Commento al Corano: Sura 4 al-Nisa, “Le Donne”, versetti 35-103
Commento al Corano: Sura 4 an-Nisa, “Le Donne”, versetti 35-103
Nei versetti 35-103 della Sura 4, il discorso coranico si sposta dalla disciplina familiare alla costruzione dell’ordine comunitario, giuridico, politico e militare. Arbitrato coniugale, doveri verso i vicini e gli schiavi, preghiera, polemica contro il Popolo del Libro, obbedienza a Maometto, jihad, ipocriti, omicidio e preghiera in guerra vengono collocati dentro un’unica logica: Allah comanda, il Messaggero giudica, i credenti obbediscono e combattono.
La Sura 4 an-Nisa, “Le Donne”, versetti 35-103, prosegue il blocco precedente, che culminava nella gerarchia domestica di Corano 4:34. Qui quella logica si allarga: dalla famiglia alla comunità, dal marito al Messaggero, dalla disciplina coniugale all’obbedienza politica e alla guerra sul sentiero di Allah.
Arbitrato coniugale, doveri sociali e schiavi
Il versetto 35 introduce l’arbitrato in caso di rottura tra marito e moglie: “Se temete una rottura tra i due, nominate un arbitro dalla famiglia di lui e un arbitro dalla famiglia di lei. Se entrambi vogliono riconciliarsi, Allah ristabilirà l’intesa tra loro.” (Corano 4:35). Il testo prevede quindi una forma di mediazione familiare, ma arriva subito dopo il versetto 34: non cancella la gerarchia domestica, la amministra.
I versetti 36-42 prescrivono adorazione esclusiva di Allah, benevolenza verso genitori, parenti, orfani, poveri, vicini e viandanti. La formula include anche gli schiavi: “Adorate Allah e non associateGli nulla. Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, il vicino parente, il vicino estraneo, il compagno che vi sta accanto, il viandante e ciò che le vostre destre possiedono.” (Corano 4:36).
Il passo contiene un richiamo morale reale: l’arroganza, l’avarizia e l’ostentazione vengono condannate. Ma anche qui la morale opera dentro un ordine sociale dato per presupposto. Gli schiavi non vengono aboliti: vengono inclusi tra coloro verso cui il credente deve comportarsi correttamente. Per questo il tema va letto insieme alla più ampia dottrina islamica sulla schiavitù, non trasformato in una dichiarazione moderna di uguaglianza.
Preghiera, impurità e proibizione graduale dell’alcol
Il versetto 43 vieta ai credenti di avvicinarsi alla preghiera in stato di ubriachezza: “O voi che credete, non avvicinatevi alla preghiera mentre siete ebbri, finché non sappiate ciò che dite.” (Corano 4:43). Il testo non vieta ancora l’alcol in modo assoluto; limita prima l’ubriachezza rispetto alla preghiera.
Questo passaggio viene tradizionalmente letto come una fase della progressiva proibizione coranica dell’alcol: prima il divieto di pregare da ubriachi, poi il riconoscimento che vino e gioco d’azzardo hanno peccato grave e qualche beneficio (Corano 2:219), infine la condanna dell’alcol come opera di Satana (Corano 5:90). La norma non nasce come riflessione astratta sulla libertà individuale, ma come disciplina rituale e comunitaria.
Lo stesso versetto regola anche impurità rituale, malattia, viaggio, rapporti sessuali e mancanza d’acqua, introducendo la purificazione con terra pulita. Anche qui l’Islam appare nella sua forma concreta: preghiera, corpo, sessualità, viaggio e purità diventano materia di norma.
Popolo del Libro, maledizione e castigo
I versetti 44-57 aprono una sezione polemica contro parte del Popolo del Libro, in particolare contro alcuni giudei. Il testo accusa questa parte di alterare le parole, di disobbedire e di insultare la religione: “Alcuni tra i giudei stravolgono il senso delle parole e dicono: abbiamo inteso, ma abbiamo disobbedito.” (Corano 4:46).
Il bersaglio dell’analisi è il modo in cui il testo coranico costruisce polemicamente l’avversario religioso, non gli ebrei come popolo o come categoria umana contemporanea. Il punto qui è dottrinale e testuale: la rivelazione islamica presenta il dissenso del Popolo del Libro non come semplice divergenza interpretativa, ma come deviazione, alterazione e rifiuto colpevole.
Questa non è una semplice disputa esegetica. Il linguaggio è quello della maledizione, della miscredenza e del castigo. Subito dopo, il Corano afferma: “In verità Allah non perdona che Gli si associ alcunché; ma, all’infuori di ciò, perdona chi vuole.” (Corano 4:48). Il peccato decisivo resta lo shirk, l’associare ad Allah altri partner.
Il versetto 56 presenta una delle immagini più dure del castigo infernale: “Ogni volta che le loro pelli saranno consumate, daremo loro altre pelli, affinché gustino il tormento.” (Corano 4:56). Il testo non parla di un simbolismo leggero: costruisce una pedagogia fondata anche sul terrore religioso, in cui la verità della rivelazione è sostenuta dalla minaccia fisica del tormento eterno.
Autorità, giudizio e obbedienza al Messaggero
I versetti 58-59 passano dal castigo alla struttura dell’autorità. Allah ordina di restituire i depositi ai proprietari, di giudicare con equità e poi dice: “O voi che credete, obbedite ad Allah, obbedite al Messaggero e a coloro di voi che detengono l’autorità.” (Corano 4:59).
Il versetto è centrale perché lega fede, obbedienza religiosa e autorità comunitaria. La tradizione islamica lo ha letto come fondamento dell’obbedienza al Messaggero e, in forme diverse, ai governanti o alle autorità legittime. Non è un testo liberale sulla separazione dei poteri: è un testo di subordinazione dell’ordine umano alla rivelazione.
Il tema diventa ancora più netto nei versetti 60-70. Gli ipocriti vengono rimproverati perché dichiarano fede ma non vogliono sottoporre le loro controversie al giudizio di Maometto. Il versetto 65 afferma: “No, per il tuo Signore, non saranno credenti finché non ti avranno fatto giudice delle loro dispute e non troveranno in se stessi alcuna resistenza contro ciò che hai deciso, sottomettendosi pienamente.” (Corano 4:65).
Questo è un passaggio decisivo. La fede non è solo adesione interiore ad Allah: implica l’accettazione del giudizio del Messaggero. Anche dopo la morte di Maometto, la tradizione islamica ha visto in testi come questo una base dell’autorità normativa degli hadith e della Sunna. La rivelazione non resta confinata alla devozione privata: diventa criterio di giudizio.
Jihad, ricompensa e divisione del mondo
I versetti 71-84 introducono esplicitamente il tema militare. Il testo si apre con un ordine operativo: “O voi che credete, prendete le vostre precauzioni e partite in gruppi o partite tutti insieme.” (Corano 4:71). Il Tafsir Ibn Kathir su Corano 4:71 interpreta il passo come preparazione dei credenti contro i loro nemici, con armi, provviste e truppe.
Il versetto 74 collega combattimento, morte e ricompensa: “Combattano dunque sul sentiero di Allah coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte sul sentiero di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto una ricompensa immensa.” (Corano 4:74). Qui il jihad non è presentato come generica disciplina spirituale: il testo parla di combattimento, morte, vittoria e premio ultraterreno.
La divisione è netta: “Coloro che credono combattono sul sentiero di Allah, mentre coloro che non credono combattono sul sentiero del Taghut.” (Corano 4:76). Il mondo morale viene spezzato in due campi: i credenti combattono per Allah, i miscredenti per la falsa divinità o per Satana. È una grammatica religiosa della guerra, non una semplice etica difensiva moderna.
Ipocriti, alleanze e combattimento
I versetti 88-91 trattano gli ipocriti e i gruppi ambigui nelle alleanze. Nel contesto degli ipocriti ostili e delle alleanze ambigue, il passaggio più duro dice: “Se voltano le spalle, afferrateli e uccideteli ovunque li troviate; e non prendete tra loro né alleati né soccorritori.” (Corano 4:89). Il contesto riguarda gruppi accusati di doppiezza e ostilità, ma la durezza della formula non può essere addolcita.
Il versetto successivo introduce eccezioni per chi si rifugia presso alleati con cui esiste un patto o per chi si astiene dal combattere: “Se si tengono lontani da voi, non vi combattono e vi offrono la pace, allora Allah non vi concede alcuna via contro di loro.” (Corano 4:90). La norma non è un mandato illimitato a colpire chiunque, ma resta una logica politico-militare: pace, alleanza, neutralità e combattimento sono stabiliti dentro il quadro dell’autorità islamica.
Il Tafsir al-Jalalayn su Corano 4:90 legge l’offerta di pace come sottomissione o rinuncia all’ostilità, confermando che il testo appartiene a una cornice di potere, non a una spiritualizzazione del conflitto.
Omicidio, takfir e superiorità dei combattenti
I versetti 92-93 vietano l’uccisione del credente e distinguono tra omicidio involontario e volontario. Il versetto 93 dice: “Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà per compenso l’Inferno, dove rimarrà; su di lui saranno l’ira e la maledizione di Allah, e per lui è preparato un castigo immenso.” (Corano 4:93).
Subito dopo, il versetto 94 ammonisce i credenti a non dichiarare incredulo chi rivolge loro un saluto di pace quando partono sul sentiero di Allah. È un passaggio importante perché tocca il problema del takfir, cioè l’accusa di miscredenza rivolta ad altri musulmani. La norma frena un abuso, ma resta dentro un contesto di spedizione e combattimento.
Il versetto 95 stabilisce una gerarchia tra chi resta a casa e chi combatte: “Non sono uguali i credenti che rimangono seduti, eccetto gli impediti, e coloro che combattono sul sentiero di Allah con i loro beni e le loro vite.” (Corano 4:95). Anche qui il testo non descrive una lotta interiore: contrappone sedentari e combattenti, beni e vite, rischio e ricompensa.
Migrazione e preghiera in guerra
I versetti 97-100 trattano coloro che non emigrano pur potendo farlo e quelli che invece lasciano la propria casa per Allah e il Messaggero. L’emigrazione non è solo spostamento geografico: è passaggio di appartenenza, separazione dal contesto ostile e inserimento nell’ordine della comunità credente.
La chiusura del blocco conferma il contesto militare. Il versetto 101 dice: “Quando percorrete la terra, non vi sarà colpa se abbrevierete la preghiera, se temete che coloro che non credono vi attacchino.” (Corano 4:101).
Il versetto 102 entra ancora più nel dettaglio: “Quando ti trovi tra loro e dirigi per loro la preghiera, un gruppo stia in piedi con te e prenda le proprie armi.” (Corano 4:102). La scena è inequivocabile: culto e guerra non sono separati, ma coordinati nella disciplina della comunità armata.
Questo dettaglio è decisivo contro la riduzione del jihad a pura lotta spirituale. Qui ci sono nemici, armi, gruppi, attacchi, morti, migrazione, combattenti e preghiera abbreviata per rischio militare. La spiritualità coranica non è separata dalla guerra: la incorpora e la disciplina.
Conclusione
Nel suo insieme, il blocco 35-103 della Sura 4 mostra una progressione netta: dalla mediazione familiare si passa alla disciplina rituale, dalla polemica contro il Popolo del Libro all’obbedienza al Messaggero, dall’autorità religiosa alla mobilitazione armata. Il Corano non parla qui solo di devozione personale, ma di organizzazione concreta della comunità.
La linea dominante è l’obbedienza. La moglie deve rientrare nell’ordine familiare, il credente deve rispettare la preghiera e la purità, il Popolo del Libro viene giudicato alla luce della rivelazione islamica, l’ipocrita deve sottoporsi al giudizio di Maometto, il combattente deve partire sul sentiero di Allah. La religione si presenta come sistema totale: morale, rito, legge, politica e guerra.
È per questo che una lettura puramente spiritualizzata della Sura 4 non regge. I versetti 35-103 parlano di famiglia, schiavi, giudizio, autorità, nemici, alleanze, combattimento e preghiera armata. Il testo costruisce una comunità obbediente, gerarchica e pronta alla guerra, non una semplice meditazione religiosa privata.
