Monete arabo-bizantine: quando il primo Islam copiava Bisanzio

Le monete arabo-bizantine incrinano alla base il mito dell’Islam nato già autonomo, puro e culturalmente autosufficiente. Prima della grande monetazione epigrafica omayyade, il potere musulmano usò modelli bizantini, figure imperiali, croci modificate, lettere greche e strutture monetarie ereditate dai territori conquistati. Non siamo davanti a una civiltà che crea dal nulla il proprio linguaggio politico: siamo davanti a un potere conquistatore che occupa un mondo già formato, ne sfrutta gli strumenti e solo dopo li islamizza.

Una delle grandi illusioni della narrazione islamocentrica è l’idea che l’Islam sia comparso nella storia come un blocco già compiuto: religione, Stato, civiltà, diritto, amministrazione, arte, moneta, propaganda e linguaggio pubblico già pronti, già autonomi, già superiori. È il solito racconto apologetico: prima ci sarebbe stata la confusione del mondo tardoantico; poi sarebbe arrivato l’Islam, ordinato, originale, autosufficiente, capace di creare una civiltà nuova per pura forza interna. Peccato che la documentazione materiale racconti una storia molto meno edificante e molto più imbarazzante.

Le monete arabo-bizantine mostrano infatti un primo Islam ancora immerso nel mondo che aveva conquistato. Non siamo davanti a una civiltà che inventa dal nulla il proprio linguaggio monetale. Siamo davanti a un potere militare, fiscale e imperiale che, una volta entrato nei territori bizantini di Siria, Palestina ed Egitto, continua a usare zecche precedenti, modelli precedenti, convenzioni precedenti, simboli precedenti e perfino immagini derivate dall’Impero cristiano d’Oriente. Il Metropolitan Museum ricorda che i primi governanti musulmani si appoggiarono alle vecchie zecche bizantine e sasanidi per mantenere la circolazione monetaria nei territori conquistati, e che le modifiche ai vecchi tipi monetali furono graduali nel corso del primo secolo islamico: Metropolitan Museum of Art, Dinar, ʿAbd al-Malik.

Questo dato è decisivo: il primo Islam non sostituisce immediatamente il mondo precedente con un sistema pienamente islamico. Lo occupa, lo sfrutta, lo imita, lo corregge e lo riscrive poco alla volta. La moneta, più ancora dei testi apologetici composti o sistematizzati dopo, è una fonte brutale perché non predica: circola. Serve a pagare soldati, tasse, commerci, funzionari. È propaganda quotidiana. È il volto del potere nelle mani della popolazione. E proprio lì, nel cuore materiale dello Stato, troviamo il grande imbarazzo: il primo potere islamico parla ancora con grammatica bizantina.

Il fenomeno non riguarda un unico tipo di moneta. Nelle aree già bizantine troviamo soprattutto emissioni in bronzo o rame ispirate ai follis bizantini, mentre nell’oro omayyade pre-riforma emergono tipi arabo-bizantini più direttamente collegati al solidus imperiale. La logica comune, però, è la stessa: continuità dei modelli precedenti e loro progressiva correzione ideologica. Prima il nuovo potere usa ciò che trova; poi lo modifica; infine lo presenta come identità propria.

Che cosa sono le monete arabo-bizantine

Con l’espressione monete arabo-bizantine si indicano, in senso generale, emissioni monetali prodotte nei territori passati sotto dominio arabo-musulmano ma ancora fortemente dipendenti da modelli bizantini. Sono monete di transizione: non più semplicemente bizantine, perché prodotte, imitate o riadattate sotto autorità islamica; ma non ancora pienamente islamiche nel senso della successiva monetazione epigrafica, aniconica, dominata da formule arabe e confessionali. Sono, appunto, ibride. E l’ibridazione è proprio ciò che l’apologetica detesta, perché rompe l’immagine dell’Islam originario come sistema puro e autosufficiente.

Il libro di Clive Foss, Arab-Byzantine Coins: An Introduction, with a Catalogue of the Dumbarton Oaks Collection, pubblicato da Dumbarton Oaks, è uno dei riferimenti fondamentali su questo tema. La stessa presentazione dell’opera la definisce un’introduzione illustrata alla storia dello sviluppo della monetazione del primo califfato arabo nel VII secolo: Dumbarton Oaks, Arab-Byzantine Coins. Già il titolo basta a demolire molte semplificazioni: non “monete islamiche nate dal nulla”, ma monete arabo-bizantine. Cioè una monetazione che nasce nel passaggio, nella dipendenza, nell’adattamento, nel riuso.

Queste monete conservano spesso elementi che rimandano direttamente alla tradizione bizantina: figure stanti, impostazioni imperiali, grandi lettere di valore come la M dei follis bizantini, indicazioni derivate da formule amministrative greche o latine, simboli cristiani modificati, croci trasformate o progressivamente eliminate. Il quadro è chiarissimo: l’Islam politico delle origini non entra nella storia con un proprio linguaggio monetale maturo. Entra in officine già esistenti e usa il vocabolario del potere che ha appena sconfitto.

Moneta arabo-bizantina con califfo stante e rovescio derivato da modelli monetali bizantini

Moneta arabo-bizantina con figura del califfo stante e rovescio derivato da modelli bizantini: una testimonianza materiale della fase in cui il primo Islam riutilizzò simboli, forme e convenzioni monetarie dell’Impero cristiano d’Oriente prima di islamizzarle progressivamente.

Non “tolleranza”, ma dipendenza amministrativa

Un errore frequente è leggere queste continuità come prova di una presunta tolleranza superiore del primo Islam. La spiegazione è molto meno edificante e molto più concreta: il nuovo potere conquistatore aveva bisogno di far funzionare territori complessi, già monetizzati, già amministrati, già inseriti in circuiti fiscali e commerciali. Non poteva permettersi di distruggere dall’oggi al domani strumenti che servivano a riscuotere tasse, pagare truppe e mantenere l’ordine. Per questo continuò a usare zecche, modelli e convenzioni precedenti, intervenendo gradualmente sui simboli più incompatibili con la nuova ideologia. Non fu un miracolo di apertura culturale: fu pragmatismo imperiale.

Questo punto è fondamentale. La narrazione apologetica ama trasformare ogni sopravvivenza cristiana, greca, siriaca, persiana o bizantina sotto dominio musulmano in una medaglia morale dell’Islam. Ma spesso la realtà è più semplice: il potere islamico ereditò strutture già funzionanti e le utilizzò perché gli servivano. Il fatto che una croce, una figura imperiale o una convenzione monetale sopravvivano per un periodo non significa che l’Islam le riconoscesse come valore da rispettare; significa che il nuovo Stato non aveva ancora completato la propria sostituzione simbolica.

Il processo è brutale nella sua chiarezza: prima si conquista il sistema; poi lo si usa; poi lo si corregge; poi lo si riscrive; infine lo si presenta come se fosse sempre stato proprio. Le monete arabo-bizantine sono preziose proprio perché fotografano il momento intermedio, quello che la propaganda successiva preferirebbe rendere invisibile.

“Era normale dopo una conquista”: esatto, ed è proprio il punto

Una possibile obiezione è prevedibile: “È normale che un potere conquistatore riutilizzi monete, zecche, funzionari e strutture precedenti”. L’obiezione è corretta, ma non indebolisce la tesi dell’articolo: la rafforza. Le monete arabo-bizantine non vengono presentate qui come un’anomalia storica, bensì come prova materiale di un processo ordinario che la narrazione islamocentrica tende a rimuovere. Il primo califfato non nacque con un linguaggio monetale pienamente autonomo, maturo e già islamizzato; operò dentro sistemi fiscali, iconografici e amministrativi preesistenti, soprattutto bizantini e sasanidi, modificandoli progressivamente fino alla riforma omayyade.

Dire che “era normale dopo una conquista” significa dunque ammettere il punto essenziale: il primo Islam non arrivò nella storia come civiltà già completa, originale e separata dal mondo che aveva occupato. Si comportò come un potere imperiale pragmatico: conquistò territori già strutturati, utilizzò strumenti già funzionanti, adattò simboli già riconoscibili e solo in seguito costruì una propria grammatica ideologica più coerente. Il problema non è che il primo Islam abbia riutilizzato Bisanzio; il problema è fingere, secoli dopo, che l’Islam delle origini fosse già culturalmente autosufficiente.

La questione, quindi, non è se il riuso fosse “normale”. Certo che lo era. La questione è che proprio questa normalità storica demolisce la retorica dell’eccezionalismo islamico. Le monete mostrano un califfato in fase di costruzione, non una civiltà nata già compiuta. Mostrano continuità, dipendenza, appropriazione e riscrittura; non un miracolo culturale generato dal nulla.

Il califfo stante: un Islam non ancora pienamente aniconico

La cosiddetta monetazione dello Standing Caliph, il “califfo stante”, è uno dei casi più istruttivi. In queste emissioni il sovrano compare in piedi, frontalmente, con attributi di autorità. È un’immagine potentemente politica. Ma anche qui l’originalità islamica va ridimensionata: l’idea di rappresentare il potere sovrano sulla moneta viene dal mondo romano-bizantino e sasanide, non da un presunto laboratorio estetico islamico nato nel deserto. L’Ashmolean Museum descrive uno Standing Caliph Dinar del tardo VII secolo con ʿAbd al-Malik rappresentato in piedi, in abiti elaborati, con la mano sull’elsa della spada: Ashmolean Museum, Standing Caliph Dinar.

Qui crolla un altro luogo comune: l’idea di un Islam originariamente e rigidamente aniconico in ogni ambito pubblico. La successiva tradizione islamica svilupperà una forte diffidenza verso certe immagini, soprattutto in contesti religiosi, ma la documentazione monetale mostra che nella fase omayyade esistono ancora figure sovrane sulle monete. Non è l’Islam “puro” dei manualetti apologetici. È un potere imperiale in costruzione che usa immagini, simboli, modelli e strumenti del mondo tardoantico.

Standing Caliph Dinar di Abd al-Malik con califfo stante e rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini

Standing Caliph Dinar, 696-697: il califfo stante sul dritto e il rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini mostrano la fase di transizione in cui il potere omayyade riutilizzò e trasformò modelli monetali bizantini prima della monetazione islamica pienamente epigrafica.

Il problema non è dire che l’Islam abbia poi sviluppato forme proprie. Certo che le sviluppò. Il problema è la favola secondo cui tali forme sarebbero nate isolate, superiori, incontaminate. Le monete dicono il contrario: prima della “purezza” c’è il riuso; prima dell’aniconismo monetale ci sono figure; prima della calligrafia come manifesto ideologico ci sono modelli imperiali cristiani e persiani adattati.

La figura del califfo stante è particolarmente imbarazzante perché mostra il potere islamico mentre parla ancora il linguaggio visivo della sovranità imperiale precedente. Non è solo una moneta: è un manifesto politico. Il califfo si presenta come sovrano, ma lo fa con una grammatica che non nasce dall’Islam. La prende dal mondo che ha conquistato e la piega alla propria autorità.

Standing Caliph Dinar di Abd al-Malik con califfo stante e rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini

Standing Caliph Dinar attribuito al periodo di ʿAbd al-Malik: il califfo stante sul dritto e il rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini mostrano la fase arabo-bizantina in cui il primo Islam riutilizzò e modificò modelli monetali dell’Impero cristiano d’Oriente.

La croce su gradini: prima riusata, poi corretta

Uno degli aspetti più importanti è il trattamento della croce. Nella monetazione bizantina la croce era un simbolo centrale del potere imperiale cristiano. Nelle emissioni arabo-bizantine, invece, la croce non viene sempre eliminata subito in modo netto; spesso viene modificata, abbreviata, privata del braccio trasversale o reinterpretata visivamente. Il Metropolitan Museum osserva che, sulle monete d’oro di stile bizantino, le croci furono tra i primi elementi visivi a scomparire: Metropolitan Museum of Art, Dinar, ʿAbd al-Malik. Anche questo è significativo: non una rottura immediata e totale, ma una correzione progressiva dell’eredità cristiana.

Il British Museum conserva un dinar d’oro di ʿAbd al-Malik datato 695, classificato come Arab-Byzantine. La descrizione è eloquente: al dritto compare il califfo stante, vestito con abiti arabi; al rovescio compare una croce su gradini, definita dal museo come disegno bizantino modificato: British Museum, Gold dinar of ʿAbd al-Malik, 695. Questo oggetto è un piccolo terremoto per chi ama raccontare un Islam delle origini già perfettamente separato dal cristianesimo imperiale. La realtà è più scomoda: il califfo islamico si fa rappresentare dentro una forma monetale che dialoga ancora con l’iconografia dell’impero cristiano.

Il dato più interessante non è soltanto la presenza della croce nei modelli precedenti, ma la sua trasformazione progressiva nelle emissioni arabo-bizantine: la croce su gradini viene modificata, ridotta, privata del braccio trasversale o sostituita da elementi più neutri. È qui che si vede l’islamizzazione in atto: non una rottura immediata, ma una correzione graduale dell’eredità cristiano-imperiale.

Moneta arabo-bizantina con Standing Caliph e rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini

Moneta arabo-bizantina in bronzo con figura del califfo stante e rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini, trasformata in un elemento verticale più neutro: un esempio concreto dell’islamizzazione progressiva dei simboli monetali cristiano-bizantini.

La croce, insomma, non sparisce perché il primo Islam abbia immediatamente inventato un universo visivo nuovo. Sparisce perché il potere omayyade, a un certo punto, capisce che deve costruire una grammatica ideologica propria. Prima prende. Poi lima. Poi cancella. Poi proclama la propria originalità. Il meccanismo è lo stesso che si vede in molti altri campi della civiltà islamica: appropriazione iniziale, trasformazione progressiva, rivendicazione finale.

La grande M e il problema dei follis bizantini

Nella monetazione bronzea arabo-bizantina un altro elemento importante è il richiamo ai follis bizantini, in particolare alla grande M che indicava il valore di 40 nummi. Non sempre questo dettaglio è leggibile con la stessa chiarezza in ogni esemplare, e non bisogna forzare tutte le immagini dentro lo stesso schema. Ma il dato storico generale resta: nei territori già bizantini il nuovo dominio arabo-musulmano continuò a utilizzare modelli monetari locali, compresi impianti grafici, segni di valore e strutture visive ereditate dalla circolazione precedente.

Il punto anti-islamocentrico non dipende da una singola lettera o da una singola moneta. Dipende dal quadro complessivo: bronzi, fals, dinar, figure stanti, rovesci su gradini, simboli modificati, zecche provinciali, iscrizioni di transizione. Tutto mostra un potere che non nasce con una monetazione autonoma e già pienamente islamica, ma che procede per adattamenti successivi.

Fals arabo-bizantino con califfo stante e rovescio ispirato alla monetazione bizantina

Fals arabo-bizantino in bronzo con figura stante e rovescio derivato da schemi monetali bizantini: un esempio della fase di transizione in cui il primo potere islamico continuò a usare forme, simboli e convenzioni dell’Impero cristiano d’Oriente.

Questo è esattamente il punto che l’apologetica tende a rimuovere: la civiltà islamica delle origini non emerge come creazione pura, ma come sovrapposizione a mondi monetari, fiscali e amministrativi più antichi. Le monete sono il luogo dove questa sovrapposizione si vede senza bisogno di retorica. Il nuovo potere può anche proclamarsi portatore di una rivelazione definitiva, ma intanto paga, tassa e governa usando gli strumenti di chi c’era prima.

Dalle lettere greche all’arabo: la conquista della lingua pubblica

La trasformazione non riguarda solo immagini e simboli. Riguarda anche la lingua del potere. Nelle prime fasi, il nuovo dominio musulmano eredita un mondo in cui greco, latino, siriaco e pahlavi avevano ancora un peso amministrativo e monetario enorme. La progressiva sostituzione di queste tradizioni con iscrizioni arabe non fu un semplice cambio grafico: fu la costruzione di una nuova sovranità ideologica. Anche qui, l’Islam non parte da zero. Entra in sistemi linguistici precedenti e li sostituisce gradualmente, fino a presentare come naturale ciò che in realtà fu il risultato di una conquista politica.

Lo stesso vale per il mito dell’arabo come lingua nata già sacra, pura e separata dal contesto storico. Anche qui la narrazione islamocentrica tende a trasformare un processo storico in un dogma culturale: l’arabo non appare dal nulla con il Corano, e la sua ascesa come lingua pubblica del potere va letta dentro dinamiche politiche, amministrative e imperiali. Su questo punto si veda anche l’approfondimento: L’arabo non nasce col Corano: il mito della lingua di Allah.

La lingua sulla moneta non è mai neutra. Dice quale autorità comanda, quale ordine simbolico domina, quale identità pubblica viene imposta. Quando le formule arabe e confessionali sostituiscono le vecchie convenzioni greche, latine o pahlavi, non siamo davanti a una semplice evoluzione estetica. Siamo davanti alla trasformazione del potere conquistatore in potere ideologico maturo. Il califfato non vuole più soltanto governare territori bizantini o persiani: vuole riscriverne il vocabolario pubblico.

La riforma di ʿAbd al-Malik: quando l’Islam comincia a riscrivere se stesso

Il passaggio decisivo arriva con la riforma monetaria di ʿAbd al-Malik, califfo omayyade tra il 685 e il 705. È sotto di lui che la monetazione islamica assume una forma più nettamente epigrafica, aniconica e confessionale. Il British Museum ricorda che nel 696, anno 77 dell’Egira, furono prodotte le prime monete prive di immagini, con iscrizioni arabe basate sulla shahada e su formule islamiche; lo stesso museo collega questa riforma anche alla sostituzione di iscrizioni greche e pahlavi con versetti coranici e formule arabe: British Museum, ʿAbd al-Malik. Il Metropolitan Museum, allo stesso modo, sottolinea che la riforma aurea del 696–697 portò a stili monetali totalmente nuovi, senza immagini figurative: Metropolitan Museum of Art, Dinar, ʿAbd al-Malik.

Questo significa che la monetazione pienamente “islamica”, nel senso classico e riconoscibile del termine, non coincide automaticamente con le conquiste iniziali. Arriva dopo. Arriva come riforma. Arriva come scelta politica. Arriva quando il califfato ha bisogno di affermare una propria identità imperiale contro Bisanzio, contro i rivali interni, contro la pluralità dei territori conquistati e contro la memoria ancora fortissima dei sistemi precedenti.

Non è un caso che lo stesso ʿAbd al-Malik sia centrale anche nella costruzione politica della sacralità islamica di Gerusalemme. La monetazione, l’architettura e la propaganda religiosa appartengono allo stesso quadro: il califfato omayyade non si limita a governare territori conquistati, ma lavora a riscriverne simboli, spazi e memoria. Su questo aspetto si può vedere anche: Gerusalemme non è nel Corano: la sacralità islamica fu costruita per ragioni politiche.

Dinar arabo-bizantino attribuito ad Abd al-Malik con figure imperiali e rovescio derivato dalla croce bizantina su gradini

Dinar arabo-bizantino del periodo omayyade pre-riforma: il dritto conserva figure di derivazione imperiale, mentre il rovescio mostra una struttura ispirata alla croce bizantina su gradini, modificata nel processo di islamizzazione monetaria.

La riforma di ʿAbd al-Malik è quindi meno una prova dell’originalità originaria dell’Islam e più una prova del contrario: se fu necessaria una riforma per produrre una monetazione pienamente epigrafica e islamizzata, significa che prima il sistema non era ancora tale. Prima c’era un mondo ibrido, stratificato, pieno di residui bizantini e sasanidi. La propaganda viene dopo la conquista; l’ideologia viene dopo l’appropriazione; la “purezza” viene dopo il riciclo.

Non solo monete: un modello generale del primo Islam

Le monete arabo-bizantine non sono un dettaglio isolato. Sono il sintomo materiale di un fenomeno più ampio. Il primo Islam non costruisce una civiltà in uno spazio vuoto: si espande dentro regioni già profondamente strutturate da secoli di cultura greca, romana, cristiana, siriaca, persiana e giudaica. Questo vale per l’amministrazione, per la fiscalità, per l’urbanistica, per l’architettura islamica, per la cultura scritta, per la medicina, per la filosofia, per la traduzione e per la produzione artistica. Lo stesso meccanismo di riuso, appropriazione e rietichettatura si ritrova anche nel mito della scienza islamica e nella narrazione idealizzata della Casa della Saggezza: saperi, tecniche e patrimoni precedenti vengono assorbiti sotto dominio musulmano e poi presentati come se fossero prodotti naturali dell’Islam.

Chi racconta l’Islam delle origini come un miracolo culturale autonomo spesso confonde la conquista con la creazione. Conquistare un territorio non significa aver creato ciò che quel territorio conteneva. Prendere una zecca non significa aver inventato la monetazione. Governare città cristiane, greche, siriache o persiane non significa aver prodotto dal nulla le loro competenze amministrative. E islamizzare progressivamente simboli e linguaggi precedenti non significa esserne l’origine.

La narrazione apologetica ama dire: “l’Islam ha portato civiltà”. La documentazione materiale costringe a formulare la frase in modo molto meno comodo: il primo Islam ha conquistato civiltà già esistenti, ne ha utilizzato strutture, competenze e simboli, poi li ha rietichettati dentro un nuovo ordine politico-religioso. È una differenza enorme. Ed è proprio questa differenza che l’islamocentrismo cerca continuamente di nascondere.

Perché queste monete sono scomode

Le monete arabo-bizantine sono scomode perché non possono essere liquidate come polemica moderna. Non sono un’opinione. Non sono una provocazione social. Non sono una “lettura islamofoba”. Sono oggetti. Metallo. Immagini. Iscrizioni. Tipi monetali. Classificazioni museali. Cataloghi numismatici. Le si può studiare, datare, confrontare, pesare, attribuire a zecche, collegare a riforme. E quello che mostrano è incompatibile con la favola di un Islam delle origini immediatamente autosufficiente.

Sono scomode anche perché mettono in crisi la retorica dell’arte islamica come creazione pura. Prima della calligrafia monumentale, prima dell’aniconismo elevato a identità estetica, prima del trionfo della formula coranica sulla moneta, c’è un periodo in cui il potere musulmano usa ancora immagini e simboli del mondo precedente. Non perché fosse “tollerante” nel senso romantico moderno, ma perché era pragmatico, dipendente, ancora in fase di costruzione. Dove non aveva ancora prodotto un proprio linguaggio, usava quello degli altri.

Sono scomode, infine, perché mostrano il carattere profondamente politico dell’islamizzazione. La cancellazione o trasformazione dei simboli cristiani non è solo una questione religiosa astratta. È una lotta per il controllo del significato pubblico. La moneta dice chi comanda. Quando la croce viene modificata, quando l’immagine viene eliminata, quando l’arabo sostituisce il greco o il pahlavi, quando la shahada occupa lo spazio della figura imperiale, non siamo davanti a un semplice cambiamento estetico: siamo davanti a una conquista simbolica.

Il punto anti-islamocentrico: l’Islam non è il centro, è un erede aggressivo

La lettura islamocentrica tende a mettere l’Islam al centro di tutto: scienza islamica, arte islamica, filosofia islamica, medicina islamica, architettura islamica, civiltà islamica. Tutto ciò che accade sotto dominio musulmano viene risucchiato dentro l’etichetta religiosa e presentato come prodotto dell’Islam. Ma le monete arabo-bizantine aiutano a rimettere ordine: molto di ciò che viene poi chiamato “islamico” nasce in realtà da continuità precedenti, da strutture conquistate, da saperi non musulmani, da modelli cristiani, greci, siriaci, persiani e romani. È lo stesso schema che abbiamo analizzato parlando delle origini dell’architettura islamica e della cosiddetta scienza straniera nell’Islam.

Questo non significa negare che il mondo islamico abbia poi prodotto forme proprie. Significa impedire il furto retroattivo. Una cosa è dire che il califfato omayyade sviluppò una monetazione imperiale islamica; altra cosa è fingere che quella monetazione sia nata senza un lungo periodo di imitazione e adattamento. Una cosa è studiare la trasformazione; altra cosa è vendere la trasformazione come miracolo originario.

Il primo Islam, osservato attraverso le monete, appare per ciò che fu storicamente: non una civiltà scesa già completa dall’alto, ma un potere conquistatore che occupò mondi più antichi, ne usò gli strumenti e progressivamente li subordinò alla propria ideologia. È qui che le monete diventano più taglienti di cento slogan: mostrano un Islam ancora appoggiato a Bisanzio mentre comincia a proclamarsi alternativo a Bisanzio.

Conclusione: prima il riciclo, poi la propaganda

Le monete arabo-bizantine non raccontano un Islam nato già originale, autosufficiente e separato dal mondo cristiano-bizantino. Raccontano il contrario: un potere conquistatore che eredita zecche, modelli, immagini, lingue e simboli precedenti; li usa finché gli servono; poi li corregge, li cancella o li rimpiazza con formule confessionali arabe. La monetazione islamica classica non appare come miracolo originario, ma come risultato di una lunga operazione di appropriazione e riscrittura.

Prima del trionfo della propaganda califfale ci furono Bisanzio, le sue monete, le sue croci, le sue officine e il suo linguaggio imperiale. Il primo Islam non nacque dal nulla: arrivò su un mondo già costruito da altri e cominciò a metterci sopra il proprio marchio.

Fonti essenziali: Metropolitan Museum of Art, Dinar, ʿAbd al-Malik; British Museum, Gold dinar of ʿAbd al-Malik, 695; British Museum, ʿAbd al-Malik; Ashmolean Museum, Standing Caliph Dinar; Dumbarton Oaks, Clive Foss, Arab-Byzantine Coins.

Una risposta

  1. A.Sperelli ha detto:

    Un altro esempio eclatante è la “MEZZALUNA e la stella” simbolo “islamico” ma in realtà, nelle antiche religioni la Luna rappresentava spesso la femminilità e le Divinità femminili.
    Nel 340 AC a Bisanzio, allora una colonia greca, avvenne un miracolo, un intervento della Dea Ecate che salvò la città da un attacco nemico, così ne divenne la Dea protettrice ed il suo simbolo: la mezzaluna con la stella tappezzava Bisanzio.
    Il simbolo della mezzaluna e della stella è anche presente in alcune monete romane dei tempi di Caracalla e Adriano e ovviamente in tante monete bizantine.

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