636 d.C.: “Gli Arabi di Maometto” devastano villaggi in Galilea – Le origini violente dell’Islam

Le fonti non-musulmane redatte tra il 630 e il 660 d.C. documentano in modo inequivocabile che il movimento sorto intorno alla figura di Maometto era già impegnato in operazioni militari di conquista caratterizzate da uccisioni, saccheggi e riduzione in schiavitù di popolazioni cristiane e altre. Il Frammento sulle conquiste arabe del 636-637 d.C., insieme alle testimonianze di Thomas il Presbitero, Sebeos e altri, dimostra che l’associazione tra Maometto e la guerra di espansione è attestata a distanza di pochi anni dagli eventi. Questo dato contraddice frontalmente la tesi, oggi dominante nell’apologetica islamica, secondo cui l’Islam sarebbe nato come movimento essenzialmente pacifico e si sarebbe diffuso principalmente per persuasione. Le fonti più vicine cronologicamente raccontano una storia diversa e molto più brutale.

Introduzione

La pretesa che l’Islam sia “la religione della pace” e che Maometto abbia predicato e praticato una tolleranza originaria è una costruzione tardiva che non regge al confronto con le testimonianze storiche più antiche. Mentre le biografie islamiche classiche (sīra) sono state redatte tra l’VIII e il IX secolo, cioè 120-200 anni dopo gli eventi, esistono documenti non-musulmani scritti mentre le conquiste erano ancora in corso.

Questi documenti, vergati da cristiani che subivano direttamente l’invasione, collegano esplicitamente il nome di Maometto alle operazioni militari e ne descrivono il carattere distruttivo senza alcuna ambiguità.

L’apologetica islamica moderna continua a ripetere che la violenza sarebbe stata una “deviazione” posteriore o una risposta difensiva. Le fonti contemporanee smentiscono questa versione in modo secco. Già nel 634-637 d.C. gli “Arabi di Muhammad” sono descritti mentre devastano villaggi, uccidono civili e prendono prigionieri in Palestina e Siria. Questo non è un dettaglio marginale: è la prima immagine storica che abbiamo del movimento sorto intorno a Maometto.

1. Il Frammento sulle conquiste arabe (636-637 d.C.): il dato storico che non si può cancellare

Il documento più antico e più diretto è un breve appunto siriaco vergato sulle carte bianche di un manoscritto del Vangelo di Marco del VI secolo (British Library, Add. 14641). Scritto intorno al 636-637 d.C. da un testimone oculare o da qualcuno che viveva nella zona immediatamente interessata, il testo recita:

«A gennaio [la gente di] Ḥomṣ si arrese per salvare la vita e molti villaggi furono devastati dall’uccisione degli Arabi di Mūḥmd e molte persone furono uccise e prese prigioniere dalla Galilea fino a Beth…»

L’espressione «Arabi di Muhammad» compare già a quattro-cinque anni dalla morte tradizionale del Profeta. Non si tratta di un’invenzione posteriore: è la prima menzione esplicita di Maometto in una fonte non-musulmana e la si trova in un contesto di violenza concreta: villaggi rasi al suolo, persone uccise, prigionieri deportati.

Questo non è un resoconto neutro di “espansione territoriale”. È la descrizione, da parte delle vittime, di un’azione di conquista che includeva sistematicamente saccheggio e riduzione in schiavitù. Il fatto che il nome di Maometto sia già associato a queste operazioni dimostra che, agli occhi dei contemporanei, il movimento che stava conquistando la Siria e la Palestina si richiamava direttamente a lui.

L’apologetica islamica odierna tenta di minimizzare questi documenti definendoli “ostili” o “frammentari”. Ma l’ostilità non rende falso il dato fattuale: i cristiani della Galilea e di Ḥomṣ nel 636-637 d.C. stavano subendo devastazioni da parte di forze che si identificavano con Maometto. Questo è il quadro storico. Tutto il resto – la narrazione di un Profeta misericordioso che avrebbe voluto solo “chiamare alla fede” – è costruzione successiva.

Robert Hoyland, nella sua raccolta sistematica delle fonti non-musulmane (Seeing Islam as Others Saw It, 1997), colloca questo frammento tra le testimonianze più preziose proprio perché è contemporaneo e non filtrato dalla tradizione islamica posteriore.

2. Le fonti non-musulmane su Maometto confermano le conquiste arabe del VII secolo

Il frammento del 636-637 non è un caso isolato. Thomas il Presbitero, in una cronaca siriacca redatta intorno al 640 d.C., registra una battaglia del 4 febbraio 634 a est di Gaza in cui «gli Arabi di Muhammad» sconfissero i Bizantini e uccisero circa quattromila villici (cristiani, ebrei e samaritani), devastando poi tutta la regione.

La Doctrina Jacobi (scritta tra il 634 e il 640 d.C.) parla di un “falso profeta” sorto tra i Saraceni che incitava alla guerra. Sebeos, storico armeno della fine degli anni Sessanta del VII secolo, descrive Maometto come un mercante che predicava il Dio di Abramo e spingeva gli Arabi a conquistare la terra promessa, unendo le tribù in un’impresa militare comune.

Queste fonti, scritte da autori che non avevano alcun interesse a glorificare l’Islam, concordano su un punto essenziale: il movimento sorto intorno a Maometto era percepito fin dall’inizio come un’entità politico-militare aggressiva impegnata nella conquista di territori abitati da cristiani. Non c’è traccia, in questi documenti contemporanei, di un Islam che si diffondeva pacificamente attraverso la predicazione. C’è invece la descrizione di eserciti che avanzavano uccidendo e sottomettendo.

L’idea, oggi ripetuta ossessivamente, che “l’Islam si è diffuso per persuasione e non per la spada” è smentita dalle fonti più vicine agli eventi. Quelle fonti raccontano il contrario: la spada è stata usata fin dal principio e il nome di Maometto era già associato a quell’uso della spada.

3. Come le prime fonti storiche mettono in discussione la narrazione moderna sull’Islam

Le fonti non-musulmane del 634-637 d.C. non sono semplici curiosità filologiche. Esse rappresentano un problema insolubile per la narrazione dominante che presenta Maometto come profeta di pace e l’Islam come religione diffusasi originariamente attraverso la persuasione e la tolleranza.

Il Frammento sulle conquiste arabe del 636-637 e la testimonianza di Thomas il Presbitero del 634 collegano esplicitamente il nome di Maometto a operazioni militari che comportavano l’uccisione di civili, la devastazione di villaggi e la presa di prigionieri. Queste non sono descrizioni di battaglie tra eserciti regolari, ma resoconti di azioni che colpivano direttamente le popolazioni rurali cristiane.

Se il movimento sorto intorno a Maometto fosse stato, come oggi si pretende, essenzialmente spirituale e non violento nelle sue intenzioni originarie, le fonti contemporanee redatte dalle vittime non avrebbero associato il suo nome a tali episodi di distruzione già a pochi anni dalla sua morte.

Questa discrepanza non è marginale. È strutturale. La tradizione islamica classica ha costruito retrospettivamente l’immagine di un Profeta che avrebbe combattuto solo guerre difensive. Le fonti non-musulmane più antiche, invece, non registrano alcun segno di questa presunta moderazione originaria. Esse mostrano un movimento che, agli occhi dei contemporanei, si presentava come forza di conquista e che già nel 634-637 agiva sotto il nome di Maometto.

L’apologetica islamica moderna è costretta a ignorare o a minimizzare queste testimonianze proprio perché esse mettono in crisi due pilastri fondamentali della narrazione attuale:

  • Che Maometto fosse un profeta essenzialmente pacifico il cui messaggio sarebbe stato travisato solo in seguito;
  • Che l’Islam si sia diffuso “senza costrizione” e che la violenza sia stata una deviazione posteriore.

I dati storici più vicini agli eventi dicono il contrario. Il nome di Maometto è già associato alla guerra di espansione e alla violenza contro le popolazioni conquistate nel momento stesso in cui le conquiste cominciano.

Conclusione

Le fonti non-musulmane del 634-637 d.C. distruggono senza appello la narrazione moderna che presenta Maometto come profeta di pace e l’Islam come religione diffusasi originariamente attraverso la persuasione e la tolleranza.

Basta guardare le date. Secondo la tradizione islamica classica, Maometto muore nel 632 d.C. Già nel febbraio 634 — cioè a soli due anni dalla sua morte — Thomas il Presbitero registra una battaglia a est di Gaza in cui «gli Arabi di Muhammad» uccidono circa quattromila villici e devastano la regione. Nel 636-637 — cioè a quattro-cinque anni dalla sua morte — il Frammento sulle conquiste arabe descrive gli «Arabi di Mūḥmd» che devastano villaggi in Galilea, uccidono e prendono prigionieri.

Queste non sono cronache scritte decenni o secoli dopo. Sono documenti redatti mentre le conquiste erano ancora in pieno svolgimento, da testimoni che vivevano nelle zone direttamente colpite.

Questa vicinanza cronologica è decisiva. Significa che il nome di Maometto era già associato, agli occhi dei contemporanei non-musulmani, a un movimento militare aggressivo impegnato nella conquista e nella sottomissione di territori cristiani. Non esiste, in queste fonti, alcuna traccia di un profeta che avrebbe predicato tolleranza e che avrebbe voluto diffondere la sua religione solo con la parola.

L’apologetica islamica contemporanea è costretta a minimizzare o a ignorare queste testimonianze proprio perché esse smentiscono due pilastri fondamentali della narrazione attuale. Le fonti più vicine agli eventi raccontano il contrario: il movimento sorto intorno a Maometto era già percepito come forza di conquista violenta nel momento stesso in cui le conquiste cominciavano.

Le fonti non-musulmane del 634-637 d.C. parlano chiaro: a soli due-quattro anni dalla morte di Maometto, gli uomini che si richiamavano a lui stavano già devastando villaggi cristiani in Palestina. Questo è il dato storico. Tutto il resto è costruzione ideologica posteriore.

Bibliografia

  • Brooks, E.W. (ed.), Chronica Minora II, CSCO, 1904.
  • Hoyland, R.G., Seeing Islam as Others Saw It, Darwin Press, 1997.
  • Crone, P., “What do we actually know about Mohammed?”, Open Democracy, 2008.
  • Sebeos, The Armenian History attributed to Sebeos, Liverpool University Press, 1999.

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