Bloggando il Corano: Sura 51 adh-Dhariyat, “I venti che disperdono”

Commento al Corano: Sura 51 adh-Dhāriyāt, “I venti che disperdono”

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La Sura 51 adh-Dhāriyāt concentra in sessanta versetti alcuni motivi tipici della predicazione meccana: il giudizio imminente, la ricompensa dei credenti, la distruzione dei popoli che respingono i messaggeri e la proclamazione di Allah come creatore e unico destinatario del culto. Due versetti, 51:47 e 51:49, sono diventati inoltre terreno privilegiato dell’apologetica dei cosiddetti “miracoli scientifici” del Corano.

Un giuramento cosmico per certificare il giudizio – Corano 51:1-14

La sura si apre con una catena di giuramenti:

«Per quelli che disperdono con forza, per quelli che portano un carico, per quelli che scorrono facilmente e per quelli che distribuiscono un ordine: ciò che vi viene promesso è certamente vero e il Giudizio avverrà certamente.» (Corano 51:1-6).

L’identità precisa dei soggetti dei primi versetti è stata discussa dall’esegesi: venti, nubi, navi o angeli. Il risultato teologico, però, non cambia. Fenomeni del mondo naturale e agenti celesti vengono chiamati a certificare la promessa del giudizio.

Gli oppositori sono descritti come immersi in discorsi contraddittori e sviati. Quando chiedono quando arriverà il Giorno del Giudizio, la risposta non offre una verifica anticipata: annuncia il momento in cui saranno tormentati nel Fuoco (Corano 51:10-14).

I credenti nei giardini e la morale del premio – Corano 51:15-23

Ai timorati sono promessi giardini e sorgenti. Il testo elogia chi dorme poco, chiede perdono all’alba e destina una parte dei propri beni al mendicante e al bisognoso.

Questi comportamenti non sono problematici in sé. La struttura religiosa nella quale vengono inseriti, tuttavia, rimane quella della ricompensa futura: l’obbedienza conferma l’appartenenza dei credenti e viene contrapposta alla sorte di chi rifiuta il messaggio.

La sura invita poi a vedere “segni” sulla terra e negli uomini e conclude con un giuramento particolarmente netto:

«Per il Signore del cielo e della terra, tutto questo è vero, così come è vero che voi parlate.» (Corano 51:23).

La certezza viene proclamata con grande forza retorica. Ma un giuramento della rivelazione sulla verità della rivelazione resta un’autocertificazione, non una prova indipendente della sua origine divina.

Abramo, gli ospiti e il popolo di Lot – Corano 51:24-37

La sura richiama rapidamente la visita degli ospiti ad Abramo. Egli offre un vitello arrostito; gli sconosciuti non mangiano e Abramo prova paura. Gli viene annunciata la nascita di un figlio sapiente, mentre sua moglie reagisce con stupore.

Gli inviati dichiarano poi di essere diretti verso un “popolo criminale” per scagliare su di esso pietre di argilla contrassegnate da Allah (Corano 51:31-34).

Il racconto condensa materiali noti dalla tradizione biblica su Abramo e Lot, ma li incorpora nella teologia coranica del messaggero respinto e del popolo distrutto. La distruzione diventa inoltre un “segno” lasciato per chi teme il castigo doloroso.

Mosè, ʿAd, Thamud e Noè: la stessa struttura ripetuta – Corano 51:38-46

Mosè viene inviato al Faraone con un’autorità evidente, ma il sovrano lo respinge definendolo mago o posseduto. Faraone e il suo esercito vengono allora gettati nel mare. Gli ʿAd vengono distrutti da un vento devastante; i Thamud da una folgore; il popolo di Noè viene ricordato come trasgressore.

La funzione è trasparente: i popoli precedenti diventano precedenti narrativi degli oppositori di Maometto. Rifiutare il messaggero significa collocarsi nella stessa serie di coloro che, secondo il Corano, furono distrutti da Allah.

Questa struttura rafforza internamente il messaggio, ma dipende dall’accettazione del racconto stesso. La distruzione attribuita ad Allah non viene dimostrata storicamente dal fatto che il Corano la presenti come tale.

“Abbiamo costruito il cielo e lo ampliamo”: Corano 51:47 e l’universo in espansione

Il versetto più famoso della sura afferma:

«Il cielo lo abbiamo costruito con forza e, in verità, siamo certamente capaci di renderlo vasto.» (Corano 51:47).

Il participio mūsiʿūn, dalla radice w-s-ʿ, può esprimere ampiezza, capacità, potenza o l’atto di rendere ampio. Alcune traduzioni moderne scelgono “lo stiamo espandendo” e collegano il versetto all’espansione cosmica.

Il problema è metodologico: il testo non parla di galassie, redshift, costante di Hubble o aumento delle distanze cosmologiche. L’associazione con l’universo in espansione viene formulata dopo che quel fenomeno è stato scoperto e dipende dalla selezione di una resa possibile del termine.

L’esegesi classica non poteva naturalmente parlare della cosmologia del XX secolo e interpretava il passo soprattutto in termini di potenza divina e vastità del cielo. Presentare 51:47 come una previsione scientifica univoca significa attribuire al versetto una precisione che non possiede. È lo stesso problema analizzato nell’approfondimento sui presunti miracoli scientifici del Corano.

Ibn Kathīr a 51:47 interpreta bi-aydin nel senso di forza e presenta lamūsiʿūn in termini di ampiezza e capacità divina. È un dato importante perché mostra che l’esegesi classica leggeva il passo dentro la potenza creatrice di Allah, senza formulare alcun riferimento alla cosmologia moderna o alla legge di Hubble.

“Di ogni cosa creammo coppie” – Corano 51:49

Subito dopo il Corano afferma:

«Di ogni cosa creammo due coppie, affinché possiate ricordare.» (Corano 51:49).

Il versetto viene talvolta trasformato in una legge scientifica universale: tutto nell’universo esisterebbe in coppie. Ma la natura non si lascia ridurre a una struttura binaria universale. In biologia esistono strategie riproduttive asessuate, nelle quali la produzione di discendenti non richiede una coppia maschio-femmina.

Il passo funziona bene come generalizzazione religiosa costruita sull’esperienza di coppie e opposti; non come enunciato scientifico che descriva letteralmente “ogni cosa”.

“Fuggite dunque verso Allah”: il messaggio viene trasformato in unica via di fuga – Corano 51:50-55

Dopo avere presentato cielo, terra, coppie e popoli distrutti come segni, il testo trae una conseguenza esplicita:

«Fuggite dunque verso Allah. In verità io sono per voi, da parte Sua, un ammonitore evidente. E non ponete accanto ad Allah un’altra divinità.» (Corano 51:50-51).

La costruzione è significativa: la stessa divinità che nel racconto minaccia il castigo viene presentata come il rifugio dal castigo. Non esiste una posizione esterna al sistema. La salvezza consiste nel dirigersi verso Allah, accettare il monoteismo coranico e riconoscere l’ammonitore.

Il versetto 52 collega inoltre gli avversari di Maometto a una lunga serie di oppositori precedenti:

«Così, a coloro che vennero prima di loro non giunse alcun messaggero senza che dicessero: “Mago” oppure “posseduto”.» (Corano 51:52).

La contestazione contemporanea viene così assorbita in uno schema già deciso: anche i profeti precedenti sarebbero stati accusati nello stesso modo; Maometto riceve accuse analoghe; dunque quelle accuse possono essere presentate come ulteriore conferma del modello profetico. Ma la somiglianza tra accuse non dimostra da sola che tutti i personaggi appartengano realmente alla stessa successione soprannaturale.

Subito dopo il Corano dice a Maometto di allontanarsi dagli oppositori e continuare ad ammonire, perché l’ammonimento gioverebbe ai credenti. La predicazione non viene quindi presentata come indagine aperta, ma come richiamo a una verità già definita.

“Non ho creato jinn e uomini se non perché Mi adorassero” – Corano 51:56

La sura esplicita infine lo scopo attribuito all’esistenza:

«Non ho creato i jinn e gli uomini se non perché Mi adorassero.» (Corano 51:56).

La finalità dell’uomo non viene lasciata aperta alla ricerca individuale: è definita dalla rivelazione come culto di Allah. Il testo aggiunge che Allah non richiede nutrimento dalle creature e che è lui il sostentatore.

La conclusione torna quindi alla minaccia: per gli ingiusti vi sarà una sorte simile a quella dei loro predecessori e guai ai miscredenti nel giorno promesso.

Conclusione

La Sura 51 costruisce un circuito tipico della predicazione meccana: il Corano proclama il giudizio, richiama popoli che sarebbero stati distrutti per avere respinto i messaggeri e utilizza quelle narrazioni come ammonimento per gli oppositori contemporanei.

I versetti oggi presentati come “scientifici” non cambiano il quadro. Corano 51:47 contiene un termine semanticamente ampio che può essere reso in modi differenti; trasformarlo in una previsione precisa dell’espansione cosmica richiede di leggere nel testo conoscenze moderne già acquisite. Corano 51:49 formula una generalizzazione sulle coppie che non corrisponde a una legge universale della natura.

Il versetto 56 rende infine esplicita la concezione antropologica della sura: uomini e jinn esistono per adorare Allah. La Sura 51 non presenta quindi la natura come campo neutro di osservazione: cielo, terra, storia, esseri umani e popoli distrutti vengono tutti incorporati in un sistema nel quale la creazione certifica Allah, la storia certifica i messaggeri e il giudizio futuro dovrebbe certificare definitivamente la rivelazione.

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