Oltre ai familiari, ai parenti e agli amici più stretti di Maometto, chi erano gli uomini che aderirono al suo movimento? Le stesse fonti islamiche raccontano di schiavi, poveri, individui privi di solide protezioni tribali e, nella prima Medina, combattenti coinvolti nelle incursioni contro le carovane e nelle dispute per la spartizione del bottino. Una tradizione arrivò persino a conservare l’accusa di «ladri dei pellegrini» rivolta ad alcune tribù che gli avevano prestato giuramento. La successiva idealizzazione dei compagni contrasta con queste testimonianze di interessi materiali, rivalità e reputazioni tutt’altro che irreprensibili. Non sono episodi inventati dagli avversari moderni: li raccontano il Corano, gli hadith e gli antichi commentatori musulmani.
L’indagine si concentra sui seguaci esterni al nucleo domestico di Maometto, dalle prime adesioni meccane alla comunità formatasi a Medina fino a Badr (624). I racconti sulle tribù alleate e alcuni versetti successivi aiutano a completare il quadro, senza essere scambiati per testimonianze delle primissime conversioni.
Il mondo dal quale provenivano
Nell’Arabia occidentale del VII secolo, chi era privo della protezione di un clan o di mezzi economici sufficienti si trovava in una posizione vulnerabile. La tradizione islamica annovera fra i primi seguaci anche persone socialmente deboli, come Bilāl, uno schiavo, e ʿAmmār ibn Yāsir, insieme ad altri individui di condizione modesta. Nel colloquio con Eraclio tramandato da Sahih al-Bukhari 7, Abū Sufyān risponde senza esitazioni che a seguire Maometto erano i poveri, piuttosto che i notabili. È questo seguito, esterno alla cerchia privilegiata dei familiari, che interessa ricostruire.
Anche un dettaglio alimentare restituisce l’ambiente concreto: in Sahih al-Bukhari 5537 Khālid ibn al-Walīd mangia un ḍabb, un grosso sauro del deserto arrostito, davanti a Maometto, che non lo mangia ma non lo proibisce. La testimonianza è successiva a Badr. L’Arabia delle fonti è fatta di uomini in carne e ossa, con appetiti e abitudini terrene.
Alla Mecca aderire al movimento significava entrare in un gruppo ancora minoritario. Con i giuramenti di al-ʿAqaba e l’egira del 622 il quadro mutò: Maometto acquisì una base territoriale, alleati e un’autorità politico-religiosa. A Medina, per chi partecipava alle spedizioni, l’appartenenza alla comunità comportava anche l’accesso alle spoglie di guerra. Protezione, prestigio e ricompense materiali divennero parte del funzionamento concreto del movimento.
Il bottino non è un’aggiunta tardiva
Dopo il trasferimento a Medina Maometto promosse spedizioni contro le rotte commerciali dei Quraysh. A Nakhla, nel 624, secondo le fonti musulmane un gruppo attaccò una carovana e si impadronì di beni. Poco dopo il tentativo di intercettarne un’altra sfociò nella battaglia di Badr. Già allora il bottino era questione di interessi, rivalità e autorità religiosa.
La sura 8, al-Anfāl — «Il bottino» — si apre proprio con la controversia sulle spoglie:
«Ti interrogano riguardo al bottino. Di’: “Il bottino appartiene a Dio e al Messaggero”…»
Lo stesso testo registra un desiderio molto concreto dei combattenti:
«E quando Dio vi promise che una delle due schiere sarebbe stata vostra, voi desideravate che fosse vostra quella priva di forza armata…»
Al-Ṭabarī, commentando Corano 8:7, identifica la schiera meno armata con la carovana commerciale di Abū Sufyān, contrapposta alla forza armata accorsa a difenderla. Riporta anche una tradizione secondo cui Maometto informò i suoi uomini delle merci trasportate e della scarsa scorta. La preferenza per il bersaglio meno pericoloso e più redditizio è descritta nelle fonti musulmane stesse.
Il rimprovero relativo ai prigionieri di Badr è ancora più esplicito:
«Non è dato a un profeta avere prigionieri di guerra finché non abbia fatto strage sulla terra. Voi desiderate i beni effimeri di questo mondo, mentre Dio vuole l’altra vita…»
Corano 8:41 stabilisce che un quinto del bottino spetti a Dio, al Messaggero, ai parenti, agli orfani, ai poveri e al viandante; 8:69 dichiara lecito e buono ciò che è stato preso come bottino. Le spoglie non vengono escluse dalla vita religiosa: la loro acquisizione e distribuzione entrano nel testo sacro.
In Sunan Abi Dawud 2737 la questione diventa una lite fra i vincitori di Badr. Maometto aveva promesso ricompense per determinate azioni; dopo lo scontro, i giovani avanzati nel combattimento e gli anziani rimasti presso gli stendardi si contesero le spoglie. Il racconto collega questa controversia alla rivelazione di Corano 8:1. Il bottino non è una supposizione moderna: è oggetto di un conflitto narrato dalla tradizione stessa.
«Ladri dei pellegrini»
Sahih al-Bukhari 3516 conserva un’accusa imbarazzante. Al-Aqraʿ ibn Ḥābis dice a Maometto che a prestargli giuramento sarebbero stati i «ladri dei pellegrini» delle tribù di Aslam, Ghifār e Muzayna. Maometto replica dichiarando quelle tribù migliori di altre. La raccolta non presenta l’episodio per screditarle; eppure conserva intatta l’accusa di brigantaggio rivolta a gruppi entrati nell’orbita del movimento. Non è possibile datare con sicurezza l’episodio al periodo anteriore a Badr: la tradizione tramanda comunque l’associazione di alcune tribù alleate al furto ai danni dei pellegrini.
Il contrasto emerge ancora meglio leggendo gli hadith vicini. In Sahih al-Bukhari 3514 Maometto dichiara: «Che Allah salvi Aslam e perdoni Ghifār». In Sahih al-Bukhari 3515 afferma inoltre che Juhayna, Muzayna, Aslam e Ghifār sono migliori di Banū Tamīm, Banū Asad, Banū ʿAbd Allāh ibn Ghaṭafān e Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa. Il medesimo giudizio favorevole ritorna in Bukhari 3516, proprio in risposta all’accusa di essere «ladri dei pellegrini». Le tre tradizioni non dimostrano che tutti i membri di quelle tribù fossero predoni: mostrano però che la raccolta conserva fianco a fianco un’accusa di razzia contro i pellegrini e l’esplicita approvazione di Maometto per i gruppi chiamati in causa.

Il Paradiso come ricompensa concreta
Il Paradiso coranico non è una pura astrazione spirituale. La promessa comprende acqua, vino, latte, miele, cibi, riposo e piaceri, beni particolarmente desiderabili in un mondo segnato da scarsità e precarietà:
«Ecco la descrizione del Giardino promesso ai timorati: in esso vi sono fiumi d’acqua che non si altera, fiumi di latte il cui sapore non cambia, fiumi di vino delizioso per chi beve e fiumi di miele purificato…»
Nella sura 56 il termine arabo ḥūr è reso nella traduzione italiana di Islamicamentando (56:22-23) con «figure dai grandi occhi, dal bianco luminoso e dal nero intenso», paragonate a perle ben custodite. Ai versetti 56:35-37 il testo parla esplicitamente di figure femminili create vergini, amabili e coetanee. Le ricompense sensuali fanno parte dell’immaginario religioso.

In una fase medinese successiva a Badr la promessa viene collegata direttamente al combattimento:
«In verità Dio ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni in cambio del Paradiso: combattono sulla via di Dio, uccidono e vengono uccisi.»
Sahih al-Bukhari 2787 attribuisce a Maometto la promessa che il combattente per Allah entrerà in Paradiso se morirà, oppure tornerà con ricompense e bottino. Corano 48:20, anch’esso successivo a Badr, annuncia numerosi bottini promessi da Dio. Guadagno terreno e premio ultraterreno compaiono esplicitamente nella predicazione e nella tradizione islamica.
Conclusione
Nei primi anni di Medina il movimento di Maometto non si limitava a raccogliere fedeli e a insegnare preghiere. Organizzava spedizioni contro le carovane, affrontava controversie per le spoglie e attribuiva alla rivelazione l’autorità di regolarne la spartizione. Le fonti parlano di combattenti interessati a ciò che potevano ottenere, non soltanto di uomini assorti nella contemplazione dell’aldilà.
La testimonianza più efficace contro un ritratto indistintamente edificante dei compagni proviene dalla stessa documentazione musulmana: il Corano registra il desiderio della carovana meno difesa, disciplina il bottino e rimprovera la ricerca dei beni terreni; Abu Dawud tramanda una disputa sulle ricompense; Bukhari conserva l’accusa di «ladri dei pellegrini» rivolta a tribù alleate. La successiva idealizzazione dei compagni ha sovrapposto alle origini un modello di perfezione morale che mal si concilia con questi racconti.
Il primo movimento islamico non fu una confraternita di santi estranei agli interessi del mondo. Accanto ai credenti e agli uomini di rango troviamo persone marginali, combattenti intenti a conquistare e spartire ricchezze e gruppi bersaglio di accuse di brigantaggio. Già nella prima Medina rivelazione, guerra e bottino erano strettamente intrecciati.










Ben fatto e la situazione disegnata sembra verosimile.