Commento al Corano: Sura 38 Ṣād
La Sura 38 Ṣād costruisce il proprio messaggio attorno all’autorità e alla sottomissione: Allah comanda, i servi fedeli obbediscono e chi respinge la rivelazione viene collocato dalla parte della superbia, della ribellione e del castigo. La sura alterna polemiche contro gli oppositori di Maometto, racconti su Davide, Salomone e Giobbe, descrizioni del Paradiso e dell’Inferno e la ribellione di Iblis.
La Sura 38 Ṣād è tradizionalmente classificata come meccana e prende il nome dalla lettera araba Ṣād (ص), con cui si apre. Appartiene alle cosiddette ḥurūf muqaṭṭaʿāt, le lettere isolate presenti all’inizio di varie sure. Il Corano non ne spiega il significato.
Il resto della sura è molto più netto: gli oppositori vengono accusati di superbia e rifiuto, i profeti precedenti vengono inseriti nella stessa genealogia religiosa di Maometto, l’obbedienza viene premiata e la disobbedienza punita.
Il monoteismo imposto contro gli dèi degli oppositori – Corano 38:1-11
Il Corano mette in scena la reazione degli avversari davanti alla richiesta di abbandonare le proprie divinità:
«Ha ridotto gli dèi a un Dio unico? Questa è davvero una cosa sorprendente!» (Corano 38:5).
La predicazione pretende l’esclusività religiosa di Allah e delegittima gli altri culti.
I notabili invitano quindi a resistere:
«Andatevene e perseverate nei vostri dèi. Questa è certamente una cosa voluta.» (Corano 38:6).
Il versetto successivo registra apertamente l’accusa di invenzione:
«Non abbiamo sentito nulla di simile nell’ultima religione. Questa non è altro che un’invenzione.» (Corano 38:7).
La risposta non consiste nella dimostrazione dell’origine divina del messaggio. Il Corano passa al castigo:
«È stato fatto scendere su di lui il Monito, fra tutti noi? Sono invece in dubbio riguardo al Mio monito; anzi, non hanno ancora gustato il Mio castigo.» (Corano 38:8).
Il dissenso viene moralizzato: chi non accetta il messaggio viene descritto come superbo e dubbioso, mentre la punizione futura dovrebbe dimostrare che aveva torto.
I popoli distrutti come minaccia agli oppositori – Corano 38:12-16
Il Corano richiama Noè, ʿĀd, Faraone, Thamūd, il popolo di Lot e gli abitanti di al-Aykah. Tutti avrebbero rifiutato i rispettivi messaggeri e subito il castigo.
«Tutti costoro non fecero che smentire i messaggeri, e allora si realizzò il Mio castigo.» (Corano 38:14).
Lo schema è ripetitivo: il messaggero annuncia, il popolo rifiuta, Allah punisce e la punizione certifica il messaggero.
Gli oppositori di Maometto vengono inseriti nella stessa categoria. Il passato diventa una minaccia rivolta al presente.
Davide si pente, ma il Corano non dice perché – Corano 38:17-26
Il Corano introduce Davide:
«Sopporta ciò che dicono e ricorda il Nostro servo Davide, forte e sempre rivolto a Noi.» (Corano 38:17).
Montagne e uccelli vengono descritti mentre glorificano Allah insieme a lui. Poi due contendenti irrompono nel suo luogo di preghiera. Uno possiede novantanove pecore, l’altro una sola, e il primo pretende anche quella.
Davide giudica e poi si pente:
«Disse: “Certamente ti ha fatto torto chiedendo la tua pecora per aggiungerla alle sue. Molti soci si fanno torto a vicenda, eccetto coloro che credono e compiono il bene; ma quanto pochi sono!” Davide comprese che lo avevamo messo alla prova, chiese perdono al suo Signore, cadde prostrato e si pentì.» (Corano 38:24).
Il Corano non dice quale colpa abbia commesso Davide. La necessità del pentimento compare senza che il testo ne racconti la causa.
La scena presenta una corrispondenza narrativa evidente con 2 Samuele 12. Nella Bibbia il profeta Natan racconta a Davide la parabola del ricco che possiede molte pecore e sottrae al povero l’unica che possiede. Il significato viene poi dichiarato apertamente: la parabola denuncia il comportamento di Davide nella vicenda di Betsabea e Uria.
Il Corano conserva gli elementi riconoscibili della parabola ma elimina proprio ciò che ne spiegava il significato: Betsabea, Uria e la colpa di Davide.
Ibn Kathīr, commentando Corano 38:24, ricorda le narrazioni degli Isrāʾīliyyāt attorno all’episodio, ma ne contesta l’attendibilità: dichiara che sulla storia non è stato trasmesso da Maometto un racconto accettabile e giudica debole la catena della tradizione che menziona. Preferisce quindi limitare il racconto e rimetterne la conoscenza ad Allah.
Il confronto con 2 Samuele 12 evidenzia una corrispondenza narrativa; non dimostra che Ibn Kathīr accetti come autentica la vicenda di Betsabea e Uria. Il Corano lascia implicita la colpa di Davide, mentre le tradizioni esegetiche cercano di ricostruirne il retroterra senza concordare sull’attendibilità dei racconti. L’allusività del testo e la discussione sulla validità delle integrazioni appartengono a due livelli distinti dell’analisi.
Davide governante: la legge viene da Allah – Corano 38:26
Dopo il pentimento Allah dichiara:
«O Davide, abbiamo fatto di te un vicario sulla terra. Giudica dunque tra gli uomini secondo verità e non seguire la passione, che ti svierebbe dal sentiero di Allah. In verità, coloro che si sviano dal sentiero di Allah avranno un duro castigo per aver dimenticato il Giorno del Rendiconto.» (Corano 38:26).
Davide è contemporaneamente servo di Allah, governante e giudice. La sua autorità deriva da Dio e il suo compito è amministrare la giustizia secondo la verità divina.
Religione, legge e governo non vengono separati: il potere legittimo è subordinato alla volontà di Allah.
La creazione non è vana perché lo dichiara il Corano – Corano 38:27-29
Il testo proclama:
«Non abbiamo creato il cielo e la terra e ciò che vi è fra essi invano. Questa è l’opinione di coloro che non credono. Guai dunque a coloro che non credono per il Fuoco!» (Corano 38:27).
Il Corano non dimostra che la creazione possieda lo scopo teologico che le attribuisce: lo afferma e associa la tesi contraria all’incredulità e al Fuoco.
Poco dopo certifica anche la propria origine:
«È un Libro benedetto che abbiamo fatto scendere su di te affinché meditino sui suoi versetti e affinché ne traggano ammonimento coloro che hanno intelletto.» (Corano 38:29).
Il Libro dichiara di essere benedetto perché Allah lo avrebbe fatto scendere e la prova dell’affermazione è contenuta nello stesso Libro. La rivelazione certifica la rivelazione.
Salomone e l’oscuro episodio dei cavalli – Corano 38:30-33
Il racconto passa a Salomone:
«A Davide demmo Salomone. Quale eccellente servo! Egli era sempre rivolto a Noi.» (Corano 38:30).
Seguono pochi versetti sui cavalli. Salomone contempla gli animali fino a quando scompaiono alla vista e poi ordina che gli vengano ricondotti:
«Riportatemeli! E cominciò a passar la mano sulle zampe e sui colli.» (Corano 38:33).
Il testo non chiarisce che cosa sia realmente accaduto né quale sia il rapporto fra i cavalli, il ricordo del Signore e il gesto finale. L’esegesi ha dovuto discutere perfino se Salomone stesse accarezzando gli animali o colpendoli.
L’oscurità non nasce da un dettaglio secondario: riguarda l’azione centrale dell’episodio.
Il «corpo» sul trono che il Corano non identifica – Corano 38:34
Il versetto successivo è ancora più enigmatico:
«Certamente mettemmo alla prova Salomone e ponemmo sul suo trono un corpo; poi egli tornò pentito.» (Corano 38:34).
Il termine è jasad: un «corpo». Il Corano non identifica questo corpo, non dice da dove provenga e non spiega perché la sua presenza sul trono costituisca una prova per Salomone.
È il tafsir a fornire il racconto che manca. Il Tafsīr al-Jalālayn a Corano 38:34 collega il jasad a una figura demoniaca che avrebbe occupato il trono di Salomone.
Il Corano dice soltanto che un «corpo» venne posto sul trono. Il demone appartiene al tafsir.
Il versetto è incompleto come racconto e richiede materiale esegetico esterno per acquistare una trama.
Salomone domina il vento e i demoni – Corano 38:35-40
Salomone chiede:
«Signore mio, perdonami e concedimi un regno che nessuno dopo di me potrà avere.» (Corano 38:35).
Allah gli concede un potere soprannaturale:
«Gli sottomettemmo allora il vento, che scorreva docile al suo comando ovunque egli volesse, e i demoni, ogni costruttore e tuffatore, e altri legati in catene.» (Corano 38:36-38).
Qui il soprannaturale appartiene direttamente al Corano, non al tafsir.
Il vento obbedisce a Salomone. I demoni lavorano come costruttori e sommozzatori. Altri demoni vengono incatenati.
Il Salomone coranico esercita quindi un dominio materiale su forze naturali ed esseri soprannaturali perché Allah glieli ha assoggettati.
Giobbe: il Corano ordina il colpo, il tafsir introduce la moglie – Corano 38:41-44
Il Corano passa a Giobbe:
«Ricorda il Nostro servo Giobbe, quando chiamò il suo Signore: “Satana mi ha colpito con sofferenza e tormento”.» (Corano 38:41).
Dopo la guarigione compare un ordine:
«Prendi nella tua mano un fascio, colpisci con esso e non violare il giuramento.» (Corano 38:44).
Il Corano ordina di colpire, ma non dice chi debba essere colpito e non parla di cento frustate.
È l’esegesi islamica a fornire la storia mancante. Ibn Kathīr, commentando Corano 38:44, identifica nella moglie il destinatario del colpo e collega l’ordine a un precedente giuramento di Giobbe.
Il Corano lascia dunque inspiegati sia il destinatario sia la causa del colpo. Il tafsir introduce la moglie, il giuramento di percuoterla e l’espediente del fascio.
La soluzione esegetica non annulla il giuramento violento: escogita un modo per considerarlo adempiuto senza eseguirne materialmente tutti i colpi.
I profeti precedenti trasformati in servi della stessa rivelazione – Corano 38:45-48
Il Corano riunisce Abramo, Isacco, Giacobbe, Ismaele, Eliseo e Dhul-Kifl nella propria genealogia religiosa:
«Ricorda i Nostri servi Abramo, Isacco e Giacobbe, uomini forti e lungimiranti.» (Corano 38:45).
Figure appartenenti a tradizioni molto anteriori a Maometto vengono presentate come «Nostri servi» e incorporate nella medesima storia della rivelazione proclamata dal Corano.
Il passato religioso viene reinterpretato retrospettivamente come anticipazione dell’Islam.
Paradiso: giardini, bevande e compagne – Corano 38:49-54
Ai timorati viene promesso:
«Per i timorati vi sarà certamente una buona destinazione: Giardini di Eden le cui porte saranno aperte per loro.» (Corano 38:49-50).
Il testo continua:
«Adagiati in essi, chiederanno frutti abbondanti e bevande. Presso di loro vi saranno compagne dallo sguardo casto e della stessa età.» (Corano 38:51-52).
Il Paradiso è descritto in termini concretamente materiali: giardini, riposo, frutti, bevande e compagne.
È lo stesso quadro incontrato nella Sura 37 aṣ-Ṣāffāt, dove i beati ricevono vino senza ebbrezza e compagne «come uova ben custodite».
Inferno: fuoco, acqua bollente e maledizioni – Corano 38:55-64
Ai ribelli spetta invece:
«Per i ribelli vi sarà certamente una cattiva destinazione: l’Inferno, nel quale bruceranno.» (Corano 38:55-56).
Il testo aggiunge acqua bollente, liquidi ripugnanti e recriminazioni reciproche tra i dannati.
Paradiso e Inferno traducono quindi l’obbedienza e il rifiuto in premio e castigo corporei: piacere e sicurezza per gli uni, dolore e umiliazione per gli altri.
Maometto e il Supremo Consesso: la rivelazione prova se stessa – Corano 38:65-70
Maometto riceve l’ordine di dichiarare:
«Io non sono che un ammonitore. Non vi è altra divinità che Allah, l’Unico, il Dominatore.» (Corano 38:65).
Poi afferma:
«Non avevo alcuna conoscenza del Supremo Consesso quando discutevano.» (Corano 38:69).
La stessa assemblea celeste compare nella Sura 37 aṣ-Ṣāffāt, dove i demoni cercano di origliarne le comunicazioni.
Maometto conoscerebbe una scena celeste invisibile perché Allah gliela rivela. Sappiamo che Allah gliela rivela perché lo dichiara il Corano proclamato da Maometto. La pretesa viene utilizzata come prova di se stessa.
Iblis conosce Allah ma viene condannato perché disobbedisce – Corano 38:71-78
Allah annuncia agli angeli:
«Creerò un essere umano dall’argilla. Quando lo avrò formato e avrò insufflato in lui del Mio spirito, cadete prostrati davanti a lui.» (Corano 38:71-72).
Gli angeli obbediscono. Iblis rifiuta.
La sua giustificazione è:
«Sono migliore di lui: hai creato me dal fuoco e hai creato lui dall’argilla.» (Corano 38:76).
Iblis non è ateo. Conosce Allah, gli parla e ne riconosce l’esistenza. Viene condannato perché disobbedisce.
Il racconto mette quindi al centro non la semplice credenza in Allah, ma la sottomissione al suo comando.
La sua colpa consiste nel ritenere il proprio giudizio superiore all’ordine ricevuto: fuoco contro argilla, ragionamento proprio contro comando divino.
Allah concede a Iblis il tempo per sviare gli uomini – Corano 38:79-85
Iblis chiede:
«Concedimi una dilazione fino al giorno in cui saranno risuscitati.» (Corano 38:79).
Allah gliela concede:
«Tu sei tra coloro cui è concessa dilazione fino al Giorno del tempo stabilito.» (Corano 38:80-81).
Iblis annuncia allora:
«Per la Tua potenza, certamente li svierò tutti, eccetto i Tuoi servi sinceri tra loro.» (Corano 38:82-83).
Allah risponde:
«Riempirò certamente l’Inferno di te e di tutti quelli di loro che ti seguiranno.» (Corano 38:85).
Allah non elimina Iblis dopo la ribellione. Gli concede invece il tempo richiesto per tentare e sviare gli uomini fino alla resurrezione e annuncia contemporaneamente che riempirà l’Inferno di lui e dei suoi seguaci.
Il problema del rapporto fra sovranità divina, tentazione e responsabilità umana è prodotto dal racconto stesso.
La verifica del messaggio viene rinviata al futuro – Corano 38:86-88
La sura termina:
«Esso non è che un ammonimento per i mondi. E certamente ne conoscerete la notizia dopo un certo tempo.» (Corano 38:87-88).
La verifica definitiva viene rinviata a un futuro che il destinatario non può controllare: sarà proprio l’evento annunciato dal Corano a dimostrare che il Corano aveva ragione.
La profezia diventa così anche la propria futura prova.
Conclusione
La Sura 38 Ṣād ruota attorno a un principio dominante: obbedire all’autorità di Allah.
Gli oppositori di Maometto vengono descritti come superbi e dubbiosi. I popoli precedenti vengono presentati come distrutti per avere respinto i messaggeri. Davide riceve da Allah il potere di giudicare. Salomone domina vento e demoni. Giobbe viene lodato come servo paziente. Iblis viene maledetto perché rifiuta un ordine.
Il servo giusto è colui che si sottomette.
Anche le tradizioni precedenti vengono ricollocate dentro questa struttura. La scena di Davide conserva la pecora e il pentimento ma elimina Betsabea, Uria e la spiegazione della colpa. Il «corpo» posto sul trono di Salomone non viene identificato dal Corano e deve essere spiegato dal tafsir. Corano 38:44 ordina a Giobbe di colpire con un fascio ma non nomina la moglie: è l’esegesi a introdurre il giuramento contro di lei e la soluzione rituale per considerarlo adempiuto.
Distinguere Corano e tafsir non attenua questi problemi. Li rende più evidenti: numerosi dettagli che oggi vengono presentati come parti del racconto coranico non sono nel Corano e sono stati aggiunti dall’esegesi per completare episodi lasciati oscuri.
La sura è inoltre attraversata da un soprannaturale concreto. Montagne e uccelli glorificano Allah insieme a Davide. Il vento obbedisce a Salomone. I demoni lavorano, si immergono e vengono incatenati. Il Supremo Consesso discute nel cielo. Iblis dialoga con Allah e riceve il tempo necessario per tentare gli uomini fino alla resurrezione.
Paradiso e Inferno trasformano poi l’obbedienza e il rifiuto in premio e castigo corporei: giardini, bevande e compagne per gli uni; fuoco, liquidi bollenti e umiliazione per gli altri.
Persino il dissenso viene definito dall’interno del sistema. Il Corano riferisce le obiezioni degli oppositori ma li classifica contemporaneamente come superbi, dubbiosi e destinati a sperimentare il castigo che dovrebbe provare la verità della rivelazione.
La Sura 38 non dimostra dall’esterno l’autorità che rivendica: la proclama.
Allah certifica il Corano. Il Corano certifica Maometto. Maometto proclama il Corano. I profeti precedenti vengono reinterpretati come conferma della nuova rivelazione. Chi la rifiuta viene classificato dalla stessa rivelazione come superbo o ribelle. La verifica definitiva viene infine rinviata al futuro annunciato dal Corano stesso.
Il sistema possiede così al proprio interno la spiegazione di ogni esito: chi crede conferma il messaggio; chi non crede conferma la diagnosi coranica della superbia e della ribellione; il giudizio futuro dovrebbe infine confermare entrambe.
La rivelazione diventa contemporaneamente pretesa, prova e giudice della propria pretesa.





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