Cristianesimo 178 milioni di morti, Islam 31 milioni? Il trucco di Body Count
«Statisticamente, quale religione è stata la più violenta?»
Da anni circola sui social un grafico che sembra offrire una risposta definitiva. Alla cosiddetta “civiltà cristiana” vengono attribuite circa 178 milioni di vittime; alla “civiltà islamica” poco più di 31 milioni.
La conclusione suggerita è immediata: il cristianesimo avrebbe causato quasi sei volte più morti dell’Islam e sarebbe quindi, numeri alla mano, la religione più violenta della storia.
Il grafico non è stato inventato da una pagina social. Proviene realmente da Body Count: A Comparative Quantitative Study of Mass Killings in History, studio di Naveed S. Sheikh pubblicato dal Royal Islamic Strategic Studies Centre e successivamente inserito nel volume War and Peace in Islam: The Uses and Abuses of Jihad.
Non siamo dunque davanti a un’immagine falsa. Il problema è più profondo: il grafico viene utilizzato per sostenere una conclusione che il metodo dello studio non è in grado di dimostrare.
Basta osservare alcuni degli eventi collocati nella categoria cristiana:
- la Prima guerra mondiale;
- la guerra civile americana;
- le guerre napoleoniche;
- la Rivoluzione francese;
- la grande carestia irlandese;
- la Rivoluzione messicana;
- la guerra civile spagnola;
- la guerra in Iraq iniziata nel 2003;
- rivoluzioni, repressioni politiche e campagne coloniali.
Sheikh ha dimostrato che tutti questi eventi furono causati dal cristianesimo?
No. Li ha inseriti in un grande contenitore storico e geopolitico chiamato “civiltà cristiana”.
In quel contenitore finiscono persino violenze prodotte da movimenti rivoluzionari anticlericali, scristianizzatori o apertamente ostili alla Chiesa. Il cristianesimo può quindi essere perseguitato e, nello stesso momento, vedersi attribuire le vittime della propria persecuzione.
Body Count non conta i morti causati dalle religioni. Somma le vittime di eventi assegnati dall’autore a categorie civilizzazionali costruite secondo criteri propri.
La differenza non è una precisazione secondaria. È ciò che separa una classificazione storica da una dimostrazione della responsabilità di una religione.

Lo studio di Naveed Sheikh utilizza categorie come “Christian civilization” e “Islamic civilization”. Questa distinzione tra civiltà e religione è fondamentale per comprendere il significato reale dei dati.
Una guerra combattuta da cristiani non è necessariamente causata dal cristianesimo
Le religioni non sono eserciti, governi o Stati. Non mobilitano materialmente soldati, non firmano trattati e non ordinano bombardamenti.
Ad agire sono individui, organizzazioni armate, monarchie, repubbliche, imperi, movimenti rivoluzionari e governi. La religione può certamente influenzarli: può prescrivere, autorizzare, legittimare, limitare oppure condannare la violenza.
Ma il suo ruolo deve essere dimostrato caso per caso.
In alcuni conflitti la motivazione religiosa è centrale. In altri si combina con interessi territoriali, economici, etnici o politici. In altri ancora la religione rappresenta soltanto l’identità culturale prevalente dei contendenti e non spiega né l’origine della guerra né gli obiettivi perseguiti.
Occorre quindi distinguere almeno quattro fenomeni:
- la violenza commessa da persone appartenenti a una religione;
- la violenza compiuta da uno Stato culturalmente cristiano o islamico;
- la violenza giustificata anche mediante un linguaggio religioso;
- la violenza prescritta, autorizzata o istituzionalizzata da una dottrina religiosa.
Un cristiano può uccidere per vendetta, denaro, nazionalismo, obbedienza politica o odio etnico. La sua appartenenza religiosa non rende automaticamente cristiano il delitto.
Allo stesso modo, uno Stato a maggioranza musulmana può combattere per conquistare un territorio, controllare una risorsa o reprimere un movimento separatista. La fede prevalente tra i suoi cittadini non dimostra, da sola, che la guerra sia stata causata dall’Islam.
Una guerra combattuta da cristiani non è necessariamente una guerra causata dal cristianesimo. Una guerra combattuta da musulmani non è necessariamente una guerra causata dall’Islam.
Questa distinzione non deve diventare un espediente per assolvere automaticamente le religioni. Quando una fonte sacra, una dottrina o un sistema giuridico prescrive di combattere, discriminare o sottomettere determinate categorie di persone, la responsabilità religiosa può essere concreta e documentabile.
Ma deve essere dimostrata esaminando le fonti, le interpretazioni, le norme e il contesto storico. Non può essere presunta osservando quale religione fosse maggioritaria nel territorio dal quale proveniva un esercito.
Che cosa misura realmente Body Count
Sheikh dichiara di avere inizialmente raccolto oltre tremila episodi violenti verificatisi tra l’anno 0 e il 2008, selezionando poi 276 eventi con una stima superiore a diecimila vittime.
Gli episodi vengono distribuiti tra categorie quali:
- guerra;
- guerra civile;
- democidio;
- violenza strutturale.
Vengono successivamente attribuiti a una versione modificata della classificazione delle civiltà resa celebre da Samuel Huntington.
Nella tabella riassuntiva lo studio assegna:
- 178.041.750 vittime alla civiltà cristiana;
- 124.409.500 alla civiltà antiteista;
- 107.923.750 alla civiltà sinica;
- 87.946.750 alla civiltà buddhista;
- 45.561.000 alle civiltà primordiali o indigene;
- 31.018.500 alla civiltà islamica;
- 2.389.250 alla civiltà indiana.

Il grafico più condiviso sui social deriva dallo studio Body Count. I valori rappresentano categorie civilizzazionali costruite dall’autore e non una misurazione diretta delle religioni.
Questi numeri non rappresentano persone che Sheikh abbia dimostrato essere state uccise dal cristianesimo, dall’Islam o dal buddhismo.
Rappresentano le vittime degli eventi che egli ha deciso di collocare nei rispettivi contenitori civilizzazionali.
Il grafico non mostra quanti morti siano stati causati da ciascuna religione. Mostra come Sheikh ha distribuito le vittime tra le categorie da lui costruite.
Una classificazione risponde alla domanda: «In quale contenitore è stato collocato questo evento?»
Una spiegazione causale risponde invece alla domanda: «Perché questo evento è avvenuto e quale ruolo ha avuto realmente la religione?»
Le due domande non coincidono.
Una civiltà non coincide con una religione
Una religione comprende testi, credenze, riti, norme, autorità e tradizioni interpretative. Una civiltà è un costrutto storico molto più ampio, nel quale possono rientrare cultura, lingua, economia, istituzioni, diritto, costumi, collocazione geografica e memoria collettiva.
All’interno della medesima civiltà possono convivere credenti praticanti, credenti nominali, atei, minoranze religiose, Stati confessionali, governi laici, regimi anticlericali e ideologie ostili alla religione storicamente maggioritaria.
Classificare la Francia rivoluzionaria, la Germania nazista, la Spagna franchista e gli Stati Uniti contemporanei all’interno di una generica civiltà occidentale cristiana può forse descrivere una lontana genealogia culturale comune. Non dimostra però che le loro guerre, rivoluzioni o repressioni siano state prodotte dalla teologia cristiana.
La stessa osservazione vale per la categoria islamica. Inserire sotto un’unica etichetta califfati medievali, monarchie, repubbliche nazionaliste, regimi baathisti e Stati contemporanei non stabilisce automaticamente quale ruolo abbia avuto la dottrina islamica nelle rispettive violenze.
Sheikh ammette che civiltà e religione non coincidono, poi le tratta come se coincidessero
Il problema non nasce soltanto dalla successiva semplificazione dei social. È già presente nel passaggio tra la metodologia di Body Count e le conclusioni formulate dallo stesso autore.
A pagina 7 Sheikh scrive:
«Sebbene una “civiltà” non coincida con una religione, quest’ultima è una componente necessaria, ma non sufficiente, della prima» (Body Count, p. 7; traduzione nostra).
Il testo originale recita:
“While a ‘civilization’ is not coterminous with a religion, the latter is a necessary (but not sufficient) component of the former.”
La distinzione è quindi riconosciuta esplicitamente.
Le categorie utilizzate da Sheikh sono infatti enormi contenitori storico-geografici e culturali. La “civiltà cristiana” comprende l’Europa, le Americhe e parti dell’Africa. La “civiltà islamica” comprende il Medio Oriente e vaste aree dell’Asia e dell’Africa.
In questi contenitori rientrano Stati confessionali e Stati laici, credenti e atei, monarchie e repubbliche, governi clericali e movimenti anticlericali, società tradizionali e ideologie ostili alla religione storicamente prevalente.
Il nome religioso della categoria non significa quindi che tutti gli eventi inseriti al suo interno siano stati prodotti dalla rispettiva religione.
Fin qui, la distinzione è formalmente riconosciuta.
Nelle conclusioni, però, Sheikh compie un passaggio molto diverso. A pagina 29 scrive:
«La civiltà cristiana emerge dunque come la più violenta e genocida della storia mondiale» (Body Count, p. 29; traduzione nostra).
Il testo originale è ancora più inequivocabile:
“The Christian civilization, therefore, emerges as the most violent and genocidal in world history.”
Non si limita quindi ad affermare che gli eventi inseriti nella categoria cristiana producono il totale numerico più elevato. Trasforma quel totale in un giudizio generale sul carattere violento e genocida della civiltà cristiana.
È qui che avviene il salto logico.
Aver collocato una guerra nel contenitore della “civiltà cristiana” non dimostra che quella guerra sia stata prodotta dal cristianesimo, dalla Bibbia, dalla teologia cristiana o dalle Chiese.
La categoria può indicare il contesto storico, geografico o culturale nel quale l’evento è avvenuto. Non identifica automaticamente la causa della violenza.
Per passare dalla prima affermazione:
«Questi eventi sono stati classificati come appartenenti alla civiltà cristiana»
alla seconda:
«La civiltà cristiana è la più violenta e genocida della storia»
sarebbe necessario dimostrare che il cristianesimo abbia avuto un ruolo causale determinante nei singoli eventi conteggiati.
Ma lo studio comprende nella categoria cristiana guerre nazionalistiche, conflitti imperiali, carestie, repressioni statali, rivoluzioni anticlericali e operazioni militari contemporanee non dimostrate come effetti della dottrina cristiana.
Il salto da classificazione civilizzazionale a giudizio morale non è quindi opera esclusiva dei divulgatori del grafico. È già presente nello studio.
Sheikh distingue esplicitamente tra “civiltà” e “religione” nella metodologia, ma nelle conclusioni quella distinzione perde gran parte della sua forza.
I social compiono poi un’ulteriore semplificazione: eliminano del tutto la parola “civiltà” e presentano il grafico come una classifica diretta tra cristianesimo e Islam. Ma trovano il terreno già preparato dal passaggio compiuto nelle conclusioni dell’autore.
Che cosa finisce nel contenitore “cristiano”
Nel volume War and Peace in Islam, la guerra in Iraq iniziata nel 2003 viene classificata come “War — Christian”. La grande carestia irlandese compare come “Structural Violence — Christian”. Nello stesso contenitore confluiscono guerre mondiali, guerre civili, campagne coloniali, rivoluzioni e repressioni statali.
Si possono condannare senza riserve l’invasione dell’Iraq, il colonialismo europeo e le responsabilità britanniche nella carestia irlandese. Ma condannare questi eventi non equivale a dimostrare che siano stati causati dalla dottrina cristiana.
Per attribuire la guerra in Iraq al cristianesimo bisognerebbe dimostrare che derivò da un precetto cristiano, fu ordinata da un’autorità religiosa, perseguì un obiettivo teologico o non sarebbe avvenuta senza un impulso determinante della dottrina cristiana.
Il semplice fatto che gli Stati aggressori appartenessero all’Occidente storico non dimostra nessuno di questi nessi.
La Prima guerra mondiale fu alimentata da rivalità imperiali, nazionalismo, militarismo, sistemi di alleanze e competizione geopolitica. Potenze culturalmente cristiane combatterono soprattutto contro altre potenze culturalmente cristiane. La comune appartenenza religiosa non spiega né la formazione degli schieramenti né gli obiettivi territoriali dei governi.
La guerra civile spagnola coinvolse cattolici, fascisti, monarchici, repubblicani, comunisti, anarchici e anticlericali. Attribuirne l’intero bilancio alla civiltà cristiana non chiarisce il ruolo della religione: lo dissolve dentro una categoria tanto ampia da poter contenere quasi tutto.
Body Count raccoglie guerre mondiali, rivoluzioni, colonialismo, carestie, democidi e conflitti geopolitici, quindi assegna all’intero insieme un’etichetta civilizzazionale dal nome religioso.
Nel totale “cristiano” finiscono persino violenze anticristiane
La fragilità della categoria emerge ancora più chiaramente quando nel contenitore della “civiltà cristiana” vengono inseriti eventi promossi anche da movimenti anticlericali, scristianizzatori o apertamente ostili alle istituzioni cristiane.
Non si tratta più soltanto di guerre combattute da Stati occidentali per obiettivi politici, territoriali o economici senza che il cristianesimo ne costituisse la causa. In alcuni casi, lo studio attribuisce alla categoria cristiana anche le vittime prodotte da forze che perseguitarono la Chiesa, soppressero il culto e tentarono di eliminare il cristianesimo dalla vita pubblica.
L’esempio più evidente è la Rivoluzione francese. Nelle tabelle di Body Count vengono classificate come “Christian” sia le guerre rivoluzionarie francesi del 1792–1802, con una stima compresa tra 350.000 e 663.000 vittime, sia la Rivoluzione francese del 1793–1794, alla quale vengono attribuiti tra 263.000 e 600.000 morti.
Eppure proprio durante la fase rivoluzionaria più radicale si sviluppò una vasta campagna di scristianizzazione: ordini religiosi soppressi, proprietà ecclesiastiche confiscate, sacerdoti sottoposti al controllo dello Stato, chiese chiuse o trasformate, simboli religiosi distrutti e tentativi di sostituire il culto cristiano con culti rivoluzionari.
Le componenti e le responsabilità della Rivoluzione francese furono molteplici, e non tutti i rivoluzionari perseguirono il medesimo programma. Ma è metodologicamente assurdo trasformare automaticamente le vittime prodotte anche dalla repressione anticristiana in morti attribuiti alla “civiltà cristiana”, per poi utilizzare quel totale come argomento contro il cristianesimo.
Lo stesso problema ricompare con altri eventi collocati nel contenitore cristiano.
La Rivoluzione messicana, alla quale lo studio attribuisce tra uno e due milioni di vittime, è classificata come guerra civile cristiana, nonostante la forte componente anticlericale del movimento rivoluzionario e delle politiche che ne seguirono.
La guerra civile spagnola è ugualmente classificata come cristiana, benché settori rivoluzionari abbiano condotto una vasta persecuzione anticlericale, con la distruzione di edifici religiosi e l’uccisione di sacerdoti, religiosi e laici associati alla Chiesa.
Questi eventi non possono essere ridotti esclusivamente alla persecuzione religiosa. Contenevano componenti politiche, sociali, economiche e militari molto più vaste. Ma proprio questa complessità rende insostenibile l’attribuzione indiscriminata dell’intero numero delle vittime al cristianesimo.
Nel conteggio cristiano finiscono non soltanto morti di guerre non causate dal cristianesimo, ma anche vittime prodotte da movimenti che combattevano il cristianesimo, perseguitavano la Chiesa o volevano estromettere la religione dalla società.
Il paradosso è evidente.
Se un movimento anticlericale chiude le chiese, deporta i sacerdoti e uccide dei cristiani, classificare l’evento come appartenente alla civiltà cristiana può forse descrivere il contesto storico e geografico nel quale la persecuzione è avvenuta.
Non permette però di utilizzare quelle stesse vittime per sostenere che siano state causate dal cristianesimo.
La persona perseguitata perché cristiana finirebbe infatti per aumentare il presunto “conto dei morti del cristianesimo”.
Il cristianesimo viene contemporaneamente perseguitato e reso responsabile delle vittime della propria persecuzione.
Questo mostra che l’etichetta “cristiano” non identifica necessariamente la causa religiosa della violenza. Indica soprattutto il grande spazio storico e geopolitico nel quale Sheikh ha deciso di collocare l’evento.
Ma se il criterio è civilizzazionale, il risultato non può essere trasformato in una statistica sulla colpevolezza della religione cristiana.
Un evento accaduto nella civiltà cristiana non è necessariamente un evento causato dal cristianesimo. Può persino essere diretto contro il cristianesimo.
Classificare non significa spiegare
Immaginiamo di dividere tutte le guerre della storia secondo la lingua parlata dai governi coinvolti. Potremmo ottenere una colonna delle “guerre anglofone”, una delle “guerre francofone” e una delle “guerre arabofone”.
Il totale ci direbbe quanti morti abbiamo collocato in ciascun gruppo linguistico. Non dimostrerebbe che la lingua inglese, francese o araba abbia causato quelle guerre.
Lo stesso errore si verifica quando si passa dalla civiltà alla religione.
Dire che un conflitto appartiene alla civiltà cristiana può descrivere la provenienza culturale di uno o più contendenti. Non dimostra che il cristianesimo sia stato la causa del conflitto.
Il ragionamento sottinteso compie tre passaggi:
appartenenza civilizzazionale → responsabilità storica → causalità religiosa.
Ma ciascun passaggio richiederebbe una dimostrazione indipendente.
Per stabilire una responsabilità religiosa occorrerebbe esaminare caso per caso:
- gli obiettivi dichiarati e reali degli attori;
- i testi religiosi eventualmente richiamati;
- le norme giuridiche applicate;
- il ruolo delle autorità religiose;
- la relazione tra motivazioni teologiche, politiche ed economiche;
- la possibilità che il conflitto si sarebbe verificato anche in assenza del fattore religioso.
Body Count sostituisce spesso questa analisi con l’appartenenza civilizzazionale attribuita agli attori.
Il criterio della responsabilità è interpretativo
Sheikh riconosce che l’attribuzione della responsabilità rappresenta un problema. Decide tuttavia di classificare generalmente come responsabile chi avrebbe iniziato le ostilità.
Nei conflitti coloniali attribuisce per definizione la responsabilità alla potenza colonizzatrice. Nei casi di democidio, rivolte e ammutinamenti tende ad attribuirla al potere costituito, salvo particolari azioni dei gruppi ribelli contro terzi.
In alcuni conflitti distribuisce invece le vittime tra due o più civiltà, dividendo matematicamente il totale.
Queste regole possono sembrare ordinate, ma non eliminano la natura interpretativa dell’operazione.
Stabilire chi abbia realmente iniziato una guerra può essere controverso. Una crisi può avere antecedenti politici, occupazioni, rivolte, provocazioni, repressioni e alleanze che rendono artificiale l’individuazione di un solo iniziatore.
Dividere per due o per tre il totale delle vittime non dimostra che ogni parte abbia avuto una responsabilità esattamente uguale. È una convenzione contabile.
Attribuire alla potenza coloniale tutte le vittime di una guerra può essere moralmente comprensibile, ma rimane una decisione metodologica. Non dimostra che la religione della potenza coloniale abbia causato quelle morti.
La tabella non si limita a raccogliere dati: incorpora giudizi su responsabilità, causalità e appartenenza civilizzazionale.
«Ma lo stesso criterio viene applicato anche all’Islam»
L’obiezione più prevedibile è questa:
«Il metodo potrà essere imperfetto, ma è stato applicato a tutte le civiltà. Rimane quindi il fatto che quella islamica abbia prodotto meno morti».
No. Rimane soltanto il fatto che, secondo le regole adottate da Sheikh, un numero inferiore di vittime è stato collocato nella categoria islamica.
Affermare che il contenitore islamico abbia “prodotto” meno morti significa già trasformare la classificazione dell’autore in un rapporto causale che lo studio non ha dimostrato.
Inoltre, applicare la stessa procedura a categorie profondamente diverse non le rende comparabili.
Il contenitore cristiano e quello islamico differiscono per:
- popolazione complessiva;
- estensione territoriale;
- numero degli Stati inclusi;
- durata della massima potenza politica;
- industrializzazione;
- qualità e disponibilità delle fonti;
- capacità amministrativa e militare;
- possibilità di combattere guerre su scala mondiale.
Il contenitore cristiano comprende, per diversi secoli, le potenze che hanno guidato la rivoluzione industriale, costruito imperi intercontinentali, combattuto due guerre mondiali e sviluppato le tecnologie militari più distruttive della storia.
Il suo totale assoluto riflette inevitabilmente anche questa capacità materiale.
Commettere lo stesso errore due volte non produce una statistica imparziale.
Capacità di uccidere e violenza dottrinale non sono la stessa cosa
Il numero delle vittime non dipende soltanto dalla volontà di esercitare violenza. Dipende anche dalla possibilità materiale di produrla.
Con l’industrializzazione sono diventati possibili eserciti composti da milioni di uomini, produzione seriale di armi e munizioni, trasporti ferroviari e marittimi su scala continentale, artiglieria pesante, bombardamenti aerei, guerra sottomarina, armi chimiche e distruzione sistematica delle infrastrutture.
Le guerre mondiali non causarono decine di milioni di morti perché il cristianesimo fosse improvvisamente diventato più violento. Produssero cifre enormi anche perché gli Stati industrializzati avevano raggiunto una capacità di mobilitazione e distruzione senza precedenti.
Una società può possedere norme o tradizioni aggressive ma non disporre, in un determinato periodo, di una macchina militare capace di provocare una guerra mondiale. Un’altra può possedere una potenza immensa e impiegarla in conflitti nazionalistici, imperiali o geopolitici non causati dalla propria religione.
La capacità materiale di uccidere non coincide con l’inclinazione dottrinale a uccidere.
Contare soltanto i cadaveri finisce così per premiare statisticamente chi, per ragioni demografiche, tecnologiche o storiche, ha avuto minori possibilità di produrli.
I numeri assoluti non misurano la violenza di una religione
Un totale assoluto indica, nel migliore dei casi, quante vittime siano state attribuite a un insieme di eventi. Non misura automaticamente la propensione alla violenza di una civiltà o di una religione.
Per rendere il confronto almeno parzialmente significativo bisognerebbe considerare anche:
- la popolazione complessivamente esposta;
- la durata del periodo analizzato;
- la percentuale della popolazione uccisa;
- i morti medi per anno;
- il numero degli episodi per secolo;
- l’estensione degli Stati e degli imperi;
- la capacità tecnologica e militare disponibile;
- il ruolo effettivamente documentato della motivazione religiosa.
Neppure queste correzioni produrrebbero automaticamente una classifica delle religioni. Eviterebbero però di confondere la grandezza e la potenza storica di una civiltà con la violenza della sua teologia.
Duemila anni non costituiscono un campione omogeneo
Tra l’anno 0 e il 2008 sono cambiate radicalmente la popolazione mondiale, la dimensione degli Stati, la struttura degli imperi, la tecnologia militare, la capacità fiscale dei governi, la velocità dei trasporti e la qualità degli archivi.
È cambiata anche la possibilità di stimare le vittime. Per alcuni conflitti contemporanei possediamo censimenti, registri, archivi militari e indagini demografiche. Per numerosi eventi antichi o medievali disponiamo invece di cronache frammentarie, cifre retoriche e stime ricostruite secoli dopo.
Confrontare un regno antico, un impero medievale e uno Stato industriale del Novecento soltanto attraverso il numero dei morti significa trattare come omogenei fenomeni che non lo sono.
Per gran parte della storia, Stati, popoli e confini si sono formati ed espansi attraverso guerre, conquiste e migrazioni. Questo non assolve moralmente nessuno. Impedisce però di trasformare l’intero processo violento dal quale è emerso il mondo contemporaneo in una statistica sulla religione prevalente nei territori coinvolti.
La falsa precisione di 178.041.750 morti
Il totale attribuito alla civiltà cristiana non viene presentato semplicemente come una stima di circa 178 milioni. Viene indicato come:
178.041.750 vittime.
La precisione arriva fino alle decine.
Una cifra simile produce l’impressione che le vittime siano state quasi contate individualmente. In realtà, molti eventi storici presentano intervalli di stima molto ampi e divergenti.
Lo stesso studio riporta per la categoria cristiana un intervallo complessivo di circa 119–236 milioni di morti. La cifra di 178.041.750 è un valore centrale ricavato da dati che, nel loro insieme, differiscono di oltre cento milioni.
Scegliere il valore intermedio di una stima non significa avere scoperto il numero reale. Significa avere adottato una convenzione matematica per rendere possibile la somma.
Un calcolo può essere aritmeticamente corretto e storicamente ingannevole.
La precisione del risultato non può essere superiore alla precisione dei dati di partenza. Presentare il totale fino all’ultima decina è quindi un caso evidente di falsa precisione.
Il totale dipende dalle decisioni dell’autore
Il risultato non dipende soltanto dalle stime delle vittime. Dipende anche dalle regole adottate per attribuirle.
Per ogni evento occorre decidere:
- chi abbia iniziato le ostilità;
- quale arco temporale includere;
- quali morti dirette e indirette conteggiare;
- se una carestia debba essere classificata come violenza strutturale;
- come distribuire le responsabilità tra più attori;
- a quale civiltà assegnare il conflitto;
- se debba prevalere la componente religiosa, politica, nazionale o ideologica.
Queste non sono operazioni puramente meccaniche. Sono decisioni interpretative.
Modificando una classificazione, un evento passa da una colonna all’altra. Modificandone molte cambia anche la graduatoria finale.
Il numero non precede la classificazione. È la classificazione a costruire il numero.
Il totale non è quindi una proprietà naturale della civiltà cristiana o islamica. È il prodotto del sistema di attribuzione scelto dall’autore.
Categorie costruite su piani differenti
Le categorie utilizzate nello studio non sono neppure dello stesso tipo.
“Cristiana”, “islamica” e “buddhista” richiamano religioni e tradizioni civilizzazionali. “Sinica” e “indiana” hanno una componente prevalentemente geografica e culturale. “Antiteista” indica invece un orientamento ideologico.
Il confronto mescola quindi religioni, civiltà, aree geografiche e ideologie politiche come se fossero unità equivalenti.
Uno stesso territorio può cambiare contenitore senza spostarsi geograficamente. Uno Stato europeo può essere classificato come cristiano, diventare antiteista sotto un regime comunista e tornare cristiano dopo la caduta del regime.
Una classificazione simile può forse essere utilizzata per organizzare un discorso storico molto generale. Diventa però estremamente fragile quando viene trasformata in una graduatoria numerica della violenza religiosa.
Lo stesso regime può cambiare contenitore
Le difficoltà emergono persino nella classificazione delle violenze commesse dallo stesso potere politico.
Nelle tabelle alcune uccisioni compiute dall’Iraq di Saddam Hussein vengono attribuite alla categoria antiteista. La campagna di Anfal, perpetrata dallo stesso regime baathista contro i curdi, viene invece collocata nella categoria islamica.
Lo stesso dittatore, lo stesso Stato e la stessa ideologia cambiano quindi etichetta secondo l’episodio considerato.
Se Anfal fosse classificata esclusivamente come violenza di un regime baathista e nazionalista, il totale islamico diminuirebbe. Se tutte le repressioni di Saddam fossero invece considerate islamiche, aumenterebbe.
La cifra finale dipende dunque dal contenitore prescelto, non soltanto dal numero delle vittime.
Il dato che raramente diventa virale
Sui social viene condiviso quasi esclusivamente il grafico dei morti assoluti. Lo stesso studio presenta però anche il numero degli episodi attribuiti alle diverse civiltà:
- 166 episodi per la civiltà cristiana;
- 79 per quella islamica;
- 18 per quella antiteista;
- 17 per quella sinica;
- 15 per quella buddhista;
- 14 per quella primordiale o indigena;
- 9 per quella indiana.
Secondo il medesimo metodo, la categoria islamica risulta quindi seconda per frequenza degli episodi violenti censiti, pur essendo sesta per numero assoluto di vittime.
Questo non dimostra che l’Islam sia la seconda religione più violenta. Il metodo rimane troppo debole per produrre simili classifiche.
Mostra però la selettività dell’uso apologetico:
Lo stesso metodo proclamato scientifico quando colloca l’Islam al sesto posto per numero di vittime viene dimenticato quando lo colloca al secondo posto per numero di episodi.
Il grafico favorevole viene diffuso. Il risultato meno favorevole rimane nascosto nel volume.
I problemi dello studio e le deformazioni dei social
È utile distinguere due livelli differenti.
Il primo riguarda lo studio stesso. Body Count utilizza categorie eterogenee, attribuisce interi eventi a contenitori civilizzazionali, confronta totali assoluti non normalizzati e trae conclusioni che superano ciò che il metodo può dimostrare.
Il secondo riguarda la successiva diffusione sui social. Qui le cautele residue scompaiono definitivamente:
- la violenza politicamente e religiosamente motivata diventa semplicemente “violenza religiosa”;
- la civiltà cristiana e quella islamica diventano “cristianesimo” e “Islam”;
- una classificazione costruita dall’autore diventa una misurazione scientifica oggettiva;
- il totale delle vittime diventa la prova che una religione sia più violenta dell’altra.
Non tutta la deformazione nasce quindi sui social. Lo studio compie già un primo salto dalla categoria civilizzazionale al giudizio sul “mondo cristiano”. I social compiono il secondo: trasformano definitivamente “civiltà cristiana” in “cristianesimo” e “civiltà islamica” in “Islam”.
Classificazione civilizzazionale → condanna del “mondo cristiano” → classifica tra cristianesimo e Islam.
La comunicazione virale non crea dal nulla l’ambiguità. La radicalizza e la trasforma in propaganda immediatamente condivisibile.
La conclusione supera ciò che il metodo può dimostrare
Il metodo potrebbe dimostrare, al massimo:
«Secondo le definizioni, le stime e le regole di classificazione adottate dall’autore, gli eventi inseriti nella categoria cristiana producono il totale assoluto più elevato».
Non può dimostrare:
«La civiltà cristiana è la più violenta e genocida della storia».
La prima frase descrive il risultato di una classificazione. La seconda formula un giudizio causale e morale su una religione e su un’intera civiltà.
Tra le due esiste un salto logico che lo studio non colma.
Per sostenere seriamente una tesi sulla maggiore violenza di una religione sarebbero necessari:
- campioni realmente comparabili;
- normalizzazione rispetto alla popolazione e alla durata;
- controllo della capacità tecnologica e militare;
- criteri uniformi di classificazione;
- analisi del ruolo causale della religione in ciascun evento;
- distinzione tra violenza compiuta da credenti e violenza prescritta dalla dottrina;
- verifiche sulla stabilità dei risultati al variare delle attribuzioni.
Sarebbe inoltre necessaria una verifica di robustezza: bisognerebbe controllare se la graduatoria rimanga stabile modificando le stime, le attribuzioni controverse e i criteri con cui gli eventi vengono assegnati alle diverse categorie.
Body Count non offre una dimostrazione sufficiente di questo genere.
Come uno studio diventa propaganda virale
Il successo social di Body Count dipende dalla sua perfetta adattabilità alla comunicazione apologetica.
Possiede tutti gli ingredienti necessari:
- un autore con qualifiche accademiche;
- un titolo inglese dall’apparenza scientifica;
- un centro di studi islamico;
- tabelle, note e percentuali;
- numeri enormi e apparentemente esatti;
- un grafico comprensibile in pochi secondi;
- una conclusione favorevole alla difesa dell’Islam;
- una metodologia abbastanza complessa da scoraggiare la verifica.
La metodologia scompare. Rimane il grafico.
Il lettore viene così indotto a credere che il cristianesimo abbia ucciso quasi sei volte più dell’Islam, che l’Islam sia statisticamente più pacifico e che le critiche al jihad siano smentite dalla storia occidentale.
Nessuna di queste conclusioni è dimostrata dai dati.
Lo studio fornisce l’autorevolezza, il grafico fornisce la semplicità e la diffusione social trasforma il risultato in propaganda.
Perché i numeri convincono tanto facilmente
Una cifra appare neutrale. Sembra non possedere emozioni, ideologia o interessi.
Dire «il cristianesimo è stato più violento» può sembrare un’opinione. Dire «178.041.750 morti» sembra invece una misurazione.
Ma prima di ottenere quel numero è stato necessario decidere che cosa contare, quali fonti utilizzare, come trattare le stime divergenti, chi considerare responsabile, quali vittime indirette includere e in quale categoria inserire ogni evento.
La matematica può sommare correttamente numeri costruiti attraverso classificazioni discutibili.
L’esattezza dell’addizione non garantisce la validità del ragionamento.
La forza della statistica apologetica consiste nel nascondere una lunga serie di decisioni interpretative dietro l’apparente neutralità della cifra finale.
Body Count non risponde alle critiche rivolte all’Islam
Anche accettando integralmente i conteggi di Sheikh, il grafico non confuterebbe alcuna critica specifica rivolta alle fonti islamiche.
Il ragionamento assume normalmente questa forma:
A: «Il Corano, un hadith o una norma del diritto islamico contiene questa prescrizione».
B: «Le civiltà occidentali hanno prodotto più morti».
La risposta B non dimostra che il testo sia stato citato erroneamente, che l’interpretazione sia falsa o che la norma non esista.
Può richiamare colpe occidentali reali e gravissime, ma non risponde alla questione iniziale.
È un classico whataboutism: invece di affrontare la critica, si sposta l’attenzione sulle colpe di qualcun altro.
Le guerre mondiali non riscrivono il Corano. Il colonialismo europeo non elimina gli hadith. Le violenze commesse da cristiani non modificano le norme del fiqh riguardanti il jihad, la conquista o il trattamento dei non musulmani.
È perfettamente possibile condannare colonialismo, guerre occidentali e violenze cristiane e continuare a esaminare rigorosamente ciò che le fonti islamiche prescrivono, autorizzano o istituzionalizzano.
Che cosa bisognerebbe studiare davvero
Una ricerca seria sul rapporto tra religione e violenza non dovrebbe tentare di condensare duemila anni di storia mondiale in una sola colonna.
Dovrebbe esaminare:
- i testi fondativi;
- il contesto nel quale furono prodotti;
- le interpretazioni riconosciute dalle principali scuole;
- le norme giuridiche sviluppate nel tempo;
- le istituzioni incaricate di applicarle;
- le categorie contro le quali la violenza viene autorizzata;
- le condizioni nelle quali l’uso della forza è permesso o imposto;
- il trattamento dei vinti;
- la distinzione tra combattenti e non combattenti;
- il rapporto documentabile tra dottrina e applicazione storica.
Le domande utili non sono:
«Quanti morti possiamo collocare nella colonna cristiana?»
«Quanti possiamo collocare nella colonna islamica?»
Le domande utili sono:
«Che cosa prescrive questa fonte?»
«Come è stata interpretata?»
«Quale violenza ha autorizzato, legittimato o limitato?»
«Quale ruolo ha avuto realmente la religione nel singolo conflitto?»
Questo metodo non produce un meme altrettanto semplice. Produce però una conoscenza più attendibile.
Conclusione
Body Count non dimostra quale religione abbia causato più morti.
Sheikh non ha isolato la responsabilità del cristianesimo e dell’Islam nei singoli conflitti. Ha costruito grandi contenitori civilizzazionali, vi ha inserito guerre, rivoluzioni, carestie, colonialismo, democidi e repressioni, quindi ha sommato le vittime attribuite a ciascun contenitore.
Nel totale cristiano confluiscono guerre mondiali, conflitti geopolitici e violenze di Stati occidentali non dimostrate come effetti della dottrina cristiana. Vi finiscono persino eventi anticlericali e scristianizzatori nei quali il cristianesimo fu oggetto di persecuzione.
La persona uccisa perché cristiana può così aumentare il presunto conto storico dei morti “causati” dal cristianesimo.
Il contenitore islamico raccoglie a sua volta eventi selezionati attraverso criteri interpretativi. I due totali vengono confrontati senza rendere realmente comparabili popolazioni, periodi storici, estensione territoriale, industrializzazione e capacità militare.
Il problema centrale è documentato dalle stesse parole dell’autore.
A pagina 7 Sheikh riconosce che una civiltà non coincide con una religione. A pagina 29 conclude tuttavia che la civiltà cristiana sarebbe la più violenta e genocida della storia mondiale.
Il salto da classificazione civilizzazionale a condanna generale non nasce quindi soltanto nella divulgazione social. È già presente nell’argomentazione dello studio.
I social completano l’operazione: cancellano la distinzione tra civiltà e religione e trasformano il totale della “civiltà cristiana” nei morti causati dal cristianesimo, contrapponendolo al totale della “civiltà islamica” come se rappresentasse i morti causati dall’Islam.
Sheikh non ha contato i morti causati dal cristianesimo e dall’Islam. Ha costruito grandi contenitori storico-geopolitici, vi ha inserito guerre, imperi, ideologie, rivoluzioni, carestie e repressioni, quindi ha assegnato a quei contenitori nomi religiosi.
Applicare lo stesso metodo difettoso a cristiani e musulmani non lo rende scientifico. Presentare stime incerte con precisione matematica non le rende esatte. Chiamare cristiana una guerra combattuta da uno Stato occidentale non dimostra che sia stata causata dal cristianesimo. Conteggiare come cristiane persino violenze anticristiane rende il paradosso ancora più evidente.
E nessuna colonna sui morti dell’Occidente risponde a una critica rivolta al jihad, al Corano, agli hadith o al diritto islamico.
Il grafico è estremamente efficace come strumento apologetico, ed è proprio per questo che continua a circolare.
Come prova scientifica della “religione più violenta”, dimostra soprattutto quanto facilmente una classificazione discutibile possa essere trasformata in una certezza statistica quando il risultato è utile alla propaganda.
Fonti e approfondimenti
- Naveed S. Sheikh, Body Count: A Comparative Quantitative Study of Mass Killings in History, Royal Islamic Strategic Studies Centre:
Body Count – testo originale - Ghazi bin Muhammad, Ibrahim Kalin e Mohammad Hashim Kamali, a cura di, War and Peace in Islam: The Uses and Abuses of Jihad:
War and Peace in Islam – volume completo - Royal Islamic Strategic Studies Centre, presentazione ufficiale di Body Count:
Presentazione dello studio - Uppsala Conflict Data Program, documentazione e dataset sui conflitti armati:
UCDP – Dataset Download Center - Our World in Data, metodologia relativa alla misurazione dei conflitti e delle loro vittime:
Come vengono misurati i conflitti e i decessi collegati
