Commento al Corano: Sura 3 Al Imran, “La Famiglia di Imran”, versetti 64-120

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Commento al Corano: Sura 3 Āl ʿImrān, “La Famiglia di ʿImrān”, versetti 64-120

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Nei versetti 64-120 della Sura 3 il Corano porta alle conseguenze la controversia con ebrei e cristiani iniziata nei versetti precedenti. La «parola comune» proposta alla Gente del Libro non apre a tre religioni poste sullo stesso piano: Abramo viene sottratto alle identità ebraica e cristiana e collegato a «questo Profeta» e ai credenti; tutti i profeti vengono inseriti in un patto che l’esegesi classica interpreta in favore di Maometto; una religione diversa dall’Islam viene dichiarata inaccettabile; la Kaʿba viene proiettata alle origini della religione abramitica; infine la comunità di Maometto viene proclamata «la migliore comunità suscitata per gli uomini».

Parallelamente, una parte della Gente del Libro viene accusata di conoscere e nascondere la verità, simulare temporaneamente la fede per destabilizzare i musulmani, distorcere la Scrittura, attribuire menzogne ad Allah e tentare di riportare i credenti alla miscredenza.

La sequenza è quindi molto più importante dei singoli versetti isolati: il Corano convoca le religioni precedenti davanti al proprio criterio, ne ridefinisce i patriarchi, interpreta il loro dissenso e stabilisce quale comunità rappresenti ormai la continuazione autentica della religione di Abramo.

«Venite a una parola comune»: l’invito conduce all’Islam – Corano 3:64

Il versetto 64 è frequentemente presentato come manifesto coranico del dialogo interreligioso:

«Di’: “O Gente del Libro, venite a una parola comune fra noi e voi: che non adoriamo se non Dio, non Gli associamo nulla e non prendiamo gli uni gli altri come signori all’infuori di Dio”. Se voltano le spalle, dite: “Testimoniate che noi siamo sottomessi”.» (Corano 3:64).

La formula kalimatin sawāʾ, «parola comune», non indica un terreno teologicamente neutrale sul quale musulmani, ebrei e cristiani possano mantenere intatte dottrine incompatibili. Il contenuto viene fissato dalla rivelazione coranica: culto esclusivo di Allah, rifiuto dello shirk e rifiuto di assumere altri come signori accanto a Lui.

Per il cristianesimo il significato è immediato: dopo che i versetti precedenti hanno negato la divinità di Cristo, accettare la formula coranica significa abbandonare precisamente la cristologia e la dottrina trinitaria che il Corano combatte.

Ma neppure l’ebreo può intendere 3:64 come autorizzazione a rimanere semplicemente nella propria religione respingendo Maometto. Il versetto è l’apertura di una sequenza che nei versetti immediatamente successivi rivendica Abramo per «questo Profeta» e i credenti, attribuisce ai profeti un patto di riconoscimento del messaggero successivo e conclude che una religione diversa dall’Islam non sarà accettata.

La frase finale di 3:64 anticipa già questa asimmetria: se gli interlocutori rifiutano, i credenti devono proclamare — secondo la nostra traduzione — «Testimoniate che noi siamo sottomessi». L’arabo usa muslimūn: il termine esprime qui la sottomissione a Dio ed è al tempo stesso il vocabolo da cui deriva l’identità «musulmana».

La «parola comune» non costituisce quindi il punto d’arrivo del dialogo. È il punto di ingresso nella rivendicazione coranica secondo cui il monoteismo autentico è quello che la nuova rivelazione definisce e che culmina nel riconoscimento dell’Islam e del suo messaggero.

Abramo non era ebreo né cristiano: il Corano lo rivendica per «questo Profeta» – Corano 3:65-68

La controversia si sposta immediatamente su Abramo:

«O Gente del Libro, perché discutete riguardo ad Abramo, quando la Torah e il Vangelo non furono fatti scendere se non dopo di lui? Non ragionate dunque?» (Corano 3:65).

L’argomento cronologico è semplice: Abramo precede tanto il cristianesimo quanto le forme storiche dell’ebraismo alle quali si rivolge il Corano e non può quindi essere collocato letteralmente dentro confessioni sorte dopo di lui.

Il Corano non si limita però a questa osservazione:

«Abramo non era né ebreo né cristiano, ma era rettamente orientato, sottomesso a Dio, e non era fra gli associatori.» (Corano 3:67).

Muslim indica qui colui che si sottomette a Dio. Non significa che Abramo appartenesse storicamente alla comunità araba formatasi nel VII secolo. Proprio per questo l’operazione coranica è più interessante: la categoria religiosa fondamentale della nuova comunità viene retroproiettata sul patriarca e utilizzata per definire quale fosse la sua autentica fede.

Il versetto 68 completa l’appropriazione:

«In verità, fra gli uomini i più vicini ad Abramo sono coloro che lo seguirono, questo Profeta e coloro che credono. Dio è il protettore dei credenti.» (Corano 3:68).

La successione autentica di Abramo viene dunque collegata direttamente a Maometto e alla sua comunità. La questione non è più soltanto stabilire che Abramo cronologicamente non poteva essere «cristiano» nel senso successivo: il Corano assegna la sua eredità religiosa a «questo Profeta» e a coloro che credono con lui.

È la stessa operazione già osservata in Corano 2:125-140: Abramo viene sottratto alle rivendicazioni confessionali concorrenti e trasformato nel predecessore della comunità islamica.

Una parte della Gente del Libro vorrebbe far perdere i musulmani – Corano 3:69-71

Il tono diventa immediatamente conflittuale:

«Una parte della Gente del Libro vorrebbe sviarvi, ma non svia se non sé stessa e non se ne accorge.» (Corano 3:69).

Il soggetto è una ṭāʾifa, una parte della Gente del Libro. Il Corano non attribuisce quindi la stessa intenzione indistintamente a ogni ebreo e cristiano.

Ma la parte indicata non viene descritta come semplice gruppo convinto che la missione di Maometto sia falsa. Le viene attribuita l’intenzione di deviare i musulmani.

I versetti successivi radicalizzano l’accusa:

«O Gente del Libro, perché non credete nei segni di Dio mentre ne siete testimoni?» (Corano 3:70).

«O Gente del Libro, perché mescolate la verità con il falso e nascondete la verità mentre sapete?» (Corano 3:71).

Il dissenso viene nuovamente moralizzato: gli interlocutori non sarebbero semplicemente arrivati a una conclusione religiosa diversa, ma conoscerebbero la verità e sceglierebbero di occultarla.

La struttura rende il dissenso difficilmente utilizzabile come obiezione interna alla pretesa coranica: se l’interlocutore riconosce Maometto, conferma la rivelazione; se lo rifiuta, il Corano può interpretare quel rifiuto come occultamento di ciò che egli conoscerebbe già.

Credere al mattino e rinnegare alla sera per destabilizzare i musulmani – Corano 3:72-74

Corano 3:72 attribuisce a una parte della Gente del Libro una strategia deliberata:

«Una parte della Gente del Libro disse: “Credete all’inizio del giorno in ciò che è stato fatto scendere su coloro che credono e non credetevi alla fine, affinché forse ritornino sui loro passi.”» (Corano 3:72).

La narrazione attribuisce quindi agli avversari una forma di conversione simulata: aderire esteriormente alla nuova fede e rinnegarla poche ore dopo per generare dubbi fra i musulmani.

Il Corano non descrive soltanto un confronto dottrinale. Attribuisce a una parte degli interlocutori un programma intenzionale di manipolazione della fiducia religiosa della comunità.

Il versetto successivo ribadisce:

«“E non credete se non a chi segue la vostra religione”. Di’: “In verità la guida è la guida di Dio”. Che a qualcuno venga dato qualcosa di simile a ciò che avete ricevuto o che essi possano discutere con voi presso il vostro Signore? Di’: “In verità il favore è nella mano di Dio: lo dà a chi vuole. Dio è Immenso, Sapiente.”» (Corano 3:73).

La contrapposizione è ormai netta: da una parte la guida attribuita ad Allah, dall’altra le strategie che il Corano attribuisce agli avversari della nuova rivelazione.

Affidabili e disonesti: il Corano distingue, poi accusa – Corano 3:75-77

Corano 3:75 introduce una distinzione interna alla Gente del Libro:

«Fra la Gente del Libro vi è chi, se gli affidi un grande tesoro, te lo restituisce; e vi è chi, se gli affidi una sola moneta, non te la restituisce se non standogli continuamente addosso. Ciò perché dicono: “Non abbiamo alcun obbligo verso gli illetterati”. Dicono consapevolmente menzogne contro Dio.» (Corano 3:75).

Il testo distingue quindi persone affidabili da altre disoneste. Per queste ultime fornisce però una motivazione religiosa:

«Ciò perché dicono: “Non abbiamo alcun obbligo verso gli illetterati”. Dicono consapevolmente menzogne contro Dio.»

L’accusa non è soltanto economica. Il comportamento disonesto viene rappresentato come giustificato attraverso una falsa norma religiosa attribuita consapevolmente ad Allah.

Il versetto 77 amplia la condanna:

«In verità, coloro che vendono il patto di Dio e i loro giuramenti per un prezzo misero non avranno alcuna parte nell’altra vita; Dio non parlerà loro, non li guarderà nel Giorno della Resurrezione e non li purificherà. Per loro vi è un castigo doloroso.» (Corano 3:77).

Il patto divino viene descritto attraverso la metafora del commercio: la fedeltà viene scambiata per un vantaggio terreno e la sanzione è escatologica.

«Torcono le lingue con la Scrittura» – Corano 3:78 e il taḥrīf

Corano 3:78 è uno dei testi centrali nella successiva polemica islamica contro le Scritture ebraiche e cristiane:

«In verità, fra loro vi è un gruppo che torce la lingua recitando il Libro, affinché pensiate che ciò faccia parte del Libro, mentre non ne fa parte. Dicono: “Viene da Dio”, mentre non viene da Dio, e dicono consapevolmente menzogne contro Dio.» (Corano 3:78).

L’accusa testuale è precisa: un gruppo distorcerebbe la Scrittura con la lingua e presenterebbe come proveniente da Allah ciò che, secondo il Corano, non proviene da Lui.

Il versetto non documenta da solo una riscrittura materiale integrale della Torah o dell’intera Bibbia. Utilizzarlo come prova sufficiente di una falsificazione completa dei manoscritti significherebbe attribuirgli più di quanto afferma.

La tradizione esegetica mostra inoltre che taḥrīf non è stato ridotto a un solo fenomeno. Ibn Kathīr registra materiale relativo a falsa interpretazione, aggiunte, occultamento e alterazioni e discute anche l’opinione attribuita a Wahb ibn Munabbih secondo cui l’inganno avrebbe riguardato interpretazioni e libri scritti dagli uomini piuttosto che una sostituzione completa delle Scritture originarie.

Ciò che 3:78 rende indiscutibile è l’accusa coranica di manipolazione religiosa consapevole. Ciò che non rende indiscutibile è la moderna tesi apologetica secondo cui l’intero testo biblico storicamente conservato sarebbe stato materialmente corrotto.

La questione è approfondita nell’articolo sulla presunta falsificazione della Bibbia.

Gesù non può essere adorato perché il Corano ha già deciso che è un profeta – Corano 3:79-80

Il Corano afferma:

«Non è proprio di un essere umano al quale Dio abbia dato il Libro, il giudizio e la profezia dire poi agli uomini: “Siate servi miei invece che di Dio”; ma piuttosto: “Siate uomini del Signore, poiché insegnate il Libro e lo studiate”.» (Corano 3:79).

Il versetto 80 aggiunge che il profeta non ordinerebbe di assumere angeli e profeti come signori.

Nel contesto della Sura 3 l’applicazione a Gesù è immediata. Nei versetti precedenti il Corano ha già stabilito che Gesù è un messaggero creato e subordinato ad Allah; ora afferma che nessun autentico profeta potrebbe chiedere di essere adorato.

Il ragionamento funziona quindi all’interno delle premesse coraniche: prima la rivelazione ridefinisce Gesù come profeta non divino; poi utilizza quella stessa classificazione per concludere che l’adorazione cristiana di Cristo deve essere una deviazione dal suo insegnamento autentico.

Il cristianesimo viene così giudicato attraverso una cristologia che il Corano stesso ha precedentemente imposto alla figura di Gesù.

Tutti i profeti obbligati a riconoscere Maometto – Corano 3:81-82

Il versetto 81 introduce un patto universale:

«E quando Dio prese il patto dei profeti: “Qualunque cosa vi dia del Libro e della sapienza, se poi vi giunge un messaggero che conferma ciò che avete con voi, dovrete certamente credergli e sostenerlo”. Disse: “Lo riconoscete e accettate su questo il Mio vincolo?”. Dissero: “Lo riconosciamo”. Disse: “Testimoniate dunque, e Io sono con voi fra i testimoni”.» (Corano 3:81).

Ibn Kathīr intitola esplicitamente il proprio commento al passo: Taking a Pledge From the Prophets to Believe in Our Prophet, Muhammad.

Secondo il suo tafsīr, Allah avrebbe imposto a ogni profeta, da Adamo fino a Gesù, l’obbligo di credere e sostenere Maometto qualora questi fosse apparso durante la sua vita. Ibn Kathīr riporta inoltre da ʿAlī e Ibn ʿAbbās che i profeti avrebbero dovuto trasmettere lo stesso impegno alle rispettive comunità.

La conseguenza è enorme: la missione di Maometto non viene presentata soltanto come ultima rivelazione cronologicamente successiva. L’esegesi islamica la retroproietta in un patto primordiale che avrebbe già obbligato Mosè, Gesù e tutti gli altri profeti a riconoscerlo e sostenerlo.

La struttura è anche una forma particolarmente evidente di autolegittimazione documentaria. La rivelazione proclamata da Maometto racconta che Allah avrebbe imposto a tutti i profeti precedenti un obbligo di riconoscimento del futuro messaggero; la tradizione islamica identifica quel messaggero con Maometto.

La missione di Maometto riceve così una certificazione retroattiva da uomini vissuti secoli prima, ma la principale fonte che ci informa dell’esistenza di quel patto è precisamente la rivelazione trasmessa dallo stesso Maometto.

Il versetto 82 trasforma il rifiuto in colpa:

«Chi dunque, dopo ciò, volta le spalle, essi sono i trasgressori.» (Corano 3:82).

«Per amore o per forza» e una sola religione accettata – Corano 3:83-85

Corano 3:83 domanda:

«Desiderano forse una religione diversa da quella di Dio, quando a Lui si è sottomesso chiunque è nei cieli e sulla terra, volontariamente o controvoglia, e a Lui saranno ricondotti?» (Corano 3:83).

Il versetto seguente incorpora Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, Mosè, Gesù e gli altri profeti nella medesima professione religiosa:

«Di’: “Crediamo in Dio e in ciò che è stato fatto scendere su di noi, in ciò che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè, a Gesù e ai profeti dal loro Signore. Non facciamo distinzione fra nessuno di loro e a Lui siamo sottomessi”.» (Corano 3:84).

La sequenza arriva poi alla formula decisiva:

«Chi cerca una religione diversa dall’Islam, non gli sarà accettata, e nell’altra vita sarà fra i perdenti.» (Corano 3:85).

È qui che il significato contestuale della «dichiarazione comune» di 3:64 diventa incontestabile. La sequenza non lascia ebraismo, cristianesimo e Islam come tre esiti equivalenti del monoteismo abramitico.

Il percorso è:

3:64 → aderire al monoteismo definito dal Corano;

3:67-68 → Abramo è muslim e i suoi veri eredi comprendono «questo Profeta»;

3:81 → tutti i profeti vengono inseriti in un patto di riconoscimento del messaggero che Ibn Kathīr identifica con Maometto;

3:85 → una religione diversa dall’Islam non viene accettata.

La convocazione iniziale della Gente del Libro conduce quindi alla sottomissione religiosa proclamata dal Corano e al riconoscimento della nuova missione profetica. Ridurre 3:64 a un semplice appello alla pacifica coesistenza interreligiosa significa troncare il ragionamento prima che il Corano ne espliciti le conseguenze.

Credere, riconoscere il Messaggero e poi rinnegare – Corano 3:86-91

I versetti successivi affrontano chi torna alla miscredenza dopo avere creduto:

«Come potrebbe Dio guidare un popolo che non ha creduto dopo aver creduto e aver testimoniato che il Messaggero è vero, quando erano giunte loro le prove evidenti? Dio non guida il popolo degli ingiusti.» (Corano 3:86).

Il testo non descrive la defezione come semplice revisione della propria convinzione. Attribuisce agli apostati un precedente riconoscimento della veridicità del Messaggero e delle prove.

La conseguenza è:

«La loro ricompensa è che su di loro vi sarà la maledizione di Dio, degli angeli e di tutti gli uomini,» (Corano 3:87).

Il versetto 89 ammette pentimento e correzione, mentre 3:90 torna su chi accresce la propria miscredenza:

«In verità, coloro che non credono dopo aver creduto e poi aumentano nella loro incredulità: il loro pentimento non sarà accettato. Essi sono coloro che deviano.» (Corano 3:90).

Corano 3:91 chiude ogni possibilità di riscatto materiale:

«In verità, da coloro che non credono e muoiono da miscredenti non sarà accettata neppure una quantità d’oro pari a tutta la terra, anche se la offrissero come riscatto. Per loro vi è un castigo doloroso e non avranno soccorritori.» (Corano 3:91).

L’abbandono della fede viene quindi rappresentato come rottura colpevole dopo l’accesso alla verità e collegato a maledizione e castigo escatologico.

Questi versetti non prescrivono qui una pena terrena per l’apostasia. La pena giuridica successivamente associata all’abbandono dell’Islam deriva dagli hadith e dal fiqh. La distinzione non attenua il testo: permette di attribuire a ciascuna fonte esattamente ciò che stabilisce.

La Torah viene convocata, ma il verdetto è quello del Corano – Corano 3:92-95

Corano 3:92 lega la pietà alla rinuncia patrimoniale:

«Non raggiungerete la rettitudine finché non spenderete di ciò che amate. Qualunque cosa spendiate, Dio la conosce.» (Corano 3:92).

Il versetto seguente entra invece nella storia delle prescrizioni alimentari:

«Ogni cibo era lecito ai Figli d’Israele, eccetto ciò che Israele aveva proibito a sé stesso prima che fosse fatta scendere la Torah. Di’: “Portate dunque la Torah e recitatela, se siete veritieri”.» (Corano 3:93).

La Torah viene convocata come prova contro gli interlocutori. Ma la conclusione della controversia viene già formulata dal Corano:

«Di’: “Dio ha detto la verità. Seguite dunque la religione di Abramo, rettamente orientato; egli non era fra gli associatori”.» (Corano 3:95).

Le Scritture precedenti possono essere chiamate a testimoniare, ma è la nuova rivelazione a stabilire quale testimonianza sia corretta e quale conclusione debba esserne tratta: seguire l’Abramo ridefinito dal Corano.

Bakkah, Abramo e la Kaʿba trasformata nella prima Casa dell’umanità – Corano 3:96-97

La rivendicazione abramitica assume ora una geografia precisa:

«In verità, la prima Casa stabilita per gli uomini è quella che si trova a Bakka, benedetta e guida per i mondi.» (Corano 3:96).

Il versetto seguente afferma:

«In essa vi sono segni evidenti, il luogo in cui stette Abramo. Chi vi entra è al sicuro. Per Dio, sugli uomini grava il pellegrinaggio alla Casa, per chi è in grado di raggiungerla. E chi non crede, sappia che Dio non ha bisogno dei mondi.» (Corano 3:97).

L’esegesi islamica identifica Bakkah con la Mecca e la Casa con la Kaʿba.

Il santuario centrale dell’Islam viene così retroproiettato alle origini della storia religiosa: la Kaʿba non sarebbe semplicemente un santuario arabo successivamente assunto dalla comunità di Maometto, ma la prima Casa destinata all’umanità, benedetta, abramitica e sede del pellegrinaggio dovuto ad Allah.

È la prosecuzione diretta di Corano 2:125-129, dove Abramo e Ismaele vengono collegati alle fondamenta della Casa e ai suoi riti.

Sul piano storico-critico questa genealogia non diventa un fatto dimostrato perché il Corano la proclama. James Howard-Johnston, nello studio peer-reviewed The Qurʾān as a Historical Source, interpreta Corano 2:125-127, 3:96-98 e altri passi come parte della ridesignazione della Kaʿba quale santuario monoteistico fondato da Abramo e osserva che nessuna sura precedente associa Abramo alla Kaʿba.

La specifica cronologia proposta dallo studioso è una ricostruzione accademica da valutare come tale. Il problema storico di fondo resta però indipendente da quella particolare datazione:

la principale fonte che inserisce il santuario meccano nella storia di Abramo è la stessa religione che, attraverso quella genealogia, trasforma il proprio centro cultuale nel santuario originario del monoteismo.

La Gente del Libro come minaccia alla fede dei musulmani – Corano 3:98-101

La polemica riprende immediatamente:

«Di’: “O Gente del Libro, perché non credete nei segni di Dio, mentre Dio è testimone di ciò che fate?”.» (Corano 3:98).

3:99 accusa gli interlocutori di ostacolare la via di Allah e cercare di renderla tortuosa. Il versetto 100 si rivolge quindi direttamente ai musulmani:

«O voi che credete, se obbedite a una parte di coloro ai quali è stato dato il Libro, vi ricondurranno all’incredulità dopo che avete creduto.» (Corano 3:100).

Il versetto successivo domanda:

«E come potreste non credere, mentre vi vengono recitati i segni di Dio e fra voi vi è il Suo Messaggero? Chi si aggrappa saldamente a Dio è stato certamente guidato verso una via diritta.» (Corano 3:101).

L’autorità personale di Maometto viene inserita direttamente come uno degli elementi che rendono inconcepibile il ritorno alla miscredenza: i versetti di Allah vengono recitati e il Messaggero è fisicamente «fra voi».

La Gente del Libro, invece, viene rappresentata come possibile agente di regressione religiosa.

Una comunità unita che ordina il bene e proibisce il male – Corano 3:102-105

Corano 3:103 ordina:

«Aggrappatevi tutti insieme alla corda di Dio e non dividetevi. Ricordate il favore di Dio su di voi: quando eravate nemici, Egli unì i vostri cuori e per il Suo favore diveniste fratelli; eravate sull’orlo di una fossa di Fuoco ed Egli vi salvò da essa. Così Dio vi rende chiari i Suoi segni, affinché possiate essere guidati.» (Corano 3:103).

L’esegesi classica identifica la «corda di Allah» con il patto divino, il Corano e la religione.

L’unità non è semplicemente affettiva. Il versetto seguente attribuisce alla comunità una funzione normativa:

«Sorga fra voi una comunità che inviti al bene, ordini ciò che è riconosciuto come giusto e proibisca ciò che è riprovevole. Essi sono coloro che prosperano.» (Corano 3:104).

Il bene e il male non vengono lasciati alla sola coscienza individuale. La comunità religiosa riceve il compito di promuovere ciò che la norma riconosce come maʿrūf e contrastare ciò che classifica come munkar.

3:105 aggiunge:

«Non siate come coloro che si divisero e divergevano dopo che erano giunte loro le prove evidenti. Per loro vi è un castigo immenso,» (Corano 3:105).

Per costoro viene annunciato un «castigo immenso».

La divergenza religiosa dopo l’arrivo delle «prove» non viene valorizzata come pluralismo: la comunità deve rimanere unita intorno alla rivelazione e la divisione dottrinale viene associata al castigo.

Miscredenza resa visibile sul volto – Corano 3:106-109

Il giudizio assume una forma corporea:

«il Giorno in cui alcuni volti diventeranno bianchi e altri volti diventeranno neri. A coloro i cui volti saranno diventati neri: “Non avete creduto dopo aver creduto? Gustate dunque il castigo per la vostra incredulità”.» (Corano 3:106).

Ai volti luminosi viene invece promessa la misericordia di Allah.

La divisione fra fede e miscredenza viene proiettata persino sul corpo escatologico: il giudizio rende visibile l’appartenenza religiosa.

«Voi siete la migliore comunità» – Corano 3:110

Il versetto 110 formula una delle più nette dichiarazioni coraniche di superiorità della umma:

«Voi siete la migliore comunità suscitata per gli uomini: ordinate ciò che è riconosciuto come giusto, proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio. Se la Gente del Libro credesse, sarebbe meglio per loro. Fra loro vi sono credenti, ma la maggior parte di loro sono trasgressori.» (Corano 3:110).

Ibn Kathīr interpreta apertamente il versetto come elogio della comunità di Maometto quale migliore delle comunità.

Una delle spiegazioni più sorprendenti è conservata nello stesso Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4557. Abū Hurayra interpreta «la migliore comunità» come la migliore per gli uomini perché conduce persone:

«con catene al collo finché entrano nell’Islam».

Non sono parole attribuite direttamente a Maometto in questo specifico hadith: è una glossa di Abū Hurayra conservata da Ṣaḥīḥ al-Bukhārī.

Il dato rimane straordinariamente significativo. Un autorevole Compagno interpreta l’eccellenza della comunità musulmana attraverso l’immagine di persone condotte in catene e successivamente entrate nell’Islam.

La «migliore comunità» non viene quindi concepita necessariamente come una comunità che si limita a testimoniare pacificamente la propria superiorità. Nella ricezione canonica troviamo anche l’incorporazione di uomini catturati e incatenati, il cui successivo ingresso nell’Islam viene reinterpretato come beneficio ricevuto dalla stessa comunità che li ha soggiogati.

Il versetto stesso stabilisce inoltre la gerarchia rispetto alla Gente del Libro: credere sarebbe «meglio per loro», mentre la maggioranza viene qualificata come fāsiqūn, trasgressori.

«Umiliazione» e protezione attraverso dhimma e jizya – Corano 3:111-112

Corano 3:111 promette ai credenti:

«Non vi danneggeranno se non con qualche molestia; e se vi combatteranno, vi volteranno le spalle, poi non saranno soccorsi.» (Corano 3:111).

Il versetto successivo afferma:

«Su di loro è stata imposta l’umiliazione ovunque vengano trovati, salvo mediante una corda da Dio e una corda dagli uomini. Sono incorsi nell’ira di Dio e su di loro è stata imposta la miseria. Ciò perché non credevano nei segni di Dio e uccidevano i profeti senza diritto; ciò perché disobbedivano e trasgredivano.» (Corano 3:112).

Il termine dhilla esprime umiliazione, abbassamento o condizione di soggezione.

Ibn Kathīr interpreta il «vincolo con Allah» in termini esplicitamente giuridico-politici: sarebbe la dhimma, il patto di protezione che richiede il pagamento della jizya e rende i protetti soggetti alla legge islamica.

Il commentatore collega il «vincolo degli uomini» alle garanzie di sicurezza concesse da musulmani.

Nella lettura di Ibn Kathīr, quindi, l’eccezione alla dhilla non consiste in una relazione fra comunità religiose sovrane e paritarie: assume la forma della protezione concessa dall’ordine musulmano, accompagnata da jizya e soggezione alla legge islamica.

Lo stesso Ibn Kathīr legge 3:111-112 alla luce delle successive vittorie musulmane sugli ebrei di Medina, su Khaybar e sui cristiani della Siria, descrivendo vittoria e dominazione musulmana come realizzazione della promessa del versetto.

Per approfondire si veda la condizione dei dhimmi nell’Islam.

«Non sono tutti uguali»: nella lettura di Ibn Kathīr i lodati hanno abbracciato l’Islam – Corano 3:113-115

Il Corano precisa:

«Non sono tutti uguali. Fra la Gente del Libro vi è una comunità retta che recita i segni di Dio durante le ore della notte mentre si prosterna.» (Corano 3:113).

I versetti 114-115 descrivono queste persone come credenti in Allah e nell’Ultimo Giorno, impegnate a ordinare il bene, proibire il male e compiere opere buone.

Il passo viene talvolta utilizzato per sostenere che la Sura 3 riconoscerebbe qui la piena validità religiosa di ebrei o cristiani rimasti nelle rispettive confessioni.

Ibn Kathīr offre una lettura molto differente. Intitola la sezione:

Virtues of the People of the Scriptures Who Embrace Islam

e riferisce i versetti a uomini provenienti dalla Gente del Libro che avevano abbracciato la nuova fede, fra cui ʿAbd Allāh ibn Salām e altri convertiti. Nella sua spiegazione essi osservano il Libro di Allah, seguono la Sua legge e seguono il profeta Maometto.

«Non sono tutti uguali», nella lettura classica rappresentata da Ibn Kathīr, non significa dunque che ebraismo, cristianesimo e Islam costituiscano tre vie salvifiche parallele. I membri lodati della Gente del Libro sono precisamente quelli che hanno aderito alla rivelazione di Maometto.

Ibn Kathīr conserva anche altre spiegazioni del passo, ma nessuna trasforma questi versetti in una dichiarazione generale di equivalenza confessionale capace di neutralizzare 3:85 e 3:110.

Beni e figli non servono contro Allah – Corano 3:116-117

Il testo torna immediatamente sulla miscredenza:

«In verità, a coloro che non credono i loro beni e i loro figli non serviranno in nulla contro Dio. Essi sono i compagni del Fuoco e vi rimarranno per sempre.» (Corano 3:116).

Il versetto successivo paragona ciò che essi spendono a un vento gelido che distrugge il raccolto.

La prosperità, la discendenza e la spesa materiale non possiedono quindi valore salvifico indipendente dalla corretta fede: la miscredenza rimane il criterio decisivo del destino escatologico.

Non prendete confidenti «al di fuori dei vostri» – Corano 3:118

Il blocco entra infine nella gestione della fiducia comunitaria:

«O voi che credete, non prendete come confidenti persone estranee a voi: non risparmieranno alcuno sforzo per rovinarvi e desiderano ciò che vi causa sofferenza. L’odio è già apparso dalle loro bocche, e ciò che i loro petti nascondono è ancora maggiore. Vi abbiamo reso chiari i segni, se ragionate.» (Corano 3:118).

Biṭāna indica letteralmente la parte interna di un vestito e, per estensione, la cerchia intima: confidenti, consiglieri e persone alle quali vengono affidati gli affari riservati.

Ibn Kathīr applica il passo agli ipocriti, capaci di conoscere i segreti dei musulmani e comunicarli ai nemici, e interpreta inoltre «al di fuori dei vostri» in rapporto all’assunzione di seguaci di altre religioni come consiglieri e alleati ammessi agli affari segreti della comunità.

La prescrizione crea quindi un confine fiduciario: determinate persone esterne alla comunità religiosa non devono essere introdotte nella sua cerchia interna perché vengono rappresentate come desiderose di danneggiarla.

La delimitazione del referente va ricavata dal contesto e dall’esegesi; non occorre trasformare il versetto nella descrizione psicologica di ogni non musulmano esistente. Ma non va neppure neutralizzata la struttura confessionale che il tafsīr classico applica al passo.

«Voi li amate, ma essi non amano voi» – Corano 3:119-120

Corano 3:119 prosegue:

«Eccovi: voi li amate, ma loro non amano voi; voi credete nel Libro intero. Quando vi incontrano dicono: “Crediamo”, ma quando rimangono soli si mordono le dita dalla rabbia contro di voi.» (Corano 3:119).

Poi arriva una formula particolarmente dura:

«Di’: “Morite nella vostra rabbia!”. In verità Dio conosce ciò che è nei petti.»

Il versetto 120 completa la psicologia attribuita agli avversari:

«Se vi tocca un bene, se ne rattristano; se vi colpisce un male, ne gioiscono. Ma se perseverate e temete Dio, la loro trama non vi nuocerà in nulla. In verità Dio circonda ciò che fanno.» (Corano 3:120).

Il dissenso religioso viene ancora una volta interpretato attraverso intenzioni interiori ostili: alcuni interlocutori dichiarerebbero fede in pubblico, nasconderebbero odio nel cuore, soffrirebbero per il successo dei musulmani e gioirebbero delle loro disgrazie.

La stessa rivelazione che formula la propria pretesa attribuisce quindi anche una psicologia all’avversario che non la accetta.

Conclusione

  • Corano 3:64 non apre a un pluralismo teologico neutrale. Il blocco conduce dalla «dichiarazione comune» alla rivendicazione islamica di Abramo, al collegamento con «questo Profeta», al patto dei profeti e infine a 3:85, secondo cui una religione diversa dall’Islam non viene accettata.
  • Il dissenso della Gente del Libro viene sistematicamente moralizzato. Una parte degli interlocutori conoscerebbe e nasconderebbe la verità, simulerebbe la fede per destabilizzare i musulmani, distorcerebbe la Scrittura e cercherebbe di riportare i credenti alla miscredenza.
  • Corano 3:81 fornisce alla tradizione islamica una poderosa struttura di autolegittimazione. Ibn Kathīr interpreta il patto come obbligo imposto a tutti i profeti precedenti di credere e sostenere Maometto: la missione del profeta arabo viene così retroproiettata nell’intera storia della rivelazione.
  • Bakkah e la Kaʿba vengono trasformate nel centro originario del monoteismo. La Casa meccana è dichiarata la prima Casa per l’umanità, collegata ad Abramo e resa meta di pellegrinaggio. Sul piano storico, questa genealogia rimane una rivendicazione della stessa tradizione che attraverso di essa attribuisce antichità abramitica al proprio santuario.
  • La comunità di Maometto viene proclamata «la migliore comunità». Bukhārī conserva da Abū Hurayra una spiegazione che associa questo elogio all’immagine di uomini condotti in catene fino all’ingresso nell’Islam; Ibn Kathīr interpreta poi 3:112 attraverso dhimma, jizya e soggezione alla legge islamica.
  • «Non sono tutti uguali» non neutralizza la gerarchia del blocco. Nell’interpretazione di Ibn Kathīr, la categoria positiva della Gente del Libro comprende precisamente persone che hanno abbracciato l’Islam e seguono Maometto.

I versetti 64-120 costruiscono quindi una delle più complete rivendicazioni coraniche di successione religiosa: il Corano convoca ebrei e cristiani, sottrae loro Abramo, inserisce tutti i profeti in un patto interpretato in favore di Maometto, proclama l’Islam unica religione accettata, trasferisce l’origine del santuario abramitico alla Kaʿba e definisce la comunità di Maometto come la migliore suscitata per l’umanità.

In questa costruzione Maometto non compare semplicemente come un profeta che chiede di essere ascoltato accanto agli altri. La rivelazione che egli proclama afferma che Abramo appartiene alla linea che conduce a lui, che i profeti precedenti erano vincolati a sostenere il messaggero successivo, che la religione diversa dall’Islam non viene accettata e che la comunità formatasi intorno alla sua missione è la migliore comunità.

La pretesa di Maometto viene così collocata retroattivamente dentro la storia dei profeti, mentre la stessa fonte che compie questa operazione viene trasmessa attraverso l’uomo che ne riceve il massimo beneficio religioso e politico: la propria missione diventa il criterio attraverso il quale vengono reinterpretati Abramo, Mosè, Gesù, la Gente del Libro e l’intera genealogia della rivelazione.

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