Commento al Corano: Sura 47 Muḥammad, “Maometto”
La Sura 47 Muḥammad è una sura medinese di 38 versetti ed è conosciuta nella tradizione anche come al-Qitāl, “Il combattimento”. Il secondo nome non è ornamentale: il capitolo ruota attorno allo scontro con i non credenti, alla disciplina militare, alla sorte dei prigionieri, alla ricompensa di chi viene ucciso “sulla via di Allah”, alla condanna di chi esita davanti al combattimento e al divieto di chiedere pace quando i musulmani si trovano in posizione di superiorità.
Il nome “Muḥammad” deriva dal versetto 2, una delle sole quattro occorrenze del nome Muḥammad nel Corano. Qui la figura del messaggero è ormai inserita in una comunità organizzata che combatte, prende prigionieri, distingue i fedeli dagli ipocriti e pretende obbedienza non soltanto ad Allah ma anche al suo Inviato.
Rispetto a molte sure meccane, il cambiamento di scenario è evidente. Non siamo davanti soltanto a minacce escatologiche rivolte agli oppositori. La violenza non è più confinata al castigo che Allah infliggerà nell’Aldilà o ai popoli del passato: entra direttamente nelle istruzioni rivolte alla comunità musulmana.
Credere rende valide le opere, non credere le rende vane – Corano 47:1-3
La sura si apre con una separazione radicale:
“Coloro che non credono e ostacolano la via di Allah, Egli renderà vane le loro opere.” (Corano 47:1).
Subito dopo:
“Quanto a coloro che credono, compiono opere buone e credono in ciò che è stato fatto scendere su Muḥammad — ed è la verità proveniente dal loro Signore — Egli cancellerà le loro cattive azioni e migliorerà la loro condizione.” (Corano 47:2).
Il versetto 3 fornisce la spiegazione:
“Ciò perché coloro che non credono seguono il falso, mentre coloro che credono seguono la verità proveniente dal loro Signore.” (Corano 47:3).
La divisione morale viene così subordinata alla divisione religiosa. Il testo non dice semplicemente che alcune opere sono cattive e altre buone: dichiara che Allah rende vane le opere di chi non crede e migliora la condizione di chi accetta ciò che è stato “fatto scendere su Muḥammad”.
Ibn Kathīr interpreta esplicitamente 47:1 nel senso che le azioni dei miscredenti diventano vane e prive di ricompensa. Il criterio decisivo non è quindi soltanto ciò che una persona fa, ma il suo rapporto con la fede proclamata dal testo.
“Colpite i colli”: la guerra entra direttamente nel comando – Corano 47:4
Il quarto versetto è il passaggio più famoso della sura:
“Quando dunque incontrate coloro che non credono [in combattimento], colpite i colli, finché non li abbiate completamente sopraffatti; allora stringete saldamente i legami. Poi, in seguito, o liberazione gratuita o riscatto, finché la guerra deponga i suoi pesi.” (Corano 47:4).
L’espressione araba fa-ḍarba al-riqāb è concreta: “colpire i colli”. Il contesto è quello del combattimento e proprio per questo non c’è alcun motivo per trasformare la frase in una metafora innocua: il comando riguarda l’uccisione del nemico in guerra.
Ibn Kathīr la interpreta senza esitazioni come istruzione per il combattimento: quando i musulmani affrontano i nemici devono abbatterli con le spade fino ad averli sopraffatti; soltanto dopo viene il momento di legare i prigionieri.
La sequenza è significativa:
prima il combattimento deve essere reso devastante, poi si prendono e si legano i prigionieri, quindi essi possono essere liberati gratuitamente oppure riscattati.
Il versetto continua spiegando perché Allah non elimini direttamente i nemici:
“Se Allah avesse voluto, si sarebbe vendicato di loro, ma [ha disposto così] per mettere alla prova alcuni di voi per mezzo di altri.”
La guerra viene così inserita dentro un disegno divino: Allah potrebbe sconfiggere direttamente i non credenti, ma sceglie di far combattere gli uomini gli uni contro gli altri come prova.
Il tema non compare isolatamente. In Sura 8 al-Anfāl abbiamo già incontrato un ambiente nel quale guerra, bottino, prigionieri e intervento divino sono strettamente intrecciati.
Morire “sulla via di Allah” apre direttamente il Paradiso – Corano 47:4-6
La seconda metà del versetto 4 passa immediatamente dalla guerra alla ricompensa:
“Quanto a coloro che vengono uccisi sulla via di Allah, Egli non renderà vane le loro opere.”
Seguono due promesse:
“Li guiderà, migliorerà la loro condizione e li farà entrare nel Paradiso che ha fatto loro conoscere.” (Corano 47:5-6).
La morte in combattimento per la causa di Allah viene dunque collocata in una struttura di ricompensa religiosa immediatamente comprensibile: si combatte, si può essere uccisi e il testo assicura che la morte non annullerà le opere ma condurrà al Paradiso.
Questa dimensione non è un’aggiunta ideologica moderna. È già presente nel testo che definisce il combattimento e la morte “sulla via di Allah” come elementi religiosamente premiati.
Allah combatte dalla parte dei credenti – Corano 47:7-13
Ai credenti viene promessa assistenza:
“O voi che credete, se soccorrete Allah, Egli vi soccorrerà e renderà saldi i vostri passi.” (Corano 47:7).
Ai non credenti viene invece annunciato:
“Quanto a coloro che non credono, rovina su di loro! Egli renderà vane le loro opere.” (Corano 47:8).
La ragione è nuovamente religiosa: essi avrebbero detestato ciò che Allah ha fatto scendere.
Il testo invita poi a osservare la sorte dei popoli precedenti:
“Non hanno forse viaggiato sulla terra e visto quale fu la fine di quelli che li precedettero? Allah li distrusse; e per i non credenti vi sarà qualcosa di simile.” (Corano 47:10).
Segue una frase particolarmente netta:
“Ciò perché Allah è il protettore di coloro che credono, mentre i non credenti non hanno alcun protettore.” (Corano 47:11).
Il mondo viene descritto come uno scontro nel quale la divinità prende esplicitamente partito. I credenti hanno Allah come patrono; gli altri no. Il passato viene letto attraverso la stessa lente: le popolazioni distrutte diventano precedenti del destino che attende chi rifiuta il nuovo messaggio.
Il versetto 13 rende l’allusione personale:
“Quante città, più forti della tua città che ti ha espulso, abbiamo distrutto, e non ebbero alcun soccorritore.” (Corano 47:13).
Ibn Kathīr a Corano 47:13 identifica la città che ha espulso Maometto con la Mecca. La minaccia ai suoi oppositori viene quindi formulata attraverso città precedenti che Allah avrebbe annientato.
I non credenti “mangiano come il bestiame” – Corano 47:12-15
Il contrasto prosegue:
“Coloro che non credono godono e mangiano come mangia il bestiame, e il Fuoco sarà la loro dimora.” (Corano 47:12).
Non è una semplice distinzione teologica. Il testo utilizza una comparazione degradante: chi non crede viene accostato agli animali che consumano il proprio nutrimento senza comprendere il destino che li attende.
Il versetto 15 contrappone a questa sorte il Paradiso:
“In esso vi sono fiumi d’acqua che non si altera, fiumi di latte il cui sapore non cambia, fiumi di vino delizioso per chi beve e fiumi di miele purificato.” (Corano 47:15).
Dall’altra parte:
“[Sono forse come] colui che rimane per sempre nel Fuoco e viene abbeverato con acqua bollente che gli lacera le viscere?”
La pedagogia è elementare e potentissima: obbedienza, giardini, vino, latte e miele; rifiuto, fuoco e intestini devastati dall’acqua bollente.
Chi ascolta Maometto ma non comprende ha il cuore sigillato – Corano 47:16-18
La sura passa agli ipocriti:
“Fra loro vi sono quelli che ti ascoltano; poi, quando escono da presso di te, dicono a coloro ai quali è stata data la conoscenza: ‘Che cosa ha detto poco fa?’ Questi sono coloro sui cui cuori Allah ha posto un sigillo e che seguono le proprie passioni.” (Corano 47:16).
La struttura è ricorrente nel Corano. Se l’interlocutore non comprende o non aderisce, il problema non viene lasciato aperto come possibile insufficienza dell’argomento o della comunicazione: il testo attribuisce il fallimento al cuore sigillato e alle passioni dell’ascoltatore.
Al contrario, chi accetta la guida riceve ancora più guida.
Maometto deve chiedere perdono “per il tuo peccato” – Corano 47:19
Il versetto 19 contiene una frase interessante, soprattutto alla luce della successiva Sura 48:
“Sappi dunque che non vi è divinità se non Allah e chiedi perdono per il tuo peccato e per i credenti e le credenti.” (Corano 47:19).
L’arabo usa li-dhanbika: “per il tuo peccato/colpa”. Non occorre attenuarlo trasformandolo automaticamente in una generica “imperfezione”.
Il testo ordina a Maometto di chiedere perdono per la propria colpa. Nella sura successiva incontreremo poi una formulazione ancora più esplicita, secondo la quale Allah gli avrebbe perdonato le colpe passate e future (48:2).
Il testo coranico non presenta qui Maometto come privo di colpa: gli ordina esplicitamente di chiedere perdono “per il tuo peccato”. Le successive costruzioni devozionali sull’impeccabilità devono quindi confrontarsi con una formulazione coranica che attribuisce direttamente a Maometto una colpa per la quale chiedere perdono.
Quando il combattimento viene ordinato, gli esitanti guardano Maometto come chi sta per morire – Corano 47:20-21
Il versetto 20 rende esplicito il tema dominante:
“Coloro che credono dicono: ‘Perché non viene fatta scendere una sura?’. Ma quando viene fatta scendere una sura decisiva e in essa viene menzionato il combattimento, vedi coloro che hanno una malattia nel cuore guardarti con lo sguardo di chi sviene davanti alla morte.” (Corano 47:20).
Ibn Kathīr interpreta il passo in modo molto chiaro: i credenti avevano desiderato che il jihad venisse prescritto, ma quando Allah lo impose molti arretrarono per paura, terrore e codardia davanti all’incontro con il nemico.
Non stiamo parlando di un generico “sforzo spirituale”. Il versetto nomina al-qitāl, il combattimento, e l’esegesi lo collega alla paura concreta di affrontare il nemico e morire.
La sincerità religiosa viene quindi misurata anche sulla disponibilità a combattere.
Rifiutare il combattimento diventa “malattia nel cuore” – Corano 47:20-23
Il passaggio è particolarmente rivelatore perché trasforma una comprensibile paura umana in un problema morale e religioso.
Il versetto 21 afferma che per costoro sarebbero migliori obbedienza e parole corrette; quando la decisione è presa, dovrebbero essere sinceri con Allah.
Poi arriva la maledizione:
“Questi sono coloro che Allah ha maledetto, rendendoli sordi e accecando i loro occhi.” (Corano 47:23).
La comunità medinese viene così disciplinata anche psicologicamente: davanti alla guerra, l’esitazione non è presentata semplicemente come paura; diventa indizio di una malattia interiore, mancanza di sincerità e possibile ipocrisia.
Questo aiuta a comprendere perché la guerra occupi nel primo Islam una posizione che non può essere ridotta a incidente esterno alla religione. Il combattimento entra nella definizione stessa della fedeltà.
“Hanno forse lucchetti sui cuori?” – Corano 47:24-28
Il versetto 24 domanda:
“Non riflettono dunque sul Corano? Oppure vi sono lucchetti sui loro cuori?” (Corano 47:24).
Ibn Kathīr interpreta i “lucchetti” come chiusure che impediscono ai significati del Corano di raggiungere alcuni cuori.
Il dissenso viene ancora una volta spiegato dall’interno del sistema: se rifletti correttamente, arrivi alla verità del Corano; se non vi arrivi, il tuo cuore è chiuso.
Il versetto 25 aggiunge Satana:
“Coloro che tornano indietro dopo che la guida è divenuta loro chiara, Satana li ha sedotti e ha prolungato per loro le speranze.” (Corano 47:25).
E al momento della morte:
“Come sarà quando gli angeli prenderanno le loro anime colpendoli sul volto e sulla schiena?” (Corano 47:27).
La violenza militare contro il nemico e la violenza escatologica contro il dissidente convivono quindi nello stesso capitolo.
Allah farà emergere l’odio nascosto – Corano 47:29-30
Il Corano torna agli ipocriti:
“Coloro che hanno una malattia nel cuore pensano forse che Allah non farà emergere i loro rancori?” (Corano 47:29).
A Maometto viene detto che potrebbe riconoscerli dai loro tratti e dal modo di parlare.
La comunità viene così descritta come attraversata da una diffidenza permanente verso chi esteriormente appartiene al gruppo ma interiormente potrebbe non essere sufficientemente fedele.
Il dissenso non è soltanto esterno: può nascondersi dentro la comunità e deve essere smascherato.
“Vi metteremo alla prova finché conosceremo chi combatte” – Corano 47:31
Il versetto 31 presenta un altro problema interessante:
“Certamente vi metteremo alla prova finché conosceremo quelli di voi che combattono e perseverano, e metteremo alla prova le vostre notizie.” (Corano 47:31).
Il testo dice letteralmente ḥattā naʿlama, “finché sappiamo/conosciamo”. Se Allah è onnisciente, perché deve mettere alla prova gli uomini “finché conosca” chi combatte e chi resiste?
L’esegesi classica avverte il problema. Ibn Kathīr precisa che non si tratterebbe di acquisire una conoscenza prima assente: Allah conoscerebbe già gli eventi; il senso sarebbe “finché ne conosciamo l’accadimento”, oppure, secondo una spiegazione attribuita a Ibn ʿAbbās, “finché vediamo”.
È una tipica correzione esegetica richiesta dalla teologia dell’onniscienza. La frase coranica, presa nella sua forma immediata, parla di una prova effettuata “finché conosciamo”; il tafsir deve specificare quale tipo di “conoscenza” sia compatibile con un Dio che dovrebbe sapere già tutto.
Ancora una volta, ciò che viene utilizzato come prova distintiva è il combattimento: vengono fatti emergere “i combattenti fra voi e i perseveranti”.
Obbedire ad Allah significa obbedire anche al Messaggero – Corano 47:32-34
Il versetto 32 unisce incredulità, opposizione alla via di Allah e separazione dal Messaggero:
“Coloro che non credono, ostacolano la via di Allah e si oppongono al Messaggero dopo che la guida è divenuta loro chiara non potranno nuocere ad Allah in nulla, ed Egli renderà vane le loro opere.” (Corano 47:32).
Segue il comando ai credenti:
“O voi che credete, obbedite ad Allah e obbedite al Messaggero e non rendete vane le vostre opere.” (Corano 47:33).
L’autorità religiosa di Allah e l’autorità concreta di Maometto vengono così accostate nella stessa formula di obbedienza.
Nel contesto medinese questo significa che l’uomo che guida la comunità, dirige la guerra e stabilisce decisioni politiche è contemporaneamente il Messaggero al quale il credente deve obbedire.
Il versetto 34 chiude ogni possibilità di perdono per chi muore fuori dalla fede:
“In verità, coloro che non credono, ostacolano la via di Allah e poi muoiono da non credenti, Allah non li perdonerà.” (Corano 47:34).
“Non chiedete pace quando siete superiori” – Corano 47:35
Il versetto 35 è uno dei più importanti dell’intera sura:
“Non indebolitevi e non chiamate alla pace mentre siete superiori. Allah è con voi e non diminuirà [la ricompensa del]le vostre opere.” (Corano 47:35).
La formulazione non dice semplicemente “difendetevi se attaccati”. Dice di non invocare la pace quando si possiede il vantaggio.
Ibn Kathīr spiega che i musulmani non devono mostrarsi deboli né chiedere tregua e cessazione dei combattimenti quando sono forti, numerosi e superiori al nemico. Subito dopo aggiunge però una precisazione importante: se i non musulmani sono più forti e il governante musulmano ritiene vantaggiosa una tregua, può concluderla, come fece Maometto a Hudaybiyya.
La pace, in questa lettura classica, non appare come un principio assoluto da perseguire indipendentemente dai rapporti di forza. La tregua può diventare uno strumento opportuno quando il nemico è troppo forte; quando invece i musulmani sono superiori, il versetto ordina di non chiederla.
È precisamente il problema approfondito nell’articolo La hudna di Maometto: la “pace” islamica come tregua.
Nel testo coranico e nell’esegesi classica, pace e tregua vengono quindi valutate anche in funzione della forza relativa delle parti.
La vita è gioco; i beni devono servire la causa – Corano 47:36-38
La sura termina svalutando la vita terrena:
“La vita di questo mondo non è che gioco e distrazione.” (Corano 47:36).
Poi arriva la questione economica:
“Ecco, siete voi quelli chiamati a spendere nella via di Allah; ma fra voi vi è chi è avaro.” (Corano 47:38).
L’avaro danneggerebbe soltanto se stesso, perché Allah non avrebbe bisogno degli uomini.
La conclusione contiene anche una minaccia alla stessa comunità musulmana:
“Se volgete le spalle, Egli vi sostituirà con un altro popolo, e questi non saranno come voi.”
L’obbedienza richiesta è quindi completa: fede, combattimento, fedeltà al Messaggero e disponibilità economica. Persino i credenti restano sostituibili se non soddisfano le esigenze della causa.
Conclusione
- Sura 47 espone apertamente la dimensione militare del Corano. Il suo secondo nome tradizionale, al-Qitāl, “Il combattimento”, descrive bene il contenuto: colpire i colli in battaglia, prendere prigionieri, premiare chi viene ucciso sulla via di Allah e distinguere i sinceri dagli ipocriti attraverso la disponibilità a combattere.
- Corano 47:4 appartiene a un contesto di guerra, ma proprio per questo non può essere trasformato in una metafora spirituale. Ibn Kathīr lo interpreta come istruzione concreta a colpire il nemico con le spade fino a sopraffarlo, quindi legare i prigionieri e decidere fra liberazione e riscatto.
- Il dissenso viene sistematicamente delegittimato dall’interno. Chi non comprende ha il cuore sigillato; chi torna indietro è sedotto da Satana; chi teme il combattimento ha una “malattia nel cuore”; chi muore incredulo non sarà perdonato.
- Maometto non appare soltanto come predicatore. L’obbedienza ad Allah viene affiancata all’obbedienza al Messaggero proprio dentro un capitolo che disciplina guerra, fedeltà e comportamento della comunità.
- Corano 47:19 ordina a Maometto di chiedere perdono “per il tuo peccato”. È un dato testuale che mal si accorda con le rappresentazioni devozionali che tendono a rendere la sua figura moralmente inattaccabile fin dall’origine.
- Corano 47:31 afferma che Allah mette alla prova la comunità “finché conosceremo” chi combatte e persevera. L’esegesi deve precisare che non si tratta dell’acquisizione di un’informazione nuova, ma della manifestazione nel tempo di qualcosa che Allah conoscerebbe già.
- Corano 47:35 lega esplicitamente la pace ai rapporti di forza. Non bisogna chiederla quando si è superiori; Ibn Kathīr consente invece una tregua quando l’avversario è più forte e il governante musulmano vi vede un interesse, richiamando l’esempio di Hudaybiyya.
La Sura 47 mostra quindi un Islam ormai lontano dalla sola predicazione meccana: una comunità politica e militare nella quale la fede viene tradotta in disciplina, obbedienza, guerra e disponibilità al sacrificio.
Il passaggio decisivo non è soltanto il celebre “colpite i colli”. È l’insieme del capitolo: la disponibilità al combattimento diventa prova della sincerità religiosa, il rifiuto viene diagnosticato come malattia del cuore, Allah promette di stare dalla parte dei credenti, i caduti ricevono il Paradiso e la pace non deve essere cercata quando il rapporto di forza è favorevole.
Ridurre tutto questo a un Islam originariamente pacifico al quale la guerra sarebbe stata imposta soltanto dall’esterno richiede di ignorare proprio ciò che il testo medinese dice con maggiore chiarezza.





Bloggando il Corano: Sura 60 al-Mumtahanah, “L’esaminata”