Saladino: il mito del sovrano tollerante alla prova delle fonti
Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb) è una delle figure più celebri del Medioevo. Nell’immaginario moderno viene spesso ricordato come il sovrano musulmano cavalleresco e magnanimo, il nemico capace di rispettare i propri avversari, il condottiero che avrebbe dimostrato una tolleranza superiore a quella dei crociati.
Questa immagine contiene elementi reali, ma diventa fuorviante quando viene presentata come ritratto completo del personaggio. Le fonti medievali, comprese quelle musulmane più favorevoli a Saladino, descrivono infatti anche un sovrano profondamente impegnato nella jihad, rigoroso nell’ortodossia religiosa e capace di estrema durezza verso nemici, eretici e prigionieri.
Per accorgersene non è necessario affidarsi alla propaganda dei suoi avversari cristiani. Basta leggere anche gli autori musulmani che lo conobbero, lo servirono e lo ammirarono.
Il Saladino della leggenda e quello delle fonti
Nel corso dei secoli la figura di Saladino è stata progressivamente trasformata nel simbolo del “buon musulmano” medievale: nobile, tollerante, cavalleresco, persino più rispettoso dei propri nemici di molti sovrani cristiani.
Questa rappresentazione non nasce dal nulla. Saladino fu realmente capace, in determinate circostanze, di clemenza, pragmatismo politico e rispetto per alcuni avversari. Ma selezionare soltanto questi episodi e ignorare il resto significa sostituire alla storia una leggenda edificante.
Il problema, dunque, non è negare gli episodi di magnanimità. È verificare se bastino davvero a trasformare Saladino nel simbolo universale della tolleranza che tanta divulgazione moderna ama proporre.
Per farlo bisogna partire dalle fonti.
Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād: il biografo di Saladino
Una delle testimonianze più importanti è quella di Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, giurista, giudice, consigliere e stretto collaboratore del sultano.
La sua opera al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya rappresenta una delle principali biografie medievali di Saladino. Non si tratta di un autore ostile. Al contrario, Bahāʾ al-Dīn ammira apertamente il sultano e costruisce della sua vita un ritratto celebrativo.
Proprio per questo alcuni suoi passaggi sono particolarmente significativi.
La jihad al centro della vita di Saladino
«La guerra santa, e la relativa passione avevan fortissima presa sul suo cuore e su tutte le membra del suo corpo, tanto che egli non parlava d’altro argomento che questo, non badava che all’apparecchio di questa guerra, non si occupava che di chi questa combatteva, non aveva simpatia che per chi di essa parlava e ad essa esortava.»
Il biografo non descrive semplicemente un sovrano medievale costretto dalle circostanze a combattere. Descrive un uomo nel quale la jihad occupava una posizione centrale, quasi totalizzante, sia nella vita politica sia in quella religiosa.
Lo stesso Bahāʾ al-Dīn attribuisce poi direttamente a Saladino queste parole:
«Or stando io [Bahāʾ al-Dīn] così, il Saladino mi si rivolse e disse […]: “Ho in animo, quando Iddio mi conceda la conquista del resto del Litorale, di far la divisione dei miei territori, far testamento e dettare le mie volontà, e poi mettermi per questo mare sino alle sue terre lontane, e inseguire i franchi sin là, sì da non lasciare sulla faccia della terra chi non creda in Dio, o morire”.»
Il progetto attribuitogli dal suo stesso biografo non è quello di limitarsi a difendere i propri territori. È quello di proseguire la guerra anche oltre il Levante, inseguendo i franchi fino alle loro terre.
Qualunque interpretazione si voglia dare del linguaggio enfatico tipico delle cronache medievali, la rappresentazione offerta dalla fonte è difficilmente compatibile con l’immagine di un Saladino sostanzialmente estraneo alla guerra religiosa.
Fonte: Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya.
L’ortodossia religiosa e il caso al-Suhrawardī
Il Saladino celebrato come simbolo della tolleranza religiosa appare sotto una luce diversa quando Bahāʾ al-Dīn ne descrive l’atteggiamento verso filosofi, eretici e oppositori della legge religiosa.
«Venerava altamente le regole della fede, credendo nella resurrezione dei corpi, nella retribuzione dei buoni col paradiso e dei malvagi con l’inferno, assentendo a cuore aperto a tutto ciò che la Santa Legge insegna, e detestando i filosofi, gli eretici e i materialisti, e tutti quelli che avversano la Legge.
Ordinò per questo a suo figlio al-Malik az-Zahir signore di Aleppo di far giustiziare un giovane a nome as-Suhrawardi, che si diceva nemico della Legge ed eretico. Quel principe suo figliuolo l’aveva fatto arrestare per quanto ne aveva udito, e ne informò il Sultano, che ordinò di ucciderlo: e così lo uccise, e lo tenne per più giorni sulla croce.»
Il riferimento è al filosofo e mistico Shihāb al-Dīn al-Suhrawardī. Le fonti medievali non concordano su tutti i dettagli della sua morte, ma il coinvolgimento dell’autorità ayyubide nella sua condanna costituisce un elemento ben noto della vicenda.
L’episodio non dimostra che Saladino fosse incapace di qualsiasi forma di tolleranza. Dimostra però quanto sia improprio trasformarlo in un sovrano moderno, indifferentemente aperto a ogni posizione religiosa.
Fonte: Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya.
Un prigioniero franco: conversione e decapitazione
Bahāʾ al-Dīn racconta anche un episodio riguardante un prigioniero franco catturato durante una campagna militare:
«Il secondo giorno, il nemico mosse ad affrontarci, ed egli, pur sofferente com’era, ordinò l’esercito per la battaglia: pose all’ala destra al-Malik al-‘Adil, alla sinistra Taqi ad-din, e i suoi figli al-Malik az-Zahir e al-Malik al-Afdal al centro. Egli stesso si pose dietro al nemico per attaccarlo. Appena sceso dal Tell, gli fu condotto un Franco catturato dell’esercito nemico; ed egli, offertogli di abbracciare l’Islàm, ordinò al suo rifiuto di tagliargli la testa, ciò che fu fatto in sua presenza.»
La sequenza descritta dalla fonte è netta: al prigioniero viene proposta la conversione all’Islam e, di fronte al rifiuto, Saladino ordina la decapitazione.
Lo stesso biografo aggiunge:
«L’esercito ruppe il contatto col nemico, nella certezza che quel giorno il Sultano avrebbe fatto uccidere e crocifiggere parecchia gente; suo figlio stesso al-Malik az-Zahir mi raccontò che quel giorno aveva temuto di suo padre al punto da non osare di comparirgli dinanzi.»
Anche qui la fonte non è un pamphlet cristiano scritto per demonizzare il nemico. È il racconto di un autore musulmano che considera Saladino un modello di sovrano.
Fonte: Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya.
Rinaldo di Châtillon: Saladino impugna personalmente la spada
Uno degli episodi più celebri della vita di Saladino riguarda Rinaldo di Châtillon, chiamato Arnāt nelle fonti arabe, catturato dopo la battaglia di Hattin.
Rinaldo era uno dei principali nemici del sultano. Aveva violato tregue, attaccato carovane e condotto incursioni che lo avevano reso particolarmente odiato. Questo contesto è indispensabile per comprendere la decisione di Saladino, ma non cambia ciò che le fonti raccontano sulla sua morte.
«E quando Dio glielo [principe Arnàt] mise in mano in quella giornata, ribadì la sua decisione di ucciderlo per adempiere al suo voto. Lo fece dunque venire col re, e lagnandosi il re per la sete gli fece presentare una coppa di sorbetto. Il re ne bevve, e la porse ad Arnàt; ma il Sultano disse all’interprete: “Di’ al re: sei tu che gli hai dato da bere; io per me, né gli do a bere della mia bevanda, né da mangiare del mio cibo!”, intendendo con ciò che chi avesse mangiato del suo cibo, l’onore esigeva che egli non gli facesse alcun male. Dopo di che, troncò il capo ad Arnàt di sua mano, adempiendo il suo voto.»
La scena mostra bene una delle contraddizioni che la leggenda moderna tende a semplificare: Saladino può garantire protezione a un prigioniero e, nello stesso momento, ucciderne personalmente un altro.
Anche al-Ṣafadī tramanda una versione sostanzialmente analoga dell’episodio:
«Quante volte avete fatto un giuramento e lo avete violato? Quante volte firmato un accordo che non avete mai rispettato?» Rinaldo, tramite l’interprete, rispose: «I re hanno sempre agito così. Non ho fatto nulla di più.»
Durante questi momenti, il re Guido stava male per la sete, la sua testa ondeggiava come fosse ubriaco, la sua faccia tradiva grande paura. Saladino gli indirizzò parole rassicuranti, fece portare dell’acqua fredda e gliela offrì. Il re bevve, dopodiché dette ciò che rimaneva a Rinaldo […].
Il sultano allora disse a Guido: «Non hai chiesto il permesso prima di dargli l’acqua. Pertanto non sono obbligato a garantire la sua salvezza». Dopo aver pronunciato queste parole, il sultano sorrise, montò a cavallo e si allontanò, lasciando i prigionieri nel terrore.
Supervisionò il ritorno delle truppe e quindi ritornò alla sua tenda. Ordinò che Rinaldo fosse portato lì, quindi avanzò verso di lui con la spada in pugno e lo colpì tra il collo e lo spallaccio. Quando Rinaldo cadde, gli tagliò la testa e trascinò il corpo ai piedi del re, che cominciò a tremare. Vedendolo così sconvolto, Saladino gli disse in tono rassicurante: «Quest’uomo è stato ucciso solo a causa della sua malvagità e perfidia».»
Fonte: al-Ṣafadī, al-Wāfī bi-l-Wafayāt.
Alcune cronache medievali aggiungono ulteriori particolari sulla sorte del cadavere e sull’esposizione della testa di Rinaldo. Poiché tali dettagli non sono riportati uniformemente da tutte le fonti, è preferibile distinguerli dall’episodio principale, che è invece attestato in più tradizioni.
Hattin: l’esecuzione dei Templari e degli Ospitalieri
Dopo la vittoria di Hattin del 1187, Saladino riservò un trattamento particolarmente duro ai prigionieri appartenenti agli ordini militari.
Bahāʾ al-Dīn racconta:
«Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: “Purificherò la terra di queste due razze impure” …
Egli [Saladino] ordinò fossero decapitati, preferendo l’ucciderli al farli schiavi. C’era presso di lui tutta una schiera di dottori e sufi, e un certo numero di devoti e asceti: ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l’avambraccio.
Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti.
Io ero presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l’uomo di parola e d’azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò! Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! …»
Un’altra formulazione attribuita a Saladino riassume la logica dell’esecuzione:
«Intendo purificare la terra da questi due ordini mostruosi, dediti a pratiche insensate, i quali non rinunzieranno mai all’ostilità, non hanno alcun valore come schiavi e rappresentano quanto di peggio vi sia nella razza degli infedeli.»
Il dato più significativo non è soltanto l’esecuzione dei prigionieri, ma il modo in cui il biografo la racconta. La scena non viene presentata come un episodio imbarazzante da nascondere, bensì come un atto degno di approvazione.
La distanza tra la sensibilità medievale del cronista e quella moderna è evidente. Proprio per questo utilizzare il medesimo autore esclusivamente quando racconta episodi di clemenza e ignorarlo quando racconta episodi come questo produce inevitabilmente un ritratto selettivo.
Fonte: Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya.
Gerusalemme: clemenza, ma anche riconquista religiosa
La riconquista di Gerusalemme nel 1187 costituisce probabilmente l’episodio che più di ogni altro ha contribuito alla fama moderna di Saladino.
È corretto ricordare che la città non subì un massacro paragonabile a quello compiuto dai crociati nel 1099. Furono negoziati riscatti e molti abitanti cristiani poterono lasciare Gerusalemme.
Ma fermarsi a questo significa raccontare soltanto una parte dell’evento. La conquista ebbe anche un evidente significato religioso e simbolico.
Una cronaca cristiana racconta:
«Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell’acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi […]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio.»
La stessa tradizione cronachistica riferisce inoltre la chiusura del Santo Sepolcro per un periodo e la trasformazione di alcuni edifici cristiani in istituzioni religiose islamiche.
Fonte: La storia dell’imperatore Eraclio, pp. 96-104.
Saladino era dunque soltanto un sovrano feroce?
Ridurre Saladino a una caricatura sanguinaria sarebbe storicamente scorretto quanto trasformarlo nel campione assoluto della tolleranza.
Fu un sovrano medievale complesso: capace di clemenza e di durezza, di pragmatismo politico e di profonda motivazione religiosa, di diplomazia e di violenza.
Il punto non è dimostrare che Saladino fosse necessariamente più crudele di ogni altro sovrano del XII secolo. Il punto è molto più semplice: l’immagine del sovrano quasi universalmente tollerante non coincide con l’insieme della documentazione disponibile.
Quando si leggono anche le fonti musulmane a lui favorevoli emergono con chiarezza la centralità della jihad, la difesa dell’ortodossia, la repressione dell’eresia, l’esecuzione di prigionieri e la dimensione religiosa della guerra contro i franchi.
Come nasce il mito del “buon Saladino”
La fortuna postuma di Saladino crebbe enormemente nella cultura europea, soprattutto con la letteratura romantica e con la rappresentazione del “nobile avversario”.
In questa costruzione culturale il sultano divenne spesso il contraltare virtuoso dei crociati: più misericordioso, più raffinato, più rispettoso dei nemici.
Questa tradizione ha lasciato un’impronta profonda anche nella divulgazione contemporanea. Il risultato è che determinati episodi vengono ricordati continuamente, mentre altri, attestati dalle stesse fonti, spariscono quasi completamente dal racconto popolare.
È proprio questa selezione a creare il problema. Non perché gli episodi di clemenza siano falsi, ma perché vengono spesso utilizzati per costruire un personaggio molto più semplice di quello che emerge dalle cronache medievali.
Conclusione
Saladino fu senza dubbio uno dei più importanti condottieri del Medioevo, un politico capace e una figura centrale nella storia delle Crociate.
Fu anche un uomo profondamente religioso, impegnato nella jihad, rigorosamente legato all’ortodossia islamica e disposto a ricorrere alla violenza e alle esecuzioni contro determinati nemici.
Non sono soltanto i suoi avversari a raccontarcelo.
Lo raccontano anche i suoi ammiratori.
Per questo il contrasto non è tra un Saladino interamente “buono” e uno interamente “cattivo”. È tra il Saladino selezionato dalla leggenda moderna e quello, molto più complesso e molto meno accomodante, che emerge leggendo tutte le fonti.
Il Saladino della leggenda può essere trasformato nel simbolo assoluto della tolleranza. Quello delle fonti medievali è decisamente più difficile da addomesticare.
Fonti principali
- Bahāʾ al-Dīn Ibn Shaddād, al-Nawādir al-Sulṭāniyya wa-l-Maḥāsin al-Yūsufiyya, biografia medievale di Saladino.
- Ṣalāḥ al-Dīn al-Ṣafadī, al-Wāfī bi-l-Wafayāt.
- La storia dell’imperatore Eraclio, cronaca medievale relativa alla conquista di Gerusalemme.








