Maometto era analfabeta? Ummi, Corano e hadith
Uno degli argomenti più ripetuti dall’apologetica islamica è questo: Maometto sarebbe stato analfabeta e, proprio per questo, non avrebbe potuto comporre il Corano. Da qui nasce una delle formule più usate nella predicazione musulmana: se un uomo incapace di leggere e scrivere ha portato un testo come il Corano, allora il Corano deve essere necessariamente un miracolo divino. Il ragionamento è suggestivo, ma molto meno solido di quanto sembri. Prima di trasformare l’analfabetismo di Maometto in una prova teologica, bisognerebbe infatti chiedersi una cosa semplice: il Corano e gli hadith dicono davvero, in modo inequivocabile, che Maometto fosse incapace di leggere e scrivere?
La risposta è meno lineare di quanto racconti la divulgazione islamica popolare. Il termine arabo usato dal Corano, ummi, non significa necessariamente “analfabeta” nel senso moderno di persona incapace di leggere e scrivere. Può indicare anche chi appartiene a un popolo privo di una Scrittura rivelata, cioè i “gentili”, contrapposti agli ebrei e ai cristiani, considerati popoli del Libro. La questione, quindi, non è così semplice come viene presentata nei sermoni, nei video apologetici o nei manualetti di dawah.
Il versetto più citato a sostegno dell’analfabetismo di Maometto è Corano 7:157:
a coloro che seguono il Messaggero, il Profeta illetterato che trovano chiaramente menzionato nella Torâh e nell’Ingil, colui che ordina le buone consuetudini e proibisce ciò che è riprovevole, che dichiara lecite le cose buone e vieta quelle cattive, che li libera del loro fardello e dei legami che li opprimono. Coloro che crederanno in lui, lo onoreranno, lo assisteranno e seguiranno la luce che è scesa con lui, invero prospereranno.
Qui Maometto viene definito an-nabī al-ummī, cioè “il profeta ummi”. Ma tradurre automaticamente ummi con “analfabeta” significa già scegliere un’interpretazione, non limitarsi a riportare il testo. Per capire il termine bisogna confrontarlo con altri versetti coranici e con il modo in cui il Corano distingue gli arabi privi di Scrittura dai popoli che possedevano una tradizione rivelata precedente.
Un versetto importante è Corano 62:2:
Egli è Colui che ha inviato tra gli illetterati un messaggero della loro gente, che recita i Suoi versetti, li purifica e insegna loro il Libro e la Saggezza, anche se in precedenza erano in errore evidente.
In questo caso il termine non indica semplicemente un gruppo di persone incapaci di leggere e scrivere. Indica piuttosto una comunità che non possedeva una Scrittura rivelata come la Torah o il Vangelo. Gli “illetterati” sono gli arabi non appartenenti ai popoli del Libro, non necessariamente una massa di analfabeti in senso tecnico. Il dato è religioso e identitario prima ancora che scolastico.
Lo stesso problema emerge in Corano 2:78, riferito ad alcuni ebrei:
E tra loro ci sono illetterati che hanno solo una vaga idea delle Scritture sulle quali fanno vane congetture.
Qui il Corano parla di persone appartenenti all’ambiente giudaico e le definisce ugualmente “illetterate”. Sarebbe assai improbabile intendere il passo come se tutti costoro fossero materialmente incapaci di leggere e scrivere. Il senso più naturale è un altro: persone prive di reale conoscenza delle Scritture, ignoranti rispetto alla tradizione rivelata, legate a congetture più che a una competenza dottrinale. Questo indebolisce molto l’automatismo apologetico secondo cui ummi significherebbe sempre e soltanto “analfabeta”.
Il versetto che va affrontato con maggiore serietà è però Corano 29:48:
Prima di questo non recitavi alcuna Scrittura e non la scrivevi con la tua destra; altrimenti i negatori avrebbero avuto motivo di dubitare.
Questo è il testo più forte a favore della tesi islamica tradizionale. Ma anche qui bisogna leggere con attenzione. Il versetto non dice necessariamente che Maometto fosse incapace di leggere e scrivere in senso assoluto. Dice che prima della rivelazione non recitava né trascriveva una Scrittura precedente. La differenza è decisiva: non conoscere o non copiare testi sacri anteriori non equivale automaticamente a essere analfabeta.
Anche Corano 25:5 è interessante, perché registra l’accusa rivolta a Maometto dai suoi oppositori:
E dicono: “Favole degli antichi che egli si è fatto scrivere; gli vengono dettate mattina e sera”.
Il versetto non prova da solo che Maometto scrivesse materialmente di suo pugno. Mostra però che i suoi avversari non lo immaginavano come una figura totalmente estranea alla produzione di testi, dettature, trasmissioni e materiali scritti. Secondo l’osservazione di Alessandro Bausani nell’introduzione alla sua traduzione del Corano, questo passo lascia intravedere l’idea che i concittadini di Maometto lo ritenessero coinvolto in qualche modo nella scrittura o nella raccolta di materiali precedenti. Anche qui l’immagine devozionale del profeta completamente analfabeta appare molto meno pacifica.
Va poi considerato un dato biografico spesso liquidato troppo rapidamente. Maometto fu mercante, lavorò per Khadīja e venne impiegato in attività commerciali prima della predicazione. Questo non prova automaticamente che sapesse leggere e scrivere, ma rende meno credibile l’immagine ingenua di un uomo completamente separato da contratti, conti, merci, accordi e comunicazioni scritte. Un mercante poteva certamente servirsi di memoria, collaboratori e scribi, ma la caricatura dell’uomo totalmente estraneo alla cultura documentaria del suo ambiente è tutt’altro che dimostrata.
Gli hadith: “scrisse” o “fece scrivere”?
Il discorso diventa ancora più delicato quando si passa agli hadith. Alcune tradizioni riportano che Maometto “scrisse” lettere, trattati o documenti. Bisogna però essere precisi: nel linguaggio delle fonti antiche, dire che un sovrano, un capo o un profeta “scrisse” una lettera può significare anche che la fece scrivere da uno scriba. Per questo non conviene usare ogni hadith come se fosse una prova diretta che Maometto impugnasse materialmente la penna. Sarebbe un errore metodologico e offrirebbe all’apologeta islamico una via facile per eludere il problema.
Detto questo, il quadro resta imbarazzante per chi presenta l’analfabetismo di Maometto come una certezza assoluta e indiscutibile. Gli hadith mostrano infatti un Maometto continuamente coinvolto in lettere, trattati, documenti, formule scritte, correzioni testuali e disposizioni da mettere per iscritto. Non è l’immagine di un uomo totalmente estraneo alla scrittura, ma quella di un capo religioso e politico che gestisce la parola scritta come strumento di autorità.
In Sahih al-Bukhari 65, Anas ibn Malik racconta:
Una volta il Profeta scrisse una lettera, o ebbe l’idea di scrivere una lettera. Gli venne detto che i governanti non avrebbero letto una lettera priva di sigillo. Allora il Profeta si procurò un anello d’argento con inciso: “Muhammad, Messaggero di Allah”.
Il testo può essere inteso nel senso che Maometto fece scrivere una lettera, ma resta comunque significativo: il Profeta non appare come una figura lontana dai documenti scritti, bensì come qualcuno che organizza comunicazioni ufficiali, sigilli e corrispondenza politica.
In Sahih al-Bukhari 3161, riguardo al re di Aila, si legge:
Il re di Aila presentò un mulo bianco e una coperta come dono al Profeta; poi il Profeta gli scrisse un trattato di pace, permettendogli di rimanere nel suo paese.
Anche qui “scrisse” può voler dire “fece redigere”. Ma il dato rimane: trattati, lettere e documenti fanno parte della prassi politica di Maometto. La leggenda del profeta totalmente analfabeta, usata come prova automatica del miracolo coranico, deve fare i conti con questa dimensione documentaria.
In Sahih al-Bukhari 2936, Ibn Abbas riferisce:
Il Messaggero di Allah scrisse una lettera a Cesare dicendo: “Se rigetti l’Islam, sarai responsabile dei peccati della tua gente”.
Ancora una volta, l’hadith può riferirsi alla redazione tramite scriba. Ma questo non cancella il problema: Maometto non è presentato dalle fonti come un semplice predicatore orale isolato da ogni forma di scrittura. È presentato come un capo che usa testi, lettere, sigilli, accordi e disposizioni scritte per affermare la propria autorità.
Il trattato di Hudaybiyyah: il caso più interessante
Il caso più importante è il trattato di Hudaybiyyah, riportato in Sahih al-Bukhari 2731-2732. Durante la redazione dell’accordo con i Quraysh, Maometto ordina di scrivere certe formule. Quando la controparte rifiuta l’espressione “Messaggero di Allah”, Maometto accetta che venga sostituita con “Muhammad ibn Abdullah”.
Il Profeta disse: “Scrivi: Muhammad ibn Abdullah”. E aggiunse: “Per Allah, io sono il Messaggero di Allah anche se voi non mi credete. Scrivi: Muhammad ibn Abdullah”.
Questo episodio è prezioso perché mostra Maometto impegnato in una trattativa testuale precisa: si discute una formula, si contesta un titolo, si decide cosa debba essere scritto nel documento. Alcune tradizioni riferiscono anche l’episodio della cancellazione della formula contestata e della sua sostituzione. Gli apologeti possono sostenere che fu uno scriba a scrivere materialmente, ma non possono cancellare il dato centrale: Maometto dirige il testo, ne controlla le formule e interviene sul contenuto scritto.
Chi vuole ridurre tutto alla frase “era analfabeta, quindi il Corano è un miracolo” deve spiegare perché le stesse fonti islamiche mostrino un Maometto così inserito nella gestione dei documenti. L’analfabetismo assoluto, trasformato in dogma apologetico, non è una conclusione obbligata: è una lettura teologica costruita sopra testi molto più complessi.
Il caso del “testamento scritto” prima della morte
Ancora più forte è il famoso episodio avvenuto durante la malattia finale di Maometto. In Sahih al-Bukhari 114, Ibn Abbas racconta:
Quando la malattia del Profeta peggiorò, egli disse: “Portatemi del materiale per scrivere, così vi scriverò qualcosa dopo il quale non vi svierete”. Ma Umar disse: “Il Profeta è gravemente malato e abbiamo con noi il Libro di Allah, che ci basta”. I Compagni allora discussero e vi fu confusione. Il Profeta disse loro: “Andatevene”.
La stessa scena ritorna in Sahih al-Bukhari 7366:
Alcuni dissero: “Avvicinatevi, affinché il Messaggero di Allah possa scrivere per voi uno scritto dopo il quale non vi svierete”. Altri dissero ciò che aveva detto Umar. Quando fecero molto rumore e dissentirono davanti al Profeta, egli disse: “Andatevene e lasciatemi”. Ibn Abbas era solito dire: “Fu una grande disgrazia che il loro dissenso e il loro rumore impedirono al Messaggero di Allah di scrivere quello scritto per loro”.
Questo episodio è devastante per la narrazione troppo lineare dell’analfabetismo assoluto. Anche concedendo che Maometto volesse dettare e non scrivere materialmente di proprio pugno, resta un fatto: l’episodio non presenta un profeta estraneo alla scrittura, ma un capo religioso che vuole lasciare alla comunità un documento vincolante. È ben diverso dalla caricatura apologetica del profeta totalmente separato dal mondo dei testi.
Il problema non è stabilire con certezza assoluta se Maometto abbia tracciato personalmente ogni lettera. La questione decisiva è un’altra: le fonti islamiche non autorizzano l’uso semplicistico dell’analfabetismo come scorciatoia apologetica. Il Maometto degli hadith non è un uomo magicamente separato dalla scrittura. È un capo che ordina lettere, dirige trattati, usa sigilli, chiede materiali per scrivere e vuole lasciare un documento finale alla propria comunità.
Il contratto di matrimonio con Aisha
Un altro passo spesso citato è Sahih al-Bukhari 5158, riguardante Aisha, la sposa bambina di Maometto:
Il Profeta scrisse il contratto di matrimonio con Aisha quando lei aveva sei anni e consumò il matrimonio con lei quando ne aveva nove.
La traduzione inglese di Sunnah.com usa il verbo “wrote”, cioè “scrisse”. Anche qui, per rigore, bisogna precisare che nel linguaggio giuridico e narrativo la formula può indicare la stipula o la disposizione del contratto, non necessariamente la scrittura manuale da parte di Maometto. Ma il passo rientra nello stesso quadro: la vita di Maometto, secondo le stesse fonti islamiche, è attraversata da atti scritti, contratti, lettere e documenti.
Il miracolo del Corano e la scorciatoia dell’analfabetismo
La propaganda islamica usa spesso uno schema molto semplice: se Maometto era analfabeta, allora non poteva aver prodotto il Corano; se non poteva averlo prodotto, allora il Corano viene da Allah. Ma questo ragionamento regge solo se si accettano in blocco alcune premesse non dimostrate.
La prima premessa è che il termine ummi significhi necessariamente “analfabeta” in senso tecnico. I versetti coranici, però, mostrano che può indicare anche chi non appartiene ai popoli della Scrittura o chi non possiede una reale conoscenza delle Scritture.
La seconda premessa è che Maometto fosse totalmente incapace di leggere e scrivere. Ma Corano e hadith delineano una situazione più ambigua, nella quale Maometto è comunque coinvolto in lettere, trattati, contratti, materiali scritti e formule documentarie.
La terza premessa è che un testo religioso debba necessariamente essere prodotto da un solo autore isolato. Ma il problema della composizione del Corano è molto più complesso. Esistono trasmissione orale, raccolta successiva, memorizzazione, scribi, varianti, redazioni e interventi politici nella fissazione del testo. Per questo l’argomento “Maometto era analfabeta, quindi il Corano è miracoloso” è più una formula da predicazione che una dimostrazione storica.
Chi vuole approfondire il tema deve distinguere tra fede e storia. Per la fede islamica, il Corano è la parola eterna di Allah. Per l’analisi storica, invece, il Corano è un testo nato in un ambiente preciso, trasmesso, raccolto, ordinato e canonizzato dentro una comunità religiosa e politica. L’analfabetismo di Maometto non risolve il problema: lo copre con una risposta devozionale.
Per questo il tema va collegato anche alla domanda più ampia: chi ha scritto davvero il Corano? E va confrontato con l’altra grande pretesa apologetica: il Corano sarebbe davvero inimitabile? In entrambi i casi, la retorica islamica cerca di trasformare una convinzione religiosa in una prova oggettiva. Ma appena si entra nei testi, nelle varianti, nelle fonti e nella storia della trasmissione, quella sicurezza comincia a incrinarsi.
Conclusione
La tesi secondo cui Maometto fosse certamente analfabeta non è così solida come viene presentata. Il termine ummi può indicare l’appartenenza a un popolo privo di Scrittura rivelata, non necessariamente l’incapacità materiale di leggere e scrivere. Il Corano stesso usa il campo semantico dell’“illetteratezza” in modo più ampio di quanto l’apologetica ammetta. Gli hadith, poi, mostrano Maometto in costante rapporto con documenti, lettere, trattati, contratti e disposizioni scritte.
La conclusione più prudente è anche la più scomoda per la propaganda islamica: non possiamo usare in modo semplicistico gli hadith per dire che Maometto scrivesse sempre personalmente, ma non possiamo nemmeno accettare la leggenda apologetica del profeta totalmente analfabeta come se fosse un dato storico indiscutibile. Le fonti islamiche sono più ambigue, più problematiche e meno utili alla predicazione di quanto molti musulmani siano disposti ad ammettere.
Il “profeta illetterato”, dunque, non dimostra affatto il miracolo del Corano. Dimostra semmai quanto l’apologetica islamica abbia bisogno di semplificare testi complessi per trasformarli in slogan religiosi.

Mi dispiace lei e ignorante
Ummii in arabo soprattutto nel
Versetto che hai citato non vuol
Dire illetterato
Ah no? E cosa vorrebbe dire quel termine inserito in quei versetti?
E’ ampiamente documentato che erano una grande percentuale gli ebrei, e sopratutto i giudei, che a partire del regno di Davide, 1000 A.C., imparavano a leggere… un indizio sotto gli occhi di tutti è la pratica del “bar mitzvha” a cui ogni ragazzino intorno ai 12 anni era tenuto (attualmente ancora si fa), dove è previsto che il ragazzo dovesse leggere dei versetti della Torha e commentarli alla presenza di tutti. Era usanza (anche questa molto documentata) che i bambini venissero affidati a un rabino perchè gli insegnasse a leggere e imparare la Torha…
Sorge spontanea la domanda : l’onnisciente Allah non sapeva forse queste cose? o forse è più plausibile pensare che chi scrive quei versetti coranici non mistifichi volutamente la verità per esaltare la figura di Maometto a discapito del resto? O magari, a voler pensare in buona fede, forse avendo esperienza solo di qualche piccola tribù stanziata nel deserto Maometto si era fatto una idea del tutto distorta della cultura ebraica perchè magari non avevano possibilità di rabbini che insegnassero ai ragazzini ?
Certo che un affermazione del genere, e cioè che gli ebrei non conoscessero la torha, è risibile, perchè comunque tutta la vita di un ebreo, soprattutto a quei tempi, girava intorno alle leggi e ai precetti della torha. Uno dei precetti conisteva proprio nel trasmettere le vicende e le leggi della torha di padre in figlio (vedasi l’haggaddà shel pesach).
In questa, e in molte altre parti del Corano, Allah sembra non essere affatto onnisciente, e molto più preoccupato che si creda in “Maometto” e di raggiungere gli scopi di questo a tutti i costi e con qualunque sotterfugio… molto umana come cosa e per nulla divina… Alcuni versi sembrano più che altro molto in linea con “il Principe” di Machiavelli.
Il fatto che non sapesse scrivere e leggere magari me lo faceva perdonare per certe cose . Ma adesso che so che sapeva leggere e scrivere diventa veramente imperdonabile . Preferisco credere che non sapesse scrivere e che delle persone abbiano scritto per lui certe cose …