Cosa succedeva a chi criticava Maometto? Le fonti islamiche
Cosa succedeva a chi criticava Maometto: satira, blasfemia e violenza nelle fonti islamiche
Cosa succedeva a chi criticava Maometto? La domanda è centrale, perché riguarda uno dei meccanismi più problematici della tradizione islamica: il rapporto tra il profeta dell’Islam, la critica, la satira, la libertà di parola e la punizione degli oppositori.
L’apologetica islamica contemporanea presenta abitualmente Maometto come modello supremo di pazienza, misericordia e tolleranza. Le fonti islamiche classiche raccontano però una storia molto diversa. Nella Sira, negli hadith e nella giurisprudenza successiva, la critica a Maometto non viene quasi mai trattata come legittimo dissenso o normale libertà di parola. Viene invece trasformata in offesa sacra, attacco contro Allah, tradimento della comunità o guerra politica contro l’Islam.
Il risultato è una tradizione in cui il satirico, il poeta ostile, l’apostata o l’oppositore religioso e politico possono diventare bersagli di punizione, intimidazione o eliminazione. Non si tratta di un dettaglio secondario: è uno dei punti in cui l’Islam classico mostra con maggiore chiarezza il suo rapporto problematico con la libertà di espressione.
Naturalmente questo non significa che ogni musulmano di oggi approvi la violenza contro chi critica l’Islam o Maometto. Sarebbe una generalizzazione sciocca e ingiusta. Il punto è un altro: esistono fonti islamiche autorevoli, ancora oggi lette e citate, nelle quali chi deride, insulta o combatte verbalmente Maometto viene presentato come nemico legittimo da colpire. Questa eredità testuale e giuridica continua ad avere conseguenze culturali e politiche.
La punizione divina dei derisori nella Sira
Uno degli episodi più significativi si trova nella Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, nella traduzione inglese di Alfred Guillaume, The Life of Muhammad. Si tratta della sezione in cui viene raccontato come Allah avrebbe “sistemato” i mocker, cioè coloro che deridevano Maometto.
Il passo è reperibile nell’edizione di Guillaume su Internet Archive: Ibn Ishaq / A. Guillaume, The Life of Muhammad, episodio dei derisori di Maometto.
Nel racconto, i principali offensori di Maometto sono cinque uomini rispettati tra i Quraysh: al-Aswad ibn al-Muttalib, al-Aswad ibn Abd Yaghuth, al-Walid ibn al-Mughira, al-As ibn Wa’il e al-Harith ibn al-Tulatila. La loro colpa consisteva nell’aver insultato e deriso il profeta.
Ibn Ishaq / Guillaume, The Life of Muhammad, episodio dei derisori di Maometto:
I principali offensori erano cinque uomini rispettati ed onorati presso i loro compagni. Essi erano al-Aswad ibn al-Muttalib — del quale si riferisce che l’apostolo lo maledisse per i suoi insulti e le sue infamie, dicendo: “O Dio, accecalo e privarlo di suo figlio!” — al-Aswad ibn Abd Yaghuth, al-Walid ibn al-Mughira, al-As ibn Wa’il e al-Harith ibn al-Tulatila.
Quando questi persistettero nel male e continuarono a insultare l’apostolo, Dio rivelò: “Proclama ciò che ti è stato ordinato e allontanati dai politeisti. Noi ti bastiamo contro coloro che ti deridono, quelli che pongono un’altra divinità accanto ad Allah. Presto sapranno.”
Secondo quanto venne riferito, Gabriele venne dall’apostolo mentre questi derisori giravano attorno al tempio. L’apostolo si alzò e Gabriele si mise accanto a lui. Quando passò al-Aswad ibn al-Muttalib, Gabriele gli gettò una foglia verde sul volto, ed egli divenne cieco.
Poi passò al-Aswad ibn Abd Yaghuth, e Gabriele indicò il suo ventre, che si gonfiò fino a causarne la morte. Poi passò al-Walid ibn al-Mughira, e Gabriele indicò una vecchia cicatrice sulla parte inferiore della sua caviglia; la ferita si riaprì ed egli morì per essa.
Poi passò al-As ibn Wa’il. Gabriele indicò la pianta del suo piede. Egli montò sul suo asino e partì verso al-Ta’if; legò l’animale a un albero spinoso, una spina gli penetrò nel piede ed egli morì per quella ferita.
Infine passò al-Harith ibn al-Tulatila. Gabriele indicò la sua testa, che si riempì di pus e lo uccise.
La narrazione collega questo episodio a Corano 15:94-99, dove Allah promette a Maometto protezione contro “coloro che ti deridono”. Il passo coranico dice:
“Proclama dunque ciò che ti è stato ordinato e allontanati dai politeisti. Noi ti bastiamo contro coloro che ti deridono.”
Il punto non è stabilire se l’episodio sia storicamente accaduto in questi termini miracolosi. Il punto è che la tradizione islamica conserva e trasmette un racconto nel quale chi deride Maometto non viene semplicemente ignorato, sopportato o confutato. Viene presentato come destinatario di una punizione divina.
Il dettaglio è rivelatore: la satira contro il profeta non viene trattata come normale critica religiosa, ma come offesa che richiede una risposta sacralizzata. Il ridicolo diventa empietà. La derisione diventa crimine contro il sacro. Il critico non è più un interlocutore: è qualcuno da maledire, delegittimare o punire.
Questo episodio è importante perché anticipa un modello che tornerà più volte nella tradizione islamica: chi offende Maometto non viene affrontato sul piano della discussione, ma trasformato in nemico di Allah, del profeta e dell’ordine islamico.
Dal dissenso alla colpa spirituale
Nel contesto meccano, i Quraysh non erano obbligati ad accettare le pretese di Maometto. Si trovavano davanti a un uomo che si presentava come messaggero di Dio e chiedeva obbedienza religiosa, morale e sociale. Era quindi normale che chiedessero prove concrete della sua missione.
Il Corano stesso registra più volte queste richieste. In Corano 13:7 si legge:
“I miscredenti dicono: ‘Perché non è stato fatto scendere su di lui un segno da parte del suo Signore?’ Tu non sei che un ammonitore, e ogni popolo ha una guida.”
La risposta, tuttavia, non è quasi mai la prova richiesta. Molto spesso è la delegittimazione morale degli oppositori, presentati come ostinati, arroganti, ciechi spiritualmente o destinati alla punizione.
In Corano 6:33-37, per esempio, il rifiuto degli oppositori viene ricondotto non a legittimo scetticismo, ma a una sorta di cecità morale. La richiesta di un segno viene trattata come pretesto, non come domanda razionale.
Questo schema è fondamentale: chi non crede a Maometto non viene descritto semplicemente come una persona non convinta. Viene trasformato in miscredente arrogante, cieco, ostinato, spiritualmente corrotto. Il dissenso non resta dissenso. Diventa colpa.
Una cosa è predicare una nuova religione e accettare che altri la respingano, la discutano, la ironizzino o la contestino. Un’altra cosa è trasformare la derisione e lo scetticismo in una colpa davanti a Dio, promettendo castighi terreni o ultraterreni a chi non accetta la pretesa profetica.
Il Corano e la condanna di chi criticava Maometto
Il Corano non si limita a registrare il dissenso verso Maometto. In diversi passaggi prende di mira chi lo criticava, lo derideva, lo offendeva o si opponeva a lui, equiparando spesso l’offesa al profeta con un’offesa diretta ad Allah.
Questo passaggio è fondamentale, perché mostra che il problema non nasce soltanto dalla Sira o dagli hadith successivi. Già nel testo coranico la critica a Maometto viene spesso sottratta al normale confronto religioso e trasformata in colpa spirituale, empietà o ribellione contro Dio.
Tra i versetti più significativi troviamo Corano 15:94-96:
“Proclama dunque ciò che ti è stato ordinato e allontanati dai politeisti. Noi ti bastiamo contro coloro che ti deridono, coloro che pongono un’altra divinità accanto ad Allah. Presto sapranno.”
Questo è il passo che la tradizione islamica collega direttamente alla punizione dei derisori meccani. Il punto è chiaro: chi deride Maometto non viene presentato come semplice oppositore religioso o come persona da convincere, ma come qualcuno contro cui Allah stesso promette protezione e intervento.
Ancora più duro è Corano 33:57:
“Coloro che offendono Allah e il Suo Messaggero, Allah li maledice in questo mondo e nell’altro e prepara per loro un castigo umiliante.”
Qui l’offesa a Maometto viene accostata direttamente all’offesa ad Allah. Non è più una semplice critica a un uomo che si proclama profeta. È una colpa religiosa gravissima, accompagnata da maledizione divina in questo mondo e nell’altro. La formula è importante: il Messaggero viene posto accanto ad Allah come destinatario dell’offesa, e la reazione prevista è la maledizione e il castigo.
Un altro versetto significativo è Corano 9:61:
“Quanto a coloro che offendono il Messaggero di Allah, essi avranno un doloroso castigo.”
Anche qui l’offesa al Messaggero non viene trattata come libertà di critica, polemica religiosa o dissenso. Viene trasformata in peccato meritevole di castigo doloroso. Il critico non è un interlocutore: è un colpevole davanti a Dio.
Infine, Corano 9:63 rafforza ulteriormente il quadro:
“Non sanno forse che chi si oppone ad Allah e al Suo Messaggero avrà il fuoco dell’Inferno, in cui rimarrà in eterno? Questa è l’immensa ignominia.”
Il meccanismo è sempre lo stesso: opposizione ad Allah e opposizione al Messaggero vengono unite. Chi si oppone a Maometto non viene semplicemente considerato un avversario religioso o politico, ma un nemico di Allah, destinato al fuoco eterno.
Questi versetti hanno un effetto preciso: non trattano il critico come un interlocutore razionale o un semplice miscredente da convincere. Lo trasformano in nemico attivo di Allah e del Suo Messaggero. La derisione, l’offesa e l’opposizione verbale vengono così sacralizzate e trasformate in crimini religiosi gravi, meritevoli di punizione divina.
È proprio su questa base coranica che la tradizione successiva svilupperà una visione sempre più rigida dell’insulto a Maometto. La Sira racconterà la punizione dei derisori. Gli hadith riporteranno casi di uccisioni autorizzate o approvate. La giurisprudenza islamica classica trasformerà poi l’insulto al profeta in un reato gravissimo, spesso punibile con la morte.
In altre parole, la violenza contro chi criticava Maometto non nasce dal nulla. Si inserisce in un quadro teologico in cui il profeta non è un semplice predicatore, ma il rappresentante di Allah; e in cui offenderlo significa, di fatto, offendere Dio stesso.
Il viaggio notturno e lo scetticismo dei Quraysh
Il problema diventa ancora più evidente se si considera il famoso viaggio notturno, ricordato in Corano 17:1, dove si parla del viaggio dal “Sacro Tempio” al “Tempio più lontano”. La tradizione islamica svilupperà poi questo episodio nel racconto dell’Isra e del Mi‘raj, cioè il viaggio notturno e l’ascensione celeste.
Dal punto di vista islamico si tratta di un miracolo. Dal punto di vista degli scettici meccani, però, era comprensibilmente una pretesa enorme. Maometto affermava di aver compiuto un viaggio straordinario e di aver avuto accesso a realtà celesti. Non stupisce che molti lo deridessero, lo contestassero o chiedessero prove.
Eppure, nelle fonti islamiche, il problema non viene quasi mai posto dal punto di vista della legittimità della domanda. Chi chiede prove viene spesso trattato come cieco, arrogante, ostinato, miscredente o meritevole di punizione.
La domanda resta: se un uomo si presenta come profeta universale, perché la richiesta di prove dovrebbe essere considerata un crimine spirituale? Perché ridere di una pretesa straordinaria dovrebbe meritare maledizioni divine o violenza politica?
È qui che la figura di Maometto diventa intoccabile. Non viene semplicemente proposta alla fede dei credenti. Viene sottratta alla normale critica razionale. Chi non accetta la sua autorità non è solo uno scettico: diventa un nemico della verità.
Ka‘b ibn al-Ashraf: l’ordine di uccidere il poeta
Il caso più celebre e problematico è quello di Ka‘b ibn al-Ashraf, poeta e oppositore di Maometto. Questo episodio non si trova soltanto nella Sira, ma anche in una delle raccolte più autorevoli dell’Islam sunnita: Sahih al-Bukhari.
In Sahih al-Bukhari 4037, Maometto chiede esplicitamente:
“Chi è disposto a uccidere Ka‘b ibn al-Ashraf, che ha offeso Allah e il Suo Messaggero?”
Muhammad ibn Maslama si offre di farlo e chiede il permesso di usare l’inganno. Secondo il racconto, Maometto glielo concede. Ka‘b viene quindi attirato con uno stratagemma e ucciso.
Questo episodio è devastante per la narrazione del profeta sempre paziente e misericordioso. Qui non siamo davanti a una punizione divina narrata in forma leggendaria. Siamo davanti a un ordine operativo: un uomo accusato di aver offeso Allah e il messaggero viene fatto eliminare con l’inganno autorizzato dal profeta stesso.
Gli apologeti moderni cercano spesso di presentare Ka‘b non come semplice poeta satirico, ma come nemico politico e istigatore. Questa precisazione può anche essere discussa nel suo contesto storico, ma non elimina il problema. Anzi, lo conferma: nella tradizione islamica la satira, l’ostilità verbale e l’opposizione politica vengono fuse con il concetto di “offesa ad Allah e al Suo Messaggero”, trasformando il conflitto con il profeta in giustificazione per l’eliminazione fisica.
In una società libera, la parola ostile non può essere automaticamente trasformata in licenza di uccidere. Nella logica islamica classica, invece, la parola contro Maometto diventa facilmente guerra contro l’Islam.
Abu Rafi: un altro assassinio autorizzato
Un altro episodio simile riguarda Abu Rafi, indicato come nemico di Maometto. Anche qui la fonte è Sahih al-Bukhari.
In Sahih al-Bukhari 4039, si legge che il messaggero di Allah inviò alcuni uomini degli Ansar a uccidere Abu Rafi, nominando Abdullah ibn Atik come loro capo.
Il racconto presenta Abu Rafi come qualcuno che offendeva o feriva il messaggero di Allah e aiutava i suoi nemici. Anche in questo caso, dunque, l’offesa al profeta e l’ostilità politica vengono sovrapposte.
La dinamica è ormai chiara: chi danneggia Maometto, chi lo deride, chi lo ostacola, chi lo critica pubblicamente o sostiene i suoi avversari può diventare bersaglio di un’azione violenta autorizzata. Non parliamo di un singolo racconto oscuro: parliamo di episodi riportati in una delle raccolte più rispettate dell’Islam sunnita.
La donna uccisa per aver insultato Maometto
Un episodio ancora più inquietante si trova in Sunan Abi Dawud, nel capitolo dedicato alla punizione di chi insulta il profeta.
In Sunan Abi Dawud 4361, si racconta di un uomo cieco che aveva una schiava, madre di un suo figlio, la quale insultava e denigrava Maometto. L’uomo le avrebbe chiesto di smettere, ma lei avrebbe continuato. Una notte, mentre la donna insultava ancora il profeta, l’uomo prese un pugnale, lo pose sul suo ventre e la uccise.
Secondo il racconto, la mattina dopo Maometto venne informato dell’accaduto. L’episodio si conclude con la dichiarazione che il sangue della donna era privo di valore legale, cioè non era dovuto alcun risarcimento per la sua uccisione.
Il testo è grave per almeno tre ragioni. Primo: la vittima è una donna in condizione servile, quindi già socialmente subordinata. Secondo: il motivo dell’uccisione è l’insulto al profeta. Terzo: la reazione attribuita a Maometto non è la condanna dell’omicidio, ma la sua sostanziale legittimazione.
Ancora una volta, non siamo davanti alla caricatura inventata da qualche critico moderno dell’Islam. Siamo davanti a una fonte islamica classica, inserita in un capitolo esplicitamente dedicato a chi insulta il profeta.
Asma bint Marwan: un caso controverso, ma non necessario alla tesi
Tra gli episodi spesso citati dai critici dell’Islam vi è anche quello di Asma bint Marwan, poetessa che avrebbe composto versi contro Maometto e sarebbe stata uccisa da un seguace del profeta.
Questo caso va trattato con prudenza, perché molti studiosi musulmani contestano l’affidabilità della catena di trasmissione e considerano debole il racconto. Non conviene quindi fondare l’intero argomento su Asma bint Marwan, perché l’apologetica avrebbe gioco facile nel rispondere che la fonte è debole.
Tuttavia, proprio questa precisazione rafforza l’articolo: non è necessario basarsi sugli episodi più contestati per mostrare il problema. Ka‘b ibn al-Ashraf è in Sahih al-Bukhari. Abu Rafi è in Sahih al-Bukhari. Il caso della donna uccisa per aver insultato Maometto è in Sunan Abi Dawud. L’episodio dei derisori è nella Sira di Ibn Ishaq.
In altre parole, anche lasciando da parte i racconti più discussi, il quadro resta pesante. Il problema non dipende da un singolo episodio debole. Dipende da un modello ricorrente nelle fonti islamiche: chi attacca verbalmente Maometto può essere trasformato in nemico da punire.
“Ma erano nemici politici”: la difesa apologetica
La principale difesa apologetica è sempre la stessa: “Non furono uccisi perché criticavano Maometto, ma perché erano nemici politici o militari”.
Questa obiezione merita una risposta seria, perché il contesto del VII secolo non era quello di una democrazia liberale moderna. Poesia, satira e propaganda avevano anche un peso politico. Le tribù vivevano in un ambiente conflittuale, e le parole potevano avere conseguenze sociali e militari.
Ma questa difesa non risolve il problema. Anzi, lo conferma.
Il punto è che nella tradizione islamica la critica verbale, la satira, la poesia offensiva e l’opposizione politica vengono fuse in un’unica categoria di ostilità contro il profeta. La parola diventa arma. Il poeta diventa nemico. Il derisore diventa empio. Il bestemmiatore diventa bersaglio.
In una società libera, anche la satira dura contro un leader religioso deve poter esistere. Invece, nella logica islamica classica, l’onore di Maometto diventa un bene sacro da difendere anche con la violenza. La domanda non è se quei personaggi fossero simpatici o innocenti. La domanda è se la parola ostile contro un profeta debba giustificare l’eliminazione fisica.
La risposta dell’Islam classico, in troppe fonti, è inquietante.
La blasfemia contro Maometto nella logica islamica
Il passaggio più importante è questo: nella tradizione islamica, insultare Maometto non è semplicemente “offendere una figura religiosa”. È spesso considerato un attacco all’ordine islamico stesso.
Perché? Perché Maometto non è solo un predicatore spirituale. È profeta, legislatore, capo politico, comandante militare e modello giuridico. Attaccare lui significa, nella logica islamica classica, attaccare la rivelazione, la comunità e l’autorità di Allah sulla terra.
Questo spiega perché la critica a Maometto viene facilmente trasformata in blasfemia, sedizione o apostasia. Il problema non è più la libertà di parola. Il problema diventa la difesa dell’onore del profeta e dell’ordine islamico.
Da qui nasce una cultura giuridica estremamente ostile alla satira religiosa. Non è un caso se in molte società islamiche, ancora oggi, l’accusa di insulto al profeta o blasfemia può provocare processi, linciaggi, condanne a morte o attentati.
Dal racconto alla legge: la punizione di chi insulta il profeta
Gli episodi biografici non rimasero semplici racconti. Diventarono materiale normativo, teologico e giuridico. I giuristi musulmani discussero a lungo la pena per chi insultava Maometto, e in molte scuole classiche l’insulto al profeta venne trattato come crimine gravissimo, spesso punibile con la morte.
In arabo il tema è noto attraverso espressioni come sabb al-rasul o sabb al-nabi, cioè l’insulto al messaggero o al profeta. La logica è semplice: se Maometto è il messaggero finale di Allah e modello perfetto per l’umanità, insultarlo non è un’offesa privata, ma un attacco alla religione stessa.
Questo spiega perché molti testi giuridici islamici non abbiano mai sviluppato un vero concetto di libertà di critica religiosa simile a quello delle società liberali moderne. L’Islam può tollerare il “dialogo” finché il dialogo resta dentro confini accettabili. Ma quando si passa alla satira, alla derisione, alla messa in discussione radicale del profeta, la tradizione classica mostra il suo volto più autoritario.
Apostasia e dissenso: “chi cambia religione, uccidetelo”
Il problema della critica a Maometto si collega anche alla questione dell’apostasia. Chi abbandona l’Islam, infatti, non è sempre visto come una persona che cambia idea religiosa, ma come qualcuno che tradisce la comunità.
In Sahih al-Bukhari 3017, Ibn Abbas riferisce la formula attribuita a Maometto:
“Se qualcuno abbandona la sua religione, uccidetelo.”
Questa frase è una delle più problematiche dell’intera tradizione islamica. L’apologetica moderna prova spesso a reinterpretarla sostenendo che riguarderebbe solo il tradimento politico o militare. Ma il dato resta: una delle raccolte più autorevoli dell’Islam sunnita conserva un detto in cui l’abbandono della religione viene associato alla pena di morte.
Il collegamento con il tema della critica è evidente. In un sistema in cui il profeta è autorità religiosa e politica, chi lo critica, chi lo ridicolizza, chi abbandona la sua religione o chi ne mette in discussione la missione può essere trattato non come un libero pensatore, ma come un nemico dell’ordine islamico.
Il nodo teologico: Maometto come modello perfetto e intoccabile
Il problema più profondo non è solo storico. È teologico.
L’Islam presenta Maometto come uswa hasana, modello eccellente e perfetto per ogni musulmano di ogni epoca. Questo significa che le sue reazioni — inclusa l’autorizzazione all’eliminazione di chi lo criticava o lo derideva — non possono essere liquidate facilmente come “contesto del VII secolo”. Diventano potenzialmente esemplari, o almeno teologicamente imbarazzanti.
Criticare Maometto significa quindi incrinare l’intero edificio islamico. Se il modello perfetto ordina o approva l’uccisione di chi lo insulta, se non tollera la satira, se fonde critica verbale e ostilità militare, allora la pretesa di presentarlo come guida morale universale per l’umanità entra in crisi.
Per questo l’apologetica reagisce spesso in modo difensivo e aggressivo. Non può permettere che Maometto venga trattato come un normale personaggio storico. Deve proteggerlo dall’analisi critica, perché l’analisi critica rischia di far crollare la pretesa di perfezione.
La differenza tra critica ai musulmani e critica all’Islam
È importante chiarire un punto: criticare Maometto, il Corano o la tradizione islamica non significa odiare i musulmani. Questa distinzione dovrebbe essere elementare in qualunque società libera.
Le persone devono essere tutelate da minacce, discriminazioni e violenze concrete. Le idee, invece, devono poter essere criticate. Una religione non è una persona. Un testo sacro non è un cittadino. Un profeta storico non è immune dall’analisi critica.
Il problema nasce quando la critica a una religione viene confusa deliberatamente con l’odio verso i fedeli. Questa confusione è utilissima all’apologetica islamica, perché permette di trasformare ogni discussione sulle fonti in un’accusa morale contro il critico.
Ma una società libera deve poter dire: Maometto può essere studiato, criticato, contestato, ridicolizzato e discusso. Esattamente come vengono discussi Gesù, Mosè, Buddha, Marx, Freud, Napoleone o qualunque altra figura storica.
Se una religione pretende un’eccezione speciale per il proprio fondatore, allora non sta chiedendo rispetto. Sta chiedendo privilegio.
Il problema contemporaneo: Rushdie, Theo van Gogh e oltre
Qualcuno potrebbe dire: “Tutto questo riguarda il VII secolo, non il presente”. Sarebbe bello se fosse così. Ma il problema della critica a Maometto e all’Islam continua a riapparire anche in epoca moderna.
Il caso di Salman Rushdie è emblematico. Dopo la pubblicazione de I versi satanici, nel 1988, il libro fu considerato blasfemo da molti musulmani. Nel 1989 l’ayatollah Khomeini emise una fatwa contro Rushdie. Nel 2022 Rushdie è stato poi gravemente aggredito durante un evento pubblico negli Stati Uniti, come ricordato anche da Britannica nella scheda sull’attacco del 2022.
Il caso di Theo van Gogh è altrettanto significativo. Il regista olandese fu assassinato nel 2004 dopo aver realizzato, insieme ad Ayaan Hirsi Ali, il cortometraggio Submission, critico verso il trattamento delle donne nell’Islam.
Questi casi moderni non dimostrano che tutti i musulmani siano violenti. Dimostrano però che la questione dell’onore di Maometto e dell’intoccabilità dell’Islam non è un reperto archeologico. È un problema ancora vivo.
Quando un romanziere vive sotto minaccia per decenni, quando un regista viene ucciso per un film, quando vignettisti e critici devono vivere sotto scorta, il problema non è la “sensibilità religiosa”. Il problema è una tradizione che fatica ad accettare l’idea che anche Maometto, anche il Corano, anche l’Islam possano essere criticati, ridicolizzati o contestati come qualunque altra religione, ideologia o figura storica.
Conclusione: il profeta che non tollerava la satira
Le fonti islamiche classiche mostrano un quadro molto lontano dalla propaganda moderna sul profeta infinitamente tollerante.
La Sira racconta la punizione divina dei derisori di Maometto. Il Corano promette protezione contro gli schernitori. Sahih al-Bukhari riporta l’ordine di eliminare Ka‘b ibn al-Ashraf e Abu Rafi. Sunan Abi Dawud conserva il racconto della donna uccisa per aver insultato il profeta, con la successiva legittimazione attribuita a Maometto. La tradizione sull’apostasia associa l’abbandono della religione alla pena di morte. La giurisprudenza classica trasforma l’insulto al profeta in crimine gravissimo, spesso capitale.
Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un modello coerente: la critica, la satira e la derisione contro Maometto vengono sistematicamente trasformate in offesa contro Allah, sedizione o guerra contro l’Islam. Il ridicolo non viene tollerato. Viene represso.
Una religione davvero sicura della propria verità dovrebbe saper sopportare domande, ironia, satira e contestazione. L’Islam classico, invece, ha spesso trattato il ridicolo contro Maometto come una minaccia da reprimere.
La domanda iniziale resta attuale: cosa succedeva a chi criticava Maometto?
Le fonti islamiche rispondono con chiarezza: poteva essere maledetto, delegittimato, trasformato in nemico dell’ordine islamico o eliminato fisicamente.
Ed è proprio da questa eredità che nasce una parte rilevante del conflitto contemporaneo tra Islam e libertà di espressione.
Fonti principali
- Ibn Ishaq / A. Guillaume, The Life of Muhammad – episodio dei derisori di Maometto
- Corano 15:94-99 – “Noi ti bastiamo contro coloro che ti deridono”
- Corano 15:94-96 – derisione del profeta e risposta divina
- Corano 33:57 – offesa ad Allah e al Messaggero
- Corano 9:61 – offesa al Messaggero e castigo doloroso
- Corano 9:63 – opposizione ad Allah e al Messaggero
- Corano 13:7 – richiesta di un segno da parte dei miscredenti
- Corano 6:33-37 – rifiuto dei miscredenti e richiesta di segni
- Corano 17:1 – viaggio notturno
- Sahih al-Bukhari 4037 – uccisione di Ka‘b ibn al-Ashraf
- Sahih al-Bukhari 4039 – uccisione di Abu Rafi
- Sunan Abi Dawud 4361 – la donna uccisa per aver insultato Maometto
- Sahih al-Bukhari 3017 – hadith sull’apostasia
- Encyclopaedia Britannica – Salman Rushdie
- Encyclopaedia Britannica – attacco a Salman Rushdie nel 2022
- Encyclopaedia Britannica – Theo van Gogh
- Joseph Schacht, An Introduction to Islamic Law – diritto islamico classico e struttura della sharia
- Ibn Taymiyya, Al-Sarim al-Maslul ‘ala Shatim al-Rasul – trattato classico sulla punizione di chi insulta il profeta
