Commento al Corano: Sura 9 al-Tawba, “Il Pentimento”, versetti 81-129

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Commento al Corano: Sura 9 at-Tawbah, “Il Pentimento”, versetti 81-129

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I versetti 81-129 chiudono la Sura 9 e portano alle conseguenze la logica politica, militare e religiosa sviluppata nei versetti precedenti. La spedizione di Tabūk diventa un banco di prova dell’appartenenza: chi rifiuta di partire viene minacciato con il Fuoco, escluso dalle future campagne e, se classificato come ipocrita, perfino dalla preghiera funebre del Messaggero; chi combatte con beni e persone riceve invece la promessa del Paradiso.

La rivelazione distingue fra impedimenti riconosciuti e scuse respinte, classifica beduini e abitanti di Medina secondo la loro fedeltà, ordina a Maometto di prelevare beni per purificare i penitenti, denuncia una moschea rivale come strumento di miscredenza e divisione e proclama che Allah ha «comprato» vite e patrimoni dei credenti in cambio del Giardino perché «combattono, uccidono e sono uccisi».

Gli ultimi versetti tornano quindi alla mobilitazione: ogni sete, fatica, fame, movimento capace di irritare i miscredenti e danno inflitto al nemico viene trasformato in opera meritoria; la comunità deve organizzare insieme combattimento e formazione religiosa; infine arriva l’ordine esplicito di combattere i miscredenti più vicini e di far trovare in sé «durezza».

Il blocco mostra una comunità nella quale appartenenza religiosa, autorità personale di Maometto, guerra, fiscalità, disciplina sociale e accesso al Paradiso sono strettamente intrecciati.

Questo commento prosegue direttamente Sura 9 at-Tawbah, versetti 50-80.

«Non partite con questo caldo»: il Corano risponde con il Fuoco dell’Inferno – Corano 9:81–9:82

Il contesto è quello della spedizione di Tabūk, avvenuta secondo la cronologia islamica nel 9 dell’Egira, nel 630, in condizioni descritte dalla stessa tradizione come particolarmente difficili.

Il Corano afferma:

«Coloro che furono lasciati indietro gioirono di essere rimasti, in contrasto con il Messaggero di Dio, e detestarono combattere con i loro beni e le loro vite sulla via di Dio. Dissero: “Non partite con questo caldo”. Di’: “Il Fuoco dell’Inferno è ancora più caldo”, se soltanto comprendessero.» (Corano 9:81).

Il verbo appartiene alla radice j-h-d e il contesto è inequivocabilmente militare: partire con Maometto, mettere a disposizione beni e persone, affrontare una spedizione armata.

Ibn Kathīr collega direttamente il versetto alla calura di Tabūk e osserva che, se gli assenti avessero compreso, avrebbero sopportato il caldo insieme al Messaggero per salvarsi dal calore molto maggiore dell’Inferno.

Una difficoltà materiale concreta — marciare sotto un caldo estremo — viene quindi affrontata non attraverso la libera valutazione dell’individuo, ma mediante una minaccia escatologica: il caldo dal quale vogliono sottrarsi viene contrapposto al Fuoco nel quale rischiano di finire proprio perché si sottraggono alla mobilitazione.

Corano 9:82 completa il giudizio:

«Ridano dunque poco e piangano molto, come ricompensa per ciò che guadagnavano.» (Corano 9:82).

La rinuncia alla spedizione viene quindi trasformata in colpa religiosa meritevole di pianto e punizione.

Chi rifiuta una spedizione viene escluso dalle successive – Corano 9:83

La sanzione non rimane nell’aldilà:

«Se Dio ti ricondurrà presso un gruppo di loro e poi ti chiederanno il permesso di uscire, di’: “Non uscirete mai più con me e non combatterete mai con me contro un nemico. Vi compiaceste di restare la prima volta; restate dunque con coloro che rimangono indietro”.» (Corano 9:83).

Ibn Kathīr descrive esplicitamente questa esclusione come punizione: chi non aveva partecipato alla prima mobilitazione non avrebbe più ottenuto il privilegio di combattere insieme a Maometto.

La partecipazione alla guerra diventa così anche una forma di appartenenza politica e religiosa. Rifiutare l’ordine del Messaggero non comporta soltanto una valutazione negativa della fede: può determinare l’esclusione dalle successive attività militari della comunità.

Non pregare sui loro morti – Corano 9:84

La separazione raggiunge perfino il rito funebre:

«Non pregare mai su nessuno di loro che sia morto e non sostare presso la sua tomba. In verità non hanno creduto in Dio e nel Suo Messaggero e sono morti da trasgressori.» (Corano 9:84).

Ibn Kathīr collega il versetto soprattutto al caso di ʿAbd Allāh ibn Ubayy, tradizionalmente considerato capo degli ipocriti di Medina.

La vicenda è conservata in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4670. Dopo 9:80 Maometto aveva ritenuto di poter ancora pregare per Ibn Ubayy e celebrò la preghiera funebre nonostante l’opposizione di ʿUmar. La tradizione afferma che venne poi rivelato 9:84, che proibiva esplicitamente di pregare per morti appartenenti a quella categoria.

La rivelazione interviene quindi direttamente nella gestione del funerale di un avversario politico-religioso e restringe perfino la possibilità del Messaggero di intercedere per lui.

L’esclusione confessionale sopravvive alla morte: chi viene classificato come morto nella miscredenza non riceve la preghiera funebre del profeta.

Beni e figli come strumenti di castigo – Corano 9:85–9:87

Corano 9:85 ripete quasi letteralmente una formula già apparsa nel versetto 55:

«Non ti meraviglino i loro beni né i loro figli. Dio vuole soltanto castigarli per mezzo di essi in questo mondo e che le loro anime periscano mentre sono miscredenti.» (Corano 9:85).

La prosperità materiale dell’avversario viene reinterpretata come strumento del suo castigo. Ancora una volta un dato che potrebbe apparire incompatibile con la disapprovazione divina viene assorbito nel sistema: beni e figli non indicano necessariamente favore, perché Allah potrebbe concederli precisamente per punire.

Il versetto 86 oppone quindi coloro che chiedono dispensa a chi combatte con Maometto:

«Quando viene fatta scendere una sura che ordina: “Credete in Dio e combattete insieme al Suo Messaggero”, quelli fra loro che dispongono di mezzi ti chiedono permesso.» (Corano 9:86).

Il problema non è mancanza di mezzi: il testo precisa che si tratta dei più ricchi e capaci.

Combattere con beni e persone conduce al Paradiso – Corano 9:88–9:89

La contrapposizione è immediata:

«Ma il Messaggero e coloro che hanno creduto con lui hanno combattuto con i loro beni e le loro vite. Per costoro vi sono le cose buone e costoro sono coloro che prosperano.» (Corano 9:88).

Il versetto seguente promette:

«Dio ha preparato per loro Giardini sotto i quali scorrono i fiumi, nei quali rimarranno per sempre. Questo è il grande successo.» (Corano 9:89).

Il contrasto 81-89 è quindi strutturalmente semplice: chi detesta la mobilitazione viene minacciato con l’Inferno; chi combatte con Maometto mettendo a disposizione patrimonio e vita riceve la promessa del Paradiso.

La guerra non è un elemento accidentale inserito dall’esterno nella religione. In questo blocco la disponibilità al combattimento viene utilizzata come criterio di autenticità della fede e collegata direttamente alla ricompensa escatologica.

Non tutti sono esentati: impedimento reale e renitenza vengono separati – Corano 9:90–9:93

Il Corano distingue fra categorie differenti.

Corano 9:91 afferma:

«Non vi è colpa sui deboli, sui malati né su coloro che non trovano nulla da spendere, quando sono sinceri verso Dio e il Suo Messaggero.» (Corano 9:91).

Il testo riconosce quindi impedimenti fisici ed economici reali.

Corano 9:92 include inoltre coloro che sarebbero voluti partire ma che Maometto non riuscì a equipaggiare; questi si allontanano piangendo perché non hanno nulla da spendere.

Il bersaglio viene definito nel versetto successivo:

«La via del rimprovero è soltanto contro coloro che ti chiedono permesso mentre sono ricchi. Si sono compiaciuti di stare con coloro che rimangono indietro e Dio ha sigillato i loro cuori, perciò non sanno.» (Corano 9:93).

La distinzione non attenua l’obbligo militare: lo rende più precisamente normativo. Il Corano stabilisce chi può non partire e trasforma l’assenza dell’uomo capace e fornito di mezzi in segno di colpa e sigillatura del cuore.

«Allontanatevi da loro: sono impurità» – Corano 9:94–9:96

Quando Maometto e i combattenti ritornano, gli assenti presentano le proprie scuse.

Il Corano anticipa la loro difesa e ordina:

«Quando tornerete da loro, presenteranno scuse. Di’: “Non scusatevi: non vi crederemo. Dio ci ha già informati delle vostre notizie”.» (Corano 9:94).

Il vantaggio epistemico della rivelazione è totale: la credibilità dell’accusato non dipende più dalla propria spiegazione, perché Allah avrebbe già rivelato a Maometto quale sia la realtà.

Il versetto 95 aggiunge:

«Quando tornerete da loro, giureranno per Dio davanti a voi affinché li lasciate stare. Lasciateli dunque stare: in verità sono impurità, e il loro rifugio è l’Inferno.» (Corano 9:95).

La rivelazione decide quindi anticipatamente che le scuse sono false, rende inutile il giuramento e ordina l’allontanamento sociale da coloro che ha classificato come rijs, impurità.

I beduini «più forti nella miscredenza e nell’ipocrisia» – Corano 9:97–9:99

Il testo rivolge quindi un giudizio particolarmente duro ai beduini:

«I beduini sono più forti nella miscredenza e nell’ipocrisia e più inclini a non conoscere i limiti di ciò che Dio ha fatto scendere sul Suo Messaggero.» (Corano 9:97).

Il versetto 98 descrive alcuni di loro come persone che considerano la spesa religiosa una perdita e attendono che sui musulmani si abbatta la sventura.

Corano 9:99 delimita però la categoria parlando anche di beduini credenti che considerano la propria spesa un mezzo per avvicinarsi ad Allah.

Il bersaglio non è quindi ogni beduino in quanto tale. Ma la generalizzazione iniziale rimane estremamente forte: il Corano attribuisce alla popolazione beduina, come categoria, una maggiore predisposizione alla miscredenza, all’ipocrisia e all’ignoranza della legislazione proclamata da Maometto, per poi distinguere al suo interno i credenti.

I primi seguaci diventano il modello approvato da Allah – Corano 9:100

Il versetto successivo stabilisce invece il polo positivo:

«Quanto ai primi precursori fra gli Emigrati e gli Ausiliari e coloro che li hanno seguiti con rettitudine, Dio è soddisfatto di loro ed essi sono soddisfatti di Lui.» (Corano 9:100).

La prima comunità organizzata intorno a Maometto riceve così una certificazione religiosa interna: la rivelazione proclamata dal suo leader dichiara che Allah è soddisfatto precisamente dei primi gruppi che hanno sostenuto quella missione.

Il loro comportamento diventa quindi parte del modello normativo della comunità successiva.

Ipocriti che nemmeno Maometto conosce – Corano 9:101

Il versetto 101 contiene un elemento particolarmente interessante:

«Fra i beduini che vi stanno attorno vi sono ipocriti, e anche fra gli abitanti di Medina vi sono persone ostinate nell’ipocrisia. Tu non li conosci; Noi li conosciamo. Li castigheremo due volte, poi saranno ricondotti a un castigo immenso.» (Corano 9:101).

Il versetto riconosce esplicitamente che Maometto non sa chi siano alcuni degli ipocriti. La distinzione fra sincero e falso credente viene quindi attribuita a una conoscenza divina superiore a quella personale del Messaggero.

Ma questa conoscenza superiore giunge alla comunità attraverso la rivelazione proclamata dallo stesso Maometto.

Il circuito rimane quindi particolare: Maometto non conoscerebbe personalmente gli ipocriti nascosti, ma il testo che egli trasmette dichiara che Allah li conosce e stabilisce il loro futuro castigo.

Pentimento, denaro e purificazione attraverso l’autorità del Messaggero – Corano 9:102–9:105

Corano 9:102 introduce una categoria diversa:

«Altri hanno riconosciuto i loro peccati: hanno mescolato un’opera buona con un’altra cattiva. Può darsi che Dio accolga il loro pentimento.» (Corano 9:102).

Il versetto seguente ordina direttamente a Maometto:

«Preleva dai loro beni un’elemosina con la quale li purifichi e li faccia crescere, e prega per loro. In verità la tua preghiera è tranquillità per loro.» (Corano 9:103).

Ibn Kathīr interpreta il versetto anche in senso generale come fondamento dell’ordine dato al Messaggero di prelevare la zakāt dai patrimoni dei musulmani.

Il rapporto fra pentimento e autorità assume quindi una forma materiale: Maometto preleva una parte dei beni, quella donazione purifica il penitente e la preghiera dello stesso Messaggero gli procura tranquillità.

Corano 9:105 aggiunge:

«Di’: “Agite: Dio vedrà le vostre opere, e così il Suo Messaggero e i credenti.» (Corano 9:105).

Il comportamento individuale viene così sottoposto contemporaneamente allo sguardo divino, profetico e comunitario.

Una moschea diventa «miscredenza» perché è contro l’ordine di Maometto – Corano 9:107–9:110

Uno dei casi più significativi dell’intera sura riguarda la cosiddetta Masjid al-Ḍirār, «moschea del danno».

Il Corano afferma:

«E vi sono coloro che hanno preso una moschea per arrecare danno, per miscredenza, per dividere i credenti e come avamposto per chi in precedenza aveva fatto guerra a Dio e al Suo Messaggero. Certamente giureranno: “Non volevamo altro che il bene”. Ma Dio testimonia che sono certamente bugiardi.» (Corano 9:107).

Il contrasto fra le due versioni è completo.

I costruttori dichiarano:

«Non abbiamo cercato altro che il bene».

La rivelazione replica:

«Allah testimonia che sono bugiardi».

La loro intenzione soggettiva non viene quindi giudicata attraverso prove pubblicamente verificabili nel testo: la rivelazione attribuisce direttamente alla costruzione finalità di danno, miscredenza, divisione e sostegno a un nemico di Allah e Maometto.

Il versetto successivo ordina a Maometto:

«Non starvi mai in preghiera.» (Corano 9:108).

La legittimità di un edificio formalmente islamico dipende quindi dalla sua collocazione dentro l’ordine religioso riconosciuto dal Messaggero.

Ibn Kathīr conserva la tradizione secondo cui la costruzione era collegata ad Abū ʿĀmir e a un progetto di opposizione sostenuto attraverso contatti con l’impero romano. Riporta inoltre da Ibn Isḥāq che, durante il ritorno da Tabūk, Maometto inviò uomini con l’ordine di demolire e incendiare la moschea.

La sequenza, nella memoria islamica, è straordinaria: viene costruita una moschea; i fondatori dichiarano buone intenzioni; la rivelazione proclamata da Maometto stabilisce invece che mentono e che l’edificio serve alla miscredenza e alla divisione; Maometto proibisce di pregare al suo interno e la tradizione racconta che ne ordina la distruzione fisica.

Il problema non riguarda quindi una generica «intolleranza verso altre religioni». Gli avversari sono formalmente musulmani e costruiscono una moschea. Ciò che decide la legittimità religiosa dello spazio è la sua subordinazione all’ordine riconosciuto da Maometto.

Corano 9:109 spinge la contrapposizione fino all’immagine dell’Inferno:

«È migliore chi ha fondato il proprio edificio sul timore di Dio e sul Suo compiacimento, oppure chi ha fondato il proprio edificio sul bordo di una scarpata sul punto di crollare, che crolla con lui nel Fuoco dell’Inferno?» (Corano 9:109).

Un conflitto sull’autorità della comunità viene così trasformato dalla rivelazione in opposizione fra pietà e Inferno.

Allah «compra» vite e patrimoni: uccidono e sono uccisi – Corano 9:111

Corano 9:111 contiene una delle formulazioni più esplicite del rapporto fra jihad e Paradiso:

«In verità Dio ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni in cambio del Paradiso: combattono sulla via di Dio, uccidono e vengono uccisi. È una promessa vera, vincolante per Lui, nella Torah, nel Vangelo e nel Corano. E chi è più fedele di Dio al proprio patto? Rallegratevi dunque dello scambio che avete concluso. Questo è il grande successo.» (Corano 9:111).

Il testo utilizza direttamente il linguaggio di una transazione commerciale per descrivere il rapporto fra Allah e chi combatte sulla sua via:

Allah = compratore;

vita e beni del credente = oggetto venduto;

Paradiso = prezzo;

combattere, uccidere ed essere uccisi = esecuzione concreta del patto.

Ibn Kathīr interpreta esplicitamente il versetto come contratto attraverso il quale Allah compensa i credenti con il Paradiso per le vite e le ricchezze che sacrificano sulla Sua via.

Ridurre il versetto a una metafora generica dello «sforzo interiore» significa cancellare le parole che la metafora stessa contiene: yuqātilūna, combattono; yaqtulūna, uccidono; yuqtalūna, vengono uccisi.

Le letture canoniche presentano perfino una variante nell’ordine delle ultime due azioni — «uccidono e sono uccisi» oppure «sono uccisi e uccidono» — senza modificare la struttura bellica della frase.

Per il quadro della dottrina classica del jihad si veda La dottrina del jihad nella storia secondo i giuristi islamici.

Il Corano attribuisce la stessa promessa anche alla Torah e al Vangelo

Corano 9:111 non si limita a formulare il patto per i musulmani. Afferma che esso sarebbe:

«È una promessa vera, vincolante per Lui, nella Torah, nel Vangelo e nel Corano.» (Corano 9:111)

Nei testi oggi identificabili come Torah e Vangeli canonici non compare però questa formulazione: non esiste un passo che dichiari che Dio abbia «comprato» vite e beni dei credenti in cambio del Paradiso perché essi combattono, uccidono e vengono uccisi.

Esistono naturalmente nelle Scritture ebraiche racconti di guerra e nei testi cristiani temi di sacrificio, persecuzione e martirio. Questo non equivale alla specifica transazione religiosa proclamata da 9:111.

Il problema documentario è quindi lo stesso incontrato più volte nel Corano: una fonte del VII secolo attribuisce a Torah e Vangelo un contenuto che non è attestato con questa forma nei testi precedenti storicamente conservati.

Per sostenere che la promessa esistesse ma sia stata eliminata occorrerebbe dimostrare indipendentemente quella perdita; non basta assumere la veridicità del Corano e usare poi il Corano come prova di ciò che le Scritture precedenti avrebbero originariamente contenuto.

Il credente ideale dopo il contratto di guerra – Corano 9:112

Il versetto seguente descrive i destinatari della promessa attraverso una serie di qualità religiose:

«Coloro che si pentono, adorano, lodano, viaggiano, si inchinano, si prosternano, ordinano ciò che è riconosciuto come bene, proibiscono ciò che è riprovevole e custodiscono i limiti di Dio.» (Corano 9:112).

La stessa comunità che in 9:111 vende ad Allah vita e patrimonio combattendo riceve in 9:112 anche una funzione normativa interna: ordinare il bene, proibire il male e custodire i limiti divini.

Combattimento esterno e disciplina morale interna appartengono quindi allo stesso modello del credente.

Nessuna richiesta di perdono per il parente politeista – Corano 9:113–9:114

Corano 9:113 stabilisce:

«Non spetta al Profeta né a coloro che credono chiedere perdono per gli associatori, anche se sono parenti stretti, dopo che è divenuto chiaro per loro che essi sono gente dell’Inferno.» (Corano 9:113).

Il vincolo confessionale prevale quindi esplicitamente sul vincolo di sangue: perfino il parente viene escluso dalla richiesta di perdono una volta classificato fra i destinatari dell’Inferno.

Corano 9:114 utilizza Abramo come precedente: egli avrebbe chiesto perdono per il proprio padre soltanto in virtù di una promessa; quando divenne evidente che costui era «nemico di Allah», Abramo se ne dissociò.

La tradizione canonica collega 9:113 a un episodio personale di Maometto. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4675, alla morte dello zio Abū Ṭālib, Maometto cerca di ottenere da lui la professione islamica e dichiara che continuerà a chiedere perdono per lui finché non riceverà un divieto. Bukhārī afferma quindi che venne rivelato 9:113.

Questa tradizione canonica apre però una difficoltà cronologica. Abū Ṭālib morì secondo la cronologia normalmente accolta intorno al 619, durante il periodo meccano; Tabūk e il grande contesto al quale appartiene la Sura 9 risalgono invece al 630 circa.

Se il sabab al-nuzūl di Bukhārī viene accettato, il versetto 9:113 deve essere stato rivelato circa un decennio prima di buona parte del materiale che lo circonda e successivamente collocato all’interno della sura. Se invece si vuole preservare una stretta contemporaneità del blocco tardo-medinese, diventa problematica l’attribuzione dell’occasione della rivelazione alla morte di Abū Ṭālib.

In entrambi i casi la ricostruzione semplicistica di una sura rivelata linearmente come un unico discorso continuo non regge alla stessa tradizione canonica.

Allah stabilisce retroattivamente quando una colpa diventa tale – Corano 9:115–9:117

Corano 9:115 afferma:

«Dio non svia un popolo dopo averlo guidato finché non abbia chiarito loro ciò da cui devono guardarsi.» (Corano 9:115).

Il versetto costruisce una giustificazione normativa: la responsabilità religiosa viene collegata alla previa comunicazione del divieto.

Corano 9:117 torna quindi alla spedizione:

«Dio si è certamente rivolto con favore al Profeta, agli Emigrati e agli Ausiliari che lo seguirono nell’ora della difficoltà.» (Corano 9:117).

La spedizione estremamente dura di Tabūk viene così trasformata in episodio religioso esemplare: coloro che seguirono Maometto nell’«ora della difficoltà» diventano oggetto del perdono e del favore divino.

I tre di Tabūk: cinquanta giorni di isolamento sociale ordinato da Maometto – Corano 9:118

Il versetto 118 afferma:

«E anche verso i tre che erano stati lasciati indietro, finché la terra, pur nella sua vastità, divenne stretta per loro e le loro stesse anime divennero strette per loro, e compresero che non vi è rifugio da Dio se non presso di Lui.» (Corano 9:118).

La sola lettura del versetto non rivela fino in fondo che cosa sia accaduto.

Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4418 e Ṣaḥīḥ Muslim 2769a conservano invece la lunga testimonianza attribuita a Kaʿb ibn Mālik, uno dei tre.

Kaʿb racconta che non aveva un impedimento reale: semplicemente rimandò la preparazione finché l’esercito partì. Al ritorno di Maometto decise di non inventare una scusa e confessò la propria responsabilità.

A quel punto Maometto ordinò alla comunità di non parlare con lui e con gli altri due uomini.

Il boicottaggio durò cinquanta notti.

Kaʿb racconta che continuava a partecipare alla preghiera pubblica e a muoversi nel mercato, ma nessuno gli rivolgeva la parola. Arrivava davanti a Maometto e non riusciva nemmeno a capire con certezza se il Messaggero rispondesse al suo saluto.

Dopo quaranta giorni arrivò un nuovo ordine: i tre dovevano separarsi anche dalle proprie mogli. Kaʿb mandò la propria moglie dalla famiglia d’origine e rimase in quella condizione per altri dieci giorni.

Soltanto al cinquantesimo giorno Maometto annunciò che Allah aveva accettato il loro pentimento.

Corano 9:118 non descrive quindi soltanto una crisi spirituale privata. La Sunna canonica colloca dietro quella «terra divenuta stretta» una sanzione sociale organizzata dalla stessa comunità: isolamento collettivo, sospensione delle relazioni personali e perfino separazione coniugale, mantenuti fino a quando una nuova rivelazione annunciò il perdono.

Il caso mostra con straordinaria chiarezza la capacità disciplinare dell’autorità profetica.

Questi uomini non avevano abbandonato l’Islam, non avevano combattuto contro Maometto e non avevano costruito una fazione rivale. Avevano mancato una spedizione militare senza una giustificazione riconosciuta.

La conseguenza fu un ostracismo totale ordinato da Maometto e terminato soltanto quando la rivelazione proclamata da Maometto dichiarò chiusa la colpa.

«State con i sinceri» – Corano 9:119

Immediatamente dopo il caso dei tre il Corano ordina:

«O voi che credete, temete Dio e state con i veritieri.» (Corano 9:119).

La collocazione è significativa. Gli ipocriti avevano offerto scuse ed erano stati classificati come bugiardi; Kaʿb e i suoi compagni avevano invece confessato la propria colpa e sopportato cinquanta giorni di sanzione.

La sincerità viene così incorporata nella disciplina della comunità: dire la verità non elimina la pena sociale immediata, ma distingue il penitente recuperabile dall’ipocrita.

Sete, fame e perfino irritare i miscredenti diventano «opera buona» – Corano 9:120–9:121

Il versetto 120 ritorna senza ambiguità alla jihad:

«Non spettava agli abitanti di Medina né ai beduini che stanno attorno a loro rimanere indietro rispetto al Messaggero di Dio, né preferire se stessi alla sua persona. Ciò perché non li colpiscono sete, fatica o fame sulla via di Dio, non calpestano un terreno che susciti l’ira dei miscredenti e non infliggono a un nemico alcun colpo senza che venga registrata per loro, per questo, un’opera buona.» (Corano 9:120).

Il testo merita di essere letto senza eufemismi.

Diventano meritori:

la sete sofferta nella causa;

la fatica;

la fame;

il movimento che provoca l’ira dei miscredenti;

il colpo inflitto al nemico.

Ibn Kathīr intitola significativamente la sezione Rewards of Jihad e interpreta il «passo che suscita l’ira dei miscredenti» attraverso le strategie di guerra che intimoriscono il nemico e il «risultato sul nemico» come sconfitta inflitta ad esso.

Corano 9:120 non promette quindi ricompensa soltanto per la sofferenza passivamente sopportata. Attribuisce valore religioso anche all’effetto prodotto sull’avversario: suscitarne l’ira e infliggergli un colpo; Ibn Kathīr sviluppa inoltre il passo in termini di strategie di guerra capaci di intimorire il nemico.

Corano 9:121 aggiunge che ogni spesa, grande o piccola, e ogni valle attraversata vengono registrate affinché Allah ricompensi l’azione.

La mobilitazione militare viene così trasformata in una contabilità religiosa nella quale ogni costo e ogni effetto sul nemico possono produrre merito davanti a Dio.

Non tutti devono partire: una comunità organizzata fra guerra e formazione religiosa – Corano 9:122

Il versetto successivo afferma:

«Non spetta ai credenti partire tutti insieme. Perché dunque da ogni loro gruppo non parte una parte, affinché acquisiscano comprensione della religione e ammoniscano il loro popolo quando ritornano da loro, così che possano guardarsi?» (Corano 9:122).

La formulazione ha prodotto più interpretazioni esegetiche su quale gruppo parta e quale rimanga per acquisire conoscenza religiosa.

Ibn Kathīr conserva varie spiegazioni: secondo alcune letture una parte parte nelle spedizioni mentre una parte rimane con Maometto per apprendere la rivelazione; altre tradizioni dispongono diversamente i due gruppi.

Il risultato comune non è la sostituzione della jihad con lo studio. È la divisione funzionale della comunità: non tutti devono svolgere contemporaneamente la stessa funzione; alcuni possono essere mobilitati mentre altri assicurano trasmissione e apprendimento religioso.

Il fiqh classico svilupperà in questo quadro la distinzione fra jihad come farḍ kifāya, obbligo collettivo soddisfatto da una parte della comunità, e situazioni nelle quali diventa farḍ ʿayn, obbligo individuale.

Questa costruzione giuridica non deve essere attribuita al solo 9:122 come se il versetto contenesse già tutta la teoria successiva. È però perfettamente coerente con un testo che organizza la comunità distribuendo funzioni fra mobilitazione e formazione.

«Combattete i miscredenti che vi stanno attorno»: Corano 9:123

Subito dopo la precisazione che non tutti devono partire contemporaneamente arriva un comando che rende impossibile leggere 9:122 come arretramento dalla guerra:

«O voi che credete, combattete quelli dei miscredenti che vi sono vicini e che trovino durezza in voi. Sappiate che Dio è con coloro che Lo temono.» (Corano 9:123).

Il verbo è qātilū: combattete.

Il sostantivo ghilẓa indica durezza, severità, asprezza.

Ibn Kathīr interpreta il passo come ordine di combattere prima i miscredenti geograficamente più vicini e poi quelli più lontani.

La sua ricostruzione storica è esplicita: Maometto avrebbe iniziato dai politeisti della Penisola Arabica; dopo avere ottenuto il controllo su Mecca, Medina, Ṭāʾif, Yemen, Yamāma, Khaybar e altri territori arabi, avrebbe quindi rivolto il combattimento verso la Gente della Scrittura, cominciando dai Romani e dai cristiani della Siria.

Non è dunque un comando limitato nel testo a respingere un’aggressione imminente: Ibn Kathīr lo applica a una successione di campagne contro gruppi via via più lontani.

Per la ricezione giuridica e storica di questi comandi si veda Jihad, apostasia, infedeli e pene corporali nelle fonti islamiche.

La rivelazione rende il credente più credente e l’avversario più «sozzo» – Corano 9:124–9:127

Dopo l’ordine di combattimento il Corano torna alla reazione nei confronti della rivelazione:

«Ogni volta che viene fatta scendere una sura, alcuni di loro dicono: “A chi di voi questa ha accresciuto la fede?”. Quanto a coloro che credono, essa accresce la loro fede ed essi se ne rallegrano.» (Corano 9:124).

Il versetto successivo stabilisce il contrario per i critici:

«Quanto a coloro nei cui cuori vi è una malattia, essa aggiunge sozzura alla loro sozzura e muoiono mentre sono miscredenti.» (Corano 9:125).

Il dissenso produce così la propria diagnosi interna.

Se il testo accresce la fede, il credente dimostra di appartenere alla categoria corretta.

Se suscita dubbio o rifiuto, quel risultato non viene ammesso come possibile critica alla rivelazione: diventa manifestazione di una «malattia nel cuore» che il testo rende ancora più impura.

Corano 9:127 conclude:

«Ogni volta che viene fatta scendere una sura, si guardano l’un l’altro: “Vi vede qualcuno?”. Poi si allontanano. Dio ha allontanato i loro cuori, perché sono un popolo che non comprende.» (Corano 9:127).

Il sistema interpretativo diventa quindi auto-protettivo: la corretta risposta al Corano conferma la verità del Corano; la risposta negativa viene spiegata come malattia, sozzura, incomprensione e deviazione del cuore.

Il dissidente non viene soltanto confutato. La stessa fonte contro la quale dissente gli assegna una diagnosi morale e spirituale che spiega perché dissenta.

«Misericordioso verso i credenti» – Corano 9:128–9:129

Gli ultimi due versetti cambiano registro:

«Vi è certamente giunto un Messaggero proveniente da voi stessi: gli pesa ciò che vi affligge, è sollecito verso di voi e, verso i credenti, compassionevole e misericordioso.» (Corano 9:128).

Il complemento è esplicito: bi-l-muʾminīna raʾūfun raḥīm, «verso i credenti, compassionevole e misericordioso».

La conclusione affettuosa non cancella quindi la struttura precedente; ne definisce il lato interno. Lo stesso blocco nel quale Maometto viene descritto misericordioso verso i credenti ha appena:

condannato chi rifiuta la mobilitazione;

vietato la preghiera funebre sugli ipocriti;

ordinato l’isolamento sociale dei tre rimasti indietro secondo la Sunna;

delegittimato una moschea rivale;

promesso il Paradiso a chi combatte, uccide ed è ucciso;

vietato l’intercessione per i parenti politeisti;

ricompensato ciò che provoca l’ira dei miscredenti;

ordinato di combattere i miscredenti vicini con durezza.

La misericordia di 9:128 è quindi esplicitamente rivolta all’interno della comunità credente e non trasforma la Sura 9 in una proclamazione di benevolenza universale verso chi rifiuta l’ordine religioso stabilito dal testo.

L’ultimo versetto afferma:

«Ma se voltano le spalle, di’: “Dio mi basta. Non vi è dio se non Lui. In Lui confido ed Egli è il Signore del Trono immenso”.» (Corano 9:129).

Conclusione

  • Tabūk diventa prova religiosa dell’appartenenza. Il caldo non giustifica chi ha i mezzi per partire: chi rifiuta viene minacciato con un Inferno «più caldo», mentre chi combatte con beni e persone riceve la promessa del Paradiso.
  • L’autorità di Maometto possiede strumenti disciplinari concreti. Gli assenti possono essere esclusi dalle future campagne; gli ipocriti dalla preghiera funebre; i tre sinceri rimasti indietro vengono, secondo Bukhārī e Muslim, isolati socialmente per cinquanta giorni e separati dalle mogli fino alla rivelazione del perdono.
  • La rivelazione decide perfino la legittimità di una moschea. I costruttori dichiarano di volere il bene; il Corano afferma che mentono e attribuisce loro miscredenza e divisione; Ibn Kathīr conserva poi la tradizione secondo cui Maometto ne ordinò demolizione e incendio.
  • Corano 9:111 lega senza ambiguità guerra e salvezza. Allah «compra» vita e patrimonio dei credenti in cambio del Paradiso perché essi combattono, uccidono e vengono uccisi. La stessa promessa viene attribuita anche a Torah e Vangelo, benché nei testi canonici conservati non compaia questa specifica transazione.
  • La jihad viene trasformata in contabilità meritoria. Sete, fame, fatica, spese, passi che irritano i miscredenti e risultati ottenuti contro il nemico vengono registrati come opere buone; subito dopo 9:123 ordina di combattere i miscredenti più vicini e di mostrare durezza.
  • La rivelazione rende il sistema resistente alla confutazione interna. Chi la accoglie dimostra fede; chi la mette in dubbio viene descritto come malato nel cuore e la stessa rivelazione gli aggiungerebbe «sozzura a sozzura».

I versetti 81-129 chiudono quindi la Sura 9 senza alcuna separazione fra fede privata, autorità politica, guerra e disciplina comunitaria. La fedeltà ad Allah passa attraverso la fedeltà alla missione di Maometto; il sostegno religioso passa attraverso beni e persone; il combattimento riceve una ricompensa escatologica; la dissidenza interna può produrre esclusione sociale e religiosa; perfino una moschea può essere distrutta quando la rivelazione la classifica come strumento di opposizione.

La figura di Maometto occupa il centro dell’intero meccanismo. Chi rimane indietro rimane «dietro al Messaggero»; chi è affidabile combatte insieme a lui; chi si pente consegna beni che egli preleva e viene rassicurato dalla sua preghiera; la moschea rivale viene giudicata in rapporto alla guerra contro «Allah e il Suo Messaggero»; il credente non deve preferire la propria vita alla sua; perfino i movimenti militari vengono valutati attraverso il fatto di aver seguito o abbandonato la sua spedizione.

La rivelazione proclamata da Maometto costruisce quindi contemporaneamente la teologia della guerra, la disciplina dei seguaci e la centralità politica dello stesso Maometto.

Il caso dei tre di Tabūk e quello della moschea del danno rendono questa struttura particolarmente visibile. Nel primo, Maometto ordina l’ostracismo e una nuova rivelazione stabilisce quando il colpevole possa essere riammesso; nel secondo, alcuni musulmani dichiarano di aver costruito una moschea per il bene, ma la rivelazione trasmessa da Maometto attribuisce loro intenzioni opposte e la tradizione islamica racconta che Maometto fa distruggere l’edificio.

La stessa fonte che proclama l’autorità divina diventa quindi anche arbitro delle intenzioni, delle scuse, dei pentimenti, degli spazi religiosi e della legittimità dell’opposizione alla persona che quella fonte trasmette.

E la conclusione militare è difficilmente attenuabile senza allontanarsi dal testo: Allah compra le vite in cambio del Paradiso; i credenti «uccidono e sono uccisi»; ciò che irrita il miscredente e colpisce il nemico viene registrato come opera buona; i miscredenti vicini devono essere combattuti e devono trovare nei credenti durezza.

Non è una lettura polemica imposta dall’esterno alla Sura 9. È il vocabolario della Sura 9 stessa.

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