Il mito della Spagna islamica e la Carta di Umar
Il regolamento imposto ai non musulmani nella Spagna medievale sotto il dominio islamico
Uno dei miti più resistenti e strumentalizzati della nostra epoca è quello della Spagna moresca, la leggendaria Al-Andalus. Secondo questa narrazione, la penisola iberica sotto dominio islamico sarebbe stata un paradiso di tolleranza, convivenza armoniosa e fioritura culturale tra musulmani, cristiani ed ebrei. Un’epoca dorata in cui la diversità religiosa non solo veniva rispettata, ma diventava fonte di ricchezza e splendore artistico. Questo mito viene oggi agitato come modello ideale per giustificare la trasformazione multiculturale dell’Europa contemporanea, presentando l’Islam come una religione intrinsecamente tollerante e compatibile con la civiltà occidentale.
In realtà, dietro la retorica romantica si nasconde una condizione ben diversa: quella della dhimma, il sistema giuridico islamico che regolava lo status dei non musulmani (cristiani ed ebrei, detti “Popoli del Libro”). La Carta di Umar, attribuita al secondo califfo dell’Islam e diffusa nelle sue versioni successive, rappresentò per secoli il manuale pratico di sottomissione imposto ai dhimmi nella Spagna occupata. Ecco le condizioni cui erano costretti a sottostare:
- Non costruire e non riparare chiese, conventi ed eremi;
- Ospitare qualunque musulmano per almeno tre giorni;
- Non dare asilo ad alcuna spia;
- Non nascondere ai musulmani qualsiasi cosa possa nuocere loro;
- Non manifestare la propria religione, non predicarla e permettere la conversione all’Islam;
- Fare posto a sedere ai musulmani;
- Vestire in modo da essere riconosciuti come cristiani e non somigliare ai musulmani;
- Non usare la sella e non portare armi;
- Non vendere bevande fermentate;
- Rasarsi la parte anteriore del capo come segno distintivo;
- Non mostrare croci e Bibbie in pubblico;
- Non alzare la voce nelle chiese davanti a musulmani;
- Divieto di processioni per la Pasqua;
- Funerali silenziosi;
- Non costruire case più alte di quelle dei musulmani;
- Non colpire un musulmano;
- Non sposare una musulmana.
Il pagamento della jizya (il tributo di sottomissione) avveniva spesso in modo umiliante: il dhimmi doveva presentarsi in piedi davanti all’esattore seduto, chinare il capo e ricevere uno scappellotto. Le modalità potevano variare, ma il principio di inferiorità rimaneva costante.
Questa normativa creava una vera e propria ghettizzazione istituzionalizzata. I non musulmani erano esclusi dalle cariche pubbliche più importanti, sistematicamente sfavoriti nei tribunali, e relegati ai mestieri più umili e degradanti (raccolta dei rifiuti, pulizia delle latrine). La loro vita era protetta solo in cambio di una sottomissione continua e precaria: bastava un’accusa di blasfemia o di oltraggio all’Islam per mettere a rischio la loro incolumità.
Come fu possibile che la cristianità spagnola si sottomettesse a un simile regime per secoli? La questione va analizzata anche con un’ottica militare e politica. La normativa islamica fu strumentale alle grandi conquiste del primo secolo di vita della nuova religione. Nel 722, esattamente un secolo dopo l’Egira di Maometto verso Medina, l’Islam dominava gran parte del mondo conosciuto: Siria, Palestina, Persia, Africa settentrionale e Spagna erano sottoposte alla legge islamica. Questo fu possibile grazie a un’accorta politica di accordi con le popolazioni conquistate. Ognuna di queste fu convertita all’Islam e resa inoffensiva per gli occupanti, ma l’eccezione notevole fu proprio la cristianità spagnola.
Dal 711, anno della battaglia di Guadalete in cui fu infranto il regno visigoto, al 721, quando fu completata la conquista di quasi tutta la penisola iberica, arabi e berberi avevano schiacciato le resistenze più deboli e negoziato con quelle più forti, concedendo opportuni accordi. Gli iberici, tuttavia, non si convertirono in massa come era accaduto a persiani, berberi e siriani. Quelli che lo fecero, lo fecero dopo due secoli di dominazione. Mancò quindi la spinta propulsiva dei convertiti e i musulmani nella penisola iberica rimasero, inizialmente, una ristretta minoranza, incapace di lanciare nuove durevoli conquiste in Francia. Le vittorie di Carlo Martello a Poitiers e in Provenza hanno proprio in questa carenza di effettivi la loro radice fondamentale.
I cristiani spagnoli adottarono due linee di condotta: una più accomodante, l’altra di resistenza a oltranza (anche se non armata, a causa della propria debolezza militare). Dalla prima corrente nacque l’adozionismo, l’eresia che considerava Gesù nella sua sola natura umana ma “adottato” da Dio. L’eresia fu condannata nel 785 e poi nel 794, proprio negli anni in cui il califfo Abd al-Rahman faceva costruire la moschea di Cordova al posto della cattedrale, obbligando i cristiani a lavorare alla sua edificazione.
I martiri iberici non furono numerosi nei primi decenni, ma dall’inizio del IX secolo il loro numero cominciò a crescere, man mano che diventava evidente come l’Islam stesse soffocando la Chiesa gradualmente. Più volte i cristiani di Cordova e di Toledo insorsero contro l’occupazione islamica e ogni volta la repressione fu spietata. Nell’837 Toledo insorse nuovamente e fu necessario un assedio in piena regola per piegarne la resistenza. Molti cristiani mozarabi (da musta’rib, arabizzati) emigrarono verso nord, dove i regni cristiani in espansione li accoglievano volentieri. Altri scelsero la via del martirio consapevole per risvegliare le coscienze dei loro confratelli.
Nell’851 il cristiano Isacco professò apertamente la propria fede e chiese al giudice di convertirsi prima di essere giustiziato. Nello stesso anno Nunilone e Alodia, figlie di padre musulmano e madre cristiana, violarono la legge islamica che le voleva musulmane dalla nascita e furono martirizzate. Nei dieci anni successivi vi furono almeno altri 46 martiri nella sola Cordova. Spesso si trattava di figli di matrimoni misti (come Adolfo e Giovanni di Siviglia) o di sposi (come Aurelio e Sabighora), o di sacerdoti come Rodrigo, denunciato dal proprio fratello musulmano. L’accusa era quella di apostasia o di oltraggio alla religione. Bastava affermare che Maometto non era ispirato da Dio per commettere tale reato.
Il fenomeno fece scalpore e spinse il califfo a convocare, nell’852, un concilio che condannò la “voluttà di martirio”. Questo non fermò però il capo della rivolta, il sacerdote Eulogio, che continuò a polemizzare apertamente con le autorità moresche, tanto da essere eletto arcivescovo e primate di Spagna. Tale titolo non lo salvò dalla giustizia islamica. Nel marzo dell’859, una convertita di nome Leocricia chiese la sua protezione ed egli gliela accordò. Per questo motivo fu arrestato, giudicato e sgozzato l’11 marzo – una data divenuta tristemente significativa per la Spagna moderna.
Dopo di lui vi furono altri martiri, come la monaca Laura di Cordova, e altri ancora nei secoli successivi, anche se in misura minore. Nel frattempo le conversioni all’Islam aumentarono notevolmente. Tuttavia, la resistenza – anche solo passiva – dei cristiani spagnoli costrinse i califfi a far affluire nuovi immigrati nella penisola. Con essi arrivarono anche le divisioni tribali e razziali che, rinate in terra iberica, portarono alla frammentazione nei “regni di taifa” e, infine, alla scomparsa della Spagna moresca.
Al suo posto tornò il potere dei sovrani cristiani, che recuperarono gradualmente la penisola attraverso la Reconquista. Essi concessero talvolta privilegi e garanzie ai sudditi musulmani rimasti, soprattutto quando le circostanze militari o politiche lo rendevano opportuno. Come era normale per l’epoca, applicarono anche misure di tutela della propria identità religiosa e culturale.
Non era tempo per società multiculturali nel senso odierno del termine; non lo era stato sotto il dominio islamico e non lo fu neppure dopo. Questo solleva una domanda ancora attuale: lo è davvero oggi?
