Perché due miliardi di musulmani non ci uccidono tutti?
La domanda è volutamente brutale: perché due miliardi di musulmani non ci uccidono tutti? Non è una domanda elegante, non è diplomatica, non è adatta ai salotti interreligiosi. Ma serve a colpire una delle scappatoie retoriche più usate quando si critica l’Islam: se l’Islam avesse davvero un problema con la violenza, allora tutti i musulmani dovrebbero essere violenti. Poiché la maggioranza dei musulmani non uccide nessuno, allora l’Islam sarebbe automaticamente innocente. Il ragionamento sembra logico. In realtà è una trappola.
Nessuno serio sostiene che ogni musulmano sia un assassino, un terrorista o un jihadista. Sarebbe falso, rozzo e intellettualmente inutile. Il punto è un altro: il fatto che la maggioranza dei musulmani non pratichi la violenza jihadista non assolve automaticamente le fonti islamiche, la giurisprudenza classica e l’ideologia islamista dai loro contenuti più aggressivi. Le persone non sono automi teologici. Non applicano sempre tutto ciò che una tradizione contiene. Se lo facessero, il mondo sarebbe un inferno molto più coerente.
Il jihadismo non rappresenta tutti i musulmani, ma non nasce fuori dall’Islam. Questa è la formula più precisa. Non è tutto l’Islam, perché la storia islamica è vasta, plurale, contraddittoria, fatta anche di vita quotidiana, commercio, poesia, mistica, amministrazione, compromessi politici e interpretazioni diverse. Ma non è nemmeno estraneo all’Islam, perché usa categorie islamiche reali, fonti islamiche reali, precedenti islamici reali e un linguaggio religioso interno alla tradizione.
Se il jihadismo non avesse davvero nulla a che fare con l’Islam, i jihadisti non citerebbero Corano, hadith, sīra, tafsīr, giurisprudenza classica, modelli profetici e categorie religiose islamiche. Non parlerebbero di jihad, martirio, miscredenti, apostati, bottino, paradiso, sharia, umma e califfato. Non presenterebbero la violenza come obbedienza ad Allah. Non si rappresenterebbero come i veri musulmani contro i musulmani tiepidi, corrotti, occidentalizzati o devianti.
Questo non significa che ogni musulmano condivida quella lettura. Significa però che quella lettura non nasce nel vuoto. Non viene da Marte, non viene da un manuale occidentale, non viene da una caricatura islamofoba. Viene da un materiale religioso e giuridico reale, presente nella storia dell’Islam, discusso nei testi islamici, usato dai giuristi, reinterpretato dai predicatori, estremizzato dai movimenti islamisti e trasformato in programma politico dai gruppi jihadisti.
Il falso argomento: “se l’Islam fosse violento, tutti i musulmani sarebbero violenti”
Uno degli argomenti più usati per neutralizzare ogni critica all’Islam è questo: se l’Islam fosse davvero problematico, tutti i musulmani dovrebbero essere violenti. Ma siccome la maggioranza dei musulmani non uccide nessuno, allora l’Islam non avrebbe alcun problema. È un ragionamento apparentemente semplice, ma fallace.
Nessuna ideologia, religione o dottrina viene applicata da tutti i suoi aderenti nello stesso modo, con la stessa intensità e con le stesse conseguenze. Non tutti i comunisti hanno gestito gulag. Non tutti i nazionalisti hanno organizzato guerre. Non tutti i rivoluzionari hanno costruito regimi del terrore. Non tutti i credenti applicano ogni passaggio scomodo della propria tradizione. Gli esseri umani selezionano, ignorano, reinterpretano, dimenticano, adattano, obbediscono a metà o non obbediscono affatto.
Questo vale anche per i musulmani. Milioni di musulmani vivono vite ordinarie: lavorano, studiano, crescono figli, cercano tranquillità, pensano alla famiglia, alla salute, al denaro, al futuro. Molti conoscono poco le fonti della propria religione. Altri le leggono in modo spirituale, culturale o selettivo. Altri ancora rifiutano sinceramente il jihadismo, pur restando dentro una tradizione che contiene materiali molto difficili da conciliare con la libertà moderna.
Dire che molti musulmani sono pacifici è vero. Ma non risolve il problema dottrinale. La bontà del vicino musulmano non cancella gli hadith. L’integrazione del collega musulmano non cancella la sharia classica. La gentilezza del commerciante musulmano non cancella il tema dell’apostasia, della dhimma, della subordinazione degli infedeli, della guerra religiosa o della violenza contro chi insulta Maometto. Nessuno stava processando il vicino: si stava analizzando una tradizione religiosa, giuridica e politica.
La distanza tra Islam vissuto e Islam normativo
La vita reale è sempre più complessa della dottrina. Un cattolico può ignorare il catechismo. Un marxista può non aver letto Marx. Un liberale può vivere da statalista. Un musulmano può non conoscere gli hadith sulla guerra, sull’apostasia, sulla schiavitù, sulla sottomissione dei non musulmani o sulla superiorità normativa dell’Islam. L’appartenenza religiosa non coincide automaticamente con l’applicazione coerente e integrale di ogni norma religiosa.
È proprio qui che bisogna ragionare. Esiste una distanza enorme tra fonti islamiche, interpretazioni giuridiche, vita reale dei musulmani, interessi politici, abitudini sociali, paura delle conseguenze, pressione degli Stati moderni e semplice istinto umano di vivere normalmente. Quella distanza spiega perché due miliardi di musulmani non si comportino come vorrebbero i jihadisti. Ma non dimostra che il problema dottrinale non esista.
Il fatto che molti musulmani non applichino, non conoscano o non condividano certe parti della tradizione non significa che quelle parti non esistano. Significa soltanto che la realtà umana è meno coerente, meno fanatica e meno dottrinaria dell’ideologia. Ed è una fortuna. Ma trasformare questa fortuna sociologica in assoluzione teologica è un trucco argomentativo.
Quando si critica il jihad, l’apostasia punita, la dhimma, la subordinazione degli infedeli, il ruolo politico della sharia o la violenza contro chi insulta Maometto, l’obiezione abituale è: “ma non tutti i musulmani”. Certo. Ma il “non tutti” non può diventare un anestetico intellettuale. Non tutti, dunque non parliamone. Non tutti, dunque non analizziamo le fonti. Non tutti, dunque non discutiamo la sharia. Non tutti, dunque il problema sparisce.
Il “non tutti” va bene una volta. Dopo diventa evasione. Certo che non tutti i musulmani sono jihadisti. Certo che non tutti i musulmani vogliono la sharia politica. Certo che non tutti i musulmani approvano la pena per apostasia. Certo che non tutti i musulmani odiano gli infedeli. Ma il tema resta: che cosa dicono le fonti? Che cosa ha insegnato la giurisprudenza classica? Che cosa predicano gli islamisti? Che cosa accade quando certi testi vengono presi sul serio?
Perché allora non accade?
Se esistono testi e dottrine problematiche, perché due miliardi di musulmani non si comportano come vorrebbero i jihadisti? Perché gli esseri umani non sono robot teologici. Non basta appartenere a una religione per applicarne ogni conseguenza estrema. Pesano la cultura locale, la famiglia, la paura della legge, l’economia, il desiderio di vivere, l’influenza della modernità, il contatto con società non islamiche, la secolarizzazione pratica, l’indifferenza religiosa, l’ignoranza dottrinale, il rifiuto morale della violenza, l’opportunismo politico e la forza degli Stati.
In molti Paesi musulmani, inoltre, la popolazione è essa stessa vittima del jihadismo. I gruppi jihadisti massacrano spesso altri musulmani, accusati di apostasia, collaborazione, deviazione, eresia, sciismo, sufismo, laicismo o semplice insufficiente obbedienza. Questo è un dato importante: il jihadismo non è soltanto una minaccia per l’Occidente, ma anche uno strumento di terrore interno al mondo islamico.
Ma anche questo non assolve automaticamente l’Islam come sistema dottrinale. Anzi, mostra il problema in modo ancora più chiaro: quando una religione contiene categorie come apostasia, miscredenza, superiorità della legge divina, guerra sulla via di Allah e sottomissione dell’ordine politico alla rivelazione, il conflitto non si limita al rapporto tra musulmani e non musulmani. Può esplodere anche dentro l’Islam stesso, contro chi viene giudicato meno puro, meno obbediente, meno islamico.
Il jihadista non si presenta come un ateo impazzito. Si presenta come un credente più coerente degli altri. Non dice: “abbandoniamo l’Islam”. Dice: “torniamo al vero Islam”. Non brucia il Corano. Lo cita. Non disprezza Maometto. Lo assume come modello guerriero, legislatore e capo politico. Non rifiuta la sharia. La vuole applicare. Non nega la umma. Vuole purificarla. Non cancella la distinzione tra credenti e infedeli. La radicalizza.
Il jihadismo non è tutto l’Islam, ma non è separabile dall’Islam
La formula più corretta resta questa: il jihadismo non è tutto l’Islam, ma non è nemmeno estraneo all’Islam. È una lettura militante, selettiva, brutale e politica di materiali che fanno parte della tradizione islamica. Si può discutere quanto sia rappresentativa. Si può discutere quanto sia maggioritaria. Si può discutere quanto sia storicamente deformata. Ma non si può fingere che non abbia alcun rapporto con l’Islam.
Il problema è proprio qui. Se i jihadisti fossero soltanto criminali moderni travestiti da religiosi, basterebbe mostrare l’assenza di radici islamiche nelle loro parole. Ma il problema è l’opposto: quelle radici vengono esibite. I jihadisti citano testi, invocano precedenti, richiamano episodi, usano categorie religiose. Si può contestare la loro interpretazione, ma non si può sostenere seriamente che il loro lessico sia estraneo alla tradizione.
Il versetto 9:5 del Corano, per esempio, non può essere liquidato con una smorfia infastidita ogni volta che viene citato. Si può discutere il contesto, la portata, l’interpretazione, il rapporto con altri versetti e l’uso che ne ha fatto la tradizione. Ma non si può fingere che il problema non esista. Lo stesso vale per molti testi sulla guerra, sull’apostasia, sulla sottomissione dei non musulmani e sulla superiorità della comunità islamica. Per questo rimane centrale l’approfondimento sul versetto 9:5 del Corano.
La distinzione tra persona e dottrina è necessaria, ma non deve diventare un trucco per rendere la dottrina intoccabile. Criticare l’Islam come sistema non significa accusare ogni musulmano. Significa riconoscere che una religione, soprattutto quando pretende di regolare legge, società, famiglia, guerra, culto, confini comunitari e rapporti con i non credenti, non può essere sottratta al giudizio critico.
Islam privato, Islam comunitario e Islam politico
Il punto più delicato non è il musulmano che vive privatamente la propria fede. Il punto è l’Islam quando pretende di diventare ordine pubblico, legge, identità collettiva obbligatoria, potere statale, censura, educazione, tribunale, polizia morale e criterio di cittadinanza. Lì il problema non è più la spiritualità personale. Lì il problema diventa politico.
Ma bisogna chiarire cosa significa “politico”. Se per politico intendiamo soltanto partiti, elezioni, ministeri, governi e conquista istituzionale del potere, allora l’Islam politico sembra riguardare solo movimenti moderni, partiti islamisti, Fratelli Musulmani, Iran khomeinista, talebani o jihadismo organizzato. Ma il politico è molto più ampio. È politico stabilire quale legge venga prima. È politico organizzare una comunità attorno a norme religiose. È politico decidere fino a che punto obbedire allo Stato e quando anteporre la legge divina. È politico definire il rapporto tra credenti e non credenti. È politico stabilire cosa possa entrare nello spazio pubblico e cosa debba restarne fuori.
Per questo la distinzione non è semplicemente tra Islam apolitico e Islam politico. È tra diversi livelli di una stessa visione normativa. Da una parte c’è l’Islam vissuto in modo personale, familiare, culturale o comunitario. Dall’altra c’è l’Islam come progetto giuridico e politico, che pretende di ordinare la società secondo la rivelazione. Sono modalità diverse, ma non appartengono a universi separati. Entrambe rimandano a una tradizione che non si limita a dire all’uomo come pregare, ma pretende di dire anche come vivere, a quale legge obbedire, a quale comunità appartenere e quale ordine riconoscere.
Qui sta la differenza con il cristianesimo delle origini. Il cristianesimo ha certamente fatto politica nella storia, e spesso l’ha fatta malissimo. Ma Gesù non fonda uno Stato, non promulga una sharia, non comanda eserciti, non governa una città e non costruisce una comunità politico-militare. Maometto a Medina sì. Parlare genericamente di “religione e politica” rischia quindi di mettere sullo stesso piano modelli molto diversi. La questione non è se una fede influenzi la società. La questione è quale idea di legge, autorità e potere quella fede porta con sé.
L’Islam politico, in senso stretto, non si limita a dire che un individuo deve pregare, digiunare o credere. Pretende che la società sia modellata dalla norma religiosa. Pretende che la libertà di espressione si fermi davanti a Maometto, come mostra il nodo della critica a Maometto nelle fonti islamiche. Pretende che l’apostasia sia trattata come tradimento. Pretende che la donna sia definita da ruoli prescritti. Pretende che il non musulmano sia tollerato solo entro una posizione subordinata o comunque vigilata. Pretende che la legge umana sia inferiore alla legge divina.
Questo è il cuore della questione: non il musulmano come persona, ma l’Islam come progetto normativo totale. Non la fede privata, ma la religione quando diventa sistema di potere. Non il credente che prega, ma l’ideologia che pretende di disciplinare anche chi non crede.
La maggioranza pacifica non basta
Dire che la maggioranza dei musulmani è pacifica può essere vero, ma non basta. Una maggioranza passiva, silenziosa o disinteressata non neutralizza automaticamente una minoranza ideologicamente motivata. La storia politica insegna che le minoranze organizzate, convinte e dottrinalmente aggressive possono pesare molto più delle maggioranze tiepide.
Il problema non è quanti musulmani siano pronti alla violenza. Il problema è quanti siano disposti a opporsi apertamente alle radici dottrinali che la giustificano. Qui la questione diventa molto più scomoda. Condannare un attentato è facile. Dire che il jihad offensivo, la pena per apostasia, la subordinazione degli infedeli e l’intoccabilità penale di Maometto appartengono a un passato da archiviare definitivamente è molto più difficile.
La vera domanda non è: “tutti i musulmani sono violenti?”. La vera domanda è: quanti musulmani sono disposti a dire chiaramente che alcune parti della tradizione islamica classica sono moralmente inaccettabili oggi? Non reinterpretate per convenienza. Non nascoste sotto il tappeto. Non attribuite all’Occidente. Non liquidate come fraintendimenti. Proprio inaccettabili.
Il trucco dell’islamofobia
Quando non si riesce a rispondere nel merito, si usa l’accusa di islamofobia. È una parola funzionale allo spostamento del discorso: non si discute più di Corano, hadith, sīra, fiqh, jihad, apostasia o sharia; si discute della presunta patologia morale del critico. Tu non staresti analizzando un sistema religioso. Saresti cattivo, prevenuto, razzista, ossessionato, pericoloso.
Ma l’Islam non è una razza. È una religione, una dottrina, una civiltà storica, un sistema normativo, una visione del mondo. Come tale può essere studiato, criticato, contestato, smontato e anche duramente respinto. Criticare l’Islam non significa perseguitare i musulmani. Significa esercitare la libertà di critica verso un sistema religioso che, soprattutto nelle sue forme politiche e giuridiche, ha enormi implicazioni pubbliche.
Naturalmente la critica può diventare odio se prende di mira le persone come gruppo umano e non le idee. Ma questo principio non può essere trasformato in censura preventiva. Dire che l’Islam contiene elementi incompatibili con la libertà moderna non equivale a dire che ogni musulmano sia un nemico. Dire che il jihadismo ha radici islamiche non equivale a dire che ogni musulmano sia jihadista. Dire che la sharia classica è incompatibile con i diritti individuali moderni non equivale a invocare discriminazioni contro i musulmani.
Il vero paradosso
Il vero paradosso è che proprio il fatto che due miliardi di musulmani non ci uccidano tutti dimostra quanto molti musulmani vivano già in una distanza pratica dall’Islam più duro, più politico, più giuridico e più militante. Molti non applicano ciò che i jihadisti vorrebbero applicare. Molti ignorano ciò che i predicatori radicali citano. Molti preferiscono la vita normale alla guerra santa. Molti si comportano, per fortuna, meglio dei testi che gli estremisti usano.
Ma questo non è un argomento in difesa delle fonti più problematiche. È semmai un argomento contro l’idea che quelle fonti debbano continuare a godere di immunità sacra. Se milioni di musulmani possono vivere senza applicare il jihadismo, senza punire l’apostata, senza sottomettere l’infedele, senza invocare la sharia come legge dello Stato, allora significa che quei contenuti possono essere criticati, respinti e storicizzati. Non sono inevitabili. Non sono intoccabili. Non sono al di sopra del giudizio morale.
La domanda iniziale, quindi, non serve a insultare i musulmani. Serve a smontare una trappola retorica. Se il jihadismo non rappresenta tutti i musulmani, bene. Ma allora bisogna spiegare perché continua a trovare argomenti dentro l’Islam. Se la maggioranza dei musulmani non è jihadista, bene. Ma allora bisogna chiedere perché tante società islamiche faticano a separare religione e politica. Se l’Islam è pace, come si ripete ovunque, allora bisogna spiegare perché tanta parte della sua tradizione giuridica classica non assomiglia affatto a una teoria moderna della libertà religiosa.
Non basta dire: “la maggioranza è pacifica”. Bisogna avere il coraggio di dire che la libertà di coscienza vale più della sharia, che la critica a Maometto deve essere libera, che l’apostata non deve temere nulla, che l’infedele non deve essere subordinato, che la donna non deve dipendere da norme religiose patriarcali, che nessun testo sacro può stare sopra i diritti fondamentali della persona. Gli stessi temi emergono quando si affrontano le pene islamiche previste nelle fonti, la questione della violenza giuridica e il rapporto tra legge religiosa e dignità individuale.
Conclusione
Perché due miliardi di musulmani non ci uccidono tutti? Perché i musulmani non sono una massa uniforme di automi religiosi. Perché molti vivono la propria appartenenza in modo culturale, privato, selettivo o moderato. Perché gli Stati moderni limitano la violenza. Perché la vita quotidiana pesa più dell’ideologia. Perché la paura delle conseguenze conta. Perché l’Islam reale, vissuto dalle persone, è spesso meno coerente dell’Islam sognato dai fanatici.
Ma questa risposta non salva l’apologetica. La distrugge. Se il mondo non è già in guerra totale non è perché le fonti più dure non esistano. È perché molti musulmani, consapevolmente o meno, non vivono secondo le conseguenze più radicali di quelle fonti. Ed è una fortuna.
Il problema, dunque, non è accusare ogni musulmano. Il problema è smettere di proteggere l’Islam dalle sue stesse fonti. La critica deve restare libera di dire ciò che l’apologetica non vuole sentire: il jihadismo non rappresenta tutti i musulmani, ma non nasce fuori dall’Islam; la maggioranza dei musulmani non è violenta, ma questo non cancella i contenuti violenti della tradizione; la fede privata merita libertà, ma l’Islam politico e normativo merita una critica durissima.
La domanda iniziale è scomoda perché costringe tutti a uscire dalla propaganda. Non tutti i musulmani sono il problema. Ma alcune idee islamiche, alcune fonti islamiche, alcune norme islamiche e alcune ambizioni politiche dell’Islam restano un problema enorme. E finché non sarà possibile dirlo senza essere accusati di odio, non avremo difeso la convivenza: avremo soltanto protetto il tabù.
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Per dare una risposta alla domanda ricorrerei anche alla teoria della razionalità limitata, che è nata in economia, ma si può applicare anche in ambito religioso. Dice semplicemente che chi opera una scelta razionale cerca di massimizzare i benefici e minimizzare i costi. Fra i costi vanno inclusi anche quelli di acquisizione delle informazioni, quindi il decisore razionale adotta una decisione non quando dispone di tutte le informazioni necessarie, possibili e immaginabili, ma quando ne disporrà in un numero limitato che ritiene adeguato. Ad esempio, se devo comprare una camicia, non mi sarà necessario conoscere tutti i negozi e i prezzi della metropoli in cui abito, ma mi accontenterò di girare per il quartiere. Passando alla religione, il decisore che risponde alla teoria della razionalità limitata per rispondere a domande sul senso della vita e su cosa c’è dopo la morte non studierà tutte le religioni del mondo, ma cercherà di sfruttare al massimo quel che offre la religione che gli viene insegnata. Venendo agli esempi concreti e a cristianesimo e islam, cosa chiede Cristo? Amore per Dio e per i fratelli fino alla disponibilità di donare la vita, accettare le persecuzioni come beatitudini, pregare per i nemici e perdonare. Chi ci riesce è un santo. E’ estremamente difficile, infatti, e la stragrande maggioranza dei cristiani cerca di guadagnarsi il Paradiso con l’assiduità ai riti, le preghiere, limitando le opere e i sacrifici al minimo indispensabile. Anche maomettani, ovviamente, sono razionali allo stesso modo, e odiare, combattere e uccidere, come chiede l’slam, è faticoso e penoso quasi quanto amare. Per questo cercano di quadagnarsi il Paradiso con le preghiere, i pellegrinaggi e le prescrizioni alientari. Ma resta il fatto che il messaggio è diverso e le prove a sostegno del secondo sono inconsistenti.