Naviga nei commenti al Corano
Bloggando il Corano
Indice dei commenti
Indice completo- 001 — al-Fātiḥah, “L’Apertura”
- 002 — al-Baqara, “La Vacca”
- 003 — Al Imran, “La Famiglia di Imran”
- 004 — al-Nisa, “Le Donne”
- 005 — al-Ma’ida, “La Mensa”
- 006 — al-An‘am, “Il Bestiame”
- 007 — al-A‘raf, “Le Alture”
- 008 — al-Anfal, “Il Bottino”
- 009 — al-Tawba, “Il Pentimento”
- 010 — Yunus, “Giona”
- 011 — Hud
- 012 — Yusuf, “Giuseppe”
- 013 — ar-Ra’d, “Il Tuono”
- 014 — Ibrahim, “Abramo”
- 015 — al-Hijr
- 016 — an-Nahl, “L’Ape”
- 017 — al-Isra, “Il Viaggio Notturno”
- 018 — al-Kahf, “La Caverna”
- 019 — Maryam, “Maria”
- 020 — Ta Ha
- 021 — al-Anbiya, “I Profeti”
- 022 — al-Hajj, “Il Pellegrinaggio”
- 023 — al-Mu’minun, “I Credenti”
- 024 — an-Nur, “La Luce”
- 025 — al-Furqan, “Il Criterio”
- 026 — ash-Shu’ara, “I Poeti”
- 027 — an-Naml, “La Formica”
- 028 — al-Qasas, “Il Racconto”
- 029 — al-Ankabut, “Il Ragno”
- 030 — al-Rūm, “I Bizantini”
- 031 — Luqman, “Luqman”
- 032 — as-Sajda, “La Prostrazione”
- 033 — al-Ahzab, “I Confederati”
- 034 — Saba, “I Sabei”
- 035 — Fatir, “Il Creatore / Gli Angeli”
- 036 — Ya-Sin
- 037 — as-Saffat, “I Ranghi”
- 038 — Sad
- 039 — az-Zumar, “I Gruppi”
- 040 — Ghafir, “Il Perdonatore (Il Credente)”
- 041 — Fussilat, “Spiegati in dettaglio”
- 042 — Ash-Shūrā, “La consultazione”
- 043 — Az-Zukhruf, “Gli ornamenti d’oro”
- 044 — ad-Dukhān, “Il fumo”
- 045 — al-Jāthiyah, “La genuflessa”
- 046 — Al-Ahqaf, “Le dune”
- 047 — Muhammad, “Maometto”
- 048 — al-Fath, “La Vittoria”
- 049 — al-Hujurat, “Le Stanze”
- 050 — Qaf
- 051 — adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”
- 052 — at-Tur, “Il monte”
- 053 — an-Najm, “La stella”
- 054 — al-Qamar, “La luna”
- 055 — ar-Raḥmān, “Il Compassionevole”
- 056 — al-Waqiʿah, “L’inevitabile”
- 057 — al-Hadid, “Il ferro”
- 058 — al-Mujādilah, “La disputante”
- 059 — al-Hashr, “L’esilio”
- 060 — al-Mumtahanah, “L’esaminata”
- 061 — as-Saff, “I ranghi serrati”
- 062 — al-Jumuʿah, “Il venerdì”
- 063 — al-Munafiqun, “Gli ipocriti”
- 064 — at-Taghabun, “L’inganno reciproco”
- 065 — at-Talaq, “Il divorzio”
- 066 — at-Tahrim, “Il divieto”
- 067 — al-Mulk, “La sovranità”
- 068 — al-Qalam, “La penna”
- 069 — al-Haqqah, “La realtà”
- 070 — al-Maarij, “Le vie dell’ascesa”
- 071 — Nuh, “Noè”
- 072 — al-Jinn
- 073 — al-Muzzammil, “L’avvolto nel mantello”
- 074 — al-Muddaththir, “Il coperto dal mantello”
- 075 — al-Qiyamah, “La risurrezione”
- 076 — al-Insan, “L’uomo”
- 077 — al-Mursalat, “Le inviate”
- 078 — an-Naba, “L’Annuncio”
- 079 — an-Naziat, “Gli strappanti”
- 080 — Abasa, “Si accigliò”
- 081 — at-Takwir, “L’oscuramento”
- 082 — al-Infitar, “Lo squarciarsi”
- 083 — al-Mutaffifin, “I frodatori”
- 084 — al-Inshiqaq, “La fenditura”
- 085 — al-Buruj, “Le costellazioni”
- 086 — at-Tariq, “L’astro notturno”
- 087 — al-Ala, “L’Altissimo”
- 088 — al-Ghashiyah, “L’avvolgente”
- 089 — al-Fajr, “L’aurora”
- 090 — al-Balad, “La città”
- 091 — ash-Shams, “Il sole”
- 092 — al-Layl, “La notte”
- 093 — ad-Duha, “Le ore del mattino”
- 094 — ash-Sharh, “L’apertura”
- 095 — at-Tin, “Il fico”
- 096 — al-ʿAlaq, “L’aderenza”
- 097 — al-Qadr, “Il destino”
- 098 — al-Bayyinah, “La prova evidente”
- 099 — az-Zalzalah, “Il terremoto”
- 100 — al-ʿAdiyat, “Le scalpitanti”
- 101 — al-Qariʿah, “La percotente”
- 102 — at-Takathur, “La competizione”
- 103 — al-ʿAsr, “Il tempo”
- 104 — al-Humazah, “Il diffamatore”
- 105 — al-Fīl, “L’elefante”
- 106 — Quraysh
- 107 — al-Māʿūn, “L’aiuto”
- 108 — al-Kawthar, “L’abbondanza”
- 109 — al-Kāfirūn, “I miscredenti”
- 110 — an-Naṣr, “Il soccorso”
- 111 — al-Masad, “Le fibre di palma”
- 112 — al-Ikhlāṣ, “La sincerità”
- 113 — al-Falaq, “L’alba”
- 114 — an-Nās, “Gli uomini”
[Reading 324 lines from start (total: 324 lines, 0 remaining)]
Commento al Corano: Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 40-74
← Torna all’indice · Leggi la traduzione completa della Sura 2 →
Il commento al Corano della Sura 2 al-Baqarah, “La Vacca”, versetti 40-74 apre la lunga requisitoria coranica contro i Figli d’Israele. Dopo i versetti 1-39 della Sura 2, nei quali il Libro si proclama privo di dubbio e divide gli uomini fra guidati, miscredenti e ipocriti, il testo si rivolge direttamente agli israeliti e utilizza la loro storia religiosa come atto d’accusa.
Il favore ricevuto da Allah, il patto, Mosè, la liberazione dall’Egitto, il mare diviso, il vitello d’oro, la manna, le quaglie, il Monte, il Sabato e la vacca vengono incorporati in una struttura ripetitiva: Allah concede, Israele trasgredisce, Allah castiga, perdona o ammonisce, e il precedente viene infine utilizzato contro i contemporanei di Maometto.
L’operazione è ancora più evidente nei tafsir classici. Al-Ṭabarī interpreta il patto di Corano 2:40 come l’obbligo, contenuto secondo lui nella stessa Torah, di riconoscere Maometto come profeta; interpreta l’occultamento della verità di 2:42 come occultamento della descrizione di Maometto presente nei libri degli ebrei. Ibn Kathīr applica il comando di pregare e inchinarsi di 2:43 all’ingresso nella comunità religiosa di Maometto.
La storia di Israele viene quindi riletta dal Corano e dalla sua esegesi come preparazione alla missione islamica: le Scritture precedenti dovrebbero condurre a Maometto e, quando non lo fanno nella lettura dei loro possessori, il problema viene attribuito al rifiuto, all’occultamento, alla deformazione o alla disobbedienza dei destinatari.
Il patto con Israele diventa, nel tafsir, obbligo di riconoscere Maometto – Corano 2:40-41
Il nuovo blocco comincia:
«O Figli d’Israele, ricordate il favore di cui vi ho colmati; rispettate il Mio patto e Io rispetterò il vostro patto, e temete Me soltanto.» (Corano 2:40).
Il versetto, isolato, non specifica in questa frase quale clausola del patto sia in questione. Al-Ṭabarī a Corano 2:40 elimina però ogni indeterminatezza nella propria interpretazione: sostiene che Allah avrebbe imposto ai Figli d’Israele nella Torah di rendere noto agli uomini il caso di Maometto, riconoscerlo come Messaggero e credere in lui e in ciò che avrebbe portato.
Il commentatore trasforma quindi il patto mosaico in una testimonianza preventiva a favore del profeta islamico. Il premio per l’adempimento sarebbe il Paradiso; il rifiuto di Maometto diventa violazione dell’antico patto.
Il versetto successivo dice:
«Credete in ciò che ho fatto scendere, a conferma di ciò che avete con voi; non siate i primi a non credervi, non vendete i Miei segni per un prezzo misero e temete Me soltanto.» (Corano 2:41).
La nuova rivelazione si autodefinisce quindi “conferma” della precedente e contemporaneamente stabilisce quale risposta la precedente rivelazione dovrebbe produrre: credere nel Corano. Se la lettura ebraica della Torah non conduce a questa conclusione, l’esegesi islamica non prende in considerazione soltanto la possibilità che il Corano interpreti la Torah in maniera differente; presenta invece la mancata conversione come infedeltà al patto stesso.
“Non nascondete la verità mentre sapete”: il dissenso diventa occultamento consapevole – Corano 2:42
Il versetto 42 afferma:
«Non mescolate la verità con il falso e non nascondete la verità mentre sapete.» (Corano 2:42).
Il linguaggio elimina la neutralità epistemica dell’avversario. Non viene descritto un interprete che legge le proprie Scritture e raggiunge una conclusione diversa da quella di Maometto: il destinatario viene accusato di conoscere la verità e di nasconderla.
Al-Ṭabarī specifica ancora una volta quale sarebbe questa verità occultata: la descrizione di Maometto come profeta e messaggero, che secondo il commentatore gli ebrei troverebbero scritta nei propri libri.
Il Corano proclama quindi che la rivelazione precedente conferma Maometto; il tafsir afferma che gli ebrei possiedono materialmente questa conferma; il loro mancato riconoscimento viene successivamente utilizzato non contro la pretesa islamica, ma contro la loro sincerità.
Questo meccanismo diventerà centrale nella successiva polemica islamica sulla presunta falsificazione della Bibbia.
Pregate con la comunità di Maometto – Corano 2:43
Il Corano ordina:
«Osservate la preghiera, versate l’elemosina prescritta e inchinatevi con coloro che si inchinano.» (Corano 2:43).
La formulazione appartiene al vocabolario cultuale che caratterizzerà la comunità islamica: ṣalāt, zakāt e preghiera collettiva.
Ibn Kathīr a Corano 2:43 riporta da Muqātil un’interpretazione estremamente esplicita: la Gente del Libro sarebbe comandata a pregare con Maometto, consegnare la zakāt a Maometto e inchinarsi insieme alla comunità di Maometto. Il commentatore conclude: «siate di loro e con loro».
Queste parole appartengono al tafsir, non alla formulazione letterale del versetto. Ma mostrano come il passo venisse compreso nella tradizione: non come invito a ebrei e musulmani a praticare parallelamente le proprie religioni, ma come richiesta agli appartenenti alla rivelazione precedente di entrare nell’ordine religioso della nuova comunità.
Predicano agli altri ma non obbediscono alla rivelazione – Corano 2:44-46
Il versetto 44 domanda:
«Ordinate agli uomini la rettitudine e dimenticate voi stessi, mentre recitate il Libro? Non ragionate dunque?» (Corano 2:44).
Il rimprovero non rimane una massima astratta sull’ipocrisia morale. Nell’esegesi di Ibn Kathīr viene applicato anche alla contraddizione fra ciò che alcuni uomini della Gente del Libro saprebbero dalla propria Scrittura e il loro rifiuto di seguire Maometto. Il possesso del Libro non conferisce quindi autorità autonoma al destinatario: diventa materiale probatorio contro di lui.
I versetti successivi prescrivono:
«Cercate aiuto nella pazienza e nella preghiera. Essa è certamente gravosa, salvo che per gli umili, coloro che sono convinti di incontrare il loro Signore e di tornare a Lui.» (Corano 2:45–2:46).
La preghiera viene quindi collocata all’interno della sottomissione richiesta dalla nuova rivelazione: l’uomo deve accettare il comando, attendere il giudizio e riconoscere di essere destinato al ritorno davanti ad Allah.
“Vi ho favoriti sui mondi”: il privilegio diventa fondamento dell’accusa – Corano 2:47-48
Il Corano ripete:
«O Figli d’Israele, ricordate il favore di cui vi ho colmati e che vi ho favoriti sui mondi.» (Corano 2:47).
Il favore passato non viene utilizzato per riconoscere un’autorità religiosa permanente del giudaismo. Funziona al contrario come aggravante narrativa: maggiori sono il privilegio, i segni e la rivelazione ricevuti, più grave diventa il successivo rifiuto secondo il racconto coranico.
Il versetto seguente elimina qualsiasi sicurezza fondata sull’appartenenza:
«Temete un Giorno in cui nessuna anima potrà giovare in alcun modo a un’altra, non sarà accettata da essa alcuna intercessione, non sarà preso da essa alcun riscatto e non saranno soccorsi.» (Corano 2:48).
Il versetto nega quindi efficacia salvifica autonoma ad appartenenza, intercessore o riscatto. Altrove il Corano consentirà un’intercessione soltanto quando Allah la autorizzi: l’elemento costante rimane il monopolio divino sulla salvezza.
Faraone sgozza i figli; Allah annega l’esercito – Corano 2:49-50
La requisitoria continua attraverso l’Esodo:
«E quando vi salvammo dalla gente del Faraone, che vi infliggeva il peggiore tormento: sgozzavano i vostri figli maschi e lasciavano in vita le vostre donne. In ciò vi fu una grande prova da parte del vostro Signore.» (Corano 2:49).
Il verbo coranico è duro e va lasciato duro: yudhabbiḥūna indica lo sgozzamento o macellazione dei figli maschi.
Segue:
«E quando dividemmo per voi il mare, vi salvammo e facemmo annegare la gente del Faraone mentre stavate a guardare.» (Corano 2:50).
L’episodio biblico viene assunto come storia islamica della salvezza: Allah libera Israele e distrugge i suoi persecutori. Ma quella liberazione non fonda l’autonomia della religione israelitica; serve come primo elemento della successione «favore → trasgressione» che il Corano utilizza contro i destinatari successivi.
Il vitello d’oro: il popolo salvato ricade immediatamente nell’idolatria – Corano 2:51-53
Il racconto prosegue:
«E quando fissammo con Mosè quaranta notti; poi, in sua assenza, prendeste il Vitello, comportandovi da ingiusti. Poi, dopo ciò, vi perdonammo, affinché foste riconoscenti.» (Corano 2:51–2:52).
Segue il dono del Libro e del Furqān:
«E quando demmo a Mosè il Libro e il criterio, affinché foste guidati.» (Corano 2:53).
La sequenza intensifica l’accusa: il gruppo che Allah avrebbe appena sottratto alla strage egiziana, condotto attraverso il mare e dotato di rivelazione viene rappresentato come capace di rivolgersi immediatamente al culto del vitello.
“Pentitevi… e uccidete voi stessi”: il pentimento attraverso il massacro – Corano 2:54
Il versetto successivo contiene uno dei comandi più violenti dell’intero blocco:
«E quando Mosè disse al suo popolo: “O popolo mio, avete fatto torto a voi stessi prendendo il Vitello. Pentitevi dunque davanti al vostro Creatore e uccidete voi stessi; ciò è meglio per voi presso il vostro Creatore”. Poi Egli accolse il vostro pentimento. In verità Egli è Colui che accoglie il pentimento, il Misericordioso.» (Corano 2:54).
L’arabo fa-qtulū anfusakum dice realmente «uccidete voi stessi». Il Corano non descrive in questo versetto il meccanismo concreto dell’uccisione, ma l’esegesi classica rifiuta di trasformarlo in semplice mortificazione interiore.
Al-Qurṭubī a Corano 2:54 registra una lettura spiritualizzante secondo cui si tratterebbe di domare l’ego attraverso l’obbedienza, quindi la respinge espressamente: la corretta interpretazione sarebbe un’uccisione reale. Il commentatore riferisce diverse ricostruzioni: gli israeliti si sarebbero disposti in gruppi e uccisi reciprocamente, oppure chi non aveva adorato il vitello avrebbe ucciso gli idolatri.
Ibn Kathīr conserva tradizioni ancora più crude. In una narrazione attribuita a Ibn ʿAbbās, coloro che non avevano adorato il vitello avrebbero preso coltelli e cominciato a uccidere gli altri; altre trasmissioni descrivono uomini che si massacrano reciprocamente senza risparmiare parente vicino o lontano.
Più tradizioni esegetiche riportate da Ibn Kathīr e al-Ṭabarī fanno salire il numero dei morti fino a 70.000. È una cifra della tradizione esegetica, non un dato storico dimostrato dal Corano.
Il significato teologico attribuito alla strage è però esplicito nelle fonti: per alcuni commentatori il morto ottiene il martirio e il superstite il pentimento.
Nella lettura classica, quindi, l’idolatria viene espiata attraverso un’uccisione collettiva ordinata da Allah: il massacro non interrompe il processo del pentimento, costituisce il processo del pentimento.
“Non ti crederemo finché non vedremo Dio apertamente”: la richiesta viene punita con la folgore – Corano 2:55-56
Subito dopo viene narrata un’altra ribellione:
«E quando diceste: “O Mosè, non ti crederemo finché non vedremo Dio apertamente”. Allora vi colpì la folgore mentre stavate guardando.» (Corano 2:55).
La richiesta di accesso diretto alla divinità al posto della mediazione profetica riceve una risposta fisica: la folgore li colpisce.
Il versetto successivo prosegue:
«Poi vi risuscitammo dopo la vostra morte, affinché foste riconoscenti.» (Corano 2:56).
Lo stesso episodio combina quindi richiesta di verifica, morte punitiva e resurrezione. I destinatari chiedono di vedere; la risposta non è la visione richiesta, ma l’essere colpiti e poi riportati in vita da Allah.
Manna e quaglie: il favore viene utilizzato per aggravare l’ingratitudine – Corano 2:57
Il Corano continua:
«E facemmo ombra su di voi con le nuvole e facemmo scendere su di voi la manna e le quaglie: “Mangiate delle cose buone che vi abbiamo provveduto”. Non fecero torto a Noi, ma facevano torto a sé stessi.» (Corano 2:57).
Il nutrimento ricevuto nel deserto non viene inserito come parentesi celebrativa. Nella logica dell’intero blocco accumula un ulteriore debito religioso: più Allah avrebbe protetto, nutrito e salvato il popolo, più il successivo rifiuto appare colpevole nella ricostruzione coranica.
La parola cambiata e gli israeliti trascinati sul sedere – Corano 2:58-59 e Bukhārī 4479
Il Corano ordina:
«E quando dicemmo: “Entrate in questa città e mangiatene con abbondanza, dove volete; entrate dalla porta prostrandovi e dite: “Perdono!”. Perdoneremo i vostri peccati e accresceremo la ricompensa di coloro che fanno il bene”.» (Corano 2:58).
Il versetto successivo accusa:
«Ma coloro che furono ingiusti sostituirono le parole con altre diverse da quelle che erano state dette loro; allora facemmo scendere dal cielo un castigo su coloro che furono ingiusti, per la loro trasgressione.» (Corano 2:59).
Il Corano non specifica quale sostituzione concreta sia avvenuta. La Sunna canonica amplia però il racconto. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4479 attribuisce a Maometto la spiegazione secondo cui agli israeliti era stato ordinato di entrare prosternandosi e chiedendo remissione, ma essi sarebbero entrati trascinandosi sul sedere e avrebbero modificato la formula prescritta introducendo un gioco di parole sul «grano».
Il Corano offre l’accusa sintetica di avere sostituito una parola; il hadith la trasforma in una scena di disobbedienza caricaturale, nella quale persino il modo di entrare dalla porta viene rovesciato.
Questa distinzione fra versetto e successiva narrazione deve rimanere visibile: il dettaglio grottesco non è nel Corano, ma viene attribuito allo stesso Maometto nella raccolta canonica di al-Bukhārī.
Dodici sorgenti e un nuovo divieto di “seminare corruzione” – Corano 2:60
Il Corano riprende un altro episodio mosaico:
«E quando Mosè chiese acqua per il suo popolo, dicemmo: “Colpisci la roccia con il tuo bastone”. Da essa sgorgarono dodici sorgenti e ogni gruppo conobbe il proprio luogo per bere. “Mangiate e bevete della provvista di Dio e non percorrete la terra seminando corruzione”.» (Corano 2:60).
Ancora una volta il favore introduce immediatamente l’obbligo: ricevere acqua e nutrimento da Allah deve produrre obbedienza. La deviazione dalla volontà religiosa viene classificata attraverso fasād, corruzione o disordine sulla terra.
“Umiliazione”, “miseria” e “ira di Dio” – Corano 2:61
Il versetto 61 costituisce uno dei vertici polemici della sezione:
«E quando diceste: “O Mosè, non sopporteremo un solo tipo di cibo. Invoca per noi il tuo Signore affinché faccia uscire per noi ciò che la terra produce: le sue verdure, i suoi cetrioli, il suo aglio, le sue lenticchie e le sue cipolle”. Disse: “Volete scambiare ciò che è migliore con ciò che è inferiore? Scendete in una città e avrete ciò che avete chiesto”. Furono colpiti dall’umiliazione e dalla miseria e incorsero nell’ira di Dio. Ciò perché non credevano nei segni di Dio e uccidevano i profeti senza diritto; ciò perché disobbedivano e trasgredivano.» (Corano 2:61).
Dhillah esprime umiliazione, bassezza, abiezione; maskanah miseria, indigenza o condizione di sottomissione. Il testo non si limita quindi a criticare una scelta alimentare: culmina nell’attribuzione di umiliazione, miseria e ira divina e collega questa condizione al rifiuto dei segni, all’uccisione dei profeti, alla disobbedienza e alla trasgressione.
Ibn Kathīr a Corano 2:61 sviluppa il passo in una direzione politicamente molto più pesante. Interpreta l’umiliazione come condizione stabilita sugli ebrei «religiosamente e per decreto» e trasmette da al-Ḥasan la formula secondo cui Allah li avrebbe umiliati e posti «sotto i piedi dei musulmani».
Lo stesso commentario conserva tradizioni che interpretano la *maskanah* o l’umiliazione attraverso il pagamento della jizya e la condizione di *ṣaghār*, subordinazione, utilizzando quindi il versetto sulla storia israelitica come chiave per leggere la successiva posizione giuridica degli ebrei sotto governo islamico.
Questa estensione non appartiene alle parole di Corano 2:61: appartiene a Ibn Kathīr e alle autorità che egli cita. Ma proprio per questo è storicamente significativa. Un testo sull’“umiliazione” di Israele viene interpretato dall’esegesi classica attraverso la subordinazione concreta degli ebrei ai musulmani e il pagamento della jizya.
Per il successivo sviluppo giuridico e storico si veda la condizione dei dhimmī nelle fonti islamiche e nelle testimonianze storiche.
Corano 2:62 e il problema della salvezza di ebrei e cristiani
Immediatamente dopo la violenta requisitoria di 2:61 compare:
«In verità, coloro che credono, i giudei, i cristiani e i sabei — chiunque creda in Dio e nell’Ultimo Giorno e compia opere giuste — avranno la loro ricompensa presso il loro Signore; non avranno nulla da temere e non saranno afflitti.» (Corano 2:62).
La formulazione del versetto nomina quattro categorie e formula la condizione in termini di fede in Allah, Ultimo Giorno e opere rette. Non contiene nella frase le parole «deve riconoscere Maometto».
L’esegesi classica inserisce però precisamente Maometto dentro la condizione.
Al-Ṭabarī a Corano 2:62 spiega espressamente che la fede degli ebrei, dei cristiani e dei sabei, dopo l’arrivo di Maometto, consiste nel credere in Maometto e in ciò che egli ha portato. Chi fra loro crede in lui, nell’Ultimo Giorno e opera rettamente avrebbe la ricompensa.
Lo stesso al-Ṭabarī conserva una tradizione attribuita a Ibn ʿAbbās secondo cui la promessa di 2:62 sarebbe stata successivamente superata da:
«Chi cerca una religione diversa dall’Islam, non gli sarà accettata, e nell’altra vita sarà fra i perdenti.» (Corano 3:85).
Secondo questa tradizione, 3:85 avrebbe quindi abrogato la precedente promessa relativa a ebrei, cristiani e sabei.
Ibn Kathīr formula il principio in termini altrettanto netti: prima della missione di Maometto era salvo chi seguiva autenticamente il profeta della propria epoca; dopo l’invio di Maometto, Allah non accetterebbe opere o religione che non siano conformi alla legge portata da lui.
Corano 2:62 non diventa quindi, nella grande esegesi sunnita classica, una garanzia permanente secondo cui un ebreo o un cristiano possono conoscere la missione di Maometto, rifiutarla, rimanere nella propria religione e ottenere ugualmente la salvezza in base a 2:62.
Al-Ṭabarī incorpora Maometto nella fede richiesta; Ibn Kathīr subordina la salvezza posteriore alla sua legge; una tradizione attribuita a Ibn ʿAbbās ricorre addirittura all’abrogazione mediante 3:85.
Il problema dell’abrogazione è approfondito nell’articolo sui conflitti fra le fonti islamiche e l’istituto del naskh.
Il patto con il Monte sospeso sopra la testa – Corano 2:63-64
Il Corano ritorna al Sinai:
«E quando stringemmo il patto con voi e innalzammo sopra di voi il Monte: “Tenete saldamente ciò che vi abbiamo dato e ricordate ciò che contiene, affinché possiate temere Dio”.» (Corano 2:63).
La scena diventa ancora più esplicita in Corano 7:171:
«E quando sollevammo il monte sopra di loro come se fosse una tettoia ed essi pensarono che stesse per cadere su di loro: “Afferrate con forza ciò che vi abbiamo dato…”»
Ibn Kathīr legge insieme i due passi: quando i Figli d’Israele avrebbero rifiutato l’obbedienza, Allah avrebbe innalzato il monte sopra le loro teste affinché accettassero il patto. Il commentatore conserva una tradizione secondo cui, quando rifiutarono di prosternarsi, Allah comandò al monte di cadere su di loro; essi allora si prosternarono temendo di essere schiacciati.
Un’altra spiegazione riportata da Ibn Kathīr rende esplicita l’alternativa: prendete la Torah con forza, altrimenti il monte vi verrà fatto cadere addosso.
Nella lettura classica il Sinai non è quindi soltanto lo scenario maestoso di un’alleanza liberamente discussa: la Scrittura viene accettata mentre una montagna è sospesa sopra i destinatari che credono di poter essere schiacciati.
Il versetto 64 aggiunge che, nonostante ciò, essi si sarebbero nuovamente voltati.
“Siate scimmie disprezzate”: la metamorfosi dei trasgressori del Sabato – Corano 2:65-66
Il versetto successivo afferma:
«E certamente conoscete quelli di voi che trasgredirono riguardo al sabato. Dicemmo loro: “Siate scimmie disprezzate”.» (Corano 2:65).
Qiradatan khāsiʾīn indica scimmie respinte, reiette, abiette. Il gruppo colpito nel racconto è quello dei trasgressori del Sabato.
Ibn Kathīr a Corano 2:65 non interpreta la trasformazione come semplice metafora del degrado morale. Trasmette che Allah avrebbe cambiato realmente i loro corpi in corpi animali. Una tradizione riportata dal commentatore afferma che i giovani sarebbero diventati scimmie e gli anziani maiali; un’altra, attribuita a Ibn ʿAbbās, dice che le persone trasformate in scimmie vissero soltanto tre giorni, non mangiarono, non bevvero e non ebbero discendenza.
Il versetto seguente stabilisce la funzione del castigo:
«Ne facemmo una punizione esemplare per quelli del loro tempo e per quelli venuti dopo, e un ammonimento per coloro che temono Dio.» (Corano 2:66).
Nella lettura classica, quindi, Allah trasforma fisicamente esseri umani in animali come punizione per una violazione religiosa e utilizza quella metamorfosi come ammonimento alle generazioni successive.
La vacca: Allah ordina, Israele domanda, il comando diventa sempre più difficile – Corano 2:67-71
Il racconto che dà il nome all’intera sura comincia:
«E quando Mosè disse al suo popolo: “Dio vi ordina di sgozzare una vacca”. Dissero: “Ci stai prendendo in giro?”. Disse: “Mi rifugio in Dio dall’essere tra gli ignoranti”.» (Corano 2:67).
Il comando iniziale è generico. I destinatari cominciano però a chiedere dettagli:
«Dissero: “Invoca per noi il tuo Signore affinché ci chiarisca come deve essere”. Disse: “Egli dice che è una vacca né vecchia né giovane, ma di età intermedia. Fate dunque ciò che vi viene ordinato”.» (Corano 2:68).
Seguono il colore:
«È una vacca gialla, di colore intenso, che rallegra chi la guarda.» (Corano 2:69).
e infine ulteriori caratteristiche:
«È una vacca non domata per arare la terra né per irrigare i campi, sana, senza macchia.» (Corano 2:71).
La conclusione è sprezzante:
«La sgozzarono, anche se poco mancò che non lo facessero.»
Ibn Kathīr interpreta l’intera serie di domande come ostinazione. Secondo le tradizioni che raccoglie, se gli israeliti avessero immediatamente sacrificato una vacca qualsiasi sarebbe stato sufficiente; poiché resero difficile il comando con continue domande, Allah lo rese progressivamente più difficile per loro.
Nella lettura esegetica il problema non consiste quindi nel fatto che il comando iniziale fosse privo di dettagli: la colpa viene attribuita a chi chiede i dettagli. La crescente precisione del comando diventa punizione dell’insistenza nel chiedere chiarimenti.
Perché una vacca? Numeri 19, Deuteronomio 21 e tradizione rabbinica
Il racconto coranico di 2:67-74 presenta una struttura singolare. I versetti 67-71 descrivono una vacca da sacrificare con caratteristiche dettagliate; i versetti 72-73 introducono improvvisamente un omicidio, un cadavere colpito con una parte della vacca e la resurrezione del morto.
La ricerca storico-critica ha da tempo osservato paralleli con due distinti testi della Torah. Numeri 19 prescrive una vacca rossa, senza difetto e mai sottoposta al giogo; Deuteronomio 21:1-9 prescrive invece una giovenca mai utilizzata nel lavoro nel contesto di un omicidio irrisolto.
Corano 2 combina elementi che ricordano entrambi: un bovino specificamente descritto, mai impiegato nel lavoro, e un omicidio la cui verità deve essere rivelata.
Lo studioso Ali Aghaei ha dedicato uno studio specifico alla storia della vacca dei Banū Isrāʾīl in Corano 2:67-74. Ricostruisce la lunga espansione narrativa prodotta dall’esegesi musulmana e confronta il passo con materiale biblico e postbiblico.
Una spiegazione proposta nella ricerca occidentale considera la pericope coranica una conflazione dei motivi di Numeri 19 e Deuteronomio 21. Aghaei mostra però che la relazione è più complessa e richiama anche le discussioni rabbiniche sulla vacca rossa, soprattutto la tradizione della Parah.
Il punto storico-critico rimane netto anche senza scegliere una teoria unica sulla dipendenza: il racconto della vacca non appare in un vuoto culturale. Condivide una costellazione molto specifica di motivi con testi biblici e tradizioni rabbiniche precedenti e contemporanee all’ambiente tardoantico nel quale nasce il Corano.
La domanda diventa quindi storica prima ancora che teologica: perché una rivelazione presentata come comunicazione diretta di Allah costruisce la propria narrazione attraverso motivi già attestati e rielaborati nelle tradizioni ebraiche anteriori?
Il morto viene colpito con la vacca e Allah lo riporta in vita – Corano 2:72-73
Dopo la lunga descrizione dell’animale il Corano introduce improvvisamente l’omicidio:
«E quando uccideste una persona e vi accusaste a vicenda al riguardo, mentre Dio stava per far emergere ciò che nascondevate.» (Corano 2:72).
Segue:
«Dicemmo: “Colpitelo con una parte di essa”. Così Dio ridà vita ai morti e vi mostra i Suoi segni, affinché possiate ragionare.» (Corano 2:73).
Il testo non specifica quale parte della vacca venga utilizzata né descrive le parole del morto. È il tafsir a sviluppare la scena. Ibn Kathīr e altre fonti esegetiche narrano che il cadavere sarebbe tornato realmente in vita e avrebbe identificato il proprio assassino prima di morire nuovamente; le tradizioni divergono persino su quale parte dell’animale fosse stata utilizzata.
Il Corano fornisce quindi il miracolo essenziale — un morto colpito con parte dell’animale viene riportato in vita — mentre l’esegesi costruisce attorno a quelle poche parole una narrazione investigativa completa.
Il miracolo viene inoltre utilizzato dal testo come prova generale della resurrezione: «Così Dio ridà vita ai morti». Ma il ragionamento rimane interno alla narrazione: che il morto sia realmente risorto in quell’occasione è precisamente il fatto soprannaturale attestato dalla fonte religiosa che lo utilizza poi per dimostrare il potere soprannaturale di Allah.
“I vostri cuori si indurirono: sono come pietre, o ancora più duri” – Corano 2:74
Il blocco termina con una delle immagini più dure rivolte ai destinatari:
«Poi, dopo ciò, i vostri cuori si indurirono: sono come pietre, o ancora più duri. Vi sono infatti pietre da cui sgorgano fiumi, altre che si spaccano e ne esce acqua, e altre ancora che precipitano per timore di Dio. Dio non è ignaro di ciò che fate.» (Corano 2:74).
La degradazione retorica è completa. Persino la materia inerte viene presentata come più ricettiva alla volontà divina degli uomini accusati dal testo: le pietre si spaccano, producono acqua e perfino «precipitano per timore di Allah»; i cuori dei destinatari possono essere invece «ancora più duri» delle pietre.
Dopo averli accusati di nascondere consapevolmente la verità, violare il patto, adorare il vitello, pretendere di vedere Allah, modificare il comando ricevuto, attirare ira e umiliazione, trasgredire il Sabato e resistere all’ordine della vacca, il Corano conclude dichiarando i loro cuori più duri della pietra.
Favori e castighi funzionano insieme nella requisitoria
La sequenza 40-74 alterna continuamente ciò che Allah concede e ciò che infligge. Non sono due temi indipendenti. La liberazione dall’Egitto, il mare diviso, il Libro, la manna, le quaglie, l’acqua e il perdono vengono accumulati precisamente per rendere più pesante l’accusa successiva.
Ogni favore diventa debito; ogni debito aumenta la colpa; ogni trasgressione conferma retrospettivamente il ritratto coranico del gruppo.
La stessa struttura rende la narrazione estremamente autoreferenziale: il Corano decide quali favori Allah concesse, quali colpe commisero i destinatari, quale significato possedevano gli eventi e come la storia precedente debba essere utilizzata per giudicare gli interlocutori di Maometto.
Dalla Torah a Maometto: la storia precedente viene subordinata alla nuova rivelazione
Il filo conduttore della sezione non è semplicemente «Israele peccò». È la trasformazione dell’intera memoria israelitica in argomento a favore dell’Islam.
Il patto viene letto da al-Ṭabarī come promessa di riconoscere Maometto. La verità occultata sarebbe la sua descrizione nelle Scritture. La preghiera e la zakāt diventano, nell’esegesi di Ibn Kathīr, comando di unirsi alla comunità di Maometto. Corano 2:62 viene letto da al-Ṭabarī attraverso la necessità, per ebrei e cristiani, di credere in Maometto; Ibn Kathīr dichiara che dopo la sua missione non viene accettata una religione che non segua la sua legge.
La Torah non conserva quindi, nel sistema esegetico islamico, il diritto di produrre una conclusione contraria al Corano. Se è autenticamente compresa, dovrebbe confermare Maometto; se i suoi possessori non giungono a Maometto, vengono accusati di occultamento, deformazione, mancata comprensione o rifiuto.
La nuova rivelazione diventa così contemporaneamente interprete delle Scritture precedenti e giudice dei loro possessori.
Conclusione
I versetti 40-74 della Sura 2 al-Baqarah trasformano la storia dei Figli d’Israele in una grande requisitoria al servizio della nuova rivelazione. Il privilegio non produce autonomia religiosa: produce responsabilità aggravata. Più Israele avrebbe ricevuto da Allah, più colpevole viene rappresentato quando non obbedisce secondo la versione degli eventi fornita dal Corano.
Il processo comincia già con il patto. Il Corano ordina ai Figli d’Israele di credere nel nuovo Libro perché confermerebbe ciò che possiedono. Al-Ṭabarī porta il ragionamento fino alla conclusione: la Torah conterrebbe l’obbligo di riconoscere Maometto e la descrizione del nuovo profeta che gli ebrei starebbero occultando.
La pretesa islamica viene quindi protetta contro la smentita proveniente dagli stessi possessori della Scrittura invocata come testimone: se non riconoscono Maometto, non dimostrano che la Torah non lo annunci; dimostrano, secondo il sistema coranico ed esegetico, di nascondere ciò che sanno.
La storia dell’Esodo viene utilizzata nello stesso modo. Allah avrebbe salvato Israele dalla strage, annegato l’esercito del Faraone, dato il Libro e fornito cibo e acqua. Questi elementi non vengono lasciati come memoria della salvezza israelitica: vengono accumulati per costruire l’immagine di una comunità tanto più colpevole quanto più sarebbe stata favorita.
Corano 2:54 mostra fino a quale punto possa arrivare la logica della trasgressione religiosa. Dopo il vitello d’oro, Mosè ordina: «Pentitevi dunque davanti al vostro Creatore e uccidete voi stessi». Al-Qurṭubī dichiara esplicitamente che l’uccisione deve essere intesa realmente; Ibn Kathīr e al-Ṭabarī conservano tradizioni di uccisione reciproca e perfino la cifra esegetica di settantamila morti.
Nella lettura classica, l’atto attraverso cui Allah accoglie il pentimento è preceduto da un massacro ordinato dalla stessa divinità: l’uccisione diventa espiazione, il morto martire e il superstite pentito.
La successiva richiesta di vedere Allah conduce alla folgore e alla morte, seguite da resurrezione. Il cambiamento della parola prescritta conduce invece al castigo; Bukhārī trasforma l’episodio in una scena nella quale gli israeliti entrano trascinandosi sul sedere e deformano intenzionalmente la formula richiesta.
Corano 2:61 porta la polemica su un piano ancora diverso. Il testo parla di «umiliazione», «miseria» e «ira di Dio». Ibn Kathīr proietta questa umiliazione nella storia successiva e conserva interpretazioni che la collegano alla jizya e alla subordinazione degli ebrei ai musulmani. La degradazione teologica dell’antico Israele diventa così materiale esegetico per spiegare una subordinazione politico-giuridica posteriore.
Corano 2:62 non rovescia questa struttura. La sua formulazione nomina ebrei, cristiani e sabei insieme ai credenti, ma al-Ṭabarī interpreta la fede salvifica post-maomettana degli appartenenti a queste comunità come fede in Maometto e in ciò che egli ha portato. Ibn Kathīr dichiara che, dopo la sua missione, soltanto ciò che segue la sua legge viene accettato; una tradizione attribuita a Ibn ʿAbbās considera addirittura 2:62 abrogato da «Chi cerca una religione diversa dall’Islam, non gli sarà accettata».
Il pluralismo religioso che potrebbe essere ricavato isolando 2:62 viene quindi drasticamente ristretto nella grande esegesi classica.
Il racconto del Monte rende materialmente visibile lo stesso principio di obbedienza. Allah innalza il Sinai sopra i destinatari e 7:171 aggiunge che essi credono che possa cadere loro addosso. Ibn Kathīr interpreta la scena come pressione affinché accettino la Torah: obbedite, oppure la montagna cadrà su di voi.
Il Sabato conduce quindi alla metamorfosi. «Siate scimmie disprezzate» non viene spiritualizzato da Ibn Kathīr: il commentatore parla di corpi fisicamente trasformati e trasmette tradizioni di esseri umani convertiti in scimmie o maiali, lasciati vivere pochi giorni e privati di discendenza.
La storia della vacca aggiunge infine un problema storico-critico che la sola esegesi interna non risolve. Le caratteristiche del bovino richiamano la vacca di Numeri 19 e la giovenca di Deuteronomio 21; l’omicidio irrisolto richiama ancora più direttamente quest’ultimo passo. La ricerca moderna ha discusso se il Corano abbia fuso due prescrizioni bibliche o rifletta una rete più complessa di tradizioni bibliche e rabbiniche.
Qualunque modello intertestuale si preferisca, la pericope coranica non appare isolata: utilizza motivi già attestati nella Torah e sviluppati nella letteratura rabbinica precedente. L’esegesi islamica, trovandosi davanti a un racconto estremamente condensato, costruisce poi una lunga narrazione per spiegare perché la vacca debba essere sacrificata, chi sia stato ucciso, chi sia l’assassino, quale parte dell’animale venga utilizzata e che cosa dica il morto una volta risuscitato.
Corano 2:74 chiude quindi l’intero dossier con la degradazione morale finale: i cuori dei destinatari diventano «come pietre, o ancora più duri». Le pietre possono spaccarsi, produrre acqua e perfino cadere per timore di Allah; gli uomini accusati dal testo vengono collocati sotto la materia inerte nella gerarchia dell’obbedienza.
Il filo conduttore dei versetti 40-74 è dunque molto più netto di una semplice serie di racconti biblici: Allah favorisce, ordina e castiga; il Corano stabilisce che la storia precedente conduce a Maometto; il tafsir trasforma la Torah in testimone della sua missione; il rifiuto viene convertito in occultamento e ribellione; e la comunità che non riconosce la nuova rivelazione viene descritta attraverso ira, umiliazione, morte, metamorfosi e cuori più duri della pietra.
Il commento prosegue con i versetti 75-140 della Sura 2 al-Baqarah, dove il Corano intensifica l’accusa di alterazione delle parole, occultamento della verità e appropriazione islamica della figura di Abramo.
[executed on device: iMac-di-Bindoni.local (4c878fcf-7653-4648-ae5c-6ecf7727486f)]






Commento al Corano: Sura 4 al-Nisa, “Le Donne”, versetti 17-34