Il versetto 9:5 del Corano prevede la tolleranza?
Il versetto 9:5 del Corano prevede davvero la tolleranza?
Corano 9:5 è uno dei versetti più discussi del Corano quando si parla di Islam, violenza, tolleranza religiosa e rapporto con i non musulmani. È conosciuto anche come “versetto della spada”, in arabo Āyat al-Sayf o Ayat as-Sayf, una denominazione importante perché non nasce dalla critica moderna all’Islam, ma compare nella stessa tradizione esegetica islamica classica.
Secondo una certa apologetica islamica, questo versetto sarebbe spesso citato “fuori contesto” dai critici dell’Islam. Ma il punto decisivo è proprio questo: qual è il vero contesto del versetto 9:5? E soprattutto: perché proprio questo passo è diventato noto come il versetto della spada?
L’Islam viene spesso presentato come religione di pace, tolleranza e libertà religiosa. Tuttavia, quando si esaminano il Corano, la sīra, gli hadith e l’esegesi islamica classica, il quadro appare molto diverso. La libertà religiosa riconosciuta ai non musulmani non corrisponde alla libertà moderna di credere, non credere, cambiare religione o rifiutare ogni sottomissione religiosa. Nel modello islamico tradizionale, il non musulmano può trovarsi davanti a tre possibilità: accettare l’Islam, essere combattuto oppure, nel caso della “Gente del Libro”, vivere in condizione subordinata pagando la jizyah.
Il versetto 9:5 è quindi centrale, perché mostra il modo in cui il Corano affronta il rapporto con gli idolatri dopo il consolidamento del potere islamico in Arabia.
Il testo di Corano 9:5
Il versetto dice:
“Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Ma se si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso.”
Il punto essenziale è evidente: il versetto non dice semplicemente di difendersi da un’aggressione in corso. Ordina invece di combattere gli idolatri dopo la scadenza di un periodo stabilito, salvo che essi si pentano, facciano la preghiera e paghino la zakat. Non si tratta quindi di una formulazione compatibile con l’idea moderna di piena libertà religiosa.
Perché Corano 9:5 è chiamato “versetto della spada”?
Corano 9:5 è comunemente noto come “versetto della spada”, in arabo Āyat al-Sayf o Ayat as-Sayf. Questa denominazione è importante perché mostra come il versetto sia stato compreso e classificato all’interno della stessa tradizione esegetica islamica. Non si tratta quindi di un’etichetta polemica inventata dai critici contemporanei dell’Islam.
Nel Tafsir di Ibn Kathir, infatti, il commento a Corano 9:5 identifica il passo come “Ayah of the Sword”, cioè “versetto della spada”. Questo dimostra che la lettura dura del versetto appartiene alla tradizione interpretativa islamica classica e non nasce da una forzatura moderna.
La denominazione “versetto della spada” è significativa perché mostra come questo passo sia stato storicamente percepito come uno dei testi coranici più forti nel rapporto con gli idolatri. Non siamo davanti a un versetto secondario o marginale, ma a un passaggio che la tradizione islamica ha collegato al combattimento contro gli idolatri, alla fine dei precedenti accordi e all’affermazione del nuovo ordine islamico.
Il contesto immediato: Corano 9:1-5
Per capire Corano 9:5 bisogna leggere i versetti precedenti. Corano 9:1-5 annuncia una rottura degli obblighi verso gli idolatri con cui erano stati stretti patti, concede un periodo di quattro mesi e poi, allo scadere di quel periodo, ordina di combatterli.
Il contesto non è quello di una generica convivenza pacifica tra religioni. È piuttosto quello di un ultimatum politico-religioso: dopo il periodo di tregua, gli idolatri devono abbandonare la loro posizione, convertirsi oppure essere combattuti. La condizione posta dal versetto non è semplicemente “smettano di aggredire”, ma “si pentano, eseguano l’orazione e paghino la decima”.
Questo significa che la questione non è solo militare. È anche religiosa e politica. Il problema non è soltanto l’eventuale ostilità militare degli idolatri, ma la loro permanenza come idolatri fuori dall’ordine islamico.
La spiegazione apologetica: il collegamento con Tabuk
Alcuni apologisti islamici cercano di collegare Corano 9:5 alla spedizione di Tabuk, avvenuta intorno al 630 d.C., sostenendo che i musulmani si sarebbero mossi in modo difensivo contro una presunta minaccia bizantina.
Secondo questa lettura, il versetto sarebbe stato rivelato in un contesto di autodifesa. Ma questa interpretazione presenta diversi problemi.
Prima di tutto, il versetto 9:5 parla degli idolatri, non dei cristiani bizantini. L’Impero bizantino era cristiano, mentre il testo coranico si riferisce ai mushrikūn, cioè agli associatori o idolatri arabi. Già questo rende fragile il tentativo di spiegare il versetto come risposta diretta a una minaccia bizantina.
Inoltre, quando l’esercito musulmano arrivò verso la zona di Tabuk, non trovò alcuna grande armata bizantina pronta all’attacco. Il risultato fu che la spedizione non si trasformò in una grande battaglia difensiva contro Bisanzio.
La spiegazione più coerente è che Corano 9:5 non riguardi Tabuk, ma il processo di eliminazione dell’idolatria dalla penisola araba dopo la conquista della Mecca e il consolidamento del potere islamico.
La spedizione di Tabuk e la logica dell’espansione
La spedizione di Tabuk non dimostra affatto una presunta natura pacifica dell’Islam originario. Al contrario, mostra una fase in cui la comunità islamica stava già guardando oltre l’Arabia, verso i territori di influenza bizantina.
Se davvero l’obiettivo fosse stato solo difendersi da un’aggressione imminente, sarebbe stato più logico rafforzare le difese, non muovere un esercito verso il confine settentrionale. Il fatto che non sia stata trovata alcuna grande forza ostile rende ancora più problematica la narrazione puramente difensiva.
Durante quella fase, secondo le fonti islamiche e le ricostruzioni storiche, Maometto entrò in rapporto con diversi piccoli domini e comunità della regione, imponendo condizioni di sottomissione politica e tributaria. Una lettera attribuita a Maometto e indirizzata al principe di Ayla, Giovanni ibn Ru’ba, è particolarmente significativa:
“A Giovanni ibn Ru’ba, capo di Ayla. Che la pace sia su di te. […] Non ti combatterò fino a quando non ti avrò scritto. Credi, oppure paga il tributo.”
Questa logica non corrisponde alla libertà religiosa in senso moderno. Il messaggio non è: “ognuno creda liberamente ciò che vuole”. Il messaggio è: entra nell’ordine islamico, oppure paga il tributo, oppure sarai combattuto.
Il vero contesto: il pellegrinaggio del 631
Il contesto più corretto di Corano 9:5 è il pellegrinaggio del 631 d.C., dopo la conquista della Mecca. In quella fase, Maometto aveva ormai preso il controllo della Kaʿba, ma gli idolatri continuavano ancora a compiere il pellegrinaggio secondo le loro pratiche tradizionali.
Secondo la tradizione islamica, Maometto inviò Abu Bakr alla guida del pellegrinaggio e poi mandò ʿAlī per proclamare i versetti della sura 9. Il messaggio era chiaro: gli accordi con gli idolatri venivano sciolti, veniva concesso un periodo limitato e, dopo la scadenza, l’idolatria non sarebbe più stata tollerata nel nuovo ordine islamico.
Il passaggio di Corano 9:1-5 afferma infatti che Allah e il suo messaggero sono sciolti dagli obblighi verso gli idolatri, concede quattro mesi di movimento libero e poi ordina di combatterli dopo la scadenza del periodo stabilito.
Non siamo davanti a un manifesto di tolleranza religiosa. Siamo davanti a una dichiarazione di supremazia politica e religiosa.
Il periodo dei quattro mesi: tolleranza o ultimatum?
Un argomento ricorrente dell’apologetica islamica è che il versetto conceda quattro mesi agli idolatri, e che questo dimostrerebbe una forma di clemenza. Ma anche ammesso che quel periodo rappresenti una tregua, resta il punto decisivo: una tregua con scadenza non è libertà religiosa.
Se a una comunità viene detto: “avete quattro mesi, poi sarete combattuti se non vi adeguate”, non siamo davanti alla tolleranza. Siamo davanti a un ultimatum.
Il contenuto del versetto conferma questa lettura: gli idolatri vengono lasciati andare solo se si pentono, pregano e pagano la zakat. Queste non sono semplici condizioni politiche o militari. Sono condizioni islamiche. Il versetto collega la cessazione dell’ostilità all’ingresso nell’ordine religioso islamico.
Cosa dicono i tafsir classici
Anche l’esegesi islamica classica conferma la durezza del versetto. Nel Tafsir di Ibn Kathir, il commento a Corano 9:5 si apre con una definizione molto esplicita: “This is the Ayah of the Sword”, cioè “questo è il versetto della spada”. Ibn Kathir collega il versetto al periodo dei quattro mesi concesso agli idolatri e riporta l’opinione di al-Dahhak ibn Muzahim, secondo cui Corano 9:5 avrebbe abrogato ogni accordo di pace, trattato e termine tra Maometto e qualunque idolatra. Riporta inoltre una spiegazione attribuita a Ibn Abbas, secondo la quale, dopo la rivelazione della sura Bara’ah, nessun idolatra avrebbe più avuto un patto o una garanzia di sicurezza come in precedenza.
Questo dato è importante perché mostra che la lettura dura di Corano 9:5 non nasce da una polemica moderna dei critici dell’Islam. La definizione di questo passo come Ayat al-Sayf, “versetto della spada”, e il suo collegamento con l’abrogazione dei precedenti accordi con gli idolatri appartengono alla stessa tradizione esegetica islamica classica.
La stessa direzione interpretativa si ritrova anche nel Tafsir al-Jalalayn, che commenta Corano 9:5 spiegando che, una volta trascorso il periodo stabilito, gli idolatri devono essere uccisi dove vengono trovati, catturati e assediati, fino a trovarsi davanti all’alternativa tra la morte e l’accettazione dell’Islam. Anche qui il versetto non viene presentato come un manifesto di tolleranza religiosa, ma come un comando duro inserito nel processo di sottomissione degli idolatri al nuovo ordine islamico.
Naturalmente esistono oggi tentativi di rileggere Corano 9:5 in senso più difensivo, storico o contestuale. Tuttavia queste reinterpretazioni moderne non cancellano il fatto che, nella tradizione esegetica classica, il versetto sia stato compreso come uno dei testi coranici più forti e coercitivi contro gli idolatri.
E il versetto 9:6?
Spesso viene citato anche Corano 9:6, dove si dice che se uno degli idolatri chiede protezione, gli deve essere concessa protezione affinché ascolti la parola di Allah, e poi deve essere condotto in un luogo sicuro.
Questo versetto viene usato per sostenere che il Corano garantirebbe libertà religiosa. Ma anche qui bisogna leggere con attenzione.
Corano 9:6 non annulla Corano 9:5. Introduce una protezione temporanea per l’idolatra che chiede asilo o ascolto, affinché possa udire il messaggio islamico. Non dice che l’idolatria viene riconosciuta come scelta religiosa libera e permanente. Non dice che l’ordine islamico accetta stabilmente il pluralismo religioso. Dice che il singolo idolatra può ricevere protezione per ascoltare la parola di Allah e poi essere accompagnato in luogo sicuro.
Anche questa protezione, quindi, resta inserita in un quadro di superiorità islamica e di pressione religiosa. Non è la libertà di coscienza come la intendiamo oggi.
Perché la lettura “tollerante” non regge
La lettura apologetica secondo cui Corano 9:5 sarebbe un versetto di tolleranza non regge per quattro motivi principali:
- Il versetto parla di idolatri, non di un esercito bizantino cristiano pronto ad attaccare.
- La condizione per essere lasciati andare non è solo cessare le ostilità, ma pentirsi, pregare e pagare la zakat.
- Il periodo dei quattro mesi non è libertà religiosa, ma un ultimatum con scadenza.
- I tafsir classici hanno riconosciuto il carattere militare e coercitivo del versetto, definendolo “versetto della spada”.
Per questo motivo, presentare Corano 9:5 come prova della tolleranza islamica significa capovolgere il senso del testo.
Conclusione: Corano 9:5 non è un manifesto di tolleranza
Corano 9:5 non può essere seriamente presentato come un versetto di tolleranza religiosa. Il suo contesto immediato, la sua formulazione e la tradizione esegetica islamica mostrano un quadro molto diverso: gli idolatri ricevono un periodo limitato, poi devono sottomettersi all’ordine islamico oppure essere combattuti.
Questo non significa che ogni musulmano contemporaneo voglia applicare letteralmente quel versetto. Molti musulmani moderni vivono pacificamente e reinterpretano questi testi in modo attenuato. Ma il problema non è il comportamento individuale del singolo musulmano moderno. Il problema è ciò che dicono le fonti fondative dell’Islam.
La domanda iniziale era: il versetto 9:5 del Corano prevede la tolleranza?
La risposta, alla luce del testo e del suo contesto, è no. Prevede una tregua temporanea, un ultimatum e la sottomissione degli idolatri al nuovo ordine islamico. Chiamare tutto questo “tolleranza” significa svuotare la parola tolleranza del suo significato.

Pagavano una tassa, la Kharaj, e non ne pagavano un’altra, la Zakat. Non vedo cosa ci sia di strano.
In cambio di una tassa era garantito libertà di culto, di patrimonio, matrimoniali, successori e di autoamministrazione e gestione di luoghi di culto.
Il patto si chiama Dhimma.
Chiaro che pare che il “visto” durava poco e la pena se abusavi del “permesso di soggiorno” era drastica, ma noi europei si è fatto pure di peggio se ci pensi..
Anonimo, non erano uguali quelle tasse. Sennò non avrebbe avuto senso chiamarle diversamente.
La Kharaj era una tassa enormemente più alta rispetto ad un 2% circa del capitale. In molti casi questa tassa strangolava le finanze dei sottomessi. Non a caso i dhimmi a causa dell’oppressione economica (e non solo) cominciarono a convertirsi all’Islam, cosa che mise crisi l’erario islamico, che campava con questa vera e propria estorsione ai danni degli infedeli soggiogati, perché diminuivano le persone da poter spremere.
Davvero non ci vede niente di strano in una cosa simile?
Quello che era garantito in cambio di questa tassa iniqua erano briciole, senza contare le innumerevoli discriminazioni che i dhimmi dovevano subire.
Buongiorno seguo su YouTube Raymond Ibrahim, studioso Statunitense di origine egiziana, di religione Cristiana copta. Conferma molte cose spiegate in questo sito. Cosa ne pensi?
Sì, Raymond Ibrahim è uno studioso molto documentato e le sue ricerche confermano spesso quanto riportato sul nostro sito, specialmente riguardo a storia e testi islamici.