Bloggando il Corano: Sura 2 al-Baqara, “La Vacca”, versetti 1-39

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Commento al Corano: Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 1-39

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Il commento al Corano della Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 1-39 riguarda l’apertura del capitolo più lungo del Corano e introduce immediatamente alcuni dei meccanismi fondamentali della rivelazione islamica: il Libro proclama di non contenere dubbio, gli uomini vengono divisi fra guidati, miscredenti e ipocriti, Allah sigilla cuori e udito, aumenta la malattia interiore di alcuni, guida e svia attraverso le proprie parabole, sfida gli avversari a imitare il Corano e promette Paradiso eterno a chi accetta la guida e Fuoco eterno a chi nega i suoi segni.

La Sura 2 è tradizionalmente classificata come medinese. Prima ancora di rivolgersi direttamente ai Figli d’Israele nei versetti 40-74, il testo stabilisce il criterio attraverso il quale verranno classificati i suoi interlocutori: la nuova rivelazione costituisce la guida; accettarla colloca l’uomo fra i guidati, mentre il rifiuto viene descritto attraverso categorie come miscredenza, malattia, stoltezza, cecità, corruzione e sviamento.

La struttura probatoria e quella punitiva vengono inoltre legate fin dall’inizio. Quando il Corano propone la propria inimitabilità come segno dell’origine divina, non si limita a invitare gli avversari alla prova: dichiara anticipatamente che non riusciranno e passa immediatamente al Fuoco «il cui combustibile sono gli uomini e le pietre». La fonte da verificare formula dunque la prova, proclama il risultato della prova e annuncia il destino di chi continua a non credere.

I primi trentanove versetti di al-Baqarah introducono quindi un sistema nel quale il Corano proclama la propria autorità, stabilisce quali uomini possiedono la guida, attribuisce ad Allah un ruolo attivo nello sviamento e conclude che la risposta alla rivelazione determina una sorte eterna.

Alif-Lām-Mīm: lettere che il Corano non spiega – Corano 2:1

La sura si apre:

«Alif, Lām, Mīm.» (Corano 2:1).

Il Corano non fornisce alcuna spiegazione del significato delle tre lettere isolate. L’esegesi successiva ha quindi prodotto interpretazioni differenti: abbreviazioni di nomi divini, formule conosciute soltanto da Allah, richiami destinati ad attirare l’attenzione, elementi numerici oppure componenti della sfida letteraria del Corano.

Il primo versetto della sura più lunga del Corano rimane quindi semanticamente indeterminato, e il suo significato viene ricostruito attraverso ipotesi esegetiche che il testo stesso non decide.

“Questo è il Libro, nel quale non c’è dubbio” – Corano 2:2-5

Subito dopo il Corano afferma:

«Questo è il Libro, nel quale non c’è dubbio: guida per coloro che temono Dio,» (Corano 2:2).

Lā rayba fīhi è una proclamazione netta: nel Libro non vi sarebbe dubbio. Non viene prima offerta una dimostrazione storica dell’origine soprannaturale del testo e successivamente ricavata la conclusione; l’indubitabilità viene posta all’inizio come caratteristica del Libro stesso.

L’autodescrizione di una fonte, però, non autentica la fonte. Stabilire come il Corano si sia formato, trasmesso, raccolto e canonizzato richiede manoscritti, storia della trasmissione, testimonianze sulla raccolta e critica testuale. La frase «nel quale non c’è dubbio» appartiene alla pretesa religiosa del Corano, non costituisce una verifica indipendente della pretesa.

La questione è approfondita nell’articolo Chi ha scritto il Corano? Genesi umana del testo islamico.

I destinatari della guida vengono immediatamente descritti:

«che credono nell’invisibile, osservano la preghiera e spendono di ciò che abbiamo loro provveduto;» «e che credono in ciò che è stato fatto scendere su di te e in ciò che è stato fatto scendere prima di te, e dell’altra vita sono certi.» «Essi sono su una guida proveniente dal loro Signore, ed essi sono coloro che prosperano.» (Corano 2:3–2:5).

La categoria dell’uomo guidato comprende quindi precisamente la fede nell’invisibile, la pratica religiosa e l’accettazione di ciò che sarebbe stato fatto scendere su Maometto. Il Libro proclama di essere guida e qualifica come guidati gli uomini che credono nella rivelazione proclamata dal Libro.

Il riferimento alle rivelazioni precedenti non stabilisce una parità permanente fra Corano, ebraismo e cristianesimo. Le sezioni successive di al-Baqarah rivendicheranno per il nuovo testo il diritto di giudicare la Gente del Libro, accusare alcuni dei suoi membri di nascondere o deformare la verità e reinterpretare Abramo, Mosè e le Scritture precedenti attraverso la nuova rivelazione. La successiva polemica islamica sulla presunta falsificazione della Bibbia nasce dentro questa gerarchia delle fonti.

Allah sigilla i cuori e l’udito: “non crederanno” – Corano 2:6-7

Il gruppo opposto viene introdotto immediatamente:

«In verità, per coloro che non credono è uguale che tu li ammonisca o non li ammonisca: non crederanno.» «Dio ha posto un sigillo sui loro cuori e sul loro udito, e sui loro occhi vi è un velo. Per loro vi è un castigo immenso.» (Corano 2:6–2:7).

Il testo prima dichiara che costoro «non crederanno» e poi attribuisce ad Allah il sigillo posto sui cuori e sull’udito. Il soggetto grammaticale non è l’uomo che si sigilla autonomamente il cuore: è Allah.

Ibn Kathīr a Corano 2:7 colloca il sigillo dopo la precedente ostinazione degli increduli: essi avrebbero continuato a rifiutare la verità e Allah avrebbe quindi chiuso i loro cuori in conseguenza di tale comportamento.

Questa spiegazione introduce un antecedente umano ma non modifica l’azione successiva: è Allah a rendere stabile la chiusura. Il soggetto viene dunque punito per la mancata fede mentre la stessa divinità che lo giudicherà interviene sulla condizione attraverso cui la fede può entrare.

Il problema tornerà ripetutamente nel Corano ed è approfondito nell’articolo sulla predestinazione nell’Islam.

Gli ipocriti: Allah aumenta la malattia nei loro cuori – Corano 2:8-10

Fra credenti e miscredenti compare una terza categoria:

«Fra gli uomini vi è chi dice: “Crediamo in Dio e nell’Ultimo Giorno”, mentre non sono credenti.» «Cercano di ingannare Dio e coloro che credono, ma non ingannano che sé stessi e non se ne accorgono.» (Corano 2:8–2:9).

Il versetto successivo prosegue:

«Nei loro cuori vi è una malattia, e Dio ha accresciuto la loro malattia. Per loro vi è un castigo doloroso a causa delle loro menzogne.» (Corano 2:10).

L’esegesi interpreta la malattia come dubbio, ipocrisia o corruzione religiosa. Ma il dato più importante è ancora una volta il verbo divino: Allah aumenta la malattia.

La struttura di 2:7 viene quindi ripetuta immediatamente. Esiste una condizione colpevole dell’uomo, ma la divinità non si limita a giudicarla dall’esterno: interviene aggravandola prima di annunciare il castigo doloroso.

Una variante canonica cambia la causa del castigo: “mentivano” o “smentivano” – Corano 2:10

La frase finale di Corano 2:10 presenta inoltre una differenza reale fra le letture canoniche. Una lettura recita:

«…per ciò che erano soliti mentire.»

Il verbo è yakdhibūn: mentire, dire il falso. Il riferimento si collega naturalmente alla professione di fede falsa appena descritta.

Altre letture canoniche hanno invece yukadhdhibūn:

«…per ciò che erano soliti smentire.»

In questo caso il verbo significa smentire, dichiarare falso, negare. La differenza è documentata nelle qirāʾāt di Corano 2:10.

Le due letture producono quindi due ragioni formulate diversamente per il castigo doloroso: falsa professione di fede oppure smentita della rivelazione. Al-Ṭabarī discute entrambe e preferisce la lettura relativa alla menzogna, collegandola alla falsa dichiarazione «crediamo» dei versetti precedenti.

Non si tratta di una semplice variazione fonetica incapace di incidere sul significato: le letture canoniche conservano due verbi diversi e due differenti formulazioni della colpa punita.

“Noi siamo soltanto riformatori”: il Corano li dichiara corruttori e stolti – Corano 2:11-13

Il confronto prosegue:

«Quando si dice loro: “Non seminate corruzione sulla terra”, dicono: “Noi siamo soltanto riformatori”.» «Eppure sono proprio loro i corruttori, ma non se ne accorgono.» (Corano 2:11–2:12).

Gli interlocutori descritti dal testo si attribuiscono la riforma; il Corano assegna loro la categoria opposta della corruzione. Il versetto successivo applica lo stesso rovesciamento all’intelligenza:

«E quando si dice loro: “Credete come hanno creduto gli altri uomini”, dicono: “Dovremmo credere come hanno creduto gli stolti?”. Eppure sono proprio loro gli stolti, ma non lo sanno.» (Corano 2:13).

Il testo coinvolto nella controversia diventa contemporaneamente giudice della controversia. Gli ipocriti si dichiarano riformatori: il Corano stabilisce che sono corruttori. Considerano stolti i credenti: il Corano stabilisce che gli stolti sono loro.

I “satani” degli ipocriti non devono essere trasformati automaticamente in demoni – Corano 2:14

Il versetto 14 dice:

«Quando incontrano coloro che credono, dicono: “Crediamo”; ma quando si appartano con i loro demoni, dicono: “Noi siamo con voi; stavamo soltanto prendendoli in giro”.» (Corano 2:14).

L’arabo utilizza shayāṭīnihim, letteralmente «i loro satani». Non è necessario trasformarlo automaticamente in una scena nella quale gli ipocriti si appartano con esseri demoniaci soprannaturali.

Al-Ṭabarī interpreta i «satani» anche come capi e compagni ribelli degli ipocriti e dei politeisti e riporta da Mujāhid che si tratterebbe dei loro compagni fra ipocriti e associatori. Ibn Kathīr parla analogamente dei loro capi e maestri fra ebrei, ipocriti e idolatri.

Nella traduzione definitiva rendiamo shayāṭīnihim con «i loro demoni», usando l’equivalente italiano corrente senza trasformare però il termine in una specificazione esegetica. Il dato lessicale resta importante: nel linguaggio dei tafsir shayāṭīn può comprendere anche istigatori umani estremamente ribelli, non soltanto esseri soprannaturali.

Gli ipocriti prendono in giro i credenti; Dio si prende gioco di loro – Corano 2:14-16

La frase appena citata termina:

«Stavamo soltanto prendendoli in giro».

Il versetto successivo risponde:

«Dio si prende gioco di loro e li lascia vagare ciecamente nella loro ribellione.» (Corano 2:15).

L’arabo utilizza la stessa radice h-z-ʾ nei due passaggi: gli ipocriti sono mustahziʾūn, quelli che scherniscono, mentre Allāhu yastahziʾu bihim significa letteralmente «Allah li schernisce», «Dio si prende gioco di loro».

Tradurre lo scherno umano con «deridere» e quello divino con un eufemismo completamente diverso cancella una simmetria linguistica deliberata. Al-Ṭabarī discute infatti direttamente il problema dello istihzāʾ attribuito ad Allah e respinge la lettura che pretende che nel testo non vi sia realmente alcuno scherno divino; ne interpreta invece la modalità attraverso punizione, umiliazione o retribuzione.

L’esegesi può ridefinire il modo nel quale Allah «si fa beffe» degli ipocriti, ma non può cancellare il verbo che il Corano attribuisce ad Allah.

Il versetto aggiunge inoltre che Allah li prolunga nella loro ṭughyān, ribellione o trasgressione, mentre yaʿmahūn, vagano alla cieca.

La metafora commerciale di 2:16 conclude:

«Essi sono coloro che hanno comprato lo sviamento in cambio della guida: il loro commercio non ha dato profitto e non sono stati guidati.» (Corano 2:16).

Allah porta via la luce e potrebbe togliere udito e vista – Corano 2:17-20

La prima parabola descrive un fuoco:

«Il loro esempio è come quello di chi accende un fuoco; quando esso illumina ciò che gli sta intorno, Dio porta via la loro luce e li lascia in tenebre nelle quali non vedono.» «Sordi, muti, ciechi: non ritorneranno.» (Corano 2:17–2:18).

La seconda utilizza una tempesta:

«Oppure come un temporale dal cielo, carico di tenebre, tuoni e lampi. Si mettono le dita nelle orecchie per i fulmini, temendo la morte; ma Dio circonda i miscredenti.» (Corano 2:19).

Il versetto 20 conclude:

«Il lampo quasi strappa loro la vista. Ogni volta che illumina per loro, camminano nella sua luce; quando invece su di loro si fa buio, si fermano. Se Dio volesse, porterebbe via il loro udito e la loro vista. In verità Dio è potente su ogni cosa.» (Corano 2:20).

La mancata adesione stabile viene rappresentata attraverso tenebra, sordità e cecità. Contemporaneamente il testo rivendica per Allah il potere di togliere le stesse capacità percettive che vengono utilizzate come metafora dell’incapacità religiosa.

La creazione viene attribuita ad Allah e poi utilizzata per imporre l’adorazione di Allah – Corano 2:21-22

Il Corano si rivolge quindi all’umanità:

«O uomini, adorate il vostro Signore, che ha creato voi e coloro che furono prima di voi, affinché possiate temerLo.» (Corano 2:21).

Il versetto successivo aggiunge:

«Egli ha fatto per voi della terra un giaciglio e del cielo una costruzione; ha fatto scendere dal cielo acqua e con essa ha fatto uscire frutti come provvista per voi. Non attribuite dunque a Dio degli eguali, mentre sapete.» (Corano 2:22).

Il ragionamento assume già come fatto che sia Allah ad avere creato uomini, terra e cielo e a produrre pioggia e frutti; da questa attribuzione deduce quindi l’obbligo di adorarlo senza associargli alcun rivale.

Il fenomeno naturale non identifica autonomamente la propria causa soprannaturale. Terra, cielo, acqua e vegetazione sono osservabili; che la causa personale di tutto questo sia precisamente l’Allah proclamato dal Corano è invece la tesi religiosa che il Corano inserisce nella descrizione e utilizza successivamente come fondamento dell’obbedienza.

La struttura diventerà ricorrente in tutto il testo: il Corano attribuisce un fenomeno ad Allah e utilizza poi il fenomeno già attribuito ad Allah come prova dell’autorità di Allah.

“Portate una sura simile”: che cosa dovrebbe dimostrare la sfida? – Corano 2:23

Il dubbio sull’origine della rivelazione viene affrontato direttamente:

«E se siete nel dubbio riguardo a ciò che abbiamo fatto scendere sul Nostro servo, portate una sura simile ad esso e chiamate i vostri testimoni all’infuori di Dio, se siete veritieri.» (Corano 2:23).

Ibn Kathīr tratta l’incapacità di produrre qualcosa di simile come miracolo permanente e dimostrazione della missione profetica.

Il problema fondamentale è il criterio. Il Corano non specifica quali caratteristiche debbano essere riprodotte affinché una sura sia realmente «simile»: lunghezza, ritmo, lessico, sintassi, contenuto, eloquenza, struttura retorica, capacità emotiva o una combinazione di elementi non quantificata.

Una sfida il cui criterio di successo non è definito in maniera indipendente può essere dichiarata perpetuamente insuperata da chi controlla il giudizio sul risultato.

La stessa sfida compare inoltre con estensioni differenti nel Corano: 17:88 parla di produrre qualcosa come l’intero Corano, 11:13 di dieci sure inventate e 10:38 nuovamente di una sola sura. La quantità richiesta cambia; il problema del criterio qualitativo rimane.

La dottrina dell’iʿjāz al-Qurʾān è approfondita nell’articolo Il Corano è davvero inimitabile?.

“E non lo farete”: il Corano dichiara in anticipo il fallimento della prova – Corano 2:24

Il versetto seguente non attende un giudizio sul risultato:

«Ma se non lo farete — e non lo farete — temete il Fuoco, il cui combustibile sono gli uomini e le pietre, preparato per i miscredenti.» (Corano 2:24).

Wa-lan tafʿalū significa «e non lo farete». Il testo che formula il test dichiara quindi anche che l’umanità non sarà capace di superarlo.

La sequenza passa immediatamente dalla prova letteraria all’Inferno: chi rimane nella miscredenza deve temere un Fuoco il cui combustibile comprende gli uomini stessi.

L’esegesi classica aggiunge ulteriori dettagli. Ibn Kathīr e al-Ṭabarī trasmettono da Ibn Masʿūd e altri antichi interpreti che le pietre sarebbero pietre di zolfo, preparate per accrescere il calore del castigo; altri commentatori le hanno invece collegate agli idoli.

Le pietre di zolfo appartengono al tafsir, non al versetto. Il Corano non necessita comunque di quella aggiunta per essere esplicito: descrive già persone utilizzate come combustibile di un Fuoco preparato per i miscredenti.

Giardini eterni e “spose purificate” – Corano 2:25

Al Fuoco viene contrapposta la ricompensa:

«E annuncia a coloro che credono e compiono opere giuste che avranno giardini sotto i quali scorrono fiumi. Ogni volta che riceveranno da essi un frutto come provvista diranno: “Questo è ciò che ci era stato dato prima”; e sarà dato loro qualcosa di somigliante. Là avranno spose purificate e vi rimarranno per sempre.» (Corano 2:25).

Il quadro è concretamente corporeo: giardini, fiumi, frutti, consorti e permanenza senza fine. Azwāj muṭahhara indica consorti o spose purificate.

Ibn Kathīr riporta da Ibn ʿAbbās la purificazione da sporcizia e impurità e da Mujāhid una spiegazione molto più dettagliata: assenza di mestruazioni, defecazione, urina, saliva, sperma e gravidanza. Altri antichi interpreti riportati dal commentatore parlano analogamente di mestruazioni, gravidanza e impurità corporee.

La successiva esegesi non trasforma quindi il Paradiso in una metafora puramente spirituale: sviluppa la promessa delle «spose purificate» attraverso una precisa trasformazione delle funzioni corporee.

Il contrasto fra 2:24 e 2:25 stabilisce fin dall’inizio due incentivi escatologici opposti: Fuoco e permanenza per il miscredente, giardini e piaceri perpetui per chi crede e compie le opere richieste.

La stessa parabola viene utilizzata da Allah per guidare e per sviare – Corano 2:26-27

Il Corano afferma:

«In verità Dio non si vergogna di proporre come esempio una zanzara o ciò che è al di sopra di essa. Quanto a coloro che credono, sanno che è la verità proveniente dal loro Signore; quanto a coloro che non credono, dicono: “Che cosa ha voluto Dio con questo esempio?”. Con esso svia molti e con esso guida molti, ma non svia con esso se non i trasgressori,» (Corano 2:26).

Il verbo yuḍillu significa sviare, condurre fuori strada. Non occorre trasformarlo in «permette loro di smarrirsi» per sottrarre ad Allah l’azione grammaticale del versetto. Lo stesso soggetto compie entrambe le operazioni: «svia molti» e «guida molti».

Il testo precisa che Allah svia in questo modo i fāsiqīn, i trasgressori o ribelli, descritti nel versetto seguente come uomini che violano il patto, spezzano ciò che Allah ha ordinato di unire e diffondono corruzione.

La precedente ribellione dell’uomo e l’azione successiva di Allah possono essere collocate in sequenza dall’esegesi; resta però che il Corano attribuisce alla stessa rivelazione una funzione opposta sui destinatari: per alcuni diventa guida, per altri strumento mediante il quale Allah accresce lo sviamento.

Nei primi ventisei versetti Allah ha quindi già sigillato cuori e udito, aumentato la malattia, portato via la luce, lasciato avanzare gli ipocriti nella ribellione e dichiarato di guidare e sviare attraverso la stessa parabola.

“Eravate morti”: vita, morte e resurrezione – Corano 2:28

Il versetto seguente domanda:

«Come potete non credere in Dio, quando eravate morti ed Egli vi ha dato la vita? Poi vi farà morire, poi vi ridarà la vita, poi a Lui sarete ricondotti.» (Corano 2:28).

Il Corano costruisce una singola sequenza comprendente stato precedente alla vita, vita presente, morte, futura resurrezione e ritorno ad Allah. Le prime due fasi appartengono all’esperienza ordinaria della nascita e della morte; la futura ricostituzione personale viene aggiunta come parte della stessa causalità divina.

L’esistenza presente dell’uomo non dimostra autonomamente la futura resurrezione. È il testo a collegare i due eventi attraverso l’onnipotenza della divinità che proclama.

I sette cieli – e la cosmologia molto più concreta dei tafsir – Corano 2:29

Il quadro cosmologico prosegue:

«Egli è Colui che ha creato per voi tutto ciò che è sulla terra; poi si è rivolto al cielo e lo ha disposto in sette cieli. Egli conosce ogni cosa.» (Corano 2:29).

Il testo parla realmente di sabʿa samāwāt, sette cieli. Non parla di sette strati dell’atmosfera terrestre, di sette dimensioni fisiche o di altre categorie prodotte dalla cosmologia moderna.

Ibn Kathīr a Corano 2:29 interpreta la frase come creazione di sette cieli e riporta da Mujāhid che essi sono «alcuni sopra gli altri». Lo stesso commentario collega il passo alla sequenza di Corano 41:9-12.

Ibn Kathīr e al-Ṭabarī conservano inoltre, all’interno del materiale esegetico antico su questo blocco cosmologico, tradizioni assai più concrete sulla disposizione della terra, dell’acqua, dei cieli e delle creature. Questi racconti appartengono alla storia dell’esegesi e non devono essere confusi con le parole di 2:29; mostrano però quanto sia anacronistico trasformare retroattivamente i «sette cieli» in terminologia dell’astrofisica contemporanea.

Le identificazioni moderne con atmosfera, galassie o dimensioni non vengono ricavate dal versetto: vengono introdotte dopo che quelle categorie scientifiche sono già note. Il metodo è approfondito nell’articolo sui presunti miracoli scientifici del Corano.

Gli angeli sanno già che l’uomo verserà sangue – ma il Corano non dice come – Corano 2:30

Allah annuncia:

«Io porrò sulla terra un successore».

Gli angeli rispondono:

«Vi porrai chi vi seminerà corruzione e spargerà sangue, mentre noi celebriamo la Tua lode e Ti santifichiamo?» (Corano 2:30).

Allah conclude:

«Io so ciò che voi non sapete».

Il Corano non spiega da dove gli angeli ricavino la previsione secondo cui il nuovo essere terrestre diffonderà corruzione e verserà sangue. L’esegesi deve quindi colmare il vuoto.

Ibn Kathīr registra diverse possibilità: gli angeli avrebbero dedotto la violenza dalla natura della nuova creatura o dal significato di khalīfa; Allah li avrebbe precedentemente informati; oppure avrebbero conosciuto il comportamento di creature precedenti, soprattutto i jinn, ai quali alcune tradizioni attribuiscono corruzione e spargimento di sangue sulla terra.

La pluralità delle spiegazioni deriva da ciò che il versetto non racconta: gli angeli possiedono un’informazione sul futuro comportamento umano, ma la fonte di quell’informazione rimane non specificata.

Il termine khalīfa può esprimere successione o sostituzione ed è la stessa radice dalla quale deriva «califfo», ma questo versetto non descrive direttamente la successiva istituzione politica del califfato.

“Tutti i nomi”: Allah prima concede la conoscenza e poi la utilizza per dimostrare la superiorità di Adamo – Corano 2:31-33

Allah insegna ad Adamo:

«E insegnò ad Adamo tutti i nomi; poi presentò quelle cose agli angeli e disse: “Ditemi i nomi di queste, se siete veritieri”.» (Corano 2:31).

Gli angeli dichiarano:

«Dissero: “Gloria a Te! Non abbiamo conoscenza se non di ciò che Tu ci hai insegnato. In verità Tu sei il Sapiente, il Saggio”.» (Corano 2:32).

Il testo non specifica esattamente che cosa siano «tutti i nomi». Ibn Kathīr conserva interpretazioni che li estendono ai nomi degli esseri, delle cose e delle loro caratteristiche.

Adamo riesce quindi dove gli angeli falliscono perché Allah gli ha precedentemente fornito proprio la conoscenza necessaria.

Allah concede ad Adamo un sapere che non concede agli angeli e utilizza successivamente la differenza prodotta dalla propria distribuzione della conoscenza per mostrare agli angeli ciò che essi ignorano.

Iblis: angelo oppure jinn? Il dissenso è già dentro l’esegesi classica – Corano 2:34 e 18:50

Il versetto 34 dice:

«E quando dicemmo agli angeli: “Prostratevi davanti ad Adamo”, si prostrarono tutti tranne Iblīs: rifiutò, si insuperbì e fu tra i miscredenti.» (Corano 2:34).

La costruzione presenta un ordine rivolto agli angeli, seguito dalla prostrazione e dall’eccezione di Iblis. Ma Corano 18:50 afferma:

«eccetto Iblīs. Egli era dei jinn e si ribellò al comando del suo Signore.»

La relazione fra i due passi non produsse un’unica spiegazione antica. Al-Ṭabarī sostiene che l’eccezione di 2:34 indica l’inclusione di Iblis fra coloro ai quali era rivolto l’ordine e trasmette tradizioni secondo cui sarebbe appartenuto a una categoria di angeli chiamata jinn. Riporta inoltre una diversa posizione secondo cui Iblis sarebbe invece il progenitore dei jinn come Adamo lo è degli uomini.

Ibn Kathīr conserva anch’egli la tradizione attribuita a Ibn ʿAbbās secondo cui Iblis sarebbe appartenuto a una categoria angelica chiamata jinn, pur utilizzando altrove 18:50 per distinguere la natura di Iblis da quella degli angeli.

Il problema non è quindi un’invenzione moderna basata su una lettura superficiale. Gli stessi esegeti antichi dovettero spiegare come l’eccezione a un ordine rivolto agli angeli dovesse essere coordinata con la successiva affermazione secondo cui Iblis era “uno dei jinn”, e conservarono più soluzioni.

Il tema viene sviluppato anche nella Sura 7 al-Aʿrāf e nella Sura 38 Ṣād.

Iblis conosce Allah ma viene classificato come miscredente perché rifiuta di obbedire

Il finale di 2:34 è teologicamente importante:

«Rifiutò, si insuperbì e fu tra i miscredenti.»

Iblis non è presentato come qualcuno che dubita dell’esistenza di Allah. Riceve direttamente il suo ordine e, nelle altre versioni coraniche della storia, dialoga con la divinità.

Il suo kufr consiste dunque nell’insubordinazione davanti a un’autorità divina che egli conosce. La miscredenza coranica non coincide necessariamente con l’ateismo o con l’incapacità intellettuale di credere che Allah esista: può comprendere il rifiuto di sottomettersi a ciò che viene riconosciuto come suo comando.

Il Giardino, l’albero proibito e la discesa sulla terra – Corano 2:35-36

Allah ordina:

«E dicemmo: “O Adamo, abita tu e tua moglie nel Giardino e mangiatene con abbondanza, ovunque vogliate; ma non avvicinatevi a quest’albero, altrimenti sarete tra gli ingiusti”.» (Corano 2:35).

Il Corano non identifica l’albero. Le numerose identificazioni botaniche appartengono all’esegesi successiva.

La trasgressione produce la conseguenza:

«Ma Satana li fece scivolare via da esso e li fece uscire dalla condizione in cui si trovavano. E dicemmo: “Scendete, nemici gli uni degli altri. Sulla terra avrete dimora e godimento fino a un tempo stabilito”.» (Corano 2:36).

La condizione terrestre dell’uomo viene così inserita in una storia di comando, violazione del limite, intervento satanico ed espulsione dal Giardino. La relazione fondamentale rimane l’obbedienza: Allah stabilisce il confine, il confine viene oltrepassato e la condizione dei protagonisti cambia.

Perfino le parole del pentimento vengono date ad Adamo da Allah – Corano 2:37

Il versetto successivo afferma:

«Poi Adamo ricevette dal suo Signore alcune parole, ed Egli accolse il suo pentimento. In verità Egli è Colui che accoglie il pentimento, il Misericordioso.» (Corano 2:37).

Il Corano non specifica nel versetto quali fossero le parole. Al-Ṭabarī raccoglie diverse tradizioni e ritiene che il collegamento coranicamente più sostenibile sia con la confessione di Corano 7:23:

«Dissero: “Signore nostro, abbiamo fatto torto a noi stessi. Se non ci perdoni e non hai misericordia di noi, saremo certamente fra i perdenti”.»

Al-Ṭabarī descrive esplicitamente Allah come colui che fornisce ad Adamo le parole del pentimento, che Adamo riceve, pronuncia e attraverso le quali viene perdonato.

Perfino il percorso di ritorno dopo la disobbedienza viene quindi fatto dipendere dalla divinità: Allah stabilisce il comando, concede la formula del pentimento e possiede il potere di accettarlo.

La futura guida di Allah divide l’umanità fra salvezza e Fuoco eterno – Corano 2:38-39

Il racconto termina:

«Dicemmo: “Scendete da essa, tutti. Quando vi giungerà da parte Mia una guida, chi seguirà la Mia guida non avrà nulla da temere e non sarà afflitto”.» «“Quanto a coloro che non credono e smentiscono i Nostri segni, essi sono i compagni del Fuoco: vi rimarranno per sempre”.» (Corano 2:38–2:39).

La condizione religiosa futura dell’umanità viene quindi definita attraverso una guida che Allah invierà. Il criterio della divisione è la risposta a quella comunicazione: chi la segue riceve sicurezza; chi non crede e smentisce i segni viene destinato al Fuoco.

La dannazione non viene collegata soltanto a omicidio, sfruttamento, violenza o danni inflitti ad altri uomini. Il rifiuto della rivelazione costituisce esso stesso una causa della permanenza eterna nel Fuoco.

Il testo non presenta quindi le differenti conclusioni religiose come esiti ugualmente legittimi della ricerca umana. Stabilisce anticipatamente una «Mia guida» e assegna salvezza o perdizione sulla base dell’adesione a essa.

Dal Libro “nel quale non c’è dubbio” al Fuoco eterno: la struttura dei primi 39 versetti

L’intero blocco può essere letto come un unico circuito. Corano 2:2 proclama:

«Questo è il Libro, nel quale non c’è dubbio».

Chi accetta ciò che è fatto scendere su Maometto viene classificato fra i guidati. Chi non crede viene collocato fra coloro sui cui cuori Allah pone un sigillo. Gli ipocriti possiedono una malattia e Allah aumenta quella malattia. Quando si fanno beffe dei credenti, Allah si fa beffe di loro. Quando ricevono la parabola, la stessa parabola diventa strumento con cui Allah guida alcuni e svia altri.

Quando l’origine del Libro viene finalmente messa esplicitamente in dubbio, il Corano stabilisce una sfida letteraria ma annuncia preventivamente il risultato: «non lo farete». La frase successiva conduce direttamente al Fuoco preparato per i miscredenti.

La struttura epistemica e quella punitiva sono quindi inseparabili: il testo proclama la propria certezza, definisce positivamente chi l’accetta, interpreta negativamente chi la respinge, propone una prova della propria origine priva di un criterio condiviso e collega infine la mancata fede a una punizione eterna.

Conclusione

I primi trentanove versetti della Sura 2 al-Baqarah stabiliscono già l’architettura che il resto del Corano svilupperà. La rivelazione non entra nel discorso come una fonte che chiede di essere valutata sullo stesso piano delle alternative: comincia dichiarandosi «il Libro nel quale non vi è dubbio» e definendosi guida proveniente dal Signore.

La risposta degli uomini determina immediatamente la loro collocazione. Chi crede nell’invisibile, accetta ciò che è stato fatto scendere su Maometto e possiede certezza dell’Aldilà viene dichiarato guidato. Chi non crede viene descritto come soggetto sul cui cuore e udito Allah ha posto un sigillo. Chi professa esteriormente una fede che non possiede ha una malattia nel cuore, e Allah aumenta quella malattia.

Guida e sviamento non rimangono quindi esclusivamente affidati alla volontà umana. Allah sigilla, aumenta la malattia, porta via la luce, potrebbe togliere udito e vista, prolunga gli ipocriti nella ribellione e dichiara espressamente di utilizzare la propria parabola per «guidare molti» e «sviare molti».

L’esegesi può collocare queste azioni dopo una precedente colpa dell’uomo. Ma questo non cambia il soggetto dei verbi. È Allah a compiere le azioni che rendono più profonda la condizione religiosa per la quale gli uomini verranno successivamente giudicati.

La stessa trasmissione canonica mostra già nei primi dieci versetti che le qirāʾāt possono modificare il contenuto. Corano 2:10 conserva yakdhibūn, «mentivano», e yukadhdhibūn, «smentivano». In una lettura il castigo viene collegato alla falsa professione degli ipocriti; nell’altra al loro negare la verità. La differenza è semantica, non ornamentale.

Corano 2:15 richiede la stessa trasparenza lessicale. Gli ipocriti prendono in giro i credenti e il versetto successivo dice che «Dio si prende gioco di loro». Al-Ṭabarī discute apertamente come attribuire questa azione ad Allah e respinge la soluzione che ne cancellerebbe semplicemente la presenza dal testo. La teologia interpreta il verbo; non lo elimina.

La sfida dell’inimitabilità completa il sistema di autenticazione. L’avversario deve produrre una sura simile, ma il Corano non stabilisce una metrica indipendente attraverso cui determinare la riuscita. La sfida assume inoltre estensioni differenti in altri passi — l’intero Corano, dieci sure, una sura — mentre il giudizio qualitativo resta affidato a un concetto di somiglianza non quantificato.

Prima che il confronto possa produrre un risultato indipendente, il testo dichiara: «non lo farete». Subito dopo compare il Fuoco «il cui combustibile sono gli uomini e le pietre». Il Libro formula la prova, proclama preventivamente l’incapacità dell’avversario e accompagna il mancato riconoscimento con la minaccia dell’Inferno.

Il Paradiso fornisce il polo opposto attraverso immagini altrettanto materiali: giardini, fiumi, frutti e spose purificate. Ibn Kathīr sviluppa quest’ultima espressione attraverso tradizioni che eliminano mestruazioni, gravidanza ed escrezioni corporee. La ricompensa non viene quindi dissolta in una generica esperienza spirituale, ma viene descritta e interpretata attraverso un corpo paradisiaco concretamente trasformato.

La cosmologia di 2:29 mostra lo stesso divario fra il testo antico e le reinterpretazioni moderne. Il Corano parla di sette cieli; Ibn Kathīr li legge come cieli disposti gli uni sopra gli altri e conserva materiale cosmologico premoderno. Identificare successivamente quei cieli con strati atmosferici, dimensioni o altre strutture scientifiche moderne significa introdurre nel versetto categorie che il versetto non contiene.

Il racconto di Adamo mostra infine quanto materiale venga fornito dall’esegesi per completare ciò che il Corano lascia indeterminato. Gli angeli conoscono anticipatamente il futuro spargimento di sangue ma il testo non dice come; i commentatori propongono precedenti jinn, deduzione o informazione divina. Allah insegna «tutti i nomi» ad Adamo senza spiegare quali siano; i tafsir ne ricostruiscono l’estensione. Iblis viene introdotto come eccezione a un ordine rivolto agli angeli, ma 18:50 lo definisce jinn; al-Ṭabarī e altri conservano più modi di coordinare i due dati.

La brevità narrativa del Corano produce quindi una lunga storia di interpretazioni e armonizzazioni proprio nei punti nei quali il testo non specifica ciò che diventerà necessario alla dottrina successiva.

Corano 2:37 porta infine la dipendenza religiosa fino al pentimento: Adamo riceve da Allah le parole attraverso le quali ritorna ad Allah. Il comando, la colpa, la formula del pentimento e il perdono vengono tutti collocati all’interno della sovranità divina.

I versetti 38-39 chiudono il circuito annunciando che Allah invierà la propria guida. Chi la segue sarà salvo; quanto a coloro che «non credono e smentiscono i Nostri segni», essi saranno fra i compagni del Fuoco e «vi rimarranno per sempre».

L’apertura di al-Baqarah costruisce così un sistema chiuso fra autorità, guida e castigo: il Libro dichiara di non contenere dubbio, definisce chi possiede la guida, attribuisce ad Allah il potere di consolidare lo sviamento, proclama la propria inimitabilità e conclude che il rifiuto dei propri segni conduce a una punizione eterna.

La rivelazione diventa contemporaneamente la pretesa da verificare, il criterio con cui vengono classificati gli uomini e la fonte dalla quale apprendiamo quale destino attende chi non accetta la pretesa.

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3 commenti

  1. La condizione di Dio è la sua infinitezza, ma anche la condizione dello Spirito è di infinitezza, perché se non fossimo infiniti in quanto Spiriti, incarnati, saremmo soggetti a morte. Invece come Spiriti siamo eterni e per non essere soggetti a morte dobbiamo avere nella nostra struttura di esistenti il carattere della infinitezza. In questo senso Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza. E’ una somiglianza strutturale: noi siamo simili a lui in quanto infiniti, ma non simili a lui in quanto potenza, perché il nostro infinito è una conquista attraverso l’evoluzione, attraverso la conoscenza e il lavoro. Dio invece è sempre stato così, infinito ed eterno. Dio è già tutto a priori. Noi saremo nel corso dell’evoluzione in un accrescimento di noi stessi infinito. Queste sono le differenze sostanziali tra noi e Dio. Invece la chiesa ha trasmesso una immagine puerile di Dio, c è una immagine molto infantile di Dio, presente nella povera cultura spirituale degli uomini che concepiscono continuamente questo Dio antropomorfico seduto su uno scanno che giudica le anime penitenti che hanno finito di vivere. In questo strisciare delle anime imploranti misericordia e pietà, francamente io non riconosco Dio, ma soltanto le immagini malate degli uomini che vorrebbero ancora continuare a controllare e dominare gli esseri che furono vivi, anche da morti, attraverso sottotribunali che verrebbero affidati alle varie figure intermedie che hanno collaborato con Dio. Non cadete nello stesso errore della chiesa cattolica. L’Islam è fuori da ogni discussione.

    • L’islam è l’ultima delle tante religioni apparse su questa terra da quando l’uomo prese coscienza della limitatezza della propria conoscenza e della paura della morte quindi. Le religioni sono una grande invenzione per esorcizzare la paura più grande dell’uomo, la morte, e per dargli conforto nell’intima convinzione che dopo di lui niente più esiste. Ma poi ditemi, se tutte queste religioni, o fedi, sono verbo del signore creatore, come mai, nella sua immensa bontà, ha creato un mondo dove per sopravvivere le Sue creature tanto amate devono divorarsi l’un l’altre ?? Che dio misericordioso è se permette che il Suo creato compie scempi e nefandezze che contraddicono l’amore con cui sono state create ??

  2. domando scusa se scrivo prima de leggete tutto il commento alle varie sure. Comunque, ritengo difficile qualsiasi dialogo, non si può dialogare con chi, di primo acchito sostiene “io ho ragione, o la mia religione è (non credo lo sia, ma è) la sola vera e tu hai torto, o la tua religione è falsa. Ma detto questo, anche il cristianesimo ha alle spalle secoli in cui riteneva il suo libro sacro dettato da Dio, perciò non giudicato, commentato, ma solo accettato. Ciò ha provocato enormi danni all’umanità credendo di fare la volontà di Dio, non si uccide così volentieri come quando viene fatto in nome di Dio. Capisco che si possa opporre l’obbedienza a Dio (o alla nostra immagine di Dio) alla felicità e vita di uomini e donne.Immagine completamente lontana da quella presentata da Gesù (anche se si rinnega il suo messaggio) in cui è Dio che si fa vicino all’uomo per lenire le sue sofferenze. accoglierlo nella sua miseria, perdonarlo nei suoi errori e ciò non per i merito dell’uomo e donna, ma unicamente per il suo amore verso di loro. Ciò verso tutti e non solo verso i credenti. Se si inizia a condannare i credenti delle altre religioni, a prospettare per loro castighi divini, a dipingerli come blasfemi, miscredenti, passibili dell’ira di Dio ora e nella vita futura, quale meraviglia che i più intransigenti prendano le armi in difesa della purezza del messaggio del Corano e della volontà di Dio? Su questo spero di trovare risposte chiare, non in base a condanne più o meno obbligate, ma come fondamento teologico. Perché confondere critica al Corano, con ricerca di comprenderlo nel contesto in cui si è formato? Paura di trovarvi contraddizioni o di dover dare risposte? O ricorrere alla soluzione più semplice “non ti rispondo, il Corano è quello che è” Spero, nonostante perplessità, di comprendere sia come voi lo leggete, sia quando lo leggo

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