Bloggando il Corano: Sura 2 al-Baqara, “La Vacca”, versetti 1-39
Commento al Corano: Sura 2 al-Baqara, “La Vacca”, versetti 1-39
Il commento al Corano della Sura 2 al-Baqara, “La Vacca”, versetti 1-39, analizza l’apertura del capitolo più lungo del Corano: il Libro dichiarato immune dal dubbio, la divisione dell’umanità tra credenti, miscredenti e ipocriti, il rapporto tra guida e sviamento, la sfida dell’inimitabilità, la promessa del Paradiso e il racconto di Adamo e Iblis.
La Sura 2 comincia con una promessa di guida, ma anche con una classificazione religiosa, morale ed escatologica. Prima ancora di rivolgersi ai Figli d’Israele nei versetti 40-74 della Sura 2, il testo stabilisce chi è guidato, chi non crederà, chi simula la fede e quale destino attende chi respinge i segni di Allah.
Non si tratta di un’introduzione “spirituale” nel significato moderno di ricerca individuale aperta a esiti differenti. Il Corano si presenta fin dall’inizio come rivelazione già vera, criterio con cui giudicare gli uomini e guida alla quale occorre sottomettersi. Chi la riconosce appartiene ai guidati; chi la rifiuta viene interpretato attraverso le categorie della miscredenza, della malattia del cuore, della cecità o dell’ipocrisia.
Il Libro “senza dubbio” e la guida per i timorati – Corano 2:1-5
La sura si apre con tre lettere isolate:
«Alif, Lām, Mīm» (Corano 2:1).
Il Corano non ne spiega il significato. La tradizione esegetica ha proposto interpretazioni differenti: abbreviazioni di nomi divini, formule note soltanto ad Allah, richiami destinati ad attirare l’attenzione oppure segni dell’inimitabilità del testo. Nessuna di queste spiegazioni viene imposta dal versetto.
L’incertezza è rilevante perché il versetto successivo dichiara:
«Questo è il Libro nel quale non vi è dubbio, guida per i timorati» (Corano 2:2).
Il Corano non introduce una dimostrazione preliminare della propria origine divina. Parte dalla premessa che il Libro sia indubitabile e costruisce su questa affermazione l’intero discorso successivo. La dichiarazione possiede valore dottrinale per chi accetta già la rivelazione, ma non costituisce da sola una prova indipendente: un testo non diventa divino semplicemente proclamandosi immune dal dubbio.
La formazione e la trasmissione del testo devono essere analizzate mediante fonti e testimonianze storiche, non risolte attraverso la sua autodescrizione. È il problema affrontato anche nell’approfondimento su chi ha scritto il Corano e come si è formato il testo coranico.
La guida non viene attribuita indistintamente a ogni lettore, ma ai muttaqūn, coloro che temono Allah e si preservano dalla sua disobbedienza. I versetti successivi li descrivono:
«Coloro che credono nell’invisibile, compiono la preghiera e spendono di ciò che abbiamo loro provveduto; coloro che credono in ciò che è stato fatto discendere su di te e in ciò che fu fatto discendere prima di te e hanno certezza dell’altra vita» (Corano 2:3-4).
La fede coranica unisce credenze, culto e comportamento materiale. Il credente riconosce l’invisibile, pratica la preghiera, contribuisce economicamente e accetta la rivelazione trasmessa da Maometto.
Il riconoscimento di ciò che fu rivelato prima non implica che ebraismo e cristianesimo vengano accolti come vie autonome ugualmente valide. Le rivelazioni precedenti vengono riconosciute nella forma in cui il Corano le ricostruisce; quando i testi o le dottrine ebraiche e cristiane non coincidono con esso, la tradizione islamica ricorre all’alterazione, all’occultamento o all’errata interpretazione. Questo meccanismo verrà sviluppato nei successivi blocchi della sura e nella polemica sulla presunta falsificazione della Bibbia.
Il versetto 5 conclude:
«Essi sono sulla guida proveniente dal loro Signore ed essi sono coloro che prospereranno» (Corano 2:5).
Il sistema si presenta già chiuso: chi accetta la rivelazione dimostra di essere guidato e prospererà; chi non l’accetta verrà descritto nei versetti immediatamente successivi come spiritualmente sigillato.
Allah sigilla i cuori dei miscredenti – Corano 2:6-7
Il Corano passa quindi ai miscredenti:
«Quanto a coloro che non credono, per loro è lo stesso che tu li ammonisca oppure non li ammonisca: non crederanno. Allah ha posto un sigillo sui loro cuori e sul loro udito e sui loro occhi vi è un velo. Per loro vi è un castigo immenso» (Corano 2:6-7).
Il testo non afferma soltanto che alcuni uomini rifiutano liberamente il messaggio. Attribuisce ad Allah il sigillo posto sui cuori e sull’udito e il velo che impedisce di vedere. La miscredenza viene inserita nella sovranità divina sulla guida e sullo sviamento.
Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 2:7 coordina il sigillo divino con la precedente ostinazione degli increduli: essi avrebbero persistito nel rifiuto e Allah avrebbe consolidato la loro condizione come conseguenza della ribellione.
Questa risposta attenua l’impressione di arbitrarietà, ma non elimina l’azione causale attribuita ad Allah. Il sigillo non viene semplicemente osservato da Dio: viene posto da Lui. L’uomo viene quindi giudicato per una condizione che le sue scelte avrebbero provocato, ma che Allah stesso rende più difficile da modificare.
La tensione tra responsabilità umana e decreto divino attraverserà l’intero Corano. Diverse scuole teologiche tenteranno di coordinarla attraverso dottrine sulla creazione divina degli atti, sull’“acquisizione” umana e sulla giustizia definita dalla sovranità assoluta di Allah. Il problema viene approfondito nell’articolo sulla predestinazione nell’Islam.
Il nodo critico rimane: se Allah rende il soggetto incapace di credere e poi lo condanna per non aver creduto, l’affermazione della responsabilità umana non basta da sola a spiegare la giustizia del processo.
Gli ipocriti e la sorveglianza interna della comunità – Corano 2:8-13
Dopo credenti e miscredenti, il Corano introduce una terza categoria:
«Tra gli uomini vi sono coloro che dicono: “Crediamo in Allah e nell’Ultimo Giorno”, mentre non sono credenti» (Corano 2:8).
L’ipocrita non è l’avversario esterno che dichiara apertamente il proprio rifiuto. Parla il linguaggio della fede, ma viene descritto come estraneo alla vera comunità dei credenti.
«Cercano di ingannare Allah e coloro che credono, ma non ingannano che se stessi senza rendersene conto. Nei loro cuori vi è una malattia e Allah ha accresciuto la loro malattia. Per loro vi è un castigo doloroso perché mentivano» (Corano 2:9-10).
Anche qui Allah non rimane esterno al processo morale: accresce la malattia già presente nei loro cuori. La spiegazione tradizionale può considerare l’aggravamento come punizione per una falsità precedente; resta però il fatto che Dio intensifica la condizione per la quale essi verranno condannati.
La categoria dell’ipocrisia assumerà un ruolo centrale nella fase medinese della predicazione. La comunità non dovrà difendersi soltanto dai non musulmani dichiarati, ma anche da chi si professa musulmano senza dimostrare sufficiente fedeltà alla rivelazione e al messaggero.
I versetti 11-12 aggiungono:
«Quando si dice loro: “Non spargete corruzione sulla terra”, dicono: “Noi siamo soltanto riformatori”. In verità sono loro i corruttori, ma non se ne rendono conto» (Corano 2:11-12).
Il testo assume il potere di stabilire chi sia riformatore e chi corruttore. La riforma autentica coincide con l’ordine definito dalla rivelazione; chi vi si oppone può essere classificato come corruttore anche quando interpreta il proprio comportamento come miglioramento della società.
Il versetto 13 completa il rovesciamento:
«Quando si dice loro: “Credete come hanno creduto gli altri uomini”, dicono: “Dovremmo credere come hanno creduto gli stolti?”. In verità sono loro gli stolti, ma non sanno» (Corano 2:13).
Il giudizio degli avversari viene capovolto: chi considera ingenui i credenti viene dichiarato incapace di comprendere. La critica alla comunità non viene valutata attraverso un criterio comune e indipendente, ma reinterpretata dal testo come ulteriore prova della stoltezza spirituale del critico.
Doppiezza, scherno e sviamento – Corano 2:14-20
I versetti 14-16 descrivono il comportamento degli ipocriti:
«Quando incontrano coloro che credono, dicono: “Abbiamo creduto”. Quando invece rimangono soli con i loro demoni, dicono: “In verità siamo con voi; stavamo soltanto prendendoli in giro”. Allah si prende gioco di loro e li lascia vagare alla cieca nella loro ribellione. Sono coloro che hanno acquistato lo sviamento in cambio della guida: il loro commercio non ha prodotto profitto e non sono stati guidati» (Corano 2:14-16).
La risposta divina viene espressa attraverso lo stesso linguaggio dello scherno attribuito agli ipocriti: essi deridono i credenti e Allah “si prende gioco” di loro, lasciandoli procedere nella ribellione.
La metafora commerciale presenta la fede come il solo investimento realmente vantaggioso: gli ipocriti avrebbero scambiato la guida con lo sviamento e concluso un affare destinato al fallimento.
I versetti 17-20 utilizzano due immagini. La prima è quella di un fuoco che si spegne:
«Il loro esempio è come quello di chi accende un fuoco; quando esso illumina ciò che gli sta attorno, Allah porta via la loro luce e li lascia nelle tenebre: non vedono» (Corano 2:17).
La seconda è una tempesta:
«Oppure come una pioggia dal cielo, nella quale vi sono tenebre, tuono e lampo. Mettono le dita nelle orecchie per i fulmini, per paura della morte. Ma Allah circonda i miscredenti» (Corano 2:19).
Gli ipocriti avanzano quando il lampo offre luce e si arrestano quando ritorna il buio. L’immagine descrive una fede opportunistica e instabile. Non è però soltanto un’analisi psicologica: Allah potrebbe togliere loro udito e vista, perché possiede potere su ogni cosa (Corano 2:20).
Adorare il creatore e non associargli rivali – Corano 2:21-22
Il testo si rivolge quindi all’umanità:
«O uomini, adorate il vostro Signore, che ha creato voi e coloro che furono prima di voi, affinché siate timorati» (Corano 2:21).
La creazione viene utilizzata come fondamento dell’obbligo religioso. Allah avrebbe creato gli uomini, disteso la terra, costruito il cielo, fatto scendere l’acqua e prodotto frutti; per questo deve essere adorato senza associargli rivali:
«Non attribuite dunque ad Allah degli uguali, mentre sapete» (Corano 2:22).
Il monoteismo coranico non è soltanto affermazione teorica dell’esistenza di un unico Dio. È obbedienza esclusiva e rifiuto dello shirk, cioè dell’associazione di altri esseri, poteri o figure alla sovranità di Allah.
Il bersaglio immediato è il politeismo arabo, ma la polemica coinvolgerà anche i cristiani, accusati di compromettere l’unicità divina attribuendo a Gesù una figliolanza e una natura che il Corano considera incompatibili con il monoteismo assoluto.
La sfida a produrre una sura simile – Corano 2:23-24
I versetti 23-24 formulano una delle sfide più celebri del Corano:
«Se avete qualche dubbio riguardo a ciò che abbiamo fatto discendere sul Nostro servo, portate una sura simile e chiamate i vostri testimoni all’infuori di Allah, se siete sinceri. Se non lo farete — e non lo farete — temete il Fuoco il cui combustibile sono gli uomini e le pietre, preparato per i miscredenti» (Corano 2:23-24).
La sfida viene presentata come prova dell’origine divina del testo. Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 2:23-24 interpreta l’incapacità di produrre qualcosa di simile come miracolo permanente e dimostrazione della missione di Maometto.
Il problema è l’assenza di un criterio verificabile e condiviso. Che cosa deve significare esattamente “simile”? Stessa lunghezza, stile, eloquenza, struttura, contenuto religioso, effetto sugli ascoltatori? Chi decide se il tentativo abbia superato la prova?
La tradizione che ritiene il Corano perfetto è anche l’autorità che giudica insufficienti tutte le imitazioni. La sfida diventa così difficilmente falsificabile: qualunque testo concorrente può essere respinto perché non raggiunge uno standard definito dai credenti dopo avere già accettato la superiorità del Corano.
La stessa idea viene ripetuta in Corano 17:88, dove uomini e jinn non riuscirebbero a produrre qualcosa di equivalente neppure unendo le proprie forze. La tradizione costruirà su questi passi la dottrina dell’iʿjāz al-Qurʾān, discussa nell’approfondimento sull’inimitabilità del Corano.
Un’impressione estetica può essere autentica e profonda, ma non dimostra da sola un’origine soprannaturale. Molti testi religiosi e poetici sono considerati insuperabili dalle rispettive comunità senza che ciò ne provi la provenienza divina.
La sfida è inoltre accompagnata dalla minaccia del Fuoco. Chi non riconosce la prova non viene soltanto dichiarato sconfitto sul piano letterario: viene ammonito riguardo a una pena eterna.
Il Paradiso: giardini, frutti e spose purificate – Corano 2:25
Alla minaccia del Fuoco segue la promessa del Paradiso:
«Annuncia a coloro che credono e compiono opere buone che per loro vi sono giardini sotto i quali scorrono i fiumi. Ogni volta che riceveranno un frutto come provvista, diranno: “Questo è ciò che ci era stato dato prima”, ma verrà dato loro qualcosa di simile. In essi avranno spose purificate e vi rimarranno in perpetuo» (Corano 2:25).
Il Paradiso coranico viene descritto attraverso immagini concrete: giardini, fiumi, frutti, permanenza eterna e compagne purificate. La ricompensa non è presentata esclusivamente come comunione spirituale con Dio, ma anche come piacere sensibile, abbondanza e appagamento.
Il versetto parla realmente di fede e opere buone e non può essere ridotto a una caricatura erotica. La concessione descrive il testo, ma non elimina la materialità della ricompensa. Le sure successive svilupperanno ulteriormente la dimensione corporea del Paradiso attraverso bevande, cibi, vesti, dimore e compagne dagli occhi grandi.
Paradiso e Inferno non operano soltanto come simboli morali: diventano incentivi e minacce concreti mediante i quali il Corano collega l’adesione religiosa a piaceri eterni e il rifiuto a sofferenze senza termine.
Le parabole con cui Allah guida e svia – Corano 2:26-28
Il versetto 26 risponde a chi contesta alcune similitudini:
«Allah non si vergogna di proporre l’esempio di una zanzara o di qualcosa al di sopra di essa. Coloro che credono sanno che è la verità proveniente dal loro Signore; coloro che non credono dicono invece: “Che cosa ha voluto Allah con questo esempio?”. Con esso svia molti e guida molti, ma non svia se non i perversi» (Corano 2:26).
Il testo non afferma semplicemente che alcuni comprendono la parabola e altri no. Attribuisce direttamente ad Allah entrambi gli esiti: guida molti e svia molti attraverso lo stesso esempio.
La precisazione secondo cui Allah svia soltanto i perversi può essere interpretata come risposta alla difficoltà: lo sviamento sarebbe punizione per una ribellione precedente. Resta però l’intervento divino nel consolidamento della condizione morale.
I perversi vengono descritti come coloro che violano il patto, spezzano ciò che Allah ha ordinato di unire e spargono corruzione sulla terra (Corano 2:27). La guida viene quindi collegata all’obbedienza e lo sviamento alla rottura dell’ordine religioso.
Il versetto 28 richiama la creazione e la resurrezione:
«Come potete non credere in Allah, quando eravate morti ed Egli vi ha dato la vita, poi vi farà morire, poi vi darà nuovamente la vita e infine a Lui sarete ricondotti?» (Corano 2:28).
L’esistenza umana viene inserita in una sequenza interamente governata da Allah: non esistenza, vita, morte, resurrezione e ritorno al giudizio.
La terra e i sette cieli – Corano 2:29
Il versetto 29 afferma:
«Egli è Colui che creò per voi tutto ciò che è sulla terra, poi si rivolse al cielo e lo ordinò in sette cieli. Egli conosce ogni cosa» (Corano 2:29).
Il quadro cosmologico comprende la terra, un cielo iniziale e la sua organizzazione in sette cieli. Il testo non spiega la natura fisica di questi livelli né il loro rapporto con stelle, pianeti, galassie e spazio cosmico.
La tradizione può interpretare i sette cieli come realtà materiali, livelli soprannaturali o regioni cosmiche conosciute da Allah. L’apologetica contemporanea cerca talvolta di identificarli con dimensioni, atmosfere o strutture dell’universo moderno, ma il versetto non offre dati sufficienti per stabilire simili corrispondenze.
Il linguaggio è teologico e appartiene alla cosmologia religiosa del Corano. Trasformarlo in anticipazione dell’astrofisica riproduce il metodo dei presunti miracoli scientifici del Corano: categorie antiche e generiche vengono reinterpretate retroattivamente dopo che la scienza ha prodotto conoscenze molto più precise.
La funzione del versetto non è insegnare la struttura fisica dell’universo, ma fondare l’obbedienza: Allah ha creato e ordinato ogni cosa, dunque l’uomo deve riconoscere la sua sovranità.
Adamo come khalīfa e l’obiezione degli angeli – Corano 2:30
Il versetto 30 introduce Adamo:
«Quando il tuo Signore disse agli angeli: “Porrò sulla terra un khalīfa”, essi dissero: “Vi porrai chi vi spargerà corruzione e verserà sangue, mentre noi celebriamo la Tua lode e Ti santifichiamo?”. Disse: “Io so ciò che voi non sapete”» (Corano 2:30).
Il termine khalīfa può indicare successore, rappresentante o essere destinato a succedere a generazioni precedenti. È la stessa radice dalla quale deriva “califfo”, ma il versetto non descrive direttamente l’istituzione politica del califfato.
Gli angeli anticipano corruzione e spargimento di sangue. Il Corano non spiega come conoscano il futuro comportamento umano. I commentatori hanno proposto differenti soluzioni: conoscenza derivata da creature precedenti, deduzione dalla natura dell’essere posto sulla terra oppure informazione ricevuta da Allah.
Allah non risponde negando che l’uomo verserà sangue. Rivendica una conoscenza superiore: sa ciò che gli angeli non sanno. Il problema della violenza umana viene quindi subordinato alla sapienza divina, non spiegato.
Il racconto differisce dalla Genesi biblica e presuppone un patrimonio narrativo già noto agli ascoltatori. Il Corano riprende figure e temi precedenti, ma li riorganizza intorno alla sovranità di Allah e alla conoscenza concessa ad Adamo.
I nomi insegnati ad Adamo – Corano 2:31-33
Il versetto 31 afferma:
«Insegnò ad Adamo tutti i nomi, poi li presentò agli angeli e disse: “Informatemi dei nomi di questi, se siete sinceri”» (Corano 2:31).
Il Corano non specifica che cosa siano esattamente “tutti i nomi”. Il tafsīr di Ibn Kathīr a Corano 2:31 raccoglie interpretazioni secondo cui Allah avrebbe insegnato ad Adamo i nomi degli esseri, degli oggetti e delle loro caratteristiche.
Altri commentatori hanno inteso il passo come riferimento alla capacità linguistica, alla classificazione delle cose o a una conoscenza particolare concessa al primo uomo. La pluralità delle spiegazioni mostra che il dettaglio centrale rimane indeterminato.
Gli angeli dichiarano di conoscere soltanto ciò che Allah ha insegnato loro:
«Gloria a Te! Non abbiamo conoscenza se non di ciò che Tu ci hai insegnato. In verità Tu sei il Sapiente, il Saggio» (Corano 2:32).
Adamo manifesta quindi la conoscenza ricevuta e Allah ribadisce di conoscere l’invisibile dei cieli e della terra (Corano 2:33).
La superiorità di Adamo non deriva da un sapere autonomamente conquistato contro Dio. È prodotta dal sapere che Allah gli concede. Anche l’intelligenza umana resta quindi segno della dipendenza dal creatore, non fondamento di autonomia rispetto alla rivelazione.
Iblis rifiuta di prosternarsi – Corano 2:34
Il versetto 34 dice:
«Quando dicemmo agli angeli: “Prosternatevi davanti ad Adamo”, si prosternarono tutti eccetto Iblis. Rifiutò, si insuperbì e fu tra i miscredenti» (Corano 2:34).
La ribellione di Iblis consiste nel rifiuto di eseguire un ordine divino. Altrove il Corano precisa che egli apparteneva ai jinn (Corano 18:50). La tradizione armonizza i due passi spiegando che Iblis si trovava tra gli angeli e ricevette lo stesso comando, pur non condividendone la natura.
Il tema viene sviluppato anche nella Sura 7 al-Aʿrāf e nella Sura 38 Ṣād, dove Iblis motiva il proprio rifiuto attraverso la presunta superiorità del fuoco sull’argilla.
Iblis non nega l’esistenza di Allah. Gli parla, ne riconosce il potere e conosce il comando. La sua miscredenza consiste nell’orgoglio e nell’insubordinazione.
Nel quadro coranico la miscredenza non coincide quindi necessariamente con l’ateismo o con la mancata convinzione intellettuale. Può comprendere il rifiuto di obbedire a una verità che si riconosce. La colpa fondamentale non è soltanto pensare che Dio non esista, ma non sottomettersi al suo ordine.
Adamo, il Giardino e la trasgressione – Corano 2:35-37
I versetti 35-36 proseguono:
«Dicemmo: “O Adamo, abita il Giardino, tu e la tua sposa, e mangiatene liberamente dove volete; ma non avvicinatevi a quest’albero, altrimenti sarete tra gli ingiusti”. Satana li fece inciampare e li fece uscire dalla condizione in cui si trovavano. Dicemmo: “Scendete, nemici gli uni degli altri. Avrete sulla terra una dimora e un godimento per un tempo”» (Corano 2:35-36).
Il Corano non identifica l’albero e non attribuisce la colpa soltanto alla donna. Adamo e la sua sposa ricevono insieme il divieto e vengono entrambi coinvolti nella trasgressione.
Il racconto ricorda la Genesi, ma non sviluppa la dottrina cristiana occidentale del peccato originale ereditario. Adamo riceve parole da Allah, si pente e viene perdonato:
«Adamo ricevette dal suo Signore alcune parole ed Egli accolse il suo pentimento. In verità Egli è Colui che accoglie il pentimento, il Misericordioso» (Corano 2:37).
La differenza deve essere riconosciuta: il Corano non afferma che ogni essere umano nasca colpevole del peccato di Adamo. La concessione descrive correttamente il testo, ma non trasforma il racconto in un manifesto umanistico. La sua struttura rimane fondata su comando, trasgressione, pentimento e dipendenza dal perdono di Allah.
La misericordia non consiste nell’assenza di legge o di giudizio. Viene concessa al soggetto che riconosce la colpa e ritorna alla sottomissione.
La guida futura e il Fuoco eterno – Corano 2:38-39
Il blocco termina con una promessa e una minaccia:
«Dicemmo: “Scendete tutti da esso. Quando vi giungerà una guida da parte Mia, chi seguirà la Mia guida non avrà timore e non sarà afflitto. Coloro invece che non credono e smentiscono i Nostri segni saranno i compagni del Fuoco e vi rimarranno”» (Corano 2:38-39).
L’umanità non viene lasciata a una ricerca religiosa indipendente. Allah invierà una guida e il destino degli uomini dipenderà dalla risposta a quella comunicazione.
Chi segue la guida riceve sicurezza; chi nega e smentisce i segni viene destinato al Fuoco. La colpa non riguarda soltanto violenza, sfruttamento o danni inflitti ad altri esseri umani: il mancato riconoscimento della rivelazione costituisce una causa autonoma di dannazione.
Il testo non presenta il messaggio di Allah come una possibilità tra molte vie religiose legittime. Lo presenta come criterio esclusivo che determina salvezza e perdizione. Le successive rivelazioni verranno interpretate come realizzazione di questa promessa di guida, culminante nella missione di Maometto.
Conclusione
I primi trentanove versetti della Sura 2 al-Baqara contengono già quasi tutti gli elementi che caratterizzeranno il resto del Corano: autorità assoluta della rivelazione, centralità della sottomissione, distinzione tra credenti, miscredenti e ipocriti, guida e sviamento divini, ricompensa e castigo, continuità rivendicata con le rivelazioni precedenti e convinzione che la salvezza dipenda dal seguire il messaggio trasmesso da Allah.
Il Libro viene dichiarato privo di dubbio prima che la sua origine venga dimostrata. Chi lo accetta appartiene ai guidati; chi lo rifiuta viene descritto come sigillato, malato nel cuore, perverso o incapace di vedere. Le reazioni degli interlocutori vengono quindi interpretate dal testo secondo la conclusione che il testo stesso assume.
La sfida a produrre una sura simile non offre criteri indipendenti con cui valutare il risultato. La comunità che proclama l’inimitabilità del Corano conserva anche il potere di dichiarare fallito ogni tentativo, mentre il mancato riconoscimento della sfida viene accompagnato dalla minaccia del Fuoco.
Il blocco contiene elementi realmente positivi: solidarietà economica, opere buone, pentimento e misericordia. Questi contenuti non devono essere negati, ma neppure isolati dal sistema nel quale vengono inseriti. La misericordia resta legata al ritorno all’obbedienza; le opere buone alla fede; il Paradiso alla sottomissione; il perdono al riconoscimento dell’autorità di Allah.
Il racconto di Adamo non afferma una colpa ereditaria trasmessa a tutti gli uomini, ma costruisce comunque la condizione umana intorno a comando, trasgressione, pentimento e guida divina. Iblis conosce Allah ma viene classificato come miscredente perché rifiuta di obbedire: la colpa fondamentale è l’insubordinazione.
Fin dall’apertura, al-Baqara non parla come una riflessione religiosa aperta a esiti diversi. Parla come rivelazione che certifica la propria autorità, classifica gli uomini e annuncia due destinazioni contrapposte. Le centinaia di versetti che seguono non modificheranno questa impostazione: la svilupperanno, la applicheranno alle comunità precedenti e la tradurranno progressivamente in norme religiose, sociali, giuridiche e politiche.

La condizione di Dio è la sua infinitezza, ma anche la condizione dello Spirito è di infinitezza, perché se non fossimo infiniti in quanto Spiriti, incarnati, saremmo soggetti a morte. Invece come Spiriti siamo eterni e per non essere soggetti a morte dobbiamo avere nella nostra struttura di esistenti il carattere della infinitezza. In questo senso Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza. E’ una somiglianza strutturale: noi siamo simili a lui in quanto infiniti, ma non simili a lui in quanto potenza, perché il nostro infinito è una conquista attraverso l’evoluzione, attraverso la conoscenza e il lavoro. Dio invece è sempre stato così, infinito ed eterno. Dio è già tutto a priori. Noi saremo nel corso dell’evoluzione in un accrescimento di noi stessi infinito. Queste sono le differenze sostanziali tra noi e Dio. Invece la chiesa ha trasmesso una immagine puerile di Dio, c è una immagine molto infantile di Dio, presente nella povera cultura spirituale degli uomini che concepiscono continuamente questo Dio antropomorfico seduto su uno scanno che giudica le anime penitenti che hanno finito di vivere. In questo strisciare delle anime imploranti misericordia e pietà, francamente io non riconosco Dio, ma soltanto le immagini malate degli uomini che vorrebbero ancora continuare a controllare e dominare gli esseri che furono vivi, anche da morti, attraverso sottotribunali che verrebbero affidati alle varie figure intermedie che hanno collaborato con Dio. Non cadete nello stesso errore della chiesa cattolica. L’Islam è fuori da ogni discussione.
L’islam è l’ultima delle tante religioni apparse su questa terra da quando l’uomo prese coscienza della limitatezza della propria conoscenza e della paura della morte quindi. Le religioni sono una grande invenzione per esorcizzare la paura più grande dell’uomo, la morte, e per dargli conforto nell’intima convinzione che dopo di lui niente più esiste. Ma poi ditemi, se tutte queste religioni, o fedi, sono verbo del signore creatore, come mai, nella sua immensa bontà, ha creato un mondo dove per sopravvivere le Sue creature tanto amate devono divorarsi l’un l’altre ?? Che dio misericordioso è se permette che il Suo creato compie scempi e nefandezze che contraddicono l’amore con cui sono state create ??
domando scusa se scrivo prima de leggete tutto il commento alle varie sure. Comunque, ritengo difficile qualsiasi dialogo, non si può dialogare con chi, di primo acchito sostiene “io ho ragione, o la mia religione è (non credo lo sia, ma è) la sola vera e tu hai torto, o la tua religione è falsa. Ma detto questo, anche il cristianesimo ha alle spalle secoli in cui riteneva il suo libro sacro dettato da Dio, perciò non giudicato, commentato, ma solo accettato. Ciò ha provocato enormi danni all’umanità credendo di fare la volontà di Dio, non si uccide così volentieri come quando viene fatto in nome di Dio. Capisco che si possa opporre l’obbedienza a Dio (o alla nostra immagine di Dio) alla felicità e vita di uomini e donne.Immagine completamente lontana da quella presentata da Gesù (anche se si rinnega il suo messaggio) in cui è Dio che si fa vicino all’uomo per lenire le sue sofferenze. accoglierlo nella sua miseria, perdonarlo nei suoi errori e ciò non per i merito dell’uomo e donna, ma unicamente per il suo amore verso di loro. Ciò verso tutti e non solo verso i credenti. Se si inizia a condannare i credenti delle altre religioni, a prospettare per loro castighi divini, a dipingerli come blasfemi, miscredenti, passibili dell’ira di Dio ora e nella vita futura, quale meraviglia che i più intransigenti prendano le armi in difesa della purezza del messaggio del Corano e della volontà di Dio? Su questo spero di trovare risposte chiare, non in base a condanne più o meno obbligate, ma come fondamento teologico. Perché confondere critica al Corano, con ricerca di comprenderlo nel contesto in cui si è formato? Paura di trovarvi contraddizioni o di dover dare risposte? O ricorrere alla soluzione più semplice “non ti rispondo, il Corano è quello che è” Spero, nonostante perplessità, di comprendere sia come voi lo leggete, sia quando lo leggo