Califfi “ben guidati”: guerre civili e assassinii nell’età d’oro dell’Islam

I “califfi ben guidati” sono uno dei grandi miti fondativi dell’Islam sunnita. Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali vengono presentati come i successori esemplari di Maometto, custodi dell’Islam delle origini e protagonisti di quello che viene ricordato come il califfato rashidun, prima della trasformazione dinastica del potere sotto gli Omayyadi. Ma appena questa rappresentazione religiosa viene confrontata con le stesse fonti islamiche, il quadro cambia radicalmente: lotte per il comando, esclusioni, rivalità tribali e familiari, repressione armata, nepotismo, rivolte, eserciti musulmani contrapposti e assassinii. Non si tratta di quattro governanti lontani e privi di importanza dottrinale. Il sunnismo rappresenta la stragrande maggioranza dell’Islam mondiale — circa l’87-90% dei musulmani secondo la nota stima del Pew Research Center — e attribuisce alla prima generazione musulmana un valore che supera ampiamente il semplice ricordo storico.

Una tradizione attribuita a Maometto attraverso al-Irbad ibn Sariya, conservata in Sunan Abi Dawud 4607 e, in forma parallela, in Jami al-Tirmidhi 2676, afferma che dopo la sua morte i musulmani avrebbero conosciuto profonde divergenze e ordina loro:

“Attenetevi alla mia Sunna e alla Sunna dei califfi ben guidati.”

L’hadith non nomina Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali. Parla genericamente di “califfi ben guidati”. L’identificazione definitiva dell’espressione con il quartetto oggi canonico si consoliderà successivamente nella tradizione sunnita. È un particolare importante, perché anche la costruzione religiosa dei “quattro ben guidati” possiede una propria storia.

Il Sahih al-Bukhari 2651 attribuisce inoltre a Maometto l’affermazione secondo cui la sua sarebbe stata la migliore generazione, seguita da quelle immediatamente successive. La “migliore generazione” e la “Sunna dei califfi ben guidati” diventano così parti della rappresentazione sunnita dell’età esemplare. Ma la cronologia restituisce ben altro. La successione di Maometto provoca immediatamente uno scontro sul comando. Ali denuncia di essere stato escluso dalla scelta di Abu Bakr. Fatima muore in rotta con il primo califfo secondo Bukhari. Abu Bakr combatte le guerre della Ridda per ristabilire l’obbedienza a Medina. Uthman riempie importanti incarichi di membri del proprio clan, viene accusato di nepotismo, assediato e assassinato. Aisha guida politicamente e militarmente un esercito contro Ali. Ali combatte Muawiya a Siffin, affronta i kharigiti e viene infine assassinato da uno di loro.

Tre dei primi quattro califfi morirono assassinati. Gli ultimi due furono uccisi nel pieno delle lacerazioni interne alla comunità musulmana. Questa è la materia storica che la successiva ortodossia sunnita trasformerà nell’età dei “ben guidati”. Il problema nasce già dal sistema costruito da Maometto. Egli non aveva fondato soltanto un culto religioso: aveva concentrato nella propria persona autorità profetica, politica, giudiziaria e militare. Decideva guerre e spedizioni, distribuiva bottino, imponeva obblighi, amministrava controversie e comandava una comunità armata in espansione. Alla sua morte rimase tutto il potere che aveva costruito, ma non una designazione esplicita del califfato riconosciuta come tale dalla stessa tradizione sunnita.

Era la questione decisiva di un sistema nel quale religione e governo coincidevano nella persona del fondatore. La crisi non impiegò secoli a manifestarsi. Cominciò immediatamente.

I califfi ben guidati come modello dell’Islam sunnita

L’espressione al-khulafa al-rashidun, “i califfi ben guidati”, non è una semplice etichetta cronologica. Contiene già un giudizio religioso. Non dice soltanto chi governò dopo Maometto: stabilisce che quei governanti rappresentarono la corretta guida.

L’hadith di Abi Dawud 4607 rende il problema ancora più significativo. Maometto avrebbe annunciato che i musulmani avrebbero conosciuto grandi divergenze e avrebbe ordinato loro, proprio in quel contesto, di seguire la sua Sunna e quella dei “califfi ben guidati”. Il sunnismo successivo identificherà questi ultimi soprattutto con Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali. La rappresentazione religiosa attribuisce dunque valore esemplare proprio all’epoca nella quale esplodono alcune delle più violente fratture dell’Islam nascente.

La generazione dichiarata “migliore” arriva a dividersi sul governo, a ribellarsi ai propri califfi, a schierare eserciti musulmani contro altri eserciti musulmani e a eliminare violentemente tre dei primi quattro successori di Maometto.

La rappresentazione ideale regge soltanto finché non viene confrontata con gli avvenimenti.

Maometto lasciò il potere, ma non un successore esplicitamente designato

Uno dei passaggi più pesanti arriva direttamente da uno dei grandi esegeti sunniti, al-Qurtubi. Commentando Corano 42:38, il versetto sulla consultazione, egli ricorda che la prima grande questione sulla quale i Compagni dovettero consultarsi dopo la morte di Maometto fu precisamente il califfato.

“Coloro che rispondono al loro Signore, assolvono all’orazione, si consultano vicendevolmente su quel che li concerne e sono generosi di ciò che Noi abbiamo concesso loro.”
Corano 42:38

Nel commento a Corano 42:38, al-Qurtubi è esplicito: i Compagni dovettero consultarsi sul califfato perché Maometto non lo aveva designato esplicitamente.

La portata del problema è enorme. Maometto aveva disciplinato preghiera, digiuno, matrimonio, divorzio, eredità, guerra, bottino, schiavitù, debiti e rapporti familiari. Il Corano 5:3 proclama perfino il completamento della religione. Ma alla morte dell’uomo che riuniva in sé profezia, esercito e governo, mancava una designazione politica abbastanza esplicita da impedire che i suoi stessi seguaci discutessero immediatamente su chi dovesse comandare. Un sistema costruito intorno all’autorità personale di Maometto non possedeva una regola inequivocabile per sostituire Maometto.

Non è una lacuna secondaria. È un problema strutturale del potere che aveva costruito. Finché era vivo, il vertice politico e religioso coincideva con lui. Dopo la sua morte rimasero eserciti, tributi, zakat, bottino, territori, alleanze e un’enorme autorità religiosa, ma non un successore che tutti potessero semplicemente riconoscere sulla base di una disposizione incontestabile.

La Saqifa: la lotta per il comando comincia subito

Il Sahih al-Bukhari 6830 conserva uno dei resoconti più importanti della successione. Dopo la morte di Maometto, gli Ansar si riuniscono alla Saqifa dei Banu Saida per discutere chi debba governare. Abu Bakr e Umar vengono informati e si precipitano sul posto.

Gli Ansar rivendicano apertamente il proprio peso politico. Nel racconto di Bukhari il loro oratore li descrive come gli aiutanti di Allah e la parte numericamente principale dell’esercito musulmano, accusando i Muhajirun di volerli privare della questione del califfato. Abu Bakr risponde rivendicando il governo per i Quraysh.

Un esponente degli Ansar propone:

“Un governante da noi e un governante da voi.”

Non compare una norma indiscutibile lasciata da Maometto che chiuda la questione. Compaiono fazioni politiche che avanzano pretese concorrenti sul comando.

Umar racconta che la discussione si fece accesa. Temendo la divisione, prestò rapidamente la bay’a ad Abu Bakr. Nel medesimo hadith ricorda poi quella prima investitura come una falta, un avvenimento improvviso e precipitoso che si consolidò successivamente, e ammonisce contro il ripetersi di una simile nomina senza consultazione. Lo stesso racconto conserva inoltre l’opposizione iniziale di Ali, Zubayr e degli uomini che si erano raccolti con loro.

La prima successione dell’Islam non assomiglia a una procedura costituzionale stabilita dal fondatore. Assomiglia a ciò che racconta Bukhari: gruppi rivali, una riunione urgente, pretese concorrenti, timore della discordia e una bay’a precipitosa destinata a essere legittimata dopo.

Fatima, Ali e il consenso che Bukhari non racconta

Il quadro diventa ancora meno compatibile con la leggenda di un consenso originario leggendo Sahih al-Bukhari 4240-4241.

Fatima, figlia di Maometto e moglie di Ali, reclama ad Abu Bakr l’eredità del padre. Abu Bakr rifiuta richiamandosi alla tradizione secondo la quale ciò che i profeti lasciano sarebbe destinato alla carità. Bukhari racconta che Fatima si adirò con Abu Bakr, lo abbandonò e non gli parlò più fino alla propria morte, avvenuta circa sei mesi dopo quella di Maometto.

Ali la seppellì di notte senza informare Abu Bakr.

Lo stesso hadith afferma che durante quei mesi Ali non aveva prestato la bay’a al nuovo califfo. Quando avvenne il successivo incontro, Ali mise sul tavolo la questione politica con una chiarezza difficilmente eliminabile:

“Hai esercitato il comando escludendoci da questa questione.”

Ali dichiarò inoltre che la famiglia di Maometto riteneva di avere un proprio diritto nella questione del governo a causa della parentela con il Profeta.

Non è propaganda sciita medievale. È un racconto conservato nel Sahih al-Bukhari.

La figlia di Maometto muore in rotta con Abu Bakr. Il genero e cugino di Maometto denuncia la propria esclusione dal governo. La sua bay’a arriva mesi dopo. Il “consenso dei Compagni” risulta assai più ordinato nella teologia successiva che nella fonte canonica sunnita.

Abu Bakr: l’unità viene ristabilita con la guerra

La morte di Maometto non produce soltanto una crisi al vertice. Produce una crisi nell’intero sistema di dominio costruito a Medina.

Tribù e gruppi arabi rompono in forme differenti il proprio legame con il centro: alcuni seguono nuovi pretendenti alla profezia, altri rifiutano la zakat, altri si sottraggono all’autorità politica medinese. Abu Bakr risponde con le guerre della Ridda.

Il Sahih al-Bukhari 1399-1400 conserva una discussione estremamente chiara tra Umar e Abu Bakr. Umar domanda come sia possibile combattere persone che pronunciano la professione di fede. Abu Bakr replica:

“Per Allah, combatterò chi separa la preghiera dalla zakat.”

Aggiunge che li combatterebbe perfino se rifiutassero di consegnargli ciò che precedentemente consegnavano a Maometto.

L’unità della umma non sopravvive spontaneamente al fondatore: Abu Bakr deve ristabilire con la guerra l’obbedienza politica, religiosa e fiscale a Medina. Wilferd Madelung sottolinea nel suo studio sulla successione che Abu Bakr trattò come apostati coloro che rifiutavano il pagamento dell’elemosina obbligatoria proprio nel quadro della guerra contro di loro. Nel capitolo su Uthman, Madelung richiama nuovamente questo precedente ricordando la guerra condotta da Abu Bakr contro chi rifiutava l’imposta religiosa.

La realtà è più significativa di qualsiasi immagine successiva di unità naturale: morto Maometto, una parte dell’Arabia si stacca e il primo “califfo ben guidato” deve riportarla sotto controllo militarmente.

Umar: cambia già il metodo di successione

Il secondo passaggio di potere dimostra immediatamente che la Saqifa non aveva creato una procedura stabile.

Abu Bakr non organizza un’altra Saqifa. Non replica il meccanismo attraverso il quale egli stesso era arrivato al comando. Designa Umar. Durante Umar l’espansione militare trasforma definitivamente la comunità nata a Medina in un impero conquistatore. Siria, Iraq, Persia ed Egitto cadono progressivamente sotto il nuovo potere arabo-islamico. Il califfo controlla ormai eserciti, immense risorse, province e popolazioni conquistate.

Nel 644 Umar viene assassinato da Abu Lu’lu’a. Il suo assassinio ha un contesto differente dalle lotte politiche musulmane che travolgeranno Uthman e Ali, ma resta il fatto che anche il secondo “ben guidato” termina il proprio governo con una morte violenta. Prima di morire Umar cambia ancora il sistema. Non designa direttamente un successore come Abu Bakr aveva fatto con lui. Affida invece la scelta a un consiglio ristretto di sei importanti Compagni.

Prima la Saqifa. Poi la designazione del predecessore. Poi un collegio di sei uomini. Dopo appena tre successioni, il presunto modello politico originario ha già utilizzato tre procedure differenti.

Uthman: nepotismo, rivolta e assassinio

Dal consiglio dei sei emerge Uthman. Con lui l’immagine dell’età dei “ben guidati” entra in una crisi ancora più profonda.

Il governo di Uthman fu segnato dal nepotismo. Non si tratta di un’etichetta inventata dalla moderna critica dell’Islam. Jonathan Berkey, in The Formation of Islam, ricorda che il terzo califfo affidò importanti incarichi amministrativi a numerosi membri del proprio clan, provocando una forte opposizione fra musulmani che risentivano dei favori accordati alla famiglia. Anche l’Encyclopaedia Iranica ricorda esplicitamente che importanti Muhajirun accusarono Uthman di nepotismo e di deviazione dai principi islamici.

Il peso dei Banu Umayya cresce. Le nomine familiari, la distribuzione del potere e altri atti contestati alimentano un’opposizione sempre più vasta. Uthman, terzo uomo della futura serie dei “ben guidati”, diventa il centro di una crisi politica che finirà nel sangue. Wilferd Madelung, nel capitolo Uthman: the Vicegerent of God and the reign of Abd Shams, scrive che il suo governo terminò dopo dodici anni nella ribellione e nella morte violenta. Le lamentele contro i suoi atti erano sostanziali e ampiamente diffuse; verso la fine del regno, l’opposizione al suo comportamento appare quasi universale al di fuori della famiglia e degli alleati più stretti.

Nel 656 i ribelli assediano la sua casa e Uthman viene assassinato. Madelung aggiunge un elemento ancora più importante per comprendere la successiva costruzione religiosa dell’età dell’oro: fu proprio la morte violenta di Uthman, trasformata in strumento politico, a contribuire alla sua successiva assoluzione nell’ideologia sunnita e alla trasformazione del califfo contestato in martire e terzo “califfo ben guidato”.

Prima il nepotismo, il malcontento, la rivolta e l’assassinio. Dopo la canonizzazione.

Il governante contro il quale era esplosa una ribellione diventa martire. Il martire diventa “ben guidato”. Il “ben guidato” entra nell’età normativa dell’Islam sunnita.

Aisha guida un esercito contro Ali

L’assassinio di Uthman apre la prima grande guerra civile islamica, la fitna.

Ali riceve la bay’a in una situazione ormai esplosiva. Contro di lui si schierano Talha, Zubayr e soprattutto Aisha, vedova di Maometto e “madre dei credenti”. Aisha non fu una presenza passiva o semplicemente simbolica. Shahla Haeri, nel capitolo Aisha Bint Abu Bakr: Battle of the Camel, Battle for Succession, pubblicato da Cambridge University Press, parla esplicitamente della sua leadership militare e politica e della sua presenza sul campo di battaglia alla guida dell’esercito.

Nel 656 lo schieramento di Aisha e quello di Ali si affrontano nella battaglia del Cammello, così chiamata proprio perché Aisha si trova al centro dello scontro sul proprio cammello, attorno al quale si concentra la battaglia. Il quadro è difficilmente conciliabile con il santino della prima comunità: la vedova di Maometto guida politicamente e militarmente uomini che combattono contro il cugino e genero di Maometto, diventato uno dei futuri “califfi ben guidati”.

Talha e Zubayr, entrambi Compagni eminenti, appartengono allo schieramento anti-Ali e muoiono nel contesto del conflitto. Questi non sono musulmani vissuti secoli dopo, quando il presunto Islam originario sarebbe ormai degenerato. Sono protagonisti della generazione che la stessa tradizione presenta come superiore alle altre.

La “migliore generazione” arriva a risolvere la propria lotta politica sul campo di battaglia.

La guerra civile non irrompe dopo l’età esemplare. Esplode dentro di essa.

Siffin: la “fazione ribelle” contro Ali

La vittoria di Ali nella battaglia del Cammello non ristabilisce l’unità. Muawiya, governatore della Siria e parente di Uthman, rifiuta di sottomettersi al nuovo califfo e utilizza la richiesta di punire gli assassini di Uthman come fondamento della propria opposizione.

Nel 657 i due eserciti musulmani si affrontano a Siffin. Ancora una volta non sono musulmani contro persiani, bizantini o pagani. Sono musulmani contro musulmani, con importanti uomini della prima comunità schierati su fronti opposti.

Qui la stessa tradizione canonica sunnita conserva un giudizio particolarmente pesante.

Ammar ibn Yasir combatte dalla parte di Ali. Il Sahih al-Bukhari 2812 attribuisce a Maometto questa predizione:

“Ammar sarà ucciso dalla fazione ribelle e aggressiva. Ammar li chiamerà verso Allah ed essi lo chiameranno verso il Fuoco.”

Ammar viene ucciso a Siffin combattendo contro lo schieramento siriano di Muawiya.

La fonte sunnita non si limita quindi a raccontare che due gruppi di rispettabili Compagni ebbero una pacifica divergenza interpretativa: definisce il gruppo che uccide Ammar “la fazione ribelle” e aggiunge che essa lo avrebbe chiamato verso il Fuoco.

È materiale canonico sunnita, non propaganda sciita e non polemica moderna.

Al-Qurtubi: Ali era l’imam, gli avversari erano ribelli

Al-Qurtubi rende la questione ancora più esplicita commentando Corano 49:9:

“Se due gruppi di credenti combattono tra loro, riconciliateli. Se uno dei due aggredisce l’altro, combattete quello che aggredisce finché ritorni all’ordine di Allah. Se ritorna, riconciliateli con giustizia e siate equi. In verità Allah ama gli equi.”
Corano 49:9

Nel commento a Corano 49:9, al-Qurtubi richiama proprio l’hadith di Ammar e riporta la conclusione dei dotti musulmani: Ali era l’imam e chi era insorto contro di lui era un baghi, un ribelle, che doveva essere combattuto finché non fosse tornato all’obbedienza.

La terminologia è inequivocabile. Uno dei quattro “ben guidati” viene combattuto da altri protagonisti della prima generazione, e la stessa dottrina sunnita deve riconoscere giuridicamente la ribellione. Solo dopo aver ammesso il dato interviene la protezione teologica della memoria dei Compagni. La tradizione sunnita ricorre all’ijtihad: gli oppositori di Ali avrebbero cercato sinceramente la soluzione corretta ma sarebbero incorsi nell’errore.

Prima vengono riconosciuti la ribellione, gli eserciti e la guerra. Poi l’errore viene moralmente sterilizzato attraverso l’ijtihad. È uno dei meccanismi attraverso i quali una guerra civile fra uomini venerati può essere incorporata in una storia religiosa che deve continuare a venerarli tutti.

I morti rimangono. La ribellione rimane. Gli eserciti rimangono. Cambia il modo in cui il credente viene invitato a giudicare i protagonisti.

I kharigiti e l’assassinio di Ali

Siffin non conclude la guerra civile. Produce un’altra spaccatura.

L’arbitrato accettato dopo la battaglia provoca la rottura di una parte dello stesso schieramento di Ali. Questi uomini rifiutano la soluzione negoziata e si separano dal califfo. Da questo ambiente emerge il movimento kharigita. Ali deve quindi combattere non soltanto lo schieramento di Aisha e quello di Muawiya, ma anche uomini che fino a poco prima avevano combattuto dalla sua stessa parte.

Nel 658 li affronta e li sconfigge nella battaglia di Nahrawan. Tre anni più tardi, nel 661, Abd al-Rahman ibn Muljam, appartenente all’ambiente kharigita, colpisce Ali nella moschea di Kufa. Il quarto “califfo ben guidato” muore per le ferite.

La traiettoria del suo califfato riassume il fallimento dell’immagine di un’epoca armoniosa: la vedova di Maometto gli muove guerra, Muawiya gli muove guerra, una parte del suo stesso esercito lo abbandona, Ali combatte gli ex sostenitori e infine uno di loro lo assassina.

Uthman era stato ucciso dai ribelli musulmani. Ali viene assassinato da un dissidente prodotto dalla stessa guerra civile.

Quattro califfi, quattro successioni differenti

La cronologia mostra inoltre che il califfato rashidun non consegna neppure un unico metodo di successione:

Califfo Come arriva al potere Come termina il governo
Abu Bakr Bay’a nata dalla crisi della Saqifa, poi estesa alla comunità Muore nel 634
Umar Designato direttamente da Abu Bakr Assassinato nel 644
Uthman Scelto dal consiglio ristretto predisposto da Umar Assassinato durante la rivolta del 656
Ali Riceve la bay’a nella crisi successiva all’assassinio di Uthman Assassinato nel 661

Non esiste una procedura stabilita da Maometto e applicata ordinatamente dai suoi quattro successori.

Schema della successione di Maometto e dei primi califfi ben guidati
Schema semplificato dei principali legami familiari e politici nella successione a Maometto: Abu Bakr, Umar, Uthman, Ali, Hasan e Muawiya, fino alla nascita del potere omayyade.

Ogni successione risolve il problema in maniera diversa. È quindi significativo che la teoria islamica successiva debba riconoscere più modalità attraverso le quali può essere istituito un imam. Nel commento di Ibn Kathir a Corano 2:30 vengono discusse la designazione, la scelta operata dal predecessore, la shura, la decisione degli uomini dotati di autorità e perfino la situazione in cui un uomo riesce a imporre agli altri la propria obbedienza e l’ordine viene accettato per evitare una discordia peggiore.

La pluralità della teoria non nasce da una costituzione originaria chiara. Serve a rendere compatibili modalità di acquisizione del potere che erano state differenti fin dall’inizio.

I “quattro ben guidati” non furono sempre quattro

C’è un ulteriore problema per la rappresentazione moderna del califfato rashidun come blocco originario perfettamente definito: perfino il quartetto canonico dei “ben guidati” non emerge immediatamente dalla prima letteratura sunnita con l’uniformità che oggi viene data per scontata.

Christopher Melchert, nello studio accademico The Rightly-Guided Caliphs: The Range of Views Preserved in Hadith, analizza le differenti posizioni conservate nella letteratura degli hadith: tradizioni che privilegiano Abu Bakr e Umar, altre che aggiungono Uthman, altre ancora che comprendono pienamente Ali, insieme a differenti valutazioni del rango degli ultimi due. I-Wen Su, in Toward a Sunni Consensus on the Rightly Guided Caliphs, ricostruisce il processo attraverso il quale la posizione sunnita dei quattro si consolidò progressivamente. Nei primi secoli ebbe notevole diffusione presso gli ahl al-hadith una formulazione che privilegiava Abu Bakr, Umar e Uthman prima che il quartetto diventasse la soluzione canonica.

Anche l’elenco dei “ben guidati”, quindi, è il risultato di un processo di sistemazione della memoria sunnita. Questo non significa che i quattro personaggi siano inventati. Significa qualcosa di molto più rilevante per il tema affrontato qui: la categoria religiosa che li unisce in un’unica età esemplare non va proiettata ingenuamente sul 632 come se fosse già allora completa, pacifica e universalmente riconosciuta.

Prima ci furono uomini che si contesero il governo, califfi contestati, ribellioni e guerra civile.

Poi quei decenni vennero ricomposti come età dei “califfi ben guidati”.

Madelung, Crone ed El-Hibri: dalla storia alla memoria religiosa

La storiografia moderna permette di vedere ancora meglio la distanza fra gli avvenimenti e la loro successiva canonizzazione.

Wilferd Madelung, in The Succession to Muhammad, apre il proprio studio ricordando che nessun evento ha diviso l’Islam più profondamente e durevolmente della questione della successione a Maometto. Il dato è quasi sufficiente da solo a mettere in crisi l’immagine dell’età armoniosa: la fase trasformata nella grande età della corretta guida contiene già il conflitto politico-religioso destinato a produrre la divisione più duratura dell’Islam.

Patricia Crone affronta il problema da un’altra prospettiva. In God’s Rule: Government and Islam colloca le prime guerre civili e la formazione delle correnti islamiche al centro dello sviluppo delle idee musulmane sul potere e sull’autorità religiosa. La prima fitna non è quindi una parentesi insignificante che può essere staccata dal “vero Islam”. Contribuisce alla formazione delle categorie attraverso le quali l’Islam successivo penserà il califfato, l’imam legittimo, la ribellione e l’ortodossia.

Tayeb El-Hibri, in Parable and Politics in Early Islamic History: The Rashidun Caliphs, studia invece il modo in cui le cronache musulmane successive costruiscono letterariamente il significato dei primi califfi e delle loro guerre, trasformando la successione in materiale attraverso cui definire virtù, legittimità e ortodossia. Il risultato è chiaro.

Se si accettano largamente le fonti sunnite, esse stesse raccontano Saqifa, esclusione di Ali, rottura di Fatima con Abu Bakr, guerre della Ridda, nepotismo e assassinio di Uthman, Aisha alla guida di un esercito contro Ali, Siffin, la fazione ribelle, i kharigiti e l’assassinio di Ali. Se invece si sottopongono quelle narrazioni alla critica storica più radicale, diventa ancora meno sostenibile prendere la successiva rappresentazione religiosa dei “quattro ben guidati” come fotografia incontaminata del VII secolo.

In entrambi i casi l’agiografia non può essere scambiata per storia.

La violenza politica non arrivò dopo Maometto

La difesa più comoda consiste nel sostenere che tutto questo rappresenti una degenerazione successiva: Maometto e la prima comunità avrebbero consegnato un Islam puro e spirituale, successivamente corrotto dall’ambizione politica. Ma la politica non entra nell’Islam con Uthman, Aisha o Muawiya. Era già dentro il sistema costruito da Maometto.

Come già documentato nell’articolo sui primi musulmani, l’Islam di Medina diventa un movimento religioso, politico e militare. Maometto organizza spedizioni, combatte nemici, colpisce interessi commerciali, prende prigionieri, distribuisce bottino, stabilisce obblighi fiscali, conquista territori e governa la comunità. La religione e il potere non erano due sfere che i successori decisero successivamente di mescolare. Maometto le aveva già unite nella propria persona.

Per questo la successione non riguardava semplicemente chi dovesse recitare una preghiera davanti agli altri, ma chi avrebbe ereditato il controllo politico della comunità, gli eserciti, la zakat, il bottino, le nomine dei governatori, i territori conquistati e l’immenso prestigio derivante dall’essere il successore del Profeta. Alla morte di Maometto, gli uomini che avevano contribuito a costruire quel sistema si trovarono davanti a una domanda per la quale non possedevano una procedura univoca: chi avrebbe comandato? La risposta fu data prima alla Saqifa, poi con la designazione personale, poi attraverso un collegio ristretto, poi nella crisi seguita all’assassinio di Uthman. E infine sul campo di battaglia.

La prima guerra civile non è la corruzione tardiva di una religione originariamente estranea alla politica e alla forza. È l’esplosione interna di un sistema che aveva già unito religione, governo e potere militare sotto Maometto.

Conclusione: dalla guerra civile all’età dell’oro

L’espressione “califfi ben guidati” cambia completamente significato quando viene rimessa accanto alla cronologia. Maometto muore dopo avere riunito nella propria persona religione, legge, esercito e governo. Al-Qurtubi riconosce che non aveva espresso una designazione esplicita del califfato. Gli Ansar si riuniscono alla Saqifa per discutere il comando; Abu Bakr e Umar intervengono; gli Ansar rivendicano il proprio ruolo; Abu Bakr rivendica il governo per i Quraysh; viene proposta perfino una doppia leadership. Umar teme la spaccatura e presta rapidamente la bay’a ad Abu Bakr, definendo poi quell’investitura una decisione improvvisa che non dovrebbe essere ripetuta senza consultazione.

Ali denuncia di essere stato escluso. Fatima entra in conflitto con Abu Bakr e, secondo Bukhari, non gli parla più fino alla morte. Ali presta la propria fedeltà soltanto mesi dopo. Abu Bakr combatte le guerre della Ridda per ristabilire l’autorità religiosa, politica e fiscale di Medina, poi designa personalmente Umar. Umar viene assassinato e introduce un altro sistema di successione, il consiglio dei sei, dal quale emerge Uthman.

Uthman pratica una politica nepotistica, affidando importanti incarichi a numerosi membri del proprio clan. Il malcontento cresce. Il califfo viene assediato e assassinato dai ribelli. Ali riceve la bay’a dentro quella crisi. Aisha, vedova di Maometto e “madre dei credenti”, assume la guida politico-militare di uno schieramento armato contro di lui. La battaglia del Cammello lascia morti importanti Compagni. Muawiya rifiuta di sottomettersi ad Ali e lo combatte a Siffin. Ammar viene ucciso dalla parte che il Sahih al-Bukhari definisce “fazione ribelle”. Al-Qurtubi dichiara Ali imam legittimo e gli insorti contro di lui baghi, ribelli.

Una parte degli stessi sostenitori di Ali rompe poi con lui, dando origine ai kharigiti. Ali li combatte a Nahrawan e uno di loro lo assassina. Tre dei primi quattro califfi muoiono assassinati: Uthman viene eliminato da una rivolta musulmana contro il suo governo; Ali da una frattura nata dentro la stessa guerra civile musulmana. La vedova di Maometto guida uomini contro suo genero, Compagni combattono altri Compagni e un grande tafsir sunnita deve definire ribelli gli uomini che combattono uno dei futuri “califfi ben guidati”. Non esiste nemmeno una procedura di successione comune ai quattro governanti successivamente trasformati in modello.

E neppure il quartetto dei “ben guidati” appare nella prima tradizione con l’uniformità con cui verrà presentato in seguito. La costruzione religiosa successiva prende questo materiale e lo ricompone. Uthman, il califfo accusato di nepotismo, contestato e assassinato, diventa martire e “ben guidato”. Gli oppositori armati di Ali vengono riconosciuti come ribelli, ma contemporaneamente protetti moralmente attraverso l’ijtihad. Gli eserciti contrapposti della prima guerra civile possono essere trasformati in gruppi di Compagni comunque degni di venerazione. Il quartetto viene progressivamente fissato come sequenza canonica. Non sono gli avvenimenti a produrre spontaneamente l’immagine dell’età dell’oro. È la teologia successiva a riorganizzare gli avvenimenti fino a renderli compatibili con quell’immagine.

Il dato fondamentale rimane. Maometto aveva costruito un enorme potere religioso e politico intorno alla propria persona e morì senza lasciare, secondo la stessa tradizione sunnita, una designazione esplicita del califfato. I suoi successori non ereditarono una procedura politica uniforme: dovettero costruirla mentre si contendevano il comando. Nel giro di pochi decenni quella lotta produsse ribellioni, nepotismo, guerre tra Compagni e assassinii.

Questo non avvenne nella remota decadenza dell’Islam medievale, ma nell’epoca che il sunnismo avrebbe trasformato nel proprio modello originario.

Prima vennero la lotta per il potere, il nepotismo, le ribellioni, gli eserciti contrapposti e il sangue. Poi arrivarono i “califfi ben guidati”.

Fonti principali

Sunan Abi Dawud 4607: testo diretto dell’hadith sulla Sunna di Maometto e sulla Sunna dei “califfi ben guidati”.
Jami al-Tirmidhi 2676: versione parallela dell’hadith sui califfi ben guidati. Sahih al-Bukhari 2651: tradizione sulla “migliore generazione”.
Sahih al-Bukhari 6830: resoconto della Saqifa e della bay’a di Abu Bakr. Sahih al-Bukhari 4240-4241: Fatima, Abu Bakr, Ali e la mancata consultazione sulla questione del governo.
Sahih al-Bukhari 1399-1400: Abu Bakr e la decisione di combattere chi separava preghiera e zakat. Sahih al-Bukhari 2812: Ammar e la “fazione ribelle”.
Al-Qurtubi, Corano 42:38: commento sulla shura e sulla mancata designazione esplicita del califfato. Al-Qurtubi, Corano 49:9: commento su Ali come imam e sugli insorti contro di lui come ribelli.
Ibn Kathir, Corano 2:30: discussione sulle differenti modalità di istituzione dell’imamato. Wilferd Madelung, The Succession to Muhammad: introduzione e capitolo su Uthman.
Jonathan P. Berkey, The Formation of Islam: capitolo sul periodo omayyade e sulle nomine familiari di Uthman. Encyclopaedia Iranica: voce su Ali, con le accuse di nepotismo rivolte a Uthman e la ricostruzione delle prime lotte politiche.
Shahla Haeri, The Unforgettable Queens of Islam: capitolo sulla leadership politico-militare di Aisha nella battaglia del Cammello. Christopher Melchert, The Rightly-Guided Caliphs: The Range of Views Preserved in Hadith: Oxford University Research Archive.
I-Wen Su, Toward a Sunni Consensus on the Rightly Guided Caliphs: Journal of the American Oriental Society. Patricia Crone, God’s Rule: Government and Islam: Columbia University Press.
Tayeb El-Hibri, Parable and Politics in Early Islamic History: The Rashidun Caliphs: Columbia University Press. Pew Research Center: stima della distribuzione mondiale tra sunniti e sciiti.

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