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Indice dei commenti
Indice completo- 001 — al-Fātiḥah, “L’Apertura”
- 002 — al-Baqara, “La Vacca”
- 003 — Al Imran, “La Famiglia di Imran”
- 004 — al-Nisa, “Le Donne”
- 005 — al-Ma’ida, “La Mensa”
- 006 — al-An‘am, “Il Bestiame”
- 007 — al-A‘raf, “Le Alture”
- 008 — al-Anfal, “Il Bottino”
- 009 — al-Tawba, “Il Pentimento”
- 010 — Yunus, “Giona”
- 011 — Hud
- 012 — Yusuf, “Giuseppe”
- 013 — ar-Ra’d, “Il Tuono”
- 014 — Ibrahim, “Abramo”
- 015 — al-Hijr
- 016 — an-Nahl, “L’Ape”
- 017 — al-Isra, “Il Viaggio Notturno”
- 018 — al-Kahf, “La Caverna”
- 019 — Maryam, “Maria”
- 020 — Ta Ha
- 021 — al-Anbiya, “I Profeti”
- 022 — al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
- 023 — al-Mu’minun, “I Credenti”
- 024 — an-Nur, “La Luce”
- 025 — al-Furqan, “Il Criterio”
- 026 — ash-Shu’ara, “I Poeti”
- 027 — an-Naml, “La Formica”
- 028 — al-Qasas, “Il Racconto”
- 029 — al-Ankabut, “Il Ragno”
- 030 — al-Rūm, “I Bizantini”
- 031 — Luqman, “Luqman”
- 032 — as-Sajda, “La Prostrazione”
- 033 — al-Ahzab, “I Confederati”
- 034 — Saba, “I Sabei”
- 035 — Fatir, “Il Creatore / Gli Angeli”
- 036 — Ya-Sin
- 037 — as-Saffat, “I Ranghi”
- 038 — Sad
- 039 — az-Zumar, “I Gruppi”
- 040 — Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
- 041 — Fussilat, “Spiegati in dettaglio”
- 042 — Ash-Shūrā, “La consultazione”
- 043 — Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
- 044 — ad-Dukhān, “Il fumo”
- 045 — al-Jāthiyah, “La genuflessa”
- 046 — Al-Ahqaf, “Le dune”
- 047 — Muhammad, “Maometto”
- 048 — al-Fath, “La Vittoria”
- 049 — al-Hujurat, “Le Stanze”
- 050 — Qaf
- 051 — adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”
- 052 — at-Tur, “Il monte”
- 053 — an-Najm, “La stella”
- 054 — al-Qamar, “La luna”
- 055 — ar-Raḥmān, “Il Compassionevole”
- 056 — al-Waqiʿah, “L’inevitabile”
- 057 — al-Hadid, “Il ferro”
- 058 — al-Mujādilah, “La disputante”
- 059 — al-Hashr, “L’esilio”
- 060 — al-Mumtahanah, “L’esaminata”
- 061 — as-Saff, “I ranghi serrati”
- 062 — al-Jumuʿah, “Il venerdì”
- 063 — al-Munafiqun, “Gli ipocriti”
- 064 — at-Taghabun, “L’inganno reciproco”
- 065 — at-Talaq, “Il divorzio”
- 066 — at-Tahrim, “Il divieto”
- 067 — al-Mulk, “La sovranità”
- 068 — al-Qalam, “La penna”
- 069 — al-Haqqah, “La realtà”
- 070 — al-Maarij, “Le vie dell’ascesa”
- 071 — Nuh, “Noè”
- 072 — al-Jinn
- 073 — al-Muzzammil, “L’avvolto nel mantello”
- 074 — al-Muddaththir, “Il coperto dal mantello”
- 075 — al-Qiyamah, “La risurrezione”
- 076 — al-Insan, “L’uomo”
- 077 — al-Mursalat, “Le inviate”
- 078 — an-Naba, “L’Annuncio”
- 079 — an-Naziat, “Gli strappanti”
- 080 — Abasa, “Si accigliò”
- 081 — at-Takwir, “L’oscuramento”
- 082 — al-Infitar, “Lo squarciarsi”
- 083 — al-Mutaffifin, “I frodatori”
- 084 — al-Inshiqaq, “La fenditura”
- 085 — al-Buruj, “Le costellazioni”
- 086 — at-Tariq, “L’astro notturno”
- 087 — al-Ala, “L’Altissimo”
- 088 — al-Ghashiyah, “L’avvolgente”
- 089 — al-Fajr, “L’aurora”
- 090 — al-Balad, “La città”
- 091 — ash-Shams, “Il sole”
- 092 — al-Layl, “La notte”
- 093 — ad-Duha, “Le ore del mattino”
- 094 — ash-Sharh, “L’apertura”
- 095 — at-Tin, “Il fico”
- 096 — al-ʿAlaq, “L’aderenza”
- 097 — al-Qadr, “Il destino”
- 098 — al-Bayyinah, “La prova evidente”
- 099 — az-Zalzalah, “Il terremoto”
- 100 — al-ʿAdiyat, “Le scalpitanti”
- 101 — al-Qariʿah, “La percotente”
- 102 — at-Takathur, “La competizione”
- 103 — al-ʿAsr, “Il tempo”
- 104 — al-Humazah, “Il diffamatore”
- 105 — al-Fīl, “L’elefante”
- 106 — Quraysh
- 107 — al-Māʿūn, “L’aiuto”
- 108 — al-Kawthar, “L’abbondanza”
- 109 — al-Kāfirūn, “I miscredenti”
- 110 — an-Naṣr, “Il soccorso”
- 111 — al-Masad, “Le fibre di palma”
- 112 — al-Ikhlāṣ, “La sincerità”
- 113 — al-Falaq, “L’alba”
- 114 — an-Nās, “Gli uomini”
Commento al Corano: Sura 28 al-Qaṣaṣ, “Il Racconto”
La Sura 28 al-Qaṣaṣ, “Il Racconto”, è tradizionalmente classificata come meccana e torna ancora una volta su Mosè, già protagonista o personaggio importante nelle Sure 2, 7, 10, 17, 20, 26 e 27.
Il Corano non utilizza però queste ripetizioni per costruire una biografia continua di Mosè. Ogni versione seleziona e riorganizza il materiale secondo le esigenze della predicazione. In al-Qaṣaṣ la funzione diventa particolarmente esplicita: dopo avere raccontato per oltre quaranta versetti vicende antiche di Mosè, la rivelazione si rivolge direttamente a Maometto e sostiene che proprio il fatto di conoscerle senza esserne stato testimone dimostri che Allah gliele ha rivelate.
La sura incorpora inoltre elementi che permettono un confronto storico-letterario particolarmente interessante con tradizioni anteriori: la moglie del Faraone prende il posto che l’Esodo assegna alla figlia del Faraone nella salvezza del piccolo Mosè; Haman, celebre antagonista della storia di Ester ambientata in Persia, compare qui come uomo del Faraone; Qārūn riprende Korah di Numeri ma possiede anche la straordinaria ricchezza e le pesantissime chiavi dei tesori note nella successiva esegesi rabbinica del personaggio.
La seconda metà sposta poi l’attenzione dalla storia alla legittimazione di Maometto. Gli avversari vengono sfidati a produrre una rivelazione migliore e, se non accettano la sfida, il Corano stabilisce che «seguono soltanto le proprie brame». Gli appartenenti alla Gente del Libro che accettano Maometto vengono utilizzati come conferma e ricompensati due volte; contemporaneamente viene dichiarato che Maometto non può guidare neppure chi ama, perché «Allah guida chi vuole».
Al-Qaṣaṣ non si limita quindi a raccontare Mosè: utilizza il passato per certificare Maometto, seleziona come testimoni favorevoli coloro che accettano il nuovo messaggio, interpreta psicologicamente chi lo respinge e attribuisce infine ad Allah il controllo decisivo della guida, della scelta, della distruzione e del giudizio.
Il Corano dichiara vero il racconto che sta per raccontare – Corano 28:1-3
La sura comincia:
«Ṭā-Sīn-Mīm. Questi sono i versetti del Libro chiaro. Ti recitiamo, secondo verità, parte della storia di Mosè e Faraone, per un popolo che crede.» (Corano 28:1–28:3).
Le lettere Ṭā-Sīn-Mīm non vengono spiegate dal testo. Subito dopo, però, il Corano definisce il proprio Libro mubīn, “chiaro” o “chiarificatore”, e soprattutto presenta il racconto seguente come bi-l-ḥaqq, «secondo verità».
Prima ancora che il lettore possa verificare la ricostruzione, la fonte che racconta gli eventi certifica quindi il proprio racconto come vero. Questa autodefinizione diventerà particolarmente importante in 28:44-46, quando la conoscenza delle stesse vicende appena narrate sarà utilizzata come dimostrazione della provenienza divina del Libro.
Faraone “sgozza” i figli maschi – Corano 28:4-6
Faraone viene descritto come sovrano che divide e opprime la popolazione:
«In verità Faraone si elevò sulla terra e divise i suoi abitanti in fazioni, indebolendo un gruppo di loro: sgozzava i loro figli maschi e lasciava vivere le loro donne. In verità era fra i corruttori.» (Corano 28:4).
Il verbo yudhabbihu deriva dalla radice dh-b-ḥ, utilizzata per lo sgozzamento e la macellazione. Rendere genericamente «uccideva» non è falso, ma «sgozzava» conserva la forma più concreta e meno eufemistica del verbo coranico.
Allah annuncia quindi il rovesciamento:
«E volevamo favorire coloro che erano stati resi deboli sulla terra, farne guide e farne gli eredi, e stabilirli sulla terra e mostrare, per mezzo loro, a Faraone, Hāmān e alle loro schiere ciò che temevano.» (Corano 28:5–28:6).
Il racconto viene così impostato fin dall’inizio come una storia governata dall’intervento divino: Faraone domina, ma Allah ha già deciso chi verrà abbattuto e chi erediterà il potere.
La moglie del Faraone prende il posto della figlia del Faraone – Corano 28:7-13
Allah ordina alla madre di Mosè:
«E rivelammo alla madre di Mosè: «Allattalo; poi, quando temerai per lui, gettalo nel fiume e non temere né affliggerti. In verità Noi te lo restituiremo e faremo di lui uno dei messaggeri».» (Corano 28:7).
Il bambino viene raccolto dalla famiglia del Faraone e il versetto successivo introduce una differenza significativa rispetto al racconto di Esodo 2:
«E la moglie di Faraone disse: «Gioia degli occhi per me e per te. Non uccidetelo; forse ci sarà utile oppure lo prenderemo come figlio».» (Corano 28:9).
Nel racconto di Esodo 2:5-10, a trovare Mosè nel Nilo è invece la figlia del Faraone, che lo riconosce come bambino ebreo, lo salva e successivamente lo adotta. Il Corano trasferisce questo ruolo alla moglie del sovrano.
Non basta questa differenza per stabilire da sola come il racconto coranico si sia formato. È però un esempio concreto del fatto che al-Qaṣaṣ non conserva semplicemente la narrazione biblica: riprende personaggi e motivi già esistenti modificandone ruoli e collocazione.
Il Corano racconta inoltre che Allah impedisce al piccolo Mosè di accettare altre nutrici, permettendo così alla madre biologica di tornare da lui senza che la corte conosca inizialmente la sua identità. La separazione stessa viene dunque inserita in un piano divino che conduce al risultato voluto fin dall’inizio.
Mosè colpisce un uomo e lo uccide – Corano 28:14-17
Divenuto adulto, Mosè trova due uomini che combattono, uno appartenente alla sua fazione e uno al gruppo avversario. Il primo gli chiede aiuto:
«Ed entrò nella città in un momento di disattenzione dei suoi abitanti e vi trovò due uomini che combattevano: uno della sua parte e uno dei suoi nemici. Quello della sua parte gli chiese aiuto contro quello del nemico; allora Mosè lo colpì con un pugno e lo uccise. Disse: «Questo è opera di Satana. In verità egli è un nemico che svia chiaramente».» (Corano 28:15).
Il versetto collega direttamente il colpo di Mosè alla morte dell’uomo. Il protagonista riconosce subito la gravità dell’accaduto:
«Disse: «Signore mio, in verità ho fatto torto a me stesso; perdonami». E gli perdonò. In verità Egli è il Perdonatore, il Misericordioso.» (Corano 28:16).
La narrazione concentra immediatamente la soluzione sul rapporto fra Mosè e Allah. Mosè riconosce di avere fatto torto a se stesso, chiede perdono e Allah lo perdona immediatamente. Il racconto non menziona alcuna riparazione nei confronti dell’uomo ucciso o della sua famiglia: l’episodio viene chiuso teologicamente attraverso il perdono divino.
Mosè promette quindi:
«Disse: «Signore mio, per il favore che mi hai concesso, non sarò mai sostenitore dei criminali».» (Corano 28:17).
Questa frase avrà un interessante parallelo alla fine della sura, quando sarà Maometto a ricevere l’ordine di non essere mai sostenitore dei miscredenti.
“Vuoi uccidere me come hai ucciso ieri un uomo?” – Corano 28:18-22
Il giorno seguente lo stesso uomo della fazione di Mosè gli chiede nuovamente aiuto. Quando Mosè si avvicina allo scontro emerge pubblicamente ciò che era accaduto:
«Quando volle colpire colui che era nemico di entrambi, questi disse: «O Mosè, vuoi uccidermi come hai ucciso ieri un uomo? Tu vuoi soltanto essere un tiranno sulla terra e non vuoi essere fra quelli che riformano».» (Corano 28:19).
Un uomo avverte quindi Mosè che i notabili stanno deliberando di ucciderlo. Mosè abbandona la città «impaurito, guardandosi attorno» e chiede ad Allah di salvarlo dal popolo degli ingiusti.
Prima dell’investitura profetica, dunque, il futuro messaggero ha già ucciso un uomo, chiesto perdono, scoperto che l’omicidio è diventato noto e lasciato la città perché teme di essere ucciso a sua volta.
Il Corano non identifica il padre delle due donne con Jethro – Corano 28:23-28
A Madian Mosè incontra due donne presso un pozzo, abbevera per loro il bestiame e successivamente viene invitato dal padre. Una delle figlie suggerisce di assumerlo perché forte e affidabile. L’uomo propone quindi:
«Disse: «In verità voglio darti in matrimonio una di queste mie due figlie, a condizione che tu lavori per me otto anni; se poi ne completerai dieci, sarà da parte tua. Non voglio gravarti; mi troverai, se Dio vuole, fra i giusti».» (Corano 28:27).
Una precedente versione dell’articolo chiamava quest’uomo “Jethro”. Il Corano non lo nomina. L’identificazione con personaggi biblici o con Shuʿayb appartiene alle ricostruzioni esegetiche successive e non deve essere inserita nel testo come se fosse un dato coranico.
Anche questo dettaglio mostra perché Corano, Bibbia e tafsir devono rimanere distinti: ciò che una tradizione successiva utilizza per completare il racconto non diventa automaticamente ciò che il Corano afferma.
Allah parla dall’albero – Corano 28:29-35
Dopo il periodo trascorso a Madian, Mosè riparte e scorge un fuoco. Quando si avvicina:
«Quando vi giunse, fu chiamato dal lato destro della valle, nel luogo benedetto, dall’albero: «O Mosè, in verità Io sono Dio, Signore dei mondi.» (Corano 28:30).
Seguono il bastone che si muove come un serpente e la mano che esce bianca «senza alcun male». Mosè ricorda però immediatamente il precedente omicidio:
«Signore mio, in verità ho ucciso uno di loro e temo che mi uccidano.» (Corano 28:33).
Chiede quindi l’assistenza di Aronne, che considera più eloquente. Allah promette di rafforzare i due e di dare loro un’autorità tale che gli avversari non potranno raggiungerli.
Faraone chiama i segni “magia inventata” – Corano 28:36-37
Quando Mosè presenta i segni, gli avversari rispondono:
«Quando Mosè giunse loro con i Nostri segni come prove evidenti, dissero: «Questa non è altro che magia inventata, e non abbiamo mai udito nulla di simile presso i nostri primi padri».» (Corano 28:36).
La polemica utilizza ancora una volta categorie che il Corano attribuisce anche agli avversari di Maometto: magia, invenzione e attaccamento agli antenati. Mosè replica che il suo Signore conosce meglio chi abbia portato la vera guida.
Il passato mosaico viene così raccontato attraverso lo stesso vocabolario polemico del conflitto contemporaneo di Maometto: le accuse rivolte al nuovo predicatore vengono retroproiettate sugli avversari dei profeti precedenti.
Haman: dalla Persia di Ester alla corte del Faraone – Corano 28:38
Faraone ordina:
«E Faraone disse: «O notabili, non conosco per voi altra divinità che me. Accendimi dunque, o Hāmān, un fuoco sull’argilla e costruiscimi una torre, affinché forse possa salire fino al Dio di Mosè; e in verità io penso che egli sia fra i bugiardi».» (Corano 28:38).
Haman compare ripetutamente nel Corano come collaboratore del Faraone. Il problema storico-letterario nasce dal fatto che l’Haman già famoso nella precedente tradizione biblica è l’antagonista del Libro di Ester, ambientato non nell’Egitto di Mosè ma nell’impero persiano di Assuero.
Lo storico Adam J. Silverstein ha dedicato uno studio specifico alla questione, Haman in the Qurʾān, analizzando precisamente come il personaggio possa essere passato dall’ambiente letterario di Ester alla collocazione faraonica del Corano.
Non è necessario trasformare questa ricostruzione in una semplicistica formula “Maometto copiò Ester e sbagliò”. Il dato storicamente rilevante è già sufficiente: il Corano presenta come uomo del Faraone un Haman che la precedente tradizione scritturale collocava in Persia, e la ricerca critica studia questa dislocazione come problema di storia letteraria.
La proclamazione coranica di raccontare Mosè bi-l-ḥaqq, «secondo verità», non può risolvere il problema semplicemente dichiarandolo risolto.
Faraone viene gettato nel mare, maledetto e destinato al Fuoco – Corano 28:39-43
Faraone e il suo esercito vengono annientati:
«Allora prendemmo lui e le sue schiere e li gettammo nel mare. Guarda dunque quale fu la fine degli ingiusti.» (Corano 28:40).
La condanna non termina con la morte:
«E facemmo di loro guide che chiamano al Fuoco; e nel Giorno della Resurrezione non saranno soccorsi. E facemmo seguire loro, in questa vita, una maledizione; e nel Giorno della Resurrezione saranno fra i respinti.» (Corano 28:41–28:42).
Il Corano diventa quindi narratore della loro morte e contemporaneamente giudice del loro destino ultraterreno. La stessa fonte che racconta la sconfitta terrena stabilisce che gli avversari rimarranno maledetti e aborriti anche nell’Aldilà.
“Tu non eri presente”: la storia di Mosè viene trasformata in prova di Maometto – Corano 28:44-47
Dopo avere narrato gli eventi, il testo si rivolge direttamente a Maometto:
«E tu non eri sul lato occidentale quando affidammo a Mosè il comando, né eri fra i testimoni.» (Corano 28:44).
Maometto non avrebbe vissuto neppure fra gli abitanti di Madian e non sarebbe stato presso il monte quando Allah chiamò Mosè. Ibn Kathīr intitola significativamente il commento a questo blocco “Proof of the Prophethood of Muhammad”. Il suo ragionamento è che Maometto racconti eventi antichi come se li avesse osservati pur essendo, secondo la tradizione, incapace di leggerli nei libri: la fonte dovrebbe quindi essere Allah.
Il salto logico rimane evidente. Non essere stato testimone oculare di un evento remoto non implica che l’unica fonte possibile delle informazioni sia soprannaturale. Le vicende di Mosè appartenevano da secoli alle tradizioni ebraiche e cristiane e il Corano stesso conserva altrove l’accusa dei contemporanei secondo cui Maometto starebbe ripetendo «racconti degli antichi» o ricevendo insegnamenti umani.
Per trasformare la conoscenza di Mosè in prova soprannaturale bisognerebbe quindi dimostrare che il materiale non potesse essere raggiunto attraverso alcuna forma di trasmissione umana. Corano 28:44-46 non lo dimostra: dichiara che Maometto non era presente e la stessa rivelazione conclude che Allah gli avrebbe comunicato il racconto.
Corano 28:48 cambia nelle letture canoniche: “due magie” oppure “due maghi”
Quando gli oppositori chiedono perché Maometto non abbia ricevuto prodigi come Mosè, il testo risponde ricordando il precedente rifiuto della rivelazione mosaica. Nella lettura di Ḥafṣ oggi più diffusa troviamo:
«Dissero: «Due magie che si sostengono a vicenda», e dissero: «In verità noi non crediamo in nessuna delle due».» (Corano 28:48).
Ma proprio questo versetto offre un caso importante delle letture coraniche canoniche. La lettura di Ḥafṣ da ʿĀṣim ha siḥrāni, «due magie» o «due opere di magia». Altre letture canoniche hanno invece sāḥirāni, «due maghi».
La differenza non è semplicemente fonetica. Cambia la categoria grammaticale e quindi i possibili referenti. I tafsir registrano infatti interpretazioni differenti: con «due magie» possono essere identificati, per esempio, Torah e Corano; con «due maghi» le interpretazioni tradizionali hanno indicato coppie di personaggi quali Mosè e Aronne oppure Mosè e Maometto.
Corano 28:48 mostra quindi concretamente che le letture canoniche non differiscono sempre soltanto nella pronuncia ornamentale: in questo caso una lettura parla di due “magie”, un’altra di due “maghi”, producendo significati e referenti differenti.
“Portate un Libro migliore”: chi non risponde “segue soltanto le proprie brame” – Corano 28:49-50
La sfida prosegue:
«Di’: «Portate dunque un Libro da parte di Dio che guidi meglio di entrambi, e io lo seguirò, se siete veritieri».» (Corano 28:49).
Il versetto seguente stabilisce però preventivamente il significato del mancato accoglimento della sfida:
«Se dunque non ti rispondono, sappi che seguono soltanto i loro desideri. E chi è più sviato di colui che segue il proprio desiderio senza una guida da parte di Dio? In verità Dio non guida il popolo ingiusto.» (Corano 28:50).
L’avversario non viene autorizzato a contestare i presupposti della prova. Potrebbe non ritenere dimostrato che Torah e Corano provengano da Allah, potrebbe non accettare che una competizione fra libri stabilisca la rivelazione divina oppure potrebbe considerare insufficiente l’intera sfida; nessuna di queste possibilità compare nel testo.
Se non risponde nei termini stabiliti dal Corano, il Corano dichiara direttamente che “segue soltanto le proprie brame”. La rivelazione stabilisce quindi la prova e diagnostica contemporaneamente come moralmente corrotta la motivazione di chi non accetta la prova.
I membri della Gente del Libro che accettano Maometto diventano testimoni e ricevono doppia ricompensa – Corano 28:51-55
Subito dopo compaiono appartenenti alle religioni precedenti che accettano il nuovo messaggio:
«Coloro ai quali demmo il Libro prima di esso credono in esso. E quando viene recitato loro dicono: «Crediamo in esso. In verità è la verità proveniente dal nostro Signore; in verità già prima di esso eravamo sottomessi».» (Corano 28:52–28:53).
Il versetto successivo aggiunge:
«Costoro riceveranno la loro ricompensa due volte per aver perseverato,» (Corano 28:54).
La funzione apologetica del gruppo è evidente. Ebrei o cristiani che riconoscono Maometto vengono utilizzati come testimonianza della continuità fra le precedenti Scritture e il Corano e ricevono addirittura una doppia ricompensa. Il membro della Gente del Libro che giunge alla conclusione islamica diventa prova a favore dell’Islam; quello che conosce la propria tradizione e respinge Maometto non riceve lo stesso valore probatorio.
Il campione dei testimoni viene quindi selezionato sulla base del risultato: è il precedente credente che accetta il Corano a essere presentato come esempio di chi aveva realmente compreso la rivelazione precedente.
Maometto non riesce a convertire Abū Ṭālib: “Allah guida chi vuole” – Corano 28:56
Subito dopo la rappresentazione dei precedenti credenti che riconoscono la nuova rivelazione arriva uno dei versetti più espliciti sulla guida:
«In verità tu non guidi chi ami, ma Dio guida chi vuole; ed Egli conosce meglio i ben guidati.» (Corano 28:56).
Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4772 collega esplicitamente il versetto alla morte di Abū Ṭālib. Maometto avrebbe ripetutamente chiesto allo zio morente di pronunciare la professione monoteistica, ma Abū Ṭālib sarebbe morto mantenendo la religione di ʿAbd al-Muṭṭalib. La tradizione conclude quindi che Allah rivelò precisamente 28:56.
Il contrasto grammaticale è netto: Maometto non può guidare nemmeno la persona che desidera convertire; Allah guida chi vuole. Pochissimi versetti prima, però, chi non accetta la rivelazione era stato definito individuo che «segue soltanto le proprie brame» e appartiene al popolo degli ingiusti che Allah non guida.
La responsabilità dell’incredulo e il controllo divino della guida vengono quindi collocati fianco a fianco: l’uomo viene colpevolizzato per la propria mancata fede mentre la capacità decisiva di concedere la guida appartiene ad Allah. È uno dei problemi centrali della predestinazione e dello sviamento nell’Islam.
“Se seguiamo la guida con te saremo strappati dalla nostra terra” – Corano 28:57
Gli interlocutori presentano quindi un’obiezione apertamente politica:
«E dicono: «Se seguissimo la guida con te, saremmo strappati dalla nostra terra».» (Corano 28:57).
Il Corano risponde ricordando la sicurezza del santuario meccano e i beni che vi arrivano. Il punto interessante è che la resistenza a Maometto non viene qui rappresentata attraverso un’obiezione astratta sulla teologia: i suoi interlocutori temono conseguenze territoriali concrete derivanti dall’adesione al nuovo movimento.
La risposta non dimostra che tale rischio politico sia impossibile; contrappone al timore la protezione che Allah avrebbe già assicurato al santuario.
“Quante città abbiamo distrutto” – Corano 28:58-59
Il tono passa immediatamente dalla sicurezza alla distruzione:
«E quante città abbiamo annientato che si erano insolentite nella loro vita! Ecco le loro abitazioni: dopo di loro non furono abitate se non poco.» (Corano 28:58).
Il versetto seguente stabilisce il criterio:
«E il tuo Signore non avrebbe annientato le città finché non avesse inviato nella loro città madre un messaggero che recitasse loro i Nostri segni; e Noi non avremmo annientato le città se i loro abitanti non fossero stati ingiusti.» (Corano 28:59).
È la stessa teologia della storia già utilizzata nella Sura 26. Il testo racconta che un messaggero era arrivato, dichiara colpevoli gli abitanti, attribuisce ad Allah la loro distruzione e indica successivamente le rovine come conferma.
Una città distrutta può testimoniare una catastrofe, una guerra o un declino. Non testimonia da sola che Allah l’abbia annientata perché i suoi abitanti avevano rifiutato un profeta. Questa causalità viene fornita dalla stessa rivelazione che utilizza poi la rovina come ammonimento.
Il presente verificabile viene dichiarato inferiore all’Aldilà promesso – Corano 28:60-61
La sura contrappone i beni presenti alla promessa futura:
«E qualunque cosa vi sia stata data è godimento della vita terrena e suo ornamento; ma ciò che è presso Dio è migliore e più duraturo.» (Corano 28:60).
Il meccanismo retorico contrappone beni osservabili e disponibili nel presente a una ricompensa migliore ed eterna la cui esistenza dipende precisamente dall’accettazione della rivelazione che la promette. Il versetto successivo oppone infatti chi riceverà la «bella promessa» a chi sarà trascinato davanti al giudizio.
Il processo futuro nel quale gli avversari non avranno risposta – Corano 28:62-67
Il Giorno del Giudizio viene rappresentato come un interrogatorio:
«E il Giorno in cui li chiamerà e dirà: «Dove sono i Miei associati che pretendevate?».» (Corano 28:62).
Gli stessi esseri che erano stati seguiti prenderanno le distanze dai loro seguaci e la domanda decisiva diventerà:
«Che cosa rispondeste ai messaggeri?» (Corano 28:65).
Il testo aggiunge che in quel giorno le risposte saranno loro precluse e non potranno neppure interrogarsi fra loro. La scena giudiziaria futura ha quindi già un esito stabilito nel presente dalla fonte che ne annuncia l’esistenza.
Il Corano descrive un processo futuro nel quale i propri oppositori saranno interrogati, non sapranno rispondere e scopriranno che il Corano aveva ragione; ma possiamo conoscere oggi quel processo soltanto attraverso il Corano stesso.
“Allah crea ciò che vuole e sceglie: la scelta non appartiene a loro” – Corano 28:68
Il versetto seguente formula la sovranità divina:
«E il tuo Signore crea ciò che vuole e sceglie; a loro non appartiene la scelta. Gloria a Dio, ed Egli è ben al di sopra di ciò che Gli associano.» (Corano 28:68).
Mā kāna lahumu l-khiyarah permette una resa diretta: «la scelta non appartiene a loro». Il contesto riguarda l’elezione e la prerogativa divina: non sarebbe filologicamente corretto trasformare queste sole parole nell’affermazione che l’essere umano non compia mai alcuna scelta morale.
Il versetto rimane però estremamente forte quando viene letto accanto a 28:56. Il Corano ha appena detto che Maometto non può guidare chi ama perché Allah guida chi vuole; ora dichiara che Allah crea ciò che vuole e sceglie e che, rispetto alla sua elezione, «la scelta non appartiene a loro».
Il controllo decisivo rimane dunque dalla parte di Allah, mentre l’uomo che non arriva alla fede continua a essere giudicato come moralmente responsabile della propria condizione.
Allah conosce ciò che gli avversari nascondono nel petto – Corano 28:69-75
Il testo aggiunge:
«E il tuo Signore conosce ciò che i loro petti nascondono e ciò che manifestano.» (Corano 28:69).
La rivelazione rivendica così una conoscenza che rende possibile attribuire intenzioni agli avversari anche quando queste non sono empiricamente accessibili agli altri uomini. Seguono domande retoriche sulla notte, sul giorno e sulla sovranità divina, quindi il giudizio torna sulla richiesta di prova:
«E trarremo da ogni comunità un testimone e diremo: «Portate la vostra prova».» (Corano 28:75).
Anche qui, però, il risultato di questo futuro confronto è raccontato in anticipo dalla fonte che vi attribuisce ad Allah il ruolo di giudice e agli avversari quello degli sconfitti.
Qārūn/Korah: il dettaglio delle pesantissime chiavi esisteva già nella tradizione rabbinica – Corano 28:76
L’ultima grande storia riguarda Qārūn:
«In verità Qārūn apparteneva al popolo di Mosè, ma prevaricò contro di loro. E gli avevamo dato tesori le cui chiavi avrebbero certamente appesantito un gruppo di uomini forti.» (Corano 28:76).
Qārūn corrisponde al Korah della tradizione mosaica. Numeri 16 racconta Korah soprattutto come capo di una ribellione contro Mosè e Aronne e termina con la terra che si apre e inghiotte i ribelli.
La straordinaria ricchezza che domina invece il racconto coranico non è sviluppata in questo modo nel testo della Torah. È però già presente nella tradizione rabbinica. Il Corpus Coranicum, nell’intertesto a Corano 28:76, riporta il passo del Talmud babilonese, Sanhedrin 110a, secondo cui le sole chiavi delle camere del tesoro di Korah costituivano il carico di trecento muli bianchi.
Il parallelo con «tesori le cui chiavi avrebbero oppresso con il loro peso un gruppo di uomini forti» è evidente. Non occorre sostenere che il Corano abbia copiato direttamente una particolare pagina del Talmud: il dato storicamente più solido è che uno dei dettagli più caratteristici del Qārūn coranico — l’enorme ricchezza rappresentata attraverso il peso assurdo delle chiavi — apparteneva già alla precedente elaborazione ebraica di Korah.
Questo è precisamente il tipo di confronto che rende insufficiente presentare le storie coraniche come informazioni antiche che Maometto avrebbe potuto conoscere soltanto attraverso una rivelazione soprannaturale.
Qārūn attribuisce la propria ricchezza alla propria conoscenza – Corano 28:77-80
Qārūn viene ammonito a non esultare per la ricchezza e a utilizzare ciò che Allah gli avrebbe concesso in funzione dell’Aldilà. Egli risponde:
«Mi è stato dato soltanto grazie a una conoscenza che possiedo».» (Corano 28:78).
Il personaggio esce quindi davanti alla gente nel proprio splendore e coloro che desiderano la vita terrena vorrebbero possedere la stessa fortuna. Gli uomini descritti come dotati di conoscenza ribaltano invece il giudizio e dichiarano migliore la ricompensa di Allah.
La storia trasforma così Korah/Qārūn nel paradigma dell’uomo che interpreta la propria prosperità come prodotto autonomo della propria conoscenza, prima che Allah dimostri brutalmente chi possiede realmente il controllo.
Allah fa sprofondare Qārūn e la sua casa nella terra – Corano 28:81-82
Il castigo arriva improvvisamente:
«Allora facemmo sprofondare nella terra lui e la sua dimora; e non ebbe alcun gruppo che lo soccorresse contro Dio, né poté difendersi.» (Corano 28:81).
Lo sprofondamento riprende il tratto fondamentale della morte di Korah in Numeri 16, dove la terra si spalanca e inghiotte lui e i ribelli. Ma al-Qaṣaṣ lo combina con il motivo rabbinico della favolosa ricchezza e ne ricava una nuova omelia sulla dipendenza dell’uomo da Allah.
Il Qārūn coranico appare quindi come una composizione nella quale il destino del Korah biblico e la sua enorme ricchezza sviluppata nella tradizione esegetica ebraica vengono riuniti e utilizzati per la teologia del Corano.
L’Aldilà è riservato a chi non cerca superiorità sulla terra – Corano 28:83-84
La morale viene formulata subito dopo:
«Quella Dimora dell’Altra vita la assegniamo a coloro che non desiderano superiorità sulla terra né corruzione;» (Corano 28:83).
La frase completa la struttura iniziata con Faraone, che in 28:4 si era «innalzato sulla terra». Il Corano condanna l’autoesaltazione umana di Faraone e Qārūn e sostituisce ad essa la sovranità assoluta di Allah: l’uomo non deve elevarsi, mentre Allah crea, sceglie, guida, distrugge e stabilisce il destino finale.
“Ti ricondurrà a un luogo di ritorno”: il versetto non nomina la Mecca – Corano 28:85
Maometto riceve quindi una promessa:
«In verità Colui che ti ha imposto il Corano ti ricondurrà certamente a un luogo di ritorno.» (Corano 28:85).
Il termine è maʿād, “ritorno”, “luogo di ritorno” o destinazione alla quale si ritorna. Il versetto non dice testualmente “Mecca”. Ibn Kathīr conserva infatti interpretazioni differenti: il ritorno può essere letto come il Giorno della Resurrezione, mentre altre tradizioni, fra cui una attribuita a Ibn ʿAbbās, lo collegano al ritorno alla Mecca.
Il passo può dunque essere interpretato tradizionalmente come promessa del ritorno di Maometto alla propria città, ma presentarlo come se dicesse letteralmente e inequivocabilmente «conquisterai la Mecca» significa inserire nel versetto una specificazione che il testo non contiene.
Maometto non si aspettava il Libro – e non deve sostenere i miscredenti – Corano 28:86-87
Il Corano dichiara:
«E tu non speravi che il Libro ti sarebbe stato trasmesso, se non come misericordia dal tuo Signore. Non essere dunque sostenitore dei non credenti.» (Corano 28:86).
La prima frase appartiene nuovamente all’autodescrizione della rivelazione: il Corano afferma che Maometto non si aspettava di ricevere un Libro. Ciò non dimostra l’origine soprannaturale del Libro; è una dichiarazione del Libro sullo stato precedente dell’uomo che lo proclama.
La seconda frase riprende invece il motivo di 28:17. Mosè aveva promesso «non sarò mai sostenitore dei criminali»; Maometto riceve ora l’ordine «non essere mai sostenitore dei miscredenti».
Ibn Kathīr rende esplicita la propria interpretazione: il Messaggero non deve essere aiutante dei miscredenti, ma deve separarsi da loro, mostrare ostilità nei loro confronti e opporsi a loro.
Questa formulazione appartiene all’esegesi e non va falsamente inserita nella traduzione del versetto. Mostra però come un commentatore sunnita fondamentale comprenda la conseguenza pratica dell’ordine coranico: non semplice neutralità, ma separazione e contrapposizione verso il campo della miscredenza.
Il versetto 87 continua infatti:
«E non lasciare che ti distolgano dai segni di Dio dopo che sono stati fatti scendere su di te. Invita al tuo Signore e non essere fra gli associatori.» (Corano 28:87).
“Ogni cosa perirà eccetto il Suo Volto” – Corano 28:88
La sura termina:
«E non invocare insieme a Dio un’altra divinità. Non vi è divinità se non Lui. Ogni cosa perirà eccetto il Suo Volto. A Lui appartiene il giudizio e a Lui sarete ricondotti.» (Corano 28:88).
Una vecchia versione dell’articolo tentava di ricavare da «ogni cosa perirà» una contraddizione immediata con l’eternità del Paradiso e dell’Inferno. L’obiezione era debole. Ibn Kathīr interpreta infatti «il Suo Volto» come riferimento ad Allah stesso: tutto ciò che è creato è perituro, Allah solo è eterno.
Il significato utile alla struttura della sura è un altro. L’ultimo versetto porta all’estremo la dipendenza di tutto ciò che esiste dalla divinità: tutto perisce, Allah rimane, il giudizio appartiene a Lui e tutti vengono ricondotti a Lui. È la conclusione perfettamente coerente di un capitolo nel quale Allah decide continuamente chi viene guidato, perdonato, salvato, distrutto o scelto.
Conclusione
La Sura 28 al-Qaṣaṣ utilizza Mosè come grande precedente attraverso il quale costruire l’autorità di Maometto. Il Corano apre dichiarando di raccontare Mosè e Faraone «secondo verità», racconta quindi per oltre quaranta versetti una propria versione della vicenda e infine sostiene che la conoscenza di quegli eventi dimostra la rivelazione divina perché Maometto non era presente quando accaddero.
Il ragionamento contiene precisamente ciò che dovrebbe essere dimostrato. Il fatto che Maometto non fosse presente all’epoca di Mosè esclude soltanto la testimonianza oculare. Non esclude la trasmissione umana di un’enorme tradizione mosaica esistente da secoli. E proprio al-Qaṣaṣ contiene elementi che rendono questa seconda possibilità storicamente molto più interessante della semplice proclamazione soprannaturale.
Il racconto del piccolo Mosè modifica già quello di Esodo trasferendo alla moglie del Faraone il ruolo che la precedente Scrittura attribuisce alla figlia del sovrano. Haman viene poi collocato accanto a Faraone, mentre il personaggio omonimo della tradizione biblica appartiene alla Persia di Ester; la ricerca di Adam Silverstein studia specificamente il processo letterario capace di spiegare questo spostamento. Alla fine compare Qārūn/Korah: il Corano conserva lo sprofondamento nella terra noto da Numeri ma aggiunge l’immagine dell’immensa ricchezza e delle chiavi tanto pesanti da gravare su uomini forti, un motivo sorprendentemente vicino alla precedente tradizione rabbinica sulle pesantissime chiavi dei tesori di Korah.
Questi paralleli non richiedono una teoria semplicistica secondo cui Maometto avrebbe avuto davanti singoli libri e li avrebbe copiati riga per riga. Mostrano qualcosa di più importante: il materiale che il Corano presenta come conoscenza antica capace di provare una rivelazione soprannaturale apparteneva già a un vasto ambiente di tradizioni bibliche, esegetiche e tardoantiche.
Il trattamento degli oppositori è altrettanto significativo. Corano 28:49 li sfida a produrre un Libro migliore; 28:50 stabilisce che, se non rispondono, «seguono soltanto le proprie brame». La rivelazione non si limita quindi a presentare un argomento: stabilisce anche quale difetto morale spieghi il mancato consenso dell’interlocutore.
Perfino il testo del versetto precedente mostra una complessità che le traduzioni uniformi possono nascondere. Nella lettura di Ḥafṣ gli avversari parlano di «due magie»; in altre letture canoniche di «due maghi». Il cambiamento modifica non soltanto il suono ma la categoria grammaticale, i possibili referenti e quindi il significato della frase. È un esempio particolarmente chiaro del motivo per cui parlare genericamente di un testo coranico trasmesso senza alcuna variazione significativa richiede molte più precisazioni di quelle normalmente fornite nell’apologetica.
La selezione dei testimoni segue lo stesso circuito. Gli appartenenti alla Gente del Libro che accettano il Corano vengono presentati come conferma della sua verità e ricevono una doppia ricompensa. Il testimone ebreo o cristiano acquista valore probatorio precisamente quando arriva alla conclusione islamica. Chi conosce le precedenti Scritture e respinge Maometto non viene utilizzato come controtestimonianza equivalente.
Subito dopo, 28:56 apre il problema della guida. La tradizione canonica applica il versetto ad Abū Ṭālib: Maometto desidera la conversione dello zio, insiste fino alla sua morte, ma non riesce a produrla perché «Allah guida chi vuole». Il contrasto con 28:50 è netto: chi non crede viene accusato di seguire le proprie brame, mentre la concessione effettiva della guida viene attribuita alla volontà divina.
Corano 28:68 rafforza ulteriormente la sovranità della divinità: «Il tuo Signore crea ciò che vuole e sceglie. La scelta non appartiene a loro.» Il versetto riguarda la prerogativa divina di creare ed eleggere e non va falsamente trasformato in una negazione grammaticale di ogni scelta umana; inserito però accanto a «Allah guida chi vuole», conferma un sistema nel quale Allah conserva il controllo decisivo mentre l’uomo conserva l’intera responsabilità del risultato.
La distruzione delle comunità completa questa struttura. Allah dichiara di avere annientato città dopo l’invio dei propri messaggeri e utilizza le loro abitazioni vuote come ammonimento. Ma la causa religiosa di quelle distruzioni ci viene fornita esclusivamente dal Corano. La rovina testimonia la rovina; è la rivelazione a trasformarla in prova che Allah abbia punito un popolo per avere respinto un profeta.
Qārūn offre una versione individuale dello stesso principio. L’uomo attribuisce la propria ricchezza alla propria conoscenza; Allah lo fa sprofondare insieme alla casa. Faraone pretende superiorità e viene gettato nel mare. Le città prosperano e vengono distrutte. Gli uomini scelgono altri dèi e nel futuro tribunale scopriranno che non possono rispondere. Ogni forma di autonomia viene ricondotta all’unica sovranità che il testo ammette: quella dell’Allah che racconta, sceglie, guida, perdona, distrugge e giudica.
La chiusura applica infine la separazione anche a Maometto: non deve essere sostenitore dei miscredenti e non deve consentire loro di distoglierlo dalla rivelazione. Ibn Kathīr interpreta il comando attraverso separazione, ostilità e opposizione. Il capitolo termina quindi con l’affermazione che tutto perirà eccetto Allah e che soltanto a Lui appartiene il giudizio.
Al-Qaṣaṣ costruisce così un circuito completo: il Corano dichiara vero il racconto che narra, usa quel racconto come prova della propria origine, seleziona come conferme i precedenti credenti che lo accettano, attribuisce alle “brame” il rifiuto degli altri, dichiara che Allah guida chi vuole e promette infine il tribunale nel quale ogni oppositore scoprirà che la rivelazione aveva ragione.
“Il Racconto” non offre soltanto una storia di Mosè: utilizza quella storia per trasformare il Corano contemporaneamente in narratore del passato, prova di Maometto e giudice della propria autenticità.






Bloggando il Corano: Sura 23 al-Mu’minun, “I Credenti”