Bloggando il Corano: Sura 2 al-Baqara, “La Vacca”, versetti 75-140

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Bloggando il Corano: Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 75-140

Commento al Corano: Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 75-140

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Il commento al Corano della Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 75-140 attraversa uno dei blocchi più apertamente polemici della sura contro i Figli d’Israele e la Gente del Libro. Dopo la requisitoria dei versetti 40-74 della Sura 2, il Corano accusa gruppi ebraici di alterare consapevolmente la parola di Allah, fabbricare scritti religiosi attribuendoli a Dio, occultare ciò che saprebbero di Maometto, violare i patti, accettare soltanto parti della Scrittura, respingere e uccidere profeti, opporsi a Gabriele e seguire insegnamenti magici.

La seconda metà del blocco compie un’operazione ancora più radicale. Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, Mosè e Gesù vengono incorporati in una genealogia religiosa costruita dal Corano per culminare nella rivelazione islamica. Abramo e Ismaele vengono collocati alla Kaʿba, fatti pregare per una futura comunità di muslimūn e per l’arrivo di un messaggero che l’esegesi identifica con Maometto. Gli autentici lettori delle Scritture precedenti diventano, nei grandi tafsir, precisamente coloro che riconoscono il nuovo profeta.

Il circuito è costruito in modo da neutralizzare la testimonianza contraria della Gente del Libro: il Corano dichiara di confermare la Torah; l’esegesi sostiene che la Torah annuncia Maometto; il lettore autentico della Torah viene definito come colui che arriva a Maometto; quando i possessori della Torah negano che il loro testo conduca a questa conclusione, il Corano li accusa di alterazione, occultamento, invidia, ignoranza o rifiuto consapevole.

“la alterava consapevolmente, dopo averla compresa” – Corano 2:75

Il blocco comincia:

«Sperate dunque che credano a voi, quando un gruppo di loro ascoltava la parola di Dio e poi la alterava consapevolmente, dopo averla compresa?» (Corano 2:75).

Il verbo yuḥarrifūnahu appartiene alla radice ḥ-r-f e indica il deviare, spostare o alterare qualcosa rispetto alla sua forma, posizione o significato corretto. La parte più importante del versetto è però l’accusa di intenzionalità: gli uomini descritti avrebbero prima compreso la parola e l’avrebbero poi alterata sapendo ciò che facevano.

Al-Ṭabarī a Corano 2:75 conserva più interpretazioni ma dichiara preferibile una ricostruzione particolare: il passo riguarderebbe un gruppo degli antichi israeliti che avrebbe ascoltato direttamente la parola di Allah nell’ambiente mosaico e l’avrebbe poi modificata consapevolmente. Il commentatore aggiunge che i discendenti contemporanei di Maometto sarebbero ancora più inclini a deformare ciò che possiedono nei propri libri, compresa la descrizione del nuovo profeta.

Ibn Kathīr conserva analogamente materiale che riguarda sia la deformazione del significato sia l’alterazione di ciò che la Torah avrebbe detto di Maometto.

Corano 2:75 contiene quindi una vera accusa di taḥrīf, ma non documenta da solo la sostituzione integrale dell’intero testo della Torah. L’accusa coranica è già grave senza attribuirle una portata che il versetto non dimostra: uomini avrebbero conosciuto una rivelazione autentica e l’avrebbero consapevolmente deformata.

Utilizzare 2:75 come prova automatica che ogni manoscritto della Bibbia oggi disponibile sarebbe una falsificazione successiva richiede invece una storia testuale e manoscritta che il versetto non fornisce. La questione è approfondita nell’articolo sulla presunta falsificazione della Bibbia.

Il Corano attribuisce agli avversari la consapevolezza di possedere prove utilizzabili dai musulmani – Corano 2:76-78

Il versetto successivo afferma:

«Quando incontrano coloro che credono, dicono: “Crediamo”; ma quando si ritrovano fra loro, dicono: “Raccontate loro ciò che Dio vi ha rivelato, affinché possano usarlo come argomento contro di voi presso il vostro Signore? Non ragionate dunque?”.» (Corano 2:76).

Il testo non si limita quindi ad affermare dall’esterno che la Torah confermerebbe Maometto. Costruisce una scena nella quale gli stessi interlocutori ebrei saprebbero privatamente di possedere materiale favorevole alla pretesa musulmana e discuterebbero se rivelarlo.

La mancata testimonianza ebraica non viene trattata come possibile smentita della lettura islamica della Torah: il Corano attribuisce agli stessi avversari la consapevolezza che la prova esiste e la volontà di non consegnarla ai musulmani.

I versetti 77-78 proseguono:

«Non sanno che Dio conosce ciò che nascondono e ciò che rendono pubblico? Fra loro vi sono illetterati che del Libro non conoscono altro che vane fantasie; non fanno che congetture.» (Corano 2:77–2:78).

Amānī può indicare desideri, fantasticherie o, secondo alcune interpretazioni, recitazioni non comprese. La struttura copre così due categorie: i sapienti vengono accusati di sapere e nascondere; gli ignoranti di non conoscere realmente il Libro e vivere di congetture.

Il sistema rende quindi difficile qualunque testimonianza contraria: chi conosce e non riconosce Maometto nasconderebbe ciò che sa; chi non possiede conoscenza sufficiente non sarebbe comunque un testimone competente.

“Scrivono il Libro con le proprie mani e poi dicono: «Questo viene da Dio»” – Corano 2:79

Il versetto successivo rende l’accusa ancora più grave:

«Guai dunque a coloro che scrivono il Libro con le proprie mani e poi dicono: “Questo viene da Dio”, per ricavarne un prezzo misero. Guai a loro per ciò che le loro mani hanno scritto e guai a loro per ciò che ne guadagnano.» (Corano 2:79).

Qui non si tratta soltanto di interpretazione scorretta. Alcuni uomini vengono accusati di scrivere deliberatamente un testo e attribuirlo falsamente ad Allah per ricavarne un vantaggio.

Il Tafsir al-Jalālayn specifica senza esitazione che si tratterebbe di ebrei che avrebbero modificato nella Torah la descrizione di Maometto, il versetto della lapidazione e altre disposizioni, scrivendo qualcosa di diverso da ciò che sarebbe stato rivelato e ottenendo tangenti attraverso la manipolazione.

Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 7363 conserva inoltre una dichiarazione attribuita a Ibn ʿAbbās nella quale proprio questo versetto viene utilizzato per ammonire i musulmani a non chiedere informazioni religiose alla Gente del Libro: il Corano sarebbe la rivelazione recente e incontaminata, mentre appartenenti alle precedenti comunità avrebbero modificato i propri libri e scritto con le proprie mani testi attribuiti ad Allah.

La gerarchia epistemica diventa esplicita: la fonte islamica dichiara se stessa affidabile e dichiara sospette le fonti esterne che potrebbero contraddirla.

Corano 2:79 rimane un’accusa contro persone che fabbricano testi religiosi; non costituisce da solo una dimostrazione storico-testuale che l’intera Torah o l’intera Bibbia siano state sostituite. La distinzione impedisce di trasformare una denuncia specifica in una teoria manoscritta che il versetto non documenta.

“Il Fuoco ci toccherà soltanto per pochi giorni” – Corano 2:80 e Bukhārī 3169

Il Corano attribuisce agli interlocutori un’altra affermazione:

«E dicono: “Il Fuoco non ci toccherà se non per pochi giorni”. Di’: “Avete forse ricevuto da Dio un patto, così che Dio non venga meno al Suo patto? Oppure dite di Dio ciò che non sapete?”.» (Corano 2:80).

La stessa polemica viene drammatizzata in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 3169. Nel racconto successivo alla conquista di Khaybar e all’episodio della pecora avvelenata, Maometto interroga alcuni ebrei sugli abitanti dell’Inferno. La tradizione attribuisce loro l’affermazione secondo cui gli ebrei vi rimarranno soltanto brevemente e saranno poi sostituiti dai musulmani. Maometto risponde maledicendoli e negando che i musulmani prenderanno il loro posto.

Una disputa sull’elezione religiosa viene quindi trasferita nell’Inferno: la stessa tradizione che proclama Maometto profeta gli attribuisce anche l’autorità di smentire gli avversari sulla loro sorte ultraterrena.

Fuoco eterno e Paradiso eterno – Corano 2:81-82

Il Corano stabilisce quindi la divisione:

«No. Chi acquisisce un male e viene circondato dal proprio peccato, questi sono i compagni del Fuoco: vi rimarranno per sempre. Quanto a coloro che credono e compiono opere giuste, essi sono i compagni del Giardino: vi rimarranno per sempre.» (Corano 2:81–2:82).

Le due destinazioni vengono formulate attraverso la stessa permanenza: Fuoco e Paradiso sono condizioni senza termine. La categoria positiva non è semplicemente «chi compie il bene»: il versetto unisce fede e opere rette, mentre l’apertura di al-Baqarah ha già definito la fede corretta attraverso l’accettazione di ciò che è stato fatto scendere su Maometto.

Il patto morale diventa un altro capo d’accusa – Corano 2:83

Il Corano ricorda:

«E quando stringemmo il patto con i Figli d’Israele: “Non adorerete se non Dio; fate del bene ai genitori, ai parenti, agli orfani e ai poveri; dite agli uomini parole buone, osservate la preghiera e versate l’elemosina prescritta”. Poi vi voltaste indietro, salvo pochi di voi, e continuaste a sottrarvi.» (Corano 2:83).

Genitori, poveri, orfani, parola corretta, preghiera ed elemosina non vengono lasciati come elenco autonomo di insegnamenti morali. Il testo li utilizza immediatamente come materiale accusatorio: avete ricevuto queste prescrizioni e vi siete voltati.

La struttura è la stessa già incontrata nei versetti precedenti: il favore, la rivelazione o il precetto precedente aumentano la responsabilità della comunità che il Corano sta giudicando.

“Credete dunque in una parte del Libro e non credete in un’altra?” – Corano 2:84-86

Il testo continua:

«Non verserete il vostro sangue e non scaccerete voi stessi dalle vostre case […] Poi eccovi: vi uccidete a vicenda e scacciate una parte dei vostri dalle loro case, sostenendovi contro di loro nel peccato e nell’aggressione.» (Corano 2:84–2:85).

La domanda centrale è:

«Credete dunque in una parte del Libro e non credete in un’altra? Quale ricompensa vi è per chi di voi fa questo se non l’umiliazione nella vita presente? E nel Giorno della Resurrezione saranno ricondotti al più duro castigo.»

Ibn Kathīr colloca il passo nel sistema delle alleanze medinesi. Banū Qaynuqāʿ sarebbero stati associati ai Khazraj, mentre Banū al-Naḍīr e Banū Qurayẓah agli Aws; ebrei avrebbero quindi combattuto ebrei appartenenti all’alleanza rivale per poi riscattarne i prigionieri in adempimento della Torah.

Il tafsir interpreta questa condotta come applicazione selettiva della Scrittura: rispettare il comando sul riscatto ignorando contemporaneamente quello che vieterebbe uccisione ed espulsione dei correligionari.

La selettività viene punita con una doppia minaccia: “umiliazione” nella vita presente e “castigo più duro” nell’Aldilà.

Il versetto 86 conclude:

«Essi sono coloro che hanno comprato la vita presente in cambio dell’altra vita: il castigo non sarà loro alleggerito e non saranno soccorsi.» (Corano 2:86).

Gesù viene incorporato nella genealogia profetica del Corano – Corano 2:87

Il Corano afferma:

«Certamente demmo a Mosè il Libro e dopo di lui facemmo seguire i messaggeri. Demmo a Gesù, figlio di Maria, le prove evidenti e lo sostenemmo con lo Spirito Santo. Ogni volta che vi giungeva un messaggero con ciò che le vostre anime non desideravano, vi insuperbivate: alcuni li smentivate e altri li uccidevate.» (Corano 2:87).

Gesù viene riconosciuto ma contemporaneamente ridefinito dentro la teologia del nuovo testo: è messaggero, figlio di Maria e sostenuto dallo Spirito Santo. La cristologia cristiana non viene accettata insieme a Gesù; è il Corano a stabilire quale Gesù debba essere riconosciuto.

Il meccanismo che verrà applicato ad Abramo è già visibile: il Corano accoglie le figure delle comunità precedenti dopo aver assunto l’autorità di ridefinirne identità e missione.

La questione cristologica verrà sviluppata nella Sura 3 Āl ʿImrān, versetti 33-63.

“Dio li ha maledetti”: il Corano ridefinisce dall’esterno la condizione dei loro cuori – Corano 2:88

Il versetto seguente afferma:

«Dissero: “I nostri cuori sono avvolti”. No: Dio li ha maledetti per la loro incredulità; quanto poco credono!» (Corano 2:88).

Al-Ṭabarī registra interpretazioni differenti di qulūbunā ghulf: cuori avvolti da un involucro nel quale il messaggio di Maometto non potrebbe entrare oppure, secondo un’altra vocalizzazione antica, cuori intesi come recipienti già pieni di conoscenza.

Il Corano respinge comunque l’autorappresentazione degli interlocutori e ne stabilisce una propria: Allah li avrebbe maledetti a causa della miscredenza.

La controversia non riguarda quindi soltanto argomenti esterni. Il testo pretende anche di diagnosticare la condizione spirituale dei soggetti che lo rifiutano.

“quando giunse loro ciò che riconoscevano, non vi credettero” – Corano 2:89

Il Corano prosegue:

«E quando giunse loro da parte di Dio un Libro che confermava ciò che avevano con sé […] quando giunse loro ciò che riconoscevano, non vi credettero. La maledizione di Dio sia sui miscredenti.» (Corano 2:89).

L’accusa va oltre il semplice errore esegetico. Gli interlocutori avrebbero riconosciuto ciò che arrivava e l’avrebbero poi negato.

La mancata conversione degli ebrei non viene utilizzata come possibile controprova rispetto all’idea che Maometto fosse annunciato dalle loro Scritture. Il Corano la converte in una prova della loro malafede: avrebbero riconosciuto precisamente ciò che rifiutavano.

“Ira su ira” e “castigo umiliante”: il rifiuto viene attribuito all’invidia – Corano 2:90-91

Il versetto 90 dice:

«Misero è ciò per cui hanno venduto sé stessi: non credere a ciò che Dio ha fatto scendere, per invidia del fatto che Dio faccia scendere il Suo favore su chi vuole fra i Suoi servi. Sono così incorsi in ira su ira. Per i miscredenti vi è un castigo umiliante.» (Corano 2:90).

Ibn Kathīr identifica la motivazione con l’invidia per il fatto che la profezia fosse stata assegnata a un uomo non appartenente ai Figli d’Israele. Riporta inoltre da Ibn ʿAbbās l’interpretazione secondo cui una delle due «ire» deriverebbe dal precedente comportamento verso la Torah e l’altra dal rifiuto di Maometto.

Il versetto successivo attribuisce loro la dichiarazione:

«Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi.»

e replica:

«e non credono in ciò che è venuto dopo, benché sia la verità che conferma ciò che hanno con sé.» (Corano 2:91).

La fonte in discussione stabilisce quindi contemporaneamente tre cose: che essa è “la verità”, che conferma la Torah e che il rifiuto di chi possiede la Torah deriva dall’invidia e dalla miscredenza.

“Abbiamo ascoltato e disobbedito”: il vitello fatto bere nei cuori – Corano 2:92-93

Il Corano ritorna al vitello d’oro:

«Mosè vi portò certamente prove evidenti; poi, in sua assenza, prendeste il Vitello e foste ingiusti.» (Corano 2:92).

Segue:

«E quando stringemmo il patto con voi e innalzammo sopra di voi il Monte: “Tenete saldamente ciò che vi abbiamo dato e ascoltate”. Dissero: “Abbiamo ascoltato e disobbedito”. Per la loro incredulità, i loro cuori furono impregnati del Vitello. Di’: “Misero è ciò che la vostra fede vi ordina, se siete credenti”.» (Corano 2:93).

Ushribū fī qulūbihimu l-ʿijla conserva un’immagine molto più aspra delle parafrasi che parlano genericamente di «amore per il vitello»: il vitello viene fatto bere nei loro cuori. L’idolatria viene rappresentata come qualcosa assorbito nell’interiorità.

La scena del Monte era già comparsa in 2:63; Corano 7:171 specifica che gli israeliti credevano che potesse precipitare su di loro. Il ritratto coranico della relazione con la rivelazione viene condensato nella formula: «Abbiamo ascoltato e disobbedito.»

“desiderate la morte, se siete veritieri” – Corano 2:94-96

Il Corano sfida la pretesa di una condizione privilegiata nell’Aldilà:

«Di’: “Se la dimora dell’altra vita presso Dio è riservata a voi soltanto, escludendo gli altri uomini, allora desiderate la morte, se siete veritieri”.» (Corano 2:94).

Il testo decide anticipatamente la risposta:

«Ma non la desidereranno mai, a causa di ciò che le loro mani hanno compiuto.» (Corano 2:95).

Quindi aggiunge:

«Li troverai certamente i più avidi degli uomini per la vita, persino più di coloro che associano altri a Dio. Ognuno di loro vorrebbe vivere mille anni; ma anche una vita così lunga non lo allontanerebbe dal castigo. Dio vede ciò che fanno.» (Corano 2:96).

La polemica diventa una diagnosi collettiva della psicologia dell’avversario: il Corano stabilisce che questi uomini non desidereranno la morte, che sono eccezionalmente avidi di vita e che tale avidità deriva dal castigo che li attende.

La fonte che pronuncia la condanna pretende così di conoscere contemporaneamente comportamento futuro, motivazioni interiori e destino ultraterreno dei destinatari.

L’ostilità verso Gabriele diventa ostilità verso Allah – Corano 2:97-98

Il Corano ordina:

«Di’: “Chi è nemico di Gabriele sappia che è lui ad averlo fatto scendere sul tuo cuore, con il permesso di Dio, a conferma di ciò che lo precedeva, come guida e lieta notizia per i credenti”.» (Corano 2:97).

Al-Ṭabarī registra tradizioni secondo cui alcuni interlocutori ebrei avrebbero considerato Gabriele nemico e Michele alleato; Gabriele sarebbe stato associato a guerra, castigo e vendetta, Michele a pioggia e misericordia.

Il Corano replica:

«Chi è nemico di Dio, dei Suoi angeli, dei Suoi messaggeri, di Gabriele e di Michele, sappia che Dio è nemico dei miscredenti.» (Corano 2:98).

La risposta non fornisce una verifica indipendente dell’identità del messaggero celeste. Il Corano dichiara che Gabriele ha fatto scendere il Corano nel cuore di Maometto e trasforma quindi l’ostilità verso il Gabriele della propria narrazione in inimicizia verso Allah.

La catena Allah → Gabriele → Maometto → Corano viene autenticata precisamente dal Corano proclamato da Maometto.

“non li rifiutano se non i trasgressori”: il dissenso viene classificato moralmente – Corano 2:99-101

Il versetto 99 afferma:

«Abbiamo certamente fatto scendere su di te segni evidenti; non li rifiutano se non i trasgressori.» (Corano 2:99).

Fāsiqūn indica ribelli, trasgressori, coloro che escono dall’obbedienza. La valutazione delle prove e la valutazione morale del soggetto vengono quindi fuse: chi nega i segni definiti «evidenti» viene classificato come ribelle.

I versetti successivi proseguono:

«Ogni volta che stringono un patto, una parte di loro lo getta via? […] E quando giunse loro un messaggero da parte di Dio, a conferma di ciò che avevano con sé, una parte di coloro ai quali era stato dato il Libro gettò il Libro di Dio dietro le proprie spalle, come se non sapessero.» (Corano 2:100–2:101).

Il possesso della Scrittura precedente continua quindi a funzionare contro i suoi possessori: poiché il Corano stabilisce che la Scrittura autentica conferma Maometto, rifiutare Maometto equivale a gettare via il proprio Libro.

Salomone, demoni, magia e Hārūt e Mārūt – Corano 2:102

Corano 2:102 è uno dei versetti più oscuri e problematici della sura:

«Seguirono invece ciò che i demoni recitavano riguardo al regno di Salomone. Salomone non fu miscredente; furono i demoni a non credere, insegnando agli uomini la magia e ciò che era stato fatto scendere sui due angeli a Babilonia, Hārūt e Mārūt. Ma essi non insegnavano a nessuno senza dire: “Noi siamo soltanto una prova, dunque non diventare miscredente”. Da loro imparavano ciò con cui separare l’uomo da sua moglie; ma non potevano nuocere a nessuno con ciò se non con il permesso di Dio.» (Corano 2:102).

La magia non viene rappresentata come una superstizione priva di qualsiasi efficacia. Il testo dice che gli uomini imparano qualcosa capace di separare marito e moglie e aggiunge che il danno può prodursi, sebbene soltanto «con il permesso di Allah».

Il problema esegetico più interessante riguarda wa-mā unzila ʿalā l-malakayn. Al-Ṭabarī registra interpretazioni incompatibili della particella mā. Secondo alcune autorità sarebbe negativa: Allah non avrebbe fatto scendere la magia sui due angeli. Secondo altre significherebbe invece «ciò che»: qualcosa sarebbe realmente stato fatto scendere sui due angeli Hārūt e Mārūt.

Al-Ṭabarī sottopone la lettura negativa a una critica grammaticale e narrativa e privilegia l’interpretazione positiva: Hārūt e Mārūt sono angeli e qualcosa è stato realmente fatto scendere su di loro. Le tradizioni che raccoglie divergono però ancora sulla natura precisa di ciò che avrebbero insegnato: magia, conoscenza capace di separare marito e moglie o sapere utilizzabile in maniera proibita.

Ibn Kathīr conserva un dossier ancora più ampio di tradizioni: due angeli inviati sulla terra, racconti sulla loro caduta nel peccato, versioni collegate a una donna trasformata in Venere e altre narrazioni che egli stesso considera israelitiche, strane o scarsamente affidabili.

L’incertezza non viene introdotta dalla critica moderna. I grandi commentatori musulmani ricevono un versetto talmente condensato da conservare spiegazioni opposte persino su un punto fondamentale: Allah avrebbe fatto scendere oppure non avrebbe fatto scendere sui due angeli la conoscenza in questione.

Nella lettura preferita da al-Ṭabarī, inoltre, la struttura teologica rimane problematica: Allah fa scendere una conoscenza sui due angeli; gli angeli la insegnano qualificandosi come prova; gli uomini possono apprendere attraverso di loro qualcosa capace di separare una coppia; e il danno stesso non può verificarsi se non con il permesso di Allah.

La sovranità divina non viene quindi posta fuori dal meccanismo del male magico: il testo la colloca come condizione ultima della sua efficacia.

“pur sapendo” — “se solo avessero saputo” – Corano 2:102-103

Il versetto continua:

«Imparavano ciò che li danneggiava e non li giovava, pur sapendo che chi l’avesse acquistato non avrebbe avuto alcuna parte nell’altra vita. Misero davvero ciò per cui vendettero sé stessi, se solo avessero saputo.»

La giustapposizione è notevole: prima wa-laqad ʿalimū, «sapevano certamente»; poco dopo law kānū yaʿlamūn, «se avessero saputo». I commentatori distinguono i due livelli: avrebbero posseduto informazione sulla conseguenza della magia ma non una conoscenza capace di produrre una scelta razionale o utile.

Il versetto successivo riconduce nuovamente la soluzione a fede e timore di Allah e trasferisce il vero profitto nell’Aldilà.

Una parola rivolta a Maometto viene proibita – Corano 2:104-105

Il Corano ordina:

«O voi che credete, non dite: “Rāʿinā”, ma dite: “Unẓurnā”, e ascoltate. Per i miscredenti vi è un castigo doloroso.» (Corano 2:104).

Secondo la tradizione esegetica, rāʿinā poteva significare normalmente «prestaci attenzione», ma alcuni avversari avrebbero sfruttato la parola come insulto o doppio senso. Il Corano interviene quindi sul vocabolario della comunità e sostituisce la formula.

L’autorità attribuita a Maometto viene protetta fino alla forma linguistica attraverso cui i credenti possono rivolgersi a lui.

Il versetto 105 attribuisce inoltre agli avversari un’altra motivazione interiore:

«Né i miscredenti fra la Gente del Libro né gli associatori desiderano che scenda su di voi alcun bene da parte del vostro Signore.» (Corano 2:105).

Il rifiuto viene nuovamente interpretato come ostilità e invidia nei confronti del bene concesso alla nuova comunità.

Allah abroga una rivelazione e ne porta una “migliore o simile” – Corano 2:106

Il versetto 106 è centrale per la successiva dottrina del naskh:

«Qualunque versetto abroghiamo o facciamo dimenticare, ne portiamo uno migliore o simile. Non sai che Dio è potente su ogni cosa?» (Corano 2:106).

Ibn Kathīr interpreta espressamente il naskh come rimozione o sostituzione di prescrizioni e osserva che può riguardare la formulazione, il giudizio oppure entrambi. Riporta inoltre antiche interpretazioni di nunsi-hā e delle varianti di lettura attraverso idee come far dimenticare, mantenere, rinviare oppure sostituire la disposizione.

Il Tafsir al-Jalālayn distingue esplicitamente fra abrogazione della recitazione e della norma e abrogazione della sola norma con permanenza del testo.

La rivelazione non viene quindi presentata come un corpus nel quale ogni disposizione resta definitivamente immutabile dal momento in cui viene pronunciata. Allah può sostituire un’āyah e presentare la nuova come “migliore o simile”.

La risposta finale del versetto non spiega attraverso un criterio esterno perché una precedente disposizione richiedesse sostituzione: richiama l’onnipotenza di Allah. La capacità divina di cambiare la prescrizione costituisce la giustificazione ultima del cambiamento.

Lo stesso versetto dell’abrogazione cambia nelle letture canoniche – Corano 2:106

Corano 2:106 presenta inoltre differenze canoniche che modificano la descrizione dell’azione divina. Le qirāʾāt canoniche conservano tre configurazioni principali:

«Qualunque versetto abroghiamo o facciamo dimenticare…»

mā nansakh min āyatin aw nunsihā;

«Qualunque versetto abroghiamo o rinviamo…»

mā nansakh min āyatin aw nansaʾhā;

e una lettura con nunsikh al posto di nansakh, che modifica anche la forma verbale della prima azione.

La differenza fra nunsihā e nansaʾhā è particolarmente chiara: far dimenticare contro rinviare. Le interpretazioni tradizionali producono ulteriori possibilità sul fatto che venga rinviata la rivelazione stessa, la sua abrogazione oppure la sua applicazione.

Il versetto utilizzato per spiegare come Allah modifica la rivelazione è quindi esso stesso trasmesso attraverso letture canoniche che descrivono diversamente ciò che Allah fa alla rivelazione.

La questione è approfondita nell’articolo sui conflitti fra le fonti islamiche e l’istituto dell’abrogazione.

Interrogare Maometto come fu interrogato Mosè – Corano 2:107-108

Dopo avere fondato il potere di sostituire la rivelazione sull’onnipotenza divina, il Corano domanda:

«Volete forse interrogare il vostro Messaggero come Mosè fu interrogato in precedenza? Chi scambia la fede con l’incredulità ha certamente smarrito la via diritta.» (Corano 2:108).

Il versetto non dichiara grammaticalmente illegittima qualsiasi domanda a Maometto. Collega però determinate contestazioni alla precedente condotta attribuita agli israeliti verso Mosè e passa immediatamente dalla domanda alla possibilità di «scambiare la fede con la miscredenza».

La richiesta rivolta all’autorità profetica può così essere riclassificata non come semplice verifica della sua pretesa ma come parte del percorso verso il kufr.

“Perdonate e passate oltre” — fino al successivo ordine di Allah – Corano 2:109

Il versetto afferma:

«Molti della Gente del Libro vorrebbero riportarvi all’incredulità dopo che avete creduto, per invidia nata in loro, dopo che la verità è divenuta chiara per loro. Perdonate e passate oltre finché Dio non faccia giungere il Suo ordine. In verità Dio è potente su ogni cosa.» (Corano 2:109).

La formulazione contiene già una delimitazione temporale: «finché Dio non faccia giungere il Suo ordine».

Ibn Kathīr attribuisce a Ibn ʿAbbās una spiegazione inequivocabile: il comando «Perdonate e passate oltre» sarebbe stato abrogato da:

«Uccidete gli associatori ovunque li troviate.» (Corano 9:5)

e da:

«Combattete coloro fra la Gente del Libro che non credono in Dio né nell’Ultimo Giorno […] finché non paghino la jizya di propria mano mentre sono umiliati.» (Corano 9:29).

Ibn Kathīr aggiunge che Abū al-ʿĀliyah, al-Rabīʿ ibn Anas, Qatādah e al-Suddī avrebbero ugualmente considerato 2:109 abrogato dal cosiddetto «versetto della spada» e riassume la transizione dicendo che Maometto perdonò Gente del Libro e miscredenti finché Allah autorizzò il combattimento.

Nella lettura classica riportata da Ibn Kathīr, quindi, il perdono di 2:109 non rappresenta il principio finale del rapporto con gli avversari religiosi. È una disposizione temporanea, sostituita quando la rivelazione autorizza il combattimento.

Paradiso: il Corano sostituisce gli esclusivismi precedenti con il proprio criterio – Corano 2:111-113

Il testo attribuisce agli interlocutori:

«Dicono: “Non entrerà nel Giardino se non chi è ebreo o cristiano”.» (Corano 2:111).

e risponde:

«Questi sono i loro desideri. Di’: “Portate la vostra prova, se siete veritieri”.»

Il criterio alternativo viene fornito subito:

«No. Chi sottomette il proprio volto a Dio e compie il bene avrà la sua ricompensa presso il suo Signore.» (Corano 2:112).

La «sottomissione ad Allah» non rimane però una categoria nella quale ebraismo, cristianesimo e Islam post-maomettano possano rivendicare contemporaneamente validità indipendente. I versetti precedenti hanno già richiesto la fede nella nuova rivelazione e quelli successivi identificheranno il corretto lettore della Torah con colui che riconosce Maometto.

Il Corano non sostituisce quindi l’esclusivismo attribuito a ebrei e cristiani con un pluralismo religioso: sostituisce i loro criteri salvifici con il proprio criterio.

Il versetto 113 descrive quindi le due comunità mentre si negano reciprocamente:

«Gli ebrei dicono: “I cristiani non si basano su nulla”, e i cristiani dicono: “Gli ebrei non si basano su nulla”, mentre entrambi recitano il Libro. […] Dio giudicherà fra loro nel Giorno della Resurrezione riguardo a ciò su cui divergevano.» (Corano 2:113).

Il nuovo testo non rimane al livello delle parti in conflitto: proclama di conoscere anticipatamente il giudice e il giudizio definitivo.

Condannare chi impedisce il culto e poi escludere i non musulmani – Corano 2:114

Il versetto dichiara:

«Chi è più ingiusto di chi impedisce che nelle moschee di Dio sia ricordato il Suo nome e si adopera per la loro rovina? Costoro non dovrebbero entrarvi se non impauriti. Per loro vi è ignominia in questo mondo e nell’altra vita un castigo immenso.» (Corano 2:114).

Ibn Kathīr registra più identificazioni degli avversari — cristiani legati alla distruzione di Gerusalemme oppure Quraysh che impedirono ai musulmani l’accesso al santuario meccano — e preferisce quest’ultima interpretazione.

Il suo commento sviluppa poi il versetto verso una direzione difficilmente compatibile con una lettura moderna universalistica della libertà dei luoghi di culto. Ibn Kathīr richiama Corano 9:28, l’esclusione dei politeisti dalla Moschea Sacra e il detto attribuito a Maometto secondo cui non devono rimanere due religioni nella Penisola Arabica; collega quindi a questo quadro l’espulsione di ebrei e cristiani.

Lo stesso tafsir che commenta la condanna di chi impedisce il culto interpreta dunque il passo dentro un ordine religioso nel quale determinate comunità vengono successivamente escluse dal santuario e dalla penisola.

La categoria decisiva non è un diritto universale e simmetrico di ogni religione a ogni santuario: è la definizione islamica di quale culto sia legittimo nei luoghi che il Corano considera appartenenti ad Allah.

“dovunque vi volgiate, là è il volto di Dio” – Corano 2:115

Il versetto afferma:

«A Dio appartengono l’oriente e l’occidente: dovunque vi volgiate, là è il volto di Dio. In verità Dio è Immenso, Sapiente.» (Corano 2:115).

L’affermazione precede la controversia sulla qibla dei versetti 142-150. Il Dio al quale apparterrebbero Oriente e Occidente imporrà quindi una precisa direzione rituale alla nuova comunità.

I tafsir coordinano 2:115 con questa normativa attraverso circostanze specifiche: preghiera durante un viaggio, ignoranza della direzione corretta, una precedente qibla oppure altre situazioni eccezionali.

La formulazione apparentemente illimitata viene così ricondotta dall’esegesi dentro il sistema rituale che obbliga comunque il credente a orientarsi verso una direzione determinata.

“Dio si è preso un figlio”: la risposta coranica alla figliolanza divina – Corano 2:116-117

Il Corano afferma:

«Dicono: “Dio si è preso un figlio”. Gloria a Lui! Anzi, a Lui appartiene ciò che è nei cieli e sulla terra; tutti Gli sono devoti.» (Corano 2:116).

Il versetto successivo aggiunge:

«Creatore senza modello dei cieli e della terra: quando decreta una cosa, le dice soltanto: “Sii”, ed essa è.» (Corano 2:117).

La polemica viene applicata dalla tradizione soprattutto alla dottrina cristiana del Figlio, oltre che ad altre attribuzioni filiali condannate dal Corano. La confutazione procede attraverso sovranità assoluta e creazione: tutto appartiene ad Allah e Allah produce ciò che vuole mediante comando.

Il problema è che la cristologia nicena, già formulata secoli prima dell’Islam, distingueva precisamente il Figlio dalla categoria delle creature attraverso la formula “generato, non creato”. Corano 2:116-117 non entra in quella distinzione ontologica: risponde alla figliolanza attraverso il possesso universale di Allah e la sua capacità creatrice.

Il punto storico è quindi la distanza fra la formulazione cristiana che il Corano intende respingere e il modo in cui il testo coranico costruisce la propria confutazione.

“Perché Dio non ci parla?”: una richiesta di prova diretta – Corano 2:118

Gli oppositori chiedono:

«Perché Dio non ci parla, oppure perché non ci giunge un segno?» (Corano 2:118).

La risposta è:

«Così dissero anche quelli prima di loro, con parole simili. I loro cuori si assomigliano. Abbiamo reso chiari i segni per un popolo che ha certezza.»

La richiesta va direttamente al problema dell’autorità profetica: perché una divinità onnipotente che richiede obbedienza universale non manifesta direttamente la provenienza del messaggio anziché affidarla a un uomo la cui missione viene contestata?

Il Corano non fornisce qui la manifestazione richiesta. Assimila la domanda a quella degli increduli precedenti, dichiara simili i loro cuori e afferma che i segni sono già chiari.

La sufficienza della prova viene quindi proclamata dalla stessa fonte la cui evidenza gli interlocutori stanno mettendo in discussione.

“Non sarai interrogato” oppure “non chiedere”: due letture canoniche di Corano 2:119

Il versetto comincia:

«In verità ti abbiamo inviato con la verità, come portatore di lieta notizia e ammonitore…» (Corano 2:119).

La frase finale cambia nelle letture canoniche.

Una lettura ha:

«…e non sarai interrogato riguardo agli abitanti della Fornace.»

Wa-lā tusʾalu: Maometto viene informato che non sarà ritenuto responsabile del destino degli increduli.

Un’altra ha:

«…e non chiedere riguardo agli abitanti della Fornace.»

Wa-lā tasʾal: diventa un imperativo rivolto a Maometto.

Una lettura formula quindi una negazione relativa alla responsabilità del profeta; l’altra gli impartisce un comando. La differenza modifica grammatica e contenuto della frase, non soltanto la pronuncia.

La prima metà del versetto rimane comunque identica ed espone ancora una volta l’autocertificazione fondamentale: il testo proclamato da Maometto dichiara a Maometto che egli è stato inviato “con la verità”.

“Gli ebrei e i cristiani non saranno soddisfatti di te” – Corano 2:120

Il Corano afferma:

«Gli ebrei e i cristiani non saranno soddisfatti di te finché non seguirai la loro religione. Di’: “La guida di Dio è la vera guida”. Se seguissi i loro desideri dopo la conoscenza che ti è giunta, non avresti contro Dio né protettore né soccorritore.» (Corano 2:120).

Millatahum indica religione, confessione o via religiosa; ahwāʾahum i desideri, le inclinazioni o passioni.

La contrapposizione è quindi gerarchica fin nelle parole: da una parte “la guida di Allah”, dall’altra la religione degli interlocutori riclassificata come i loro “desideri”.

La possibilità che ebrei o cristiani ritengano sinceramente le proprie dottrine meglio fondate non riceve qui autonomia epistemica: la rivelazione ha già deciso quale delle due parti possiede la guida.

Il vero lettore della Torah è quello che riconosce Maometto – Corano 2:121

Il Corano continua:

«Coloro ai quali abbiamo dato il Libro e lo recitano come deve essere recitato, essi credono in esso. Chi invece non vi crede, essi sono i perdenti.» (Corano 2:121).

Al-Ṭabarī preferisce l’interpretazione secondo cui il versetto riguarda persone appartenenti alla Gente del Libro che leggono e seguono realmente la Torah. Ma stabilisce quale risultato debba necessariamente produrre tale fedeltà: chi segue veramente la Torah crede in Maometto, poiché la Torah, secondo la sua esegesi, ne conterrebbe descrizione e comando di seguirlo.

Ibn Kathīr sviluppa lo stesso principio: la vera osservanza delle Scritture precedenti porterebbe alla fede in Maometto, alla conferma della sua missione e al suo seguito.

La posizione viene resa ancora più esplicita da Ṣaḥīḥ Muslim 153, che attribuisce a Maometto la dichiarazione secondo cui qualunque ebreo o cristiano venga a conoscenza della sua missione, muoia senza credere in ciò con cui è stato inviato e sarà fra gli abitanti del Fuoco.

Il criterio diventa praticamente impermeabile alla verifica contraria: l’ebreo che legge la Torah e riconosce Maometto dimostra che la Torah lo annunciava; quello che legge la Torah e non lo riconosce, secondo al-Ṭabarī e Ibn Kathīr, non sta seguendo veramente la Torah.

Il corretto risultato dell’interpretazione viene quindi utilizzato per definire retrospettivamente quale interpretazione fosse corretta.

Israele “favorito sui mondi”: la limitazione temporale viene dal tafsir – Corano 2:122-123

Il Corano ripete:

«O Figli d’Israele, ricordate il favore di cui vi ho colmati e che vi ho favoriti sui mondi.» (Corano 2:122).

Faḍḍaltukum ʿalā l-ʿālamīn significa letteralmente «vi preferii sopra i mondi». L’esegesi islamica limita frequentemente l’affermazione ai popoli dell’epoca degli antichi israeliti, coordinandola così con la successiva superiorità rivendicata per la comunità musulmana.

La limitazione “sui popoli del vostro tempo” non si trova però nelle parole del versetto: è l’interpretazione utilizzata per armonizzare due diverse rivendicazioni di privilegio comunitario.

Il versetto 123 ribadisce contemporaneamente che l’antico privilegio non impedirà il giudizio:

«Temete un Giorno nel quale nessuna anima potrà giovare a un’altra, non sarà accettato alcun riscatto, nessuna intercessione le sarà utile e non saranno soccorsi.»

Abramo viene sottratto alla semplice discendenza – Corano 2:124

Con Abramo inizia il secondo grande movimento della sezione:

«E quando il suo Signore mise alla prova Abramo con alcune parole ed egli le portò a compimento, disse: “Farò di te una guida per gli uomini”. Abramo disse: “E della mia discendenza?”. Disse: “Il Mio patto non raggiunge gli ingiusti”.» (Corano 2:124).

Il patto viene separato dalla genealogia biologica automatica. Questo consente al Corano di rivendicare Abramo pur accusando una parte dei suoi discendenti di avere perduto il diritto di rappresentarne autenticamente la religione.

Abramo diventa così una risorsa ideale per la costruzione coranica: sufficientemente antico da precedere ebraismo e cristianesimo, ma reinterpretato attraverso categorie religiose definite dal nuovo testo.

Abramo e Ismaele costruiscono la Kaʿba – Corano 2:125-127

Il Corano afferma:

«E quando facemmo della Casa un luogo di ritorno per gli uomini e un luogo sicuro: “Prendete il luogo in cui stette Abramo come luogo di preghiera”. E affidammo ad Abramo e Ismaele: “Purificate la Mia Casa per coloro che vi girano attorno, vi soggiornano in devozione, si inchinano e si prosternano”.» (Corano 2:125).

Il versetto 127 aggiunge:

«E quando Abramo e Ismaele innalzavano le fondamenta della Casa…» (Corano 2:127).

Abramo e Ismaele vengono quindi collocati nel santuario meccano e associati a riti che corrispondono alla successiva liturgia islamica: circoambulazione, ritiro, inchino e prosternazione.

La connessione Abramo–Ismaele–Kaʿba è proclamata dal Corano. In questi versetti non viene fornita una documentazione storica indipendente dell’arrivo di Abramo alla Mecca o della costruzione del santuario da parte sua.

La questione è particolarmente interessante perché la ricerca moderna ha discusso proprio quando questa associazione compaia nel Corano. James Howard-Johnston, nello studio peer-reviewed The Qurʾān as a Historical Source, osserva che nessuna sura precedente collega Abramo alla Kaʿba e interpreta i passi che lo fanno come parte di una tarda ridefinizione monoteistica del santuario meccano.

Anche la bibliografia accademica di Gordon Nickel su Abramo nell’Islam segnala esplicitamente il problema storico dell’Abramo meccano: la tradizione islamica collega il patriarca alla genealogia di Maometto, alla fondazione della Kaʿba e al pellegrinaggio, mentre il viaggio di Abramo alla Mecca non possiede un precedente biblico noto e la sua storicità dipende sostanzialmente dalla tradizione islamica.

Il Corano non recupera quindi semplicemente una tradizione abramitica meccana dimostrata da fonti indipendenti: costituisce esso stesso la fonte fondamentale attraverso la quale Abramo viene inserito nella storia sacra della Mecca.

Il miscredente riceve “un breve godimento”, poi viene costretto verso il Fuoco – Corano 2:126

Abramo chiede sicurezza e sostentamento per la città. Allah risponde:

«E a chi non crede concederò un breve godimento, poi lo costringerò al castigo del Fuoco. Misera destinazione!» (Corano 2:126).

L’arabo thumma aḍṭarruhu ilā ʿadhābi l-nār contiene il verbo aḍṭarruhu: «lo costringerò», «lo forzerò» verso il castigo del Fuoco.

Il non credente può quindi ricevere temporaneamente sostentamento nella città abramitica, ma la tolleranza temporale non modifica il destino religioso assegnato dal testo: un breve godimento seguito dalla costrizione verso l’Inferno.

“Rendici due muslim”: l’identità islamica viene retroproiettata su Abramo e Ismaele – Corano 2:127-128

La preghiera dei patriarchi dice:

«Signore nostro, accetta da noi […] Signore nostro, rendi noi due sottomessi a Te e, dalla nostra discendenza, una comunità sottomessa a Te. Mostraci i nostri riti e accogli il nostro pentimento.» (Corano 2:127-128).

L’arabo utilizza precisamente muslimayni laka e ummatan muslimatan laka: due muslim sottomessi a Te e una comunità muslim sottomessa a Te.

La radice esprime la sottomissione, ma il vocabolo è contemporaneamente quello che nel Corano diventa il nome identitario della nuova comunità.

Il Corano retroproietta così il lessico identitario dell’Islam sui patriarchi: Abramo e Ismaele vengono trasformati in antecedenti della comunità musulmana e la religione storicamente comparsa nel VII secolo può essere presentata dalla propria narrazione come semplice restaurazione di una sottomissione primordiale.

Ebraismo e cristianesimo vengono per conseguenza ricollocati dalla narrazione islamica come sviluppi posteriori da giudicare attraverso una presunta religione abramitica originaria la cui definizione viene però fornita proprio dal Corano.

Abramo prega per il futuro Maometto – secondo l’esegesi – Corano 2:129

La preghiera continua:

«Signore nostro, suscita fra loro un messaggero proveniente da loro, che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Libro e la sapienza e li purifichi.» (Corano 2:129).

Ibn Kathīr identifica senza esitazione il messaggero con Maometto. La missione del profeta arabo diventa così, nella ricostruzione esegetica islamica, risposta a una preghiera che Abramo e Ismaele avrebbero pronunciato millenni prima accanto alla Kaʿba.

La prova genealogica è interamente interna al sistema: sappiamo che Abramo avrebbe pregato per l’arrivo del messaggero perché il testo proclamato dal messaggero racconta che Abramo pregò per un messaggero che l’esegesi identifica con lui.

La fonte che deve essere autenticata produce quindi la propria preistoria profetica.

Chi rifiuta la religione di Abramo “rende stolto sé stesso” – Corano 2:130-132

Il Corano domanda:

«Chi mai si allontana dalla religione di Abramo se non chi rende stolto sé stesso?» (Corano 2:130).

Abramo risponde al comando:

«Quando il suo Signore gli disse: “Sottomettiti”, egli disse: “Mi sono sottomesso al Signore dei mondi”.» (Corano 2:131).

Il versetto 132 attribuisce poi ad Abramo e Giacobbe l’ordine:

«Figli miei, Dio ha scelto per voi la religione; non morite dunque se non da sottomessi.» (Corano 2:132).

La religione abramitica viene ridefinita attraverso la sottomissione che il nuovo testo rivendica come propria identità; chi rifiuta questa ricostruzione non viene presentato come aderente a una diversa lettura storica di Abramo, ma come qualcuno che rende stolta la propria anima.

Ismaele viene inserito fra i “padri” di Giacobbe pur essendo suo zio – Corano 2:133

Il Corano racconta:

«Adoreremo il tuo Dio e il Dio dei tuoi padri Abramo, Ismaele e Isacco: un Dio unico, e a Lui siamo sottomessi.» (Corano 2:133).

La genealogia presenta un dettaglio evidente. Isacco è padre di Giacobbe; Abramo è suo nonno; Ismaele è fratello di Isacco e quindi zio di Giacobbe.

Ibn Kathīr nota esplicitamente il problema e lo risolve attraverso un uso estensivo di ab: gli arabi potrebbero chiamare «padre» anche lo zio.

Rimane significativo che lo stesso tafsir senta il bisogno di spiegare perché il testo chiami “padre” di Giacobbe un uomo che genealogicamente è suo zio.

La parte ideologica è ancora più evidente: i figli di Giacobbe terminano la loro professione con «a Lui siamo sottomessi».

“Quella è una comunità ormai passata”: responsabilità individuale dopo una requisitoria genealogica – Corano 2:134

Il Corano dichiara:

«Quella è una comunità ormai passata: ad essa ciò che ha guadagnato e a voi ciò che avete guadagnato; non sarete interrogati su ciò che facevano.» (Corano 2:134).

Il principio afferma una separazione formale della responsabilità fra generazioni. Compare però dopo una lunga serie di versetti nei quali le azioni degli antichi israeliti vengono continuamente rivolte in seconda persona ai destinatari successivi: «prendeste il Vitello», «vi uccidete a vicenda», «vi voltaste indietro», «Abbiamo ascoltato e disobbedito».

La sura separa dunque la responsabilità escatologica delle generazioni ma utilizza contemporaneamente la memoria delle colpe ancestrali per costruire il ritratto morale degli interlocutori contemporanei.

Abramo non appartiene a ebraismo o cristianesimo: il Corano lo incorpora nella propria genealogia – Corano 2:135

Il versetto afferma:

«Dicono: “Siate ebrei o cristiani e sarete guidati”. Di’: “No, seguiamo la religione di Abramo, rettamente orientato; egli non fu fra gli associatori”.» (Corano 2:135).

Abramo visse prima delle forme storiche compiute di ebraismo rabbinico e cristianesimo. Il Corano utilizza questa anteriorità per compiere però un’operazione ulteriore: il patriarca viene ricostruito come ḥanīf e la sua religione viene fatta coincidere con la sottomissione che il nuovo testo rivendica.

Il Corano risolve così la posteriorità storica dell’Islam retrodatandone l’identità: Abramo, Ismaele e gli altri patriarchi vengono ridefiniti come appartenenti alla stessa sottomissione religiosa che il testo attribuisce alla comunità musulmana.

La religione storicamente più tarda viene quindi presentata dalla propria narrazione come religione originaria, mentre ebraismo e cristianesimo vengono riclassificati come sviluppi successivi rispetto a un presunto modello abramitico definito proprio dal Corano.

“Non facciamo distinzione fra nessuno di loro” — ma il Corano decide chi fossero realmente – Corano 2:136-137

Il Corano ordina:

«Dite: “Crediamo in Dio, in ciò che è stato fatto scendere su di noi, in ciò che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù, in ciò che fu dato a Mosè e a Gesù e in ciò che fu dato ai profeti dal loro Signore. Non facciamo distinzione fra nessuno di loro e a Lui siamo sottomessi”.» (Corano 2:136).

La formula non riconosce come equivalenti le religioni che storicamente si richiamano a questi personaggi. Mosè viene accettato nella versione coranica; Gesù come messaggero umano e non come Figlio divino; Abramo come ḥanīf, muslim e fondatore del santuario meccano.

Il versetto successivo rende esplicito il criterio:

«Se crederanno in ciò in cui credete voi, allora saranno guidati; se invece si volteranno, saranno in opposizione. Dio ti basterà contro di loro. Egli è Colui che ascolta, Colui che sa.» (Corano 2:137).

La frase decisiva è “se crederanno come voi credete”. La guida non consiste nella fedeltà sincera a una diversa comprensione di Mosè, Gesù o Abramo: consiste nel condividere la fede della comunità alla quale il Corano si rivolge.

Il riconoscimento universale dei profeti precedenti diventa quindi un meccanismo di appropriazione: tutti vengono accettati, purché la loro identità sia quella stabilita dal Corano.

“La tintura di Dio!”: una formula islamica dentro un ambiente cristiano tardoantico – Corano 2:138

Il versetto 138 utilizza un’espressione unica nel Corano:

«La tintura di Dio! E chi è migliore di Dio nel tingere? Noi Lo adoriamo.» (Corano 2:138).

Ṣibghah appartiene alla radice del tingere, immergere o colorare. Tradurla direttamente come «religione di Allah» rende l’interpretazione del tafsir ma cancella la metafora del testo. La resa più trasparente rimane quindi «la tintura di Allah».

Ibn Kathīr riporta da Ibn ʿAbbās, Mujāhid e numerosi primi interpreti che la «tintura» significa precisamente la religione di Allah.

Il rapporto con il linguaggio cristiano è oggetto di una lunga discussione accademica. Ana Davitashvili, nello studio peer-reviewed del 2025 Ṣibghat Allāh in Q 2.138: A New Reading of the Qurʾān in Light of pre-Islamic Christian Literature, mostra che la relazione della formula con il battesimo cristiano è stata ampiamente riconosciuta dalla ricerca e propone un quadro ancora più articolato che comprende battesimo, crismazione, Eucaristia, purificazione e presenza dello Spirito Santo.

Il dato interessante è quindi intertestuale: una formula coranica costruita sull’idea di tintura o immersione compare precisamente nel mezzo della polemica contro ebrei e cristiani e viene reinterpretata dai commentatori musulmani come la religione di Allah, cioè l’identità religiosa che deve sostituire quelle precedenti.

La «tintura di Allah» non funziona come riconoscimento del rito cristiano: diventa la rivendicazione di una diversa appartenenza religiosa.

“Il nostro Signore e il vostro Signore” non produce pari legittimità religiosa – Corano 2:139

Il Corano domanda:

«Di’: “Discutete con noi riguardo a Dio, mentre Egli è il nostro Signore e il vostro Signore? A noi le nostre opere e a voi le vostre opere, e noi siamo sinceramente devoti a Lui”.» (Corano 2:139).

Il riferimento a un unico Signore comune non modifica il contesto appena costruito. Il versetto 137 ha stabilito che gli altri saranno guidati se «Se crederanno in ciò in cui credete voi, allora saranno guidati.»; il 138 ha rivendicato la «tintura di Allah» per la nuova identità.

Allah viene dichiarato Signore comune dell’umanità, ma l’autorità di stabilire quale religione lo rappresenti correttamente rimane interamente nelle mani del Corano.

“Ne sapete di più voi o Dio?”: la controversia storica viene chiusa presupponendo l’origine divina del Corano – Corano 2:140

Il blocco termina:

«Oppure dite che Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù erano ebrei o cristiani? Di’: “Ne sapete di più voi o Dio?”. Chi è più ingiusto di chi nasconde una testimonianza ricevuta da Dio? Dio non è ignaro di ciò che fate.» (Corano 2:140).

La domanda «Ne sapete di più voi o Dio?» è retoricamente definitiva soltanto dopo avere accettato la premessa che il testo rappresenti realmente la voce di Allah.

Ed è precisamente quella premessa che dovrebbe essere dimostrata. Utilizzare «Allah lo dice» per risolvere la controversia storica su Abramo funziona soltanto all’interno del sistema religioso che ha già riconosciuto il Corano come rivelazione divina.

La frase seguente chiude nuovamente la via della testimonianza contraria: chi possiede una testimonianza diversa viene accusato di nascondere quella ricevuta da Allah.

La Gente del Libro può confermare il Corano, ma non può realmente smentirlo

I versetti 75-140 costruiscono progressivamente un sistema nel quale le precedenti comunità possiedono un ruolo probatorio asimmetrico.

Se la Torah concorda con la ricostruzione coranica, diventa prova dell’Islam. Se un ebreo afferma che la Torah non annuncia Maometto, il Corano dispone già di categorie che neutralizzano la testimonianza: taḥrīf, occultamento, scrittura fraudolenta, ignoranza, invidia e rifiuto consapevole.

Se il cristiano presenta Gesù attraverso la cristologia della propria tradizione, il Corano conserva Gesù ma respinge quella cristologia e stabilisce autonomamente chi fosse. Se ebrei e cristiani rivendicano Abramo, il Corano stabilisce che Abramo era ḥanīf, sottomesso ad Allah, legato alla Kaʿba e progenitore religioso della nuova comunità.

Le fonti precedenti possono quindi testimoniare a favore della rivelazione islamica, ma quando producono una conclusione contraria la loro capacità di testimoniare viene revocata dalla stessa rivelazione che le aveva convocate come prova.

Al-Ṭabarī rende il circuito particolarmente evidente a 2:121: seguire realmente la Torah significa credere in Maometto. Ibn Kathīr raggiunge la stessa conclusione e Muslim 153 elimina infine qualsiasi ambiguità sulla conseguenza escatologica: l’ebreo o il cristiano che conosce la missione di Maometto e muore senza accettarla appartiene agli abitanti del Fuoco.

Dalla Torah alla Kaʿba: l’appropriazione delle tradizioni precedenti

La seconda metà del blocco non si limita quindi a respingere le comunità precedenti. Ne assume il patrimonio.

Mosè rimane profeta autentico nella narrazione coranica, ma la vera Torah deve condurre a Maometto. Gesù rimane messaggero autentico secondo il Corano, ma viene separato dalla cristologia cristiana. Abramo rimane patriarca fondamentale, ma viene trasferito alla Kaʿba, fatto parlare attraverso il lessico dei muslimūn e trasformato nell’antenato religioso della nuova comunità.

Il Corano non presenta semplicemente l’Islam come terza religione abramitica: retroproietta l’identità islamica sui patriarchi e riclassifica ebraismo e cristianesimo come sviluppi posteriori rispetto a un presunto patrimonio originario che il Corano stesso definisce.

La religione storicamente più tarda viene così presentata dalla propria narrazione come quella originaria: non perché l’Islam come comunità sia storicamente attestato al tempo di Abramo, ma perché il Corano ridefinisce retrospettivamente come muslim i patriarchi e attribuisce loro categorie, luoghi e finalità che conducono alla comunità del VII secolo.

Conclusione

I versetti 75-140 della Sura 2 al-Baqarah costruiscono una gerarchia nella quale il Corano non si limita ad affiancarsi alle Scritture precedenti: pretende il diritto di stabilire che cosa esse dicano realmente, chi le interpreti correttamente e quale motivazione spieghi il rifiuto di Maometto da parte dei loro possessori.

Il primo meccanismo è il taḥrīf. Corano 2:75 accusa uomini di alterare consapevolmente la parola di Allah; 2:79 parla di uomini che «scrivono il Libro con le proprie mani» e affermano «Questo viene da Dio». L’accusa è già pesantissima senza trasformarla in una teoria indiscriminata secondo cui l’intera Bibbia sarebbe stata riscritta. Il punto decisivo è un altro: la testimonianza contraria della Gente del Libro viene resa sospetta prima ancora di essere ascoltata.

Il secondo meccanismo è l’attribuzione della conoscenza interiore agli avversari. Essi saprebbero ciò che nascondono; conoscerebbero ciò che il Corano presenta come prova di Maometto; lo rifiuterebbero per invidia; saprebbero di possedere materiale utilizzabile dai musulmani; sarebbero avidi di vita perché consapevoli del proprio destino.

Il Corano non si limita quindi a confutare gli argomenti dell’avversario: pretende di conoscere meglio dell’avversario stesso ciò che l’avversario sa, vuole e teme.

Il terzo elemento è l’autocertificazione della nuova rivelazione. Corano 2:97 dichiara che Gabriele ha fatto scendere il Libro nel cuore di Maometto; 2:99 definisce i suoi segni «evidenti»; 2:119 proclama che Maometto è stato inviato «con la verità». La catena Allah–Gabriele–Maometto viene quindi certificata dal documento proclamato da Maometto.

Perfino questa trasmissione canonica conserva differenze semantiche. Corano 2:119 può dire «non sarai interrogato riguardo agli abitanti della Fornace» oppure ordinare «non chiedere riguardo agli abitanti della Fornace». Corano 2:106 presenta varianti ancora più significative: Allah può «far dimenticare» una āyah oppure «rinviarla», mentre la prima azione stessa presenta nansakh/nunsikh.

Il versetto che fonda la sostituzione della rivelazione viene dunque esso stesso trasmesso attraverso più formulazioni canoniche del modo in cui Allah tratta la propria rivelazione.

Il quarto elemento è proprio l’abrogazione. Corano 2:106 attribuisce ad Allah il potere di sostituire un’āyah con una migliore o simile; 2:109 ordina di perdonare la Gente del Libro e lasciar correre «finché Dio non faccia giungere il Suo ordine». Ibn Kathīr identifica esplicitamente il successivo ordine con i versetti di combattimento 9:5 e 9:29 e dichiara abrogato il perdono precedente.

Nella stessa esegesi classica, quindi, una disposizione apparentemente conciliatoria può essere riclassificata come fase provvisoria superata da una successiva normativa militare.

Il quinto elemento è il mondo soprannaturale di Corano 2:102. Demoni insegnano magia; Hārūt e Mārūt vengono collocati a Babilonia; uomini apprendono ciò con cui separare marito e moglie; il danno avviene soltanto con il permesso di Allah. Al-Ṭabarī conserva e discute interpretazioni incompatibili persino sul fatto che Allah abbia o non abbia fatto scendere quella conoscenza sui due angeli.

Il problema non consiste nella mancanza di ingegnosità degli esegeti, ma precisamente nel fatto che un versetto presentato come rivelazione chiarificatrice ha prodotto interpretazioni opposte su uno dei propri elementi centrali.

La seconda metà della sezione compie infine l’appropriazione dei patriarchi. Abramo viene separato dall’identità ebraica e cristiana, trasferito alla Kaʿba, fatto pregare accanto a Ismaele per una futura comunità di muslimūn e per l’arrivo di un messaggero che Ibn Kathīr identifica con Maometto.

La ricerca storico-critica rende questo sviluppo ancora più interessante. James Howard-Johnston osserva che nessuna sura precedente associa Abramo alla Kaʿba e interpreta l’associazione nelle sezioni tarde come parte della ridefinizione monoteistica del santuario meccano. La stessa tradizione islamica diventa quindi la fonte principale per l’Abramo meccano che viene poi utilizzato come antica legittimazione della tradizione islamica.

La struttura è nuovamente circolare: Maometto proclama un Corano nel quale Abramo costruisce la Kaʿba, Abramo prega per il futuro messaggero e la comunità abramitica è già descritta come muslim; la narrazione viene poi utilizzata per dimostrare che Maometto, la Kaʿba e l’Islam restaurano la religione autentica di Abramo.

Corano 2:121 fornisce infine la chiave dell’intero sistema. Il vero lettore della Scrittura precedente è colui che arriva alla conclusione islamica; Muslim 153 stabilisce la conseguenza per chi non vi arriva: l’ebreo o il cristiano che conosce Maometto e muore senza credere nel suo messaggio appartiene al Fuoco.

Corano 2:137 lo formula ancora più semplicemente:

«Se crederanno in ciò in cui credete voi, allora saranno guidati.»

Non è quindi la fedeltà autonoma alla Torah o al Vangelo a costituire il criterio della guida. Il criterio è la conformità alla fede della nuova comunità, mentre Torah, Gesù, Abramo e le precedenti rivelazioni vengono reinterpretati affinché convergano su quella conclusione.

Il blocco termina con la domanda:

«Ne sapete di più voi o Dio?»

All’interno della fede islamica la risposta è ovvia. Storicamente, però, la domanda non può sostituire la dimostrazione della premessa sulla quale dipende tutto il ragionamento: che il Corano sia realmente la voce di Allah.

I versetti 75-140 costruiscono così una rivelazione che convoca le fonti precedenti come testimoni, dichiara inattendibili i testimoni quando dissentono, ridefinisce i loro profeti, incorpora i loro patriarchi nella propria genealogia e utilizza infine la propria origine divina come criterio ultimo per certificare l’intera ricostruzione.

Il commento prosegue con i versetti 141-210 della Sura 2 al-Baqarah, dove questa identità religiosa diventa sempre più concretamente comunitaria, rituale, giuridica e militare.

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