Islam e schiavitù: cosa dicono Corano, Maometto e sharia
Islam e schiavitù: il mito dell’abolizione che non c’è mai stata
Islam e schiavitù: due termini che l’apologetica islamica contemporanea cerca con ogni mezzo di tenere separati. La narrazione ufficiale è sempre la stessa: prima dell’Islam il mondo era crudele e tribale; poi arrivò Maometto, portatore di dignità, uguaglianza e misericordia. Secondo questa versione, l’Islam avrebbe posto le basi per l’abolizione della schiavitù.
Le fonti islamiche raccontano una storia molto diversa.
L’Islam non abolì la schiavitù. La regolò, la normalizzò e la inserì stabilmente nel proprio sistema religioso, giuridico e militare. Il Corano non contiene alcuna condanna morale della schiavitù come istituzione. Non afferma mai che possedere esseri umani sia intrinsecamente sbagliato. Non ordina la liberazione generale degli schiavi. Al contrario, ne parla come di una realtà lecita, gestibile e, in certi casi, sessualmente utilizzabile.
Questa è la parte che l’apologetica preferisce non affrontare.
Il Corano non abolisce la schiavitù: la regolamenta
Chi sostiene che l’Islam abbia abolito la schiavitù deve prima spiegare un fatto elementare: se l’avesse davvero abolita, perché il Corano continua a parlare di schiavi, schiave e “ciò che le vostre destre possiedono” come di una categoria esistente e legittima?
Il testo coranico non tratta la schiavitù come un male da sradicare, ma come una condizione sociale da disciplinare. La liberazione dello schiavo viene presentata in alcuni casi come atto meritorio o espiazione di un peccato, ma questo non equivale minimamente a un’abolizione.
Un conto è dire: “liberare uno schiavo è un’azione meritoria”. Un altro conto è dire: “nessun essere umano può essere posseduto da un altro”. Il Corano dice la prima cosa. Non dice la seconda.
Versetti come Corano 90:13 (“liberare uno schiavo”) o 2:177 e 58:3 (dove la manomissione è indicata come espiazione) mostrano che la liberazione poteva essere considerata un atto virtuoso. Ma questi stessi testi presuppongono l’esistenza legittima della schiavitù. Non la mettono in discussione.
“Ciò che le vostre destre possiedono”: la formula che smonta la narrazione
L’espressione coranica “ciò che le vostre destre possiedono” (mā malakat aymānukum) è uno dei punti più problematici per chi vuole presentare l’Islam come religione di liberazione.
Questa formula indica chiaramente persone possedute: schiavi, schiave e soprattutto donne catturate in guerra. Il Corano la utilizza in contesti che riguardano anche la sessualità.
In Corano 23:5-6 e 70:29-30 si loda chi custodisce la propria castità “eccetto con le loro mogli o con ciò che le loro destre possiedono”. Il testo distingue nettamente tra rapporto coniugale e rapporto con le schiave possedute, considerandoli entrambi leciti.
Ancora più esplicito è Corano 4:24, che proibisce i rapporti con donne sposate “eccetto quelle che le vostre destre possiedono”. La tradizione esegetica classica ha collegato questo versetto principalmente alle donne catturate durante le guerre.
Qui cade la narrazione dell’“Islam religione di liberazione”. Il Corano non solo non abolisce la schiavitù, ma riconosce una categoria di donne possedute che possono essere utilizzate sessualmente al di fuori del matrimonio ordinario. Non si tratta di un dettaglio marginale.
Maometto e la schiavitù: l’esempio del “modello perfetto”
Il problema non riguarda solo il testo. Riguarda anche la prassi del profeta, presentato dalla tradizione islamica come “modello eccellente” (uswa hasana) per ogni musulmano di ogni epoca.
Le fonti biografiche (Ibn Ishaq, al-Tabari, al-Waqidi) attestano che Maometto possedeva schiavi e schiave. Dopo la conquista di Khaybar e altre campagne militari, donne catturate furono distribuite tra i combattenti musulmani. Alcune di queste donne divennero concubine del profeta stesso, come nel caso di Maria la Copta, che gli diede un figlio (Ibrahim).
Se Maometto è il modello perfetto e immutabile, allora la sua accettazione personale della schiavitù — inclusa quella sessuale — diventa teologicamente rilevante. Non si tratta di un “contesto storico” da relativizzare: è la prassi del profeta che la tradizione stessa presenta come normativamente esemplare.
La sharia classica: regolamentazione, non abolizione
La giurisprudenza islamica classica (fiqh) non nasce con l’obiettivo di abolire la schiavitù. Al contrario, tutti e quattro i madhhab (scuole giuridiche) sunnite — hanafita, malikita, sciafiita e hanbalita — hanno elaborato norme dettagliate su acquisto, vendita, eredità, matrimonio, concubinato, figli nati da schiave (umm walad) e manomissione.
La schiavitù era considerata un’istituzione legittima. Lo schiavo era giuridicamente una cosa (res), non una persona con pieni diritti. Poteva essere comprato, venduto, regalato, ereditato e, nel caso delle donne, utilizzato sessualmente dal padrone. La liberazione era possibile e talvolta incoraggiata, ma mai obbligatoria né strutturale.
Quando un sistema giuridico dedica secoli a regolare nei minimi dettagli la schiavitù, non la sta abolendo. La sta amministrando e sacralizzando.
Guerra, bottino e schiavitù: la dimensione espansionistica
La schiavitù nell’Islam non fu solo un fenomeno domestico. Fu strettamente legata alla guerra e all’espansione militare.
Le conquiste islamiche producevano regolarmente prigionieri di guerra. Uomini, donne e bambini potevano essere uccisi, riscattati o ridotti in schiavitù. Le donne catturate costituivano spesso parte del bottino e venivano distribuite tra i combattenti. Questa pratica è attestata sia nelle fonti storiche sia nella tradizione giuridica.
La propaganda moderna tende a presentare le conquiste islamiche come un’avanzata quasi spirituale. Le fonti classiche raccontano invece una realtà di conquista, saccheggio e appropriazione di persone. Il bottino, inclusi gli esseri umani, non era un incidente: era parte integrante della logica della guerra santa.
La tratta arabo-musulmana degli schiavi africani
Mentre la tratta atlantica è giustamente al centro della memoria storica occidentale, esiste un’altra tratta, molto più lunga e spesso rimossa: la tratta arabo-musulmana degli schiavi africani.
Per oltre tredici secoli, milioni di africani furono catturati, deportati attraverso il Sahara, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, e venduti nei mercati del Nord Africa, dell’Arabia, della Persia e dell’Impero Ottomano. Uomini venivano spesso castrati per servire come eunuchi; donne e bambini finivano nel lavoro domestico o nella schiavitù sessuale.
Questa tratta fu più lunga di quella atlantica e coinvolse direttamente poteri, élite e società islamiche. Eppure continua a essere trattata con imbarazzante discrezione, spesso liquidata con la formula “era il contesto dell’epoca” — una giustificazione che raramente viene concessa ad altri sistemi schiavistici.
La schiavitù nel mondo islamico contemporaneo
La questione non è solo storica. La schiavitù formale fu abolita in molti paesi islamici solo nel XX secolo, spesso sotto pressione occidentale o internazionale.
La Mauritania abolì ufficialmente la schiavitù nel 1981 ed è considerata l’ultimo paese al mondo ad averlo fatto. Solo nel 2007 furono introdotte pene specifiche contro il possesso di schiavi. Organizzazioni internazionali e attivisti locali denunciano ancora oggi forme di schiavitù ereditaria, soprattutto tra le comunità haratine.
Casi di schiavitù, servitù e tratta sono stati documentati anche in altri contesti a maggioranza islamica negli ultimi decenni (Sudan, Libia, alcune aree del Sahel). Quando una pratica sopravvive così a lungo in società che si richiamano all’Islam, è legittimo chiedersi quale peso abbia avuto l’assenza di una condanna originaria e radicale nelle fonti religiose.
La tesi della “abolizione graduale”: un’uscita di emergenza debole
Di fronte a queste evidenze, l’apologetica contemporanea ricorre spesso alla tesi secondo cui l’Islam avrebbe avviato un processo graduale di abolizione della schiavitù.
Questa tesi è fragile per diversi motivi:
- Per oltre tredici secoli i giuristi musulmani non interpretarono il Corano in senso abolizionista.
- Gli imperi islamici (Omayyadi, Abbasidi, Ottomani, ecc.) continuarono a praticare e regolare la schiavitù su larga scala.
- I mercati degli schiavi prosperarono per secoli nel mondo musulmano.
- Nessun versetto coranico afferma chiaramente che la schiavitù debba essere abolita.
Se l’obiettivo fosse stato davvero l’abolizione graduale, perché questo processo non si è mai concluso all’interno della tradizione islamica classica?
Conclusione: l’Islam rese la schiavitù religiosamente possibile
L’Islam non inventò la schiavitù, ma non la abolì. La trovò nel mondo antico e la incorporò stabilmente nel proprio sistema religioso e giuridico. La regolò attraverso il Corano, la Sunna e la sharia. La collegò alla guerra, al bottino, al possesso domestico e alla sessualità con le schiave. La rese compatibile con l’idea di una morale eterna.
Questo non significa che ogni musulmano di oggi sia favorevole alla schiavitù. Molti la rifiutano sinceramente. Il problema, però, non sta nelle convinzioni individuali, ma nelle fonti, nella tradizione giuridica classica e nella pretesa di superiorità morale eterna.
Una religione che presenta il proprio testo sacro come parola definitiva di Dio e il proprio profeta come modello perfetto per ogni epoca, ma che non condanna mai il possesso di esseri umani, si espone a una critica fondamentale: la sua pretesa morale non supera realmente il proprio tempo storico.
L’Islam non abolì la schiavitù. La rese lecita, regolata e religiosa.
E una religione che rende possibile il possesso di esseri umani non può presentarsi, senza essere contestata, come modello eterno di giustizia e dignità umana.
Fonti e riferimenti
- Corano 4:24; 23:5-6; 70:29-30; 90:13; 2:177; 58:3; 24:33
- Ibn Ishaq, Sirat Rasul Allah (trad. Guillaume) – sezioni su conquiste e distribuzione del bottino
- al-Tabari, Tarikh al-Rusul wa al-Muluk – resoconti sulle campagne militari e i prigionieri
- Joseph Schacht, An Introduction to Islamic Law – disciplina della schiavitù nella sharia
- Bernard Lewis, Race and Slavery in the Middle East
- Ronald Segal, Islam’s Black Slaves: The Other Black Diaspora
- Brandeis University – “Islam and Slavery” (progetto di ricerca)
- Rapporti OHCHR e organizzazioni internazionali sulla schiavitù in Mauritania (2007-2020)
