Chi restituì la filosofia greca all’Occidente? Davvero dobbiamo all’Islam la riscoperta di Aristotele?

È una delle narrazioni più ripetute sul Medioevo: mentre l’Europa cristiana avrebbe dimenticato la cultura classica, il mondo islamico avrebbe conservato Aristotele e la filosofia greca per poi restituirli all’Occidente. Ma questa ricostruzione non regge a un esame storico attento. Il medievista francese Sylvain Gouguenheim, nel discusso libro Aristotele contro Averroè, ha avuto il merito di riportare l’attenzione su un fatto spesso lasciato in secondo piano: la trasmissione della cultura greca all’Europa medievale non passò affatto soltanto attraverso l’Islam.
Aristotele arrivò in latino anche direttamente dal greco
L’Europa non dovette aspettare Averroè per conoscere Aristotele. Una parte dell’opera aristotelica era già disponibile attraverso Boezio e, nel XII secolo, Giacomo di Venezia tradusse direttamente dal greco al latino opere fondamentali come la Fisica, il De anima e parti della Metafisica. Nel secolo successivo Guglielmo di Moerbeke realizzò nuove traduzioni direttamente dai manoscritti greci. Esisteva dunque una vera e propria via greco-latina alla conoscenza di Aristotele, indipendente dalle traduzioni arabe. A questo si aggiungeva l’Impero bizantino, dove la lingua greca e buona parte della tradizione classica non erano mai scomparse. La formula secondo cui “gli arabi salvarono Aristotele e lo restituirono all’Europa” trasforma quindi una storia complessa in una comoda leggenda.
Dietro molte traduzioni “arabe” c’erano cristiani siriaci
Quando si parla delle grandi traduzioni dei testi greci avvenute sotto gli Abbasidi, si finisce spesso per definirle genericamente come opera della “cultura islamica”. Ma alcuni dei protagonisti fondamentali di quel lavoro erano cristiani siriaci. Il caso più noto è quello di Hunayn ibn Ishaq, cristiano siriaco, insieme al figlio Ishaq ibn Hunayn e ad altri studiosi appartenenti alle comunità cristiane d’Oriente. Una parte importante della filosofia e della scienza greca passò attraverso un percorso del tipo greco → siriaco → arabo. Quei testi circolavano all’interno di società governate da musulmani, ma questo non rende automaticamente musulmani né i traduttori né il patrimonio culturale che stavano trasmettendo. Lingua araba e Islam non sono sinonimi, e il dettaglio è tutt’altro che secondario quando si vuole attribuire all’Islam il merito di aver “salvato” la cultura greca.
Averroè commentò Aristotele, non lo riscoprì
Anche la figura di Averroè viene spesso utilizzata come simbolo del passaggio di Aristotele dall’Islam all’Europa. Averroè, vissuto tra il 1126 e il 1198, non conosceva il greco: lavorava sulle versioni arabe di Aristotele disponibili nel suo tempo e produsse soprattutto celebri commentari alle sue opere. La sua influenza sull’Occidente latino fu importante, così come quella di Avicenna e di altri filosofi che scrivevano in arabo. Ma una cosa è riconoscere questa influenza, un’altra è trasformarla nell’idea che senza l’Islam l’Europa avrebbe perso Aristotele. Quando Averroè scriveva i suoi commentari, Aristotele veniva già tradotto direttamente dal greco al latino in Europa.
Il mito dell’Islam che salvò la cultura greca
La trasmissione della filosofia antica fu il risultato di molte strade che si incrociarono: Bisanzio, studiosi occidentali, traduttori greco-latini, cristiani siriaci, traduzioni arabe, filosofi musulmani e traduzioni arabo-latine. Ridurre tutto questo alla formula “l’Islam salvò la filosofia greca e la consegnò all’Europa” significa cancellare una parte enorme della storia. Il contributo degli studiosi che operarono nel mondo arabo fu importante, ma l’Islam non possedette alcun monopolio sulla conservazione e sulla trasmissione della cultura greca. E soprattutto l’Europa cristiana non rimase per secoli seduta al buio aspettando che Averroè le riconsegnasse Aristotele.
È questo il punto più interessante che rimane del libro di Gouguenheim: rimettere in discussione una narrazione diventata quasi automatica e restituire alla storia medievale la sua reale complessità.
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