha consentito ai commentatori classici di sviluppare una rappresentazione tradizionale della donna come legata agli ornamenti e meno efficace nella disputa.
La sura torna inoltre sulla tensione tra responsabilità e sviamento divino. Chi si allontana dal ricordo compie una scelta, ma Allah gli assegna poi un demonio che lo allontana ulteriormente mentre egli crede di essere guidato. L’intervento divino consolida così la condizione per la quale il soggetto verrà punito.
Mosè e Gesù vengono incorporati nella storia religiosa islamica. Mosè anticipa Maometto nello scontro con un’élite che confonde ricchezza e verità; Gesù viene presentato come servo favorito e reinterpretato come predicatore dell’unità di Allah. Negli hadith sul suo ritorno, egli non conferma il cristianesimo storico, ma rompe la croce, abolisce la jizya e stabilisce la vittoria dell’ordine islamico.
La separazione escatologica domina la seconda parte della sura. I credenti ricevono oro, desideri soddisfatti e permanenza nel Paradiso; i miscredenti rimangono in un Inferno senza sollievo e chiedono inutilmente di essere annientati. Il rifiuto della rivelazione costituisce una colpa decisiva, non soltanto un errore intellettuale.
“Gli ornamenti d’oro” non è quindi soltanto una critica alla ricchezza. È una difesa dell’autorità di Maometto contro una società che misura il valore attraverso prestigio e potere. La sura sostituisce quella gerarchia con un’altra: non conta chi possiede più oro, ma chi accetta la rivelazione; chi la accoglie è guidato, chi la respinge viene consegnato allo sviamento e infine al castigo.
