Bloggando il Corano: Sura 37 as-Saffat, “I Ranghi”
Commento al Corano: Sura 38 Sad, “Sad”
La Sura 38 Sad, “Sad”, è una sura meccana e prende il nome dalla lettera araba Sad, con cui si apre. Come accade per altre lettere isolate poste all’inizio di alcune sure, la tradizione esegetica afferma che solo Allah ne conosce davvero il significato. Il nucleo iniziale del testo, però, è chiarissimo: i miscredenti vengono accusati di orgoglio, divisione e rifiuto del messaggio portato da Maometto. Non siamo davanti a una discussione neutra tra posizioni religiose diverse, ma a una contrapposizione morale: da una parte la rivelazione, dall’altra la superbia di chi la respinge.
I politeisti meccani e il rifiuto del monoteismo
Nei primi versetti la polemica è rivolta contro i politeisti meccani, stupiti dall’idea che le loro divinità vengano assorbite in un unico Dio. La loro obiezione è formulata così: “Ha ridotto gli dèi a un Dio unico? In verità, questa è davvero una cosa strana.” (Corano 38:5). Il punto non è solo teologico, ma anche politico e culturale: la predicazione islamica pretende di sostituire un intero ordine religioso precedente con una nuova autorità assoluta.
Il testo riporta anche l’accusa di invenzione. I notabili dicono: “Non abbiamo sentito questo nell’ultima religione; non è altro che invenzione.” (Corano 38:7). Secondo una spiegazione attribuita a Ibn Abbas, il riferimento sarebbe al cristianesimo: se il Corano fosse vero, sostengono gli oppositori, i cristiani ne avrebbero già parlato. La risposta coranica non è un confronto argomentato con l’obiezione, ma l’annuncio del castigo: “Essi sono in dubbio riguardo al Mio monito. No, non hanno ancora gustato il Mio castigo.” (Corano 38:8).
Maududi interpreta il rifiuto dell’Islam non come possibile dissenso razionale, ma come prodotto di arroganza, gelosia e ostinazione.
Questa impostazione è ricorrente nell’apologetica islamica: il rifiuto della rivelazione non viene trattato come una conclusione possibile, ma come una colpa morale. Chi non accetta il messaggio non è semplicemente convinto da altre ragioni; viene descritto come superbo, accecato o ribelle. È un meccanismo retorico fondamentale: il dissenso non viene discusso, viene psicologizzato e moralizzato.
Davide, Betsabea e il racconto biblico ridotto
I versetti 17-29 tornano alla figura di Davide e riprendono, in forma abbreviata, un episodio che richiama il racconto biblico di 2 Samuele 12. Nella Bibbia, la parabola dell’uomo ricco che sottrae l’unica pecora al povero serve a denunciare il peccato di Davide nel caso di Betsabea e Uria. Nel Corano, invece, il contesto morale viene ridotto: resta il contrasto tra i due contendenti e la consapevolezza di Davide di essere stato messo alla prova. Il testo dice: “Davide comprese che lo avevamo messo alla prova; chiese perdono al suo Signore, cadde inchinandosi e si pentì.” (Corano 38:24).
Il Tafsir Ibn Kathir osserva che molte spiegazioni tradizionali su questo passo derivano da narrazioni israelitiche. Il Tafsir al-Jalalayn collega invece esplicitamente la prova di Davide al suo desiderio per una donna.
Il risultato è significativo: il Corano riprende materiale biblico, ma lo comprime e lo riorganizza in una forma che spesso presuppone la conoscenza precedente del racconto. Senza il retroterra biblico, la scena appare più allusiva che narrativa. Il racconto biblico espone il peccato del re con una durezza morale precisa; il Corano conserva l’ombra della prova, ma lascia molti elementi sullo sfondo, demandandoli alla tradizione esegetica.
Salomone, i jinn e il potere regale
Nei versetti 30-40 il testo passa a Salomone. La tradizione islamica collega questi versetti a episodi leggendari, compreso il racconto dei cavalli e il tema del potere dato a Salomone sui venti e sui jinn. Una tradizione su Aisha racconta anche del giocattolo di un cavallo alato: in Sunan Abi Dawud 4932, Aisha parla delle sue bambole e di un cavallo con due ali. Il dettaglio diventa imbarazzante per l’apologetica moderna quando viene letto insieme alle tradizioni sull’età di Aisha, attestata per esempio in Sahih al-Bukhari 5133 e approfondita nell’articolo interno Aisha, la sposa bambina di Maometto.
Il versetto 34 dice: “Mettemmo alla prova Salomone e ponemmo sul suo trono un corpo; poi egli si volse pentito.” (Corano 38:34). Il Tafsir al-Jalalayn interpreta questo corpo come un jinn che avrebbe assunto le sembianze di Salomone. Qui la sura si muove in un mondo narrativo popolato da re-profeti, demoni, oggetti di potere e punizioni divine: elementi che l’esegesi classica accetta senza il bisogno di tradurli in allegoria moderna.
Il Salomone coranico non è soltanto un re sapiente; è una figura di dominio soprannaturale. I venti gli vengono assoggettati, i demoni lavorano per lui, i ribelli sono incatenati. Il testo dice: “Allora gli sottomettemmo il vento, che scorreva docile al suo comando ovunque egli volesse, e i demoni: ogni costruttore e tuffatore, e altri legati in catene.” (Corano 38:36-38). Il potere profetico diventa anche potere cosmico e politico. Anche qui la logica è sempre la stessa: Allah concede autorità, regno e dominio a chi vuole, e il potere legittimo è quello che dipende dalla sua volontà.
Giobbe e il giuramento contro la moglie
I versetti 41-48 riprendono l’elenco dei profeti: Giobbe, Abramo, Isacco, Giacobbe, Ismaele, Eliseo e Dhul-Kifl. Nel caso di Giobbe, il Corano conserva un particolare duro: gli viene ordinato di colpire la moglie con una manciata d’erba per non mancare a un giuramento. Il versetto dice: “Prendi nella tua mano un fascio d’erba, colpisci con esso e non venir meno al giuramento.” (Corano 38:44).
Secondo al-Qurtubi e altri commentatori, Giobbe aveva giurato di frustare la moglie cento volte; l’ordine divino gli permetterebbe di adempiere il voto in forma attenuata. Il problema, dunque, non viene risolto cancellando il giuramento violento, ma trovando una modalità rituale per rispettarlo senza applicarlo nella sua forma più brutale.
Il passaggio mostra una caratteristica tipica della mentalità giuridico-religiosa: il problema non è soltanto morale, ma formale. Il giuramento deve essere rispettato, anche se viene trovato un espediente per ridurne la durezza. È una logica che ritorna spesso nella casistica religiosa: non si elimina la norma, la si aggira con una soluzione rituale. La sensibilità moderna si concentra sulla violenza contro la moglie; la logica del testo e della tradizione si concentra sul rispetto del voto.
Paradiso, inferno e giudizio
Nei versetti 49-64 si alternano promessa paradisiaca e minaccia infernale. I timorati ricevono giardini, frutti, bevande e compagne caste; i ribelli sono destinati all’inferno, tra acqua bollente, liquidi fetidi e recriminazioni reciproche. La struttura è netta: obbedienza e premio, rifiuto e castigo. Anche qui la retorica non è dialogica, ma giudiziaria.
Il paradiso viene descritto con immagini concrete: porte aperte, abbondanza, riposo, bevande, compagne dallo sguardo modesto. Il testo dice: “Questo è ciò che vi viene promesso per il Giorno del Rendiconto. In verità, questa è la Nostra provvista: non avrà fine.” (Corano 38:53-54). L’inferno, al contrario, è luogo di umiliazione, scontro e maledizione reciproca. I dannati discutono, si accusano, chiedono peggior castigo per chi li ha preceduti nella deviazione. La salvezza non è presentata come ricerca comune della verità, ma come appartenenza al campo giusto.
Nei versetti 65-70 Maometto riceve l’ordine di dichiarare di essere soltanto un ammonitore e che Allah è l’unico Dio. Il testo accenna poi al “supremo consesso”, una scena celeste che richiama l’assemblea divina e angelica. La rivelazione viene presentata come accesso privilegiato a una realtà invisibile, non come conclusione verificabile da parte del lettore.
Iblis, Adamo e la ribellione
La parte finale ritorna alla creazione dell’uomo e al rifiuto di Iblis di prostrarsi davanti ad Adamo. Iblis giustifica la propria ribellione dicendo: “Sono migliore di lui: mi hai creato dal fuoco, mentre creasti lui dalla creta.” (Corano 38:76). Il racconto richiama, in modo trasformato, il tema biblico della dignità dell’uomo creato in rapporto a Dio; qui però l’accento cade soprattutto sull’obbedienza, sulla gerarchia e sulla punizione del ribelle.
Iblis non viene condannato perché neghi l’esistenza di Allah. Al contrario, parla direttamente con Allah. Il suo peccato è la disobbedienza orgogliosa. Si ritiene superiore all’uomo per la propria materia di creazione: fuoco contro argilla. La ribellione nasce quindi da una gerarchia rifiutata, non da ateismo. È un elemento importante: nel Corano il problema centrale non è soltanto credere che Allah esista, ma sottomettersi al suo comando.
Dopo la maledizione, Iblis ottiene una dilazione fino al Giorno del Giudizio e promette di traviare gli uomini, salvo i servi protetti di Allah. Allah risponde con una minaccia assoluta: “Riempirò l’Inferno di te e di tutti quelli di loro che ti seguiranno.” (Corano 38:85). La sura si chiude quindi non con una riconciliazione, ma con un ammonimento: “E certamente ne conoscerete la notizia dopo un certo tempo.” (Corano 38:88).
Conclusione
Nel suo insieme, la Sura 38 Sad alterna racconti profetici, minacce contro i miscredenti, immagini escatologiche e materiali esegetici che rinviano a tradizioni precedenti. La linea dominante resta quella dell’autorità: chi accetta il messaggio è servo fedele, chi lo respinge viene ricondotto alla superbia e alla ribellione.
Il testo riprende figure bibliche come Davide, Salomone e Giobbe, ma le ricolloca dentro la grammatica coranica della sottomissione. Davide diventa esempio di prova e pentimento; Salomone modello di potere concesso da Allah; Giobbe figura di pazienza e adempimento del giuramento; Iblis paradigma della disobbedienza arrogante. La sura non costruisce un racconto storico lineare: usa frammenti profetici per ribadire una tesi unica, ossessiva e verticale. Allah comanda, i servi obbediscono, i ribelli vengono umiliati.
Ancora una volta, la polemica coranica non tratta il rifiuto del messaggio come semplice dissenso religioso. Lo presenta come orgoglio, cecità, invidia, ribellione. È uno dei tratti più forti dell’intera predicazione meccana: l’oppositore non viene soltanto confutato, viene moralmente degradato. La verità non si discute su un piano paritario; si riceve, si accetta e ci si sottomette.
