Chi ha scritto il Corano? Genesi umana del testo islamico
Chi ha scritto il Corano? La risposta dell’ortodossia sunnita è nota: il Corano sarebbe la parola eterna e increata di Allah, trasmessa a Maometto attraverso l’angelo Gabriele e conservata senza alterazioni fino a oggi. Questa, però, è una professione di fede. La domanda storica è diversa: come nacque concretamente il libro oggi chiamato Corano? Chi pronunciò, memorizzò, annotò, raccolse, ordinò, copiò, selezionò, standardizzò e canonizzò il testo divenuto ufficiale?
Quando la questione viene formulata in questi termini, la rappresentazione apologetica perde la propria apparente semplicità. Il Corano non emerge dalle fonti come un volume completo, già ordinato e consegnato da Maometto alla comunità prima della sua morte. La stessa tradizione islamica parla di proclamazioni orali, memorizzatori, scribi, materiali dispersi, raccolte postume, codici associati a diversi compagni, divergenze nella recitazione, intervento del califfo e ordine di bruciare gli altri materiali coranici.
Il Corano canonico non è quindi storicamente documentabile come una registrazione integrale e verificabile delle parole pronunciate da Maometto. È il risultato di una catena umana: proclamazione, memoria, scrittura, raccolta, selezione, standardizzazione, trasmissione manoscritta, sviluppo della grafia, vocalizzazione e canonizzazione delle letture.
I manoscritti superstiti mostrano che parti consistenti del testo circolavano già nel VII secolo. Ma l’antichità di materiale coranico non equivale alla prova che l’intero libro moderno — con lo stesso ordine, le stesse letture, la stessa vocalizzazione e ogni singolo dettaglio — fosse già fissato durante la vita di Maometto.
Tra le proclamazioni attribuite al profeta dell’Islam e il Corano stampato oggi esiste una storia testuale. È questa storia che la formula apologetica dell’“immutabilità” tende a comprimere fino quasi a cancellarla.
Che cos’è il Corano secondo la tradizione islamica?
Secondo la dottrina musulmana, il Corano contiene le parole rivelate da Allah a Maometto nell’arco di circa ventitré anni, convenzionalmente dal 610 al 632 d.C. Il termine arabo Qurʾān richiama la recitazione o la proclamazione ad alta voce. Prima di essere un libro, dunque, il Corano fu presentato come parola recitata.
Le proclamazioni attribuite a Maometto sarebbero state ascoltate, ripetute, memorizzate e almeno in parte annotate dai suoi seguaci. La tradizione ricorda diversi scribi, ma non descrive Maometto nell’atto di preparare un’edizione completa, controllarne ogni pagina, stabilire definitivamente l’ordine delle sure e consegnare alla comunità un codice ufficiale.
La fede può affermare che l’autore ultimo sia Allah. Lo storico, però, non può verificare l’intervento di una divinità. Può studiare soltanto ciò che avvenne sul piano umano: chi trasmise le proclamazioni, chi le scrisse, su quali materiali, quando furono raccolte, quali varianti circolarono e quale autorità stabilì la forma destinata a prevalere.
Dire che “il Corano proviene da Allah” è un’affermazione teologica. Dire che il Corano fu trasmesso, raccolto, copiato e standardizzato da uomini è una constatazione storica attestata anche dalle fonti islamiche.
Maometto scrisse personalmente il Corano?
Secondo la narrazione islamica prevalente, Maometto non scrisse personalmente il Corano. Viene definito ummī, termine tradotto abitualmente come “illetterato” o “analfabeta”. Da questa interpretazione nasce un argomento apologetico molto diffuso: un uomo incapace di leggere e scrivere non avrebbe potuto produrre il Corano; il libro, pertanto, dovrebbe avere un’origine divina.
Il ragionamento non regge. In primo luogo, il significato di ummī è discusso. Il termine può riferirsi non soltanto all’analfabetismo individuale, ma anche all’appartenenza a un popolo privo di una Scrittura precedente, contrapponendo i “gentili” alla Gente del Libro.
In secondo luogo, anche ammettendo che Maometto non sapesse materialmente scrivere, questo non dimostrerebbe l’origine soprannaturale delle sue proclamazioni. Un predicatore può elaborare e trasmettere oralmente racconti, norme, ammonimenti, preghiere e formule religiose affidandone la registrazione ad altri. L’assenza di scrittura autografa non trasforma automaticamente un discorso umano in parola divina.
La domanda storicamente rilevante non è quindi soltanto se Maometto sapesse tenere in mano uno strumento di scrittura. Bisogna chiedersi quale rapporto intercorra tra le parole attribuitegli e il libro scritto, ordinato e canonizzato che oggi porta il nome di Corano.
Gli scribi delle rivelazioni
Le fonti islamiche ricordano numerose persone che avrebbero scritto per Maometto. Tra i nomi più importanti figura Zayd ibn Thābit, destinato ad assumere un ruolo centrale nelle successive operazioni di raccolta.
La presenza di scribi mostra che almeno una parte delle proclamazioni veniva fissata per iscritto durante la vita di Maometto. Non dimostra, però, che esistesse già un libro unico, completo e definitivamente ordinato. Le stesse tradizioni descrivono un patrimonio distribuito tra memoria orale, annotazioni individuali e materiali conservati da persone diverse.
Secondo un celebre racconto contenuto nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Zayd avrebbe successivamente raccolto il Corano da steli di palma, pietre sottili, scapole, frammenti scritti e dalla memoria degli uomini. Qualunque sia il grado di precisione storica della narrazione, l’immagine trasmessa dalla tradizione islamica non è quella di un manoscritto completo già pronto, ma di materiale disperso che dovette essere ricercato e riunito.
La retorica della preservazione trasforma spesso questa operazione in una prova miracolosa. Il racconto, invece, mostra una conservazione affidata a supporti deperibili, memorie individuali, testimoni e decisioni umane. Il testo non si impose nella storia come oggetto celeste già rilegato: secondo la tradizione islamica, il materiale dovette essere cercato, confrontato, raccolto e organizzato.
Il Corano esisteva già come libro alla morte di Maometto?
Le fonti islamiche non offrono la prova che alla morte di Maometto, nel 632, esistesse un volume completo, pubblico, universalmente riconosciuto e definitivamente ordinato sotto la sua supervisione.
Parti del testo erano certamente recitate e molte erano probabilmente già scritte. Possedere annotazioni e porzioni testuali, tuttavia, non equivale a possedere un’edizione canonica. Un insieme di materiali non è ancora un libro definitivamente stabilito.
La distinzione è decisiva:
- le proclamazioni attribuite a Maometto appartengono convenzionalmente al periodo 610–632;
- la prima raccolta complessiva viene collocata dalla tradizione dopo la sua morte;
- la standardizzazione ufficiale viene attribuita al califfo ʿUthmān, probabilmente negli anni Quaranta o Cinquanta del VII secolo;
- la piena definizione dei segni grafici, delle vocali e delle letture canoniche proseguì nei secoli successivi.
Parlare genericamente di “Corano scritto nel VII secolo” senza distinguere queste fasi produce soltanto confusione. Alcune parti furono annotate presto; il libro canonico emerse attraverso un processo ulteriore.
La raccolta sotto Abū Bakr
Secondo la tradizione sunnita, dopo la morte di Maometto la battaglia di al-Yamāma provocò la morte di numerosi recitatori del Corano. ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb avrebbe temuto che ulteriori perdite umane potessero provocare la scomparsa di parti della rivelazione e avrebbe quindi proposto al califfo Abū Bakr di raccogliere il testo.
Il racconto è riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4986. Zayd ibn Thābit afferma di aver ricevuto l’incarico nonostante la propria iniziale esitazione e di aver cercato il Corano tra materiali scritti e memorie personali.
Questa tradizione viene spesso presentata come prova di una conservazione perfetta. In realtà documenta, almeno nella memoria storica musulmana, una situazione più fragile. Se la morte dei recitatori poteva mettere in pericolo parti del testo, significa che la trasmissione dipendeva ancora in misura significativa da persone viventi. Se Zayd dovette cercare e confrontare il materiale, significa che non stava semplicemente ricopiando un volume completo già certificato da Maometto.
Il testo raccolto sarebbe rimasto presso Abū Bakr, poi presso ʿUmar e infine presso Ḥafṣa, figlia di ʿUmar e vedova di Maometto. Il codice non viene descritto come un libro già diffuso ovunque in copie identiche, ma come una raccolta custodita all’interno della prima élite musulmana.
ʿUthmān e l’imposizione del testo ufficiale
Il passaggio decisivo viene attribuito al terzo califfo, ʿUthmān ibn ʿAffān. Con l’espansione delle conquiste islamiche, musulmani provenienti da regioni differenti avrebbero cominciato a disputare sul modo corretto di recitare il Corano.
Secondo il Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4987, il comandante Ḥudhayfa ibn al-Yamān si allarmò per le divergenze e chiese al califfo di intervenire prima che la comunità si dividesse sul proprio libro come, secondo la polemica islamica, ebrei e cristiani si erano divisi sulle Scritture.
ʿUthmān ordinò a una commissione guidata da Zayd ibn Thābit di preparare copie ufficiali utilizzando il materiale custodito presso Ḥafṣa. Le copie sarebbero state inviate nei principali centri del dominio islamico. Gli altri materiali coranici, fogli o codici dovevano essere bruciati.
La fonte non consente di ricostruire con certezza la natura e l’ampiezza di ogni divergenza presente nei materiali eliminati. Documenta però un intervento autoritativo: una forma del testo fu selezionata, riprodotta e imposta, mentre le forme non ufficiali furono private della possibilità di continuare a circolare.
Se il testo fosse stato già unico, identico e universalmente incontestato, sarebbe difficile spiegare la necessità di:
- convocare una commissione;
- stabilire criteri linguistici per risolvere eventuali divergenze;
- produrre copie ufficiali;
- distribuirle nei centri dell’impero;
- ordinare di bruciare gli altri materiali coranici.
Chiamare questa operazione “preservazione” non ne modifica la natura storica. Si trattò di una standardizzazione autoritativa: una forma consonantica venne elevata a norma della comunità attraverso una decisione politica e religiosa.
Il testo che ha prevalso nella storia è quindi legato anche all’autorità del califfato che ne impose la forma ufficiale.
I codici associati ai compagni di Maometto
La tradizione islamica conserva memoria di raccolte associate a diversi compagni, tra cui ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, Ubayy ibn Kaʿb e Abū Mūsā al-Ashʿarī. Le notizie sulle loro caratteristiche non sono sempre uniformi e devono essere valutate criticamente, ma mostrano che la memoria musulmana non conobbe soltanto un unico codice universalmente accettato fin dall’inizio.
Alcune tradizioni attribuiscono a questi codici differenze nell’ordine delle sure, nel numero dei capitoli, nelle letture o nella formulazione di singoli passi. Parte di tali notizie può dipendere dalla trasmissione successiva; altre riflettono probabilmente tradizioni testuali e recitative realmente circolanti nella prima comunità.
Il palinsesto di Ṣanʿāʾ offre un riscontro materiale particolarmente importante. Lo strato inferiore presenta numerose varianti rispetto al testo canonico e alcune ricordano letture extracanoniche attribuite dalle fonti proprio a compagni come Ibn Masʿūd e Ubayy. Una scheda del progetto accademico Corpus Coranicum documenta questa rilevanza testuale.
L’intervento uthmanico acquista senso proprio sullo sfondo di questa pluralità. La standardizzazione non fu necessaria perché tutti possedevano già esattamente lo stesso testo, ma perché differenze nella recitazione e nella trasmissione minacciavano l’unità religiosa e politica della comunità in espansione.
L’archetipo scritto uthmanico
Le idiosincrasie ortografiche condivise da manoscritti provenienti da regioni differenti indicano che gran parte dei testimoni conservati dipende da un archetipo scritto comune molto antico. Questo rafforza la storicità di una standardizzazione precoce compatibile con quella attribuita a ʿUthmān, non il dogma di una preservazione miracolosa precedente a essa.
Marijn van Putten ha mostrato l’importanza di queste particolarità ortografiche condivise nello studio “The Grace of God” as Evidence for a Written Uthmanic Archetype.
L’esistenza di un archetipo consonantico antico non prova che esso coincidesse con un volume completo controllato personalmente da Maometto, che non fossero esistite tradizioni concorrenti, che vocalizzazione e letture fossero già uniche o che la standardizzazione sia avvenuta senza selezione e intervento umano.
Un testo consonantico stabilizzato precocemente non equivale a un Corano già pienamente definito, vocalizzato, recitato in un’unica forma e preservato in ogni dettaglio fin dalla vita di Maometto.
Il testo uthmanico non era scritto come il Corano moderno
Anche dopo la standardizzazione, il testo non aveva l’aspetto di un Corano moderno. La scrittura araba antica utilizzava un sistema consonantico nel quale molti segni diacritici erano assenti o impiegati in modo irregolare. Le vocali brevi non erano normalmente indicate con il sistema completo oggi conosciuto.
Una stessa struttura grafica consonantica, il cosiddetto rasm, poteva quindi consentire più letture. La corretta recitazione dipendeva anche dalla tradizione orale e dall’interpretazione dei segni.
Il Corano moderno presenta:
- punti diacritici che distinguono consonanti graficamente simili;
- segni per le vocali brevi;
- indicazioni della geminazione e dell’assenza di vocale;
- segni per le pause e per le modalità di recitazione;
- una precisa organizzazione editoriale della pagina.
Questi elementi non apparvero tutti simultaneamente nel presunto codice di ʿUthmān. Si svilupparono e si stabilizzarono progressivamente. Affermare che il Corano sia rimasto “lettera per lettera e segno per segno” identico fin dalla vita di Maometto significa proiettare retroattivamente la pagina moderna sui manoscritti del VII secolo.
I sette aḥruf: una rivelazione in forme differenti
La stessa tradizione islamica afferma che il Corano sarebbe stato rivelato secondo sette aḥruf, termine interpretato in molti modi: forme, modalità, dialetti, categorie o varianti di recitazione.
In diversi hadith, due compagni recitano lo stesso passo in maniera differente e Maometto approva entrambe le forme, affermando che il Corano fu rivelato secondo sette aḥruf. La teologia presenta questa pluralità come concessione divina. Sul piano storico rimane però il dato essenziale: nella prima comunità esistevano modi differenti di trasmettere e recitare il testo.
Il concetto di aḥruf non coincide perfettamente con le successive qirāʾāt, ma entrambe le questioni mostrano che la recitazione coranica non fu monolitica. Le differenze dovettero essere interpretate, classificate e sottoposte a regole.
Definire divina la pluralità non elimina la pluralità.
La canonizzazione delle letture coraniche
Il Corano non è stato trasmesso attraverso una sola lettura. La tradizione musulmana riconobbe diverse qirāʾāt, associate a maestri e trasmettitori differenti. Nel tempo furono canonizzate prima sette e poi dieci letture principali, ciascuna dotata di proprie catene di trasmissione.
La selezione delle sette letture associata a Ibn Mujāhid avvenne nel X secolo. Non si trattò di un elenco consegnato già completo da Maometto, ma del risultato di un processo storico di valutazione, selezione e canonizzazione.
Lo studio di Shady Hekmat Nasser, The Transmission of the Variant Readings of the Qurʾān, ricostruisce la complessità della trasmissione e della successiva canonizzazione delle letture coraniche.
Le differenze tra le letture non riguardano sempre soltanto la pronuncia. In alcuni casi coinvolgono vocali, consonanti, forme grammaticali, verbi, singolari e plurali, voce attiva o passiva e conseguentemente sfumature di significato.
Oggi la lettura di Ḥafṣ da ʿĀṣim è dominante in gran parte del mondo islamico, anche grazie alla diffusione dell’edizione del Cairo del 1924. In alcune regioni dell’Africa settentrionale e occidentale è invece diffusa la lettura di Warsh da Nāfiʿ. Entrambe sono considerate coraniche dalla tradizione sunnita, ma non coincidono in ogni dettaglio grafico, fonetico e morfologico.
Non siamo davanti a libri completamente estranei tra loro, ma neppure a una sola forma recitativa immutata e priva di varianti. La canonizzazione trasformò una pluralità trasmessa in un insieme delimitato di letture riconosciute.
Il manoscritto di Birmingham: che cosa dimostra davvero?
Il cosiddetto manoscritto coranico di Birmingham è costituito da due fogli, cioè quattro pagine, conservati nella Mingana Collection dell’Università di Birmingham con la segnatura Islamic Arabic 1572a. Contiene parti delle sure 18, 19 e 20 ed è scritto in una forma antica della grafia araba tradizionalmente definita ḥijāzī.
Nel 2014 la pergamena fu sottoposta a datazione radiocarbonica presso l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit. Il risultato collocò la morte dell’animale dal quale fu ricavata la pelle tra il 568 e il 645 d.C., con una probabilità del 95,4%.
Quando la notizia divenne pubblica nel 2015, alcuni giornali e commentatori arrivarono a sostenere che il frammento potesse precedere Maometto e dimostrare che il futuro profeta dell’Islam avesse copiato un testo già esistente. Questa conclusione supera ciò che l’esame scientifico consente di affermare.
Il radiocarbonio data la pergamena, non l’inchiostro. Indica il periodo nel quale visse l’animale, non il giorno in cui lo scriba scrisse il testo. La collocazione della scrittura richiede anche l’analisi paleografica e codicologica.
Inoltre, l’intervallo 568–645 comprende:
- gli anni precedenti alla predicazione di Maometto;
- l’intero periodo tradizionalmente attribuito alla sua attività profetica, 610–632;
- gli anni immediatamente successivi alla sua morte;
- gran parte del califfato di Abū Bakr e ʿUmar e l’inizio di quello di ʿUthmān.
Il risultato non prova che il testo sia stato scritto prima di Maometto. Colloca il supporto in un arco cronologico compatibile sia con la sua vita sia con i primi decenni della comunità islamica.
Il manoscritto di Birmingham fornisce una testimonianza materiale molto antica della copiatura di porzioni delle sure 18–20 e smentisce le ipotesi secondo cui tutto il Corano sarebbe stato composto soltanto in epoca abbaside.
Quattro pagine, tuttavia, non possono certificare l’esistenza dell’intero Corano moderno, l’ordine di tutte le 114 sure, la vocalizzazione attuale, la definizione delle letture canoniche, l’assenza di varianti o il controllo personale di Maometto sull’edizione finale.
La pagina ufficiale dell’Università di Birmingham presenta correttamente il reperto come uno dei più antichi testimoni coranici conosciuti, vicino alla vita di Maometto e al governo dei primi califfi, non come la prova che il Corano esistesse già prima della sua predicazione.
Birmingham non prova un Corano anteriore a Maometto
Il vecchio argomento secondo cui il manoscritto di Birmingham dimostrerebbe che Maometto copiò da un Corano già esistente non regge. Non conosciamo la data precisa della scrittura e il reperto conserva soltanto parti di tre sure.
Il Corano contiene però numerosi racconti, personaggi, formule e temi già presenti nelle tradizioni ebraiche, cristiane, siriache, apocrife e tardoantiche. La dipendenza e la rielaborazione di materiali precedenti devono essere dimostrate attraverso il confronto testuale e storico, non attribuendo al carbonio 14 conclusioni che non può fornire.
Le prove più forti dell’origine umana e contestuale del Corano risiedono nella rielaborazione di tradizioni anteriori, nella raccolta postuma raccontata dalle fonti islamiche, nelle varianti manoscritte, nella standardizzazione uthmanica e nella successiva canonizzazione delle letture.
Il palinsesto di Ṣanʿāʾ e le prime varianti testuali
Per ricostruire l’esistenza di varianti nella prima storia testuale del Corano, il palinsesto di Ṣanʿāʾ è più informativo del frammento di Birmingham.
Il manoscritto, conosciuto anche come Ṣanʿāʾ 1 o DAM 01-27.1, fu scoperto insieme a numerosi frammenti durante lavori eseguiti nella Grande Moschea di Ṣanʿāʾ, nello Yemen. È un palinsesto: il primo testo scritto sulla pergamena fu cancellato o lavato e il supporto venne successivamente riutilizzato per scrivervi un altro testo.
Entrambi gli strati contengono materiale coranico. Il testo superiore appartiene alla tradizione standard del rasm uthmanico. Il testo inferiore, recuperato attraverso fotografie e tecniche di analisi, presenta invece differenze rispetto al Corano canonico.
Gli studiosi Behnam Sadeghi e Mohsen Goudarzi hanno identificato nel testo inferiore una tradizione testuale distinta da quella uthmanica standard. Le differenze comprendono aggiunte, omissioni, sostituzioni, variazioni nell’ordine delle parole e una diversa disposizione di alcune sure.
Il testo rimane chiaramente coranico, ma non coincide in ogni dettaglio con la forma successivamente canonizzata. È precisamente questo a renderlo decisivo: documenta che nella fase iniziale circolò almeno una forma scritta del Corano non perfettamente coincidente con il testo che il potere califfale e la tradizione successiva resero dominante.
Lo studio originale è disponibile presso l’editore accademico De Gruyter Brill: Ṣanʿāʾ 1 and the Origins of the Qurʾān, pubblicato sulla rivista Der Islam.
I manoscritti antichi e il mito della preservazione perfetta
I manoscritti antichi documentano contemporaneamente l’antichità di una parte molto consistente del testo e l’esistenza di varianti, differenze recitative, interventi grafici e processi di normalizzazione.
L’apologetica utilizza l’antichità dei manoscritti come se fosse la prova automatica di una preservazione miracolosa. Ma un testo può essere antico e aver attraversato selezione, standardizzazione e canonizzazione. La vicinanza cronologica dei testimoni non cancella le differenze che essi conservano.
Il progetto accademico Corpus Coranicum, promosso dalla Berlin-Brandenburg Academy of Sciences and Humanities, documenta manoscritti antichi, varianti di lettura, trasmissione orale e rapporti del Corano con testi e tradizioni della tarda antichità.
Se il Corano fosse un testo privo di storia, non sarebbe necessario confrontare manoscritti, ricostruire genealogie testuali, registrare varianti e studiare la formazione delle letture.
Il Corano e le tradizioni precedenti
La domanda “chi ha scritto il Corano?” riguarda anche l’ambiente culturale dal quale emersero i suoi racconti e le sue idee.
Il Corano riprende figure bibliche come Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Davide, Salomone, Giona, Maria e Gesù. Spesso non segue direttamente il testo canonico della Bibbia, ma presenta episodi e motivi attestati in tradizioni esegetiche, rabbiniche, apocrife, omiletiche e cristiane orientali circolanti nella tarda antichità.
Tra gli esempi maggiormente discussi dagli studiosi figurano:
- il racconto di Caino e Abele con elementi confrontabili con tradizioni rabbiniche;
- Abramo che distrugge gli idoli, episodio non presente nella Genesi ma noto nella letteratura interpretativa ebraica;
- Salomone, gli animali e i demoni, inseriti in un vasto patrimonio leggendario tardoantico;
- Gesù che parla dalla culla e crea uccelli dall’argilla, motivi presenti in tradizioni cristiane apocrife;
- i Sette Dormienti, leggenda cristiana tardoantica ripresa nella Sura 18;
- la figura di Dhū l-Qarnayn, collegata alla tradizione leggendaria alessandrina;
- formule e narrazioni su Maria che riflettono un ambiente di controversie e tradizioni bibliche rielaborate.
Parlare soltanto di “copia” sarebbe riduttivo: il Corano assorbe, ricombina e riscrive materiali e tradizioni precedenti, adattandoli alla propria predicazione.
Questa intertestualità non richiede che Maometto avesse davanti a sé ogni singolo libro in forma scritta. Mostra però che il Corano nacque dentro un ambiente culturale saturo di leggende, controversie, racconti e linguaggi religiosi anteriori. Non apparve in un vuoto intellettuale e non introdusse dal nulla gran parte del materiale narrativo che presenta come rivelazione.
Richard Bell e la composizione stratificata delle sure
Lo studioso scozzese Richard Bell sostenne che numerose sure non fossero composizioni lineari pronunciate in una sola occasione, ma testi stratificati, contenenti aggiunte, sostituzioni, spostamenti e raccordi redazionali.
Nella sua Introduction to the Qur’an e nella traduzione critica del testo, Bell tentò di individuare cambiamenti di argomento, interruzioni sintattiche, ripetizioni, differenze di rima e passaggi che potevano riflettere l’accorpamento di materiali originariamente distinti.
Non tutte le sue ricostruzioni sono accettate dalla ricerca contemporanea. Ma il valore del suo lavoro rimane: il Corano può e deve essere sottoposto alla stessa analisi letteraria, stratigrafica e redazionale applicata a ogni altro testo antico.
Molte sure mostrano bruschi cambiamenti di persona, tema, destinatario, ritmo e cronologia. Questi fenomeni possono dipendere dallo stile orale, da differenti occasioni proclamatorie, dall’inserimento di materiali o dal lavoro di raccolta successivo.
La sacralità attribuita a un testo dai credenti non costituisce un argomento storico contro l’analisi delle sue fratture, ripetizioni e stratificazioni.
Rime, formule e possibili interventi redazionali
Una parte considerevole del Corano utilizza prosa ritmata e rimata. Le terminazioni dei versetti contribuiscono alla forza sonora della recitazione. In alcuni passi, formule di lode, minaccia o benedizione sembrano anche svolgere una funzione di chiusura ritmica.
Bell e altri studiosi hanno ipotizzato che alcune espressioni possano essere state aggiunte, adattate o collocate per ristabilire la rima, collegare materiali diversi o completare una sequenza.
Un esempio discusso è Corano 23:12-14, sulla formazione dell’essere umano:
«In verità creammo l’uomo da un’essenza di argilla; quindi ne facemmo una goccia in un ricettacolo sicuro; poi della goccia facemmo un’aderenza e dell’aderenza una massa, quindi dalla massa creammo le ossa e rivestimmo le ossa di carne. Infine ne facemmo un’altra creatura. Sia benedetto Allah, il migliore dei creatori.» (Corano 23:12-14)
La formula conclusiva di benedizione cambia il tono della descrizione e riporta il passo verso la terminazione ritmica della sura. Può essere interpretata come parte originaria della proclamazione o come formula di raccordo; non esiste un manoscritto autografo che permetta di risolvere definitivamente il problema.
Il dato decisivo è che il Corano presenta caratteristiche letterarie e redazionali analizzabili storicamente. Dichiararlo perfetto non risponde alle domande sulla composizione del testo: le sottrae semplicemente alla verifica.
Che cosa significa davvero “Corano immutato”?
L’espressione “Corano immutato” può indicare affermazioni molto differenti, spesso confuse tra loro:
- che il Corano moderno conserva una parte sostanziale di materiale risalente al VII secolo;
- che il rasm uthmanico si stabilizzò in un’epoca relativamente antica;
- che tutte le parole furono sempre identiche;
- che non esistettero varianti;
- che l’ordine delle sure fu fissato direttamente da Maometto;
- che vocali e punti furono presenti fin dall’inizio;
- che esistette sempre una sola recitazione;
- che nessun materiale andò perduto, escluso o sostituito;
- che il Corano moderno riproduce esattamente una copia controllata personalmente da Maometto.
La documentazione sostiene l’antichità di gran parte del materiale e una stabilizzazione precoce del testo consonantico. Non dimostra le versioni assolute dell’immutabilità, alcune delle quali entrano in tensione con le stesse fonti islamiche sulla raccolta, sulle divergenze e sull’intervento di ʿUthmān.
Un testo può essere relativamente stabile senza essere miracolosamente immutabile. Può conservare gran parte della propria forma antica e nello stesso tempo possedere varianti, differenti letture e una storia editoriale.
È ciò che accade nella trasmissione dei testi antichi. Il privilegio rivendicato per il Corano nasce dalla teologia, non dalla documentazione.
Chi ha scritto il Corano, dunque?
La domanda non ammette una risposta riducibile al nome di un singolo autore moderno.
Secondo la fede islamica, Allah è l’autore e Maometto il destinatario della rivelazione. La storia ricostruisce invece una catena più complessa:
- Maometto è la fonte proclamatoria alla quale la tradizione attribuisce il materiale originario;
- gli ascoltatori e i recitatori conservarono e trasmisero oralmente le proclamazioni;
- gli scribi ne annotarono almeno una parte su materiali diversi;
- Zayd ibn Thābit è presentato come figura centrale della raccolta postuma;
- Abū Bakr e ʿUmar appartengono alla prima fase di conservazione e compilazione secondo la tradizione sunnita;
- Ḥafṣa avrebbe custodito la raccolta utilizzata successivamente;
- ʿUthmān rappresenta l’autorità che impose una forma consonantica ufficiale e ordinò di bruciare gli altri materiali coranici;
- scribi, lettori e grammatici successivi contribuirono alla trasmissione, alla notazione grafica e alla regolamentazione delle letture;
- le autorità religiose canonizzarono determinate qirāʾāt ed esclusero altre forme.
Il Corano canonico è il risultato di una proclamazione attribuita a Maometto e di una successiva storia collettiva di trasmissione, raccolta, selezione, standardizzazione e canonizzazione.
Zayd viene descritto come raccoglitore di materiale disperso; ʿUthmān come promotore di una standardizzazione resa necessaria dalle divergenze. Il libro venerato oggi non può essere separato da questi interventi umani.
Conclusione: dalla proclamazione al libro canonico
Alla domanda “chi ha scritto il Corano?” la teologia islamica risponde: Allah. La ricerca storica incontra invece proclamazioni orali, memorizzatori, scribi, frammenti, raccolta postuma, tradizioni concorrenti, una commissione califfale, distruzione degli altri materiali coranici, normalizzazione della scrittura e canonizzazione progressiva delle letture.
Il manoscritto di Birmingham documenta l’antichità di alcune porzioni del testo, ma non certifica l’esistenza del Corano completo prima di Maometto né di un’edizione moderna già fissata durante la sua vita. Il palinsesto di Ṣanʿāʾ conserva invece una tradizione scritta antica non perfettamente coincidente con il testo uthmanico destinato a prevalere.
Non possediamo alcun volume completo identificabile come il codice controllato e consegnato personalmente da Maometto ai suoi seguaci. Possediamo testimoni manoscritti, tradizioni sulla raccolta, tracce di divergenze e prove di una standardizzazione progressiva.
Il Corano contiene materiale molto antico, ma il libro canonico emerse attraverso proclamazione, memoria, scrittura, raccolta, selezione, imposizione politica e canonizzazione delle letture. L’antichità non dimostra l’immutabilità miracolosa.
Il Corano come rivelazione appartiene alla fede islamica. Il Corano come libro appartiene alla storia della prima comunità musulmana.
Fonti islamiche e studi accademici
- Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4986: raccolta sotto Abū Bakr e incarico affidato a Zayd ibn Thābit.
- Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4987: standardizzazione sotto ʿUthmān e ordine di bruciare gli altri materiali coranici.
- University of Birmingham, What is the Birmingham Qur’an?
- University of Birmingham, ricerca e datazione radiocarbonica del manoscritto.
- Behnam Sadeghi e Mohsen Goudarzi, Ṣanʿāʾ 1 and the Origins of the Qurʾān, Der Islam.
- Shady Hekmat Nasser, The Transmission of the Variant Readings of the Qurʾān, Brill.
- Marijn van Putten, “The Grace of God” as Evidence for a Written Uthmanic Archetype.
- Marijn van Putten, Quranic Arabic: From Its Hijazi Origins to Its Classical Reading Traditions, Brill, 2022.
- Nicolai Sinai, The Qur’an: A Historical-Critical Introduction, Edinburgh University Press, 2017.
- Nicolai Sinai, “When Did the Consonantal Skeleton of the Quran Reach Closure?”, Bulletin of the School of Oriental and African Studies, 2014.
- François Déroche, Qur’ans of the Umayyads: A First Overview, Brill, 2014.
- François Déroche, The One and the Many: The Early History of the Qur’an, Yale University Press, 2022.
- Corpus Coranicum, progetto della Berlin-Brandenburg Academy of Sciences and Humanities sui manoscritti, le varianti e il contesto tardoantico del Corano.
- Corpus Coranicum, scheda sul palinsesto di Ṣanʿāʾ.
- Richard Bell, Introduction to the Qur’an, Edinburgh University Press.
- Richard Bell, The Qur’an: Translated, with a Critical Re-arrangement of the Surahs, Edinburgh University Press.
