Commento al Corano: Sura 4 al-Nisa, “Le Donne”, versetti 104-176

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Commento al Corano: Sura 4 an-Nisāʾ, “Le Donne”, versetti 104-176

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La parte conclusiva della Sura 4 an-Nisāʾ concentra alcuni dei temi più caratteristici dell’Islam medinese: guerra, autorità giudiziaria di Maometto, peccato e perdono, disciplina comunitaria, appartenenza religiosa, apostasia, rapporti con i miscredenti, polemica contro ebrei e cristiani, negazione della crocifissione di Gesù, rifiuto della Trinità e diritto ereditario.

Il testo non si limita a proporre una spiritualità. Stabilisce chi possiede l’autorità di giudicare, quale rivelazione debba essere creduta, quali fedeltà siano ammesse, chi sia destinato all’Inferno, come interpretare la storia ebraica e cristiana e come distribuire concretamente un’eredità. La conclusione della sura conferma quindi ciò che emergeva già nei versetti precedenti: il Corano presenta la rivelazione come criterio religioso, morale, politico e giuridico superiore.

Non smettete di inseguire il nemico – Corano 4:104

Corano 4:104 ordina:

«Non indebolitevi nell’inseguire quel popolo. Se soffrite, anch’essi soffrono come soffrite voi; ma voi sperate da Dio ciò che essi non sperano. Dio è Sapiente e Saggio.» (Corano 4:104).

Il versetto non spiritualizza la sofferenza del combattente: la utilizza come argomento per impedirgli di cedere. Il nemico prova lo stesso dolore fisico, ma il credente avrebbe una motivazione supplementare, perché può sperare da Allah ciò che l’avversario non spera.

La fede diventa così un moltiplicatore della resistenza militare. Il combattente musulmano viene incoraggiato a sopportare ciò che il nemico sopporta perché la promessa religiosa gli assegna una ragione ulteriore per continuare l’inseguimento.

Maometto riceve il Libro per giudicare – Corano 4:105

Il versetto successivo attribuisce a Maometto una funzione che va ben oltre la predicazione:

«In verità abbiamo fatto scendere a te il Libro secondo verità, affinché giudichi fra gli uomini secondo ciò che Dio ti ha mostrato. Non essere difensore dei traditori.» (Corano 4:105).

Il Corano collega direttamente tre elementi: rivelazione, autorità del profeta e giudizio sugli uomini.

La struttura è decisiva per comprendere l’Islam delle origini: Maometto non viene presentato soltanto come colui che comunica un messaggio religioso, ma come colui che deve applicare quel messaggio giudicando concretamente la comunità.

La rivelazione non rimane quindi confinata al rapporto fra individuo e divinità. Diventa criterio dell’autorità esercitata dal capo religioso.

La stessa rivelazione che conferisce l’autorità corregge Maometto – Corano 4:106-109

I versetti successivi ordinano a Maometto di chiedere perdono ad Allah e di non difendere coloro che tradiscono sé stessi:

«Chiedi perdono a Dio. In verità Dio è Perdonatore, Misericordioso.» (Corano 4:106; 4:107).

Il blocco appartiene quindi a un contesto giudiziario concreto e impedisce di leggere 4:105 come una semplice proclamazione astratta.

Ma il meccanismo resta autoreferenziale: la stessa fonte che attribuisce a Maometto il diritto di giudicare interviene anche a correggerne il giudizio. La rivelazione fonda l’autorità del profeta e contemporaneamente certifica che il profeta viene corretto da Allah. In entrambi i casi la garanzia ultima è il messaggio trasmesso attraverso lo stesso Maometto.

Peccato, perdono e responsabilità individuale – Corano 4:110-112

Corano 4:110 afferma:

«Chi compie un male o fa torto a sé stesso e poi chiede perdono a Dio troverà Dio Perdonatore, Misericordioso.» (Corano 4:110).

Il versetto successivo precisa che chi commette un peccato lo commette contro sé stesso, mentre 4:112 condanna chi attribuisce a un innocente una colpa propria.

La responsabilità viene dunque individualizzata: il peccato ricade su chi lo commette.

Ma anche il perdono rimane interamente inserito nella struttura teologica islamica: è Allah a definire il peccato, Allah a stabilire il percorso di remissione e la rivelazione trasmessa da Maometto a dichiarare chi può sperare nel perdono.

Allah insegna a Maometto ciò che non sapeva – Corano 4:113

Corano 4:113 attribuisce a Maometto una protezione e una conoscenza straordinarie:

«Dio ha fatto scendere su di te il Libro e la sapienza e ti ha insegnato ciò che non sapevi. Il favore di Dio su di te è immenso.» (Corano 4:113).

Qui l’autorità epistemica del profeta viene portata al massimo livello: Allah stesso gli avrebbe trasmesso Libro, Sapienza e conoscenze che prima non possedeva.

La pretesa profetica viene così legittimata attraverso la stessa rivelazione che Maometto presenta come proveniente da Allah. Maometto è autorevole perché Allah lo istruisce; sappiamo che Allah lo istruisce perché lo afferma il Corano trasmesso da Maometto.

Dal punto di vista storico-critico questa struttura non costituisce una verifica indipendente della profezia: è una forma di autocertificazione interna al sistema religioso.

Opporsi al Messaggero e alla «via dei credenti» – Corano 4:115

Corano 4:115 dichiara:

«Chi si oppone al messaggero dopo che la guida gli è divenuta chiara e segue una via diversa da quella dei credenti, lo lasceremo rivolto verso ciò che ha scelto e lo faremo entrare nell’Inferno. Misera destinazione.» (Corano 4:115).

Il versetto è stato utilizzato nella tradizione giuridica anche nelle discussioni sul valore della «via dei credenti» e sul consenso comunitario, benché la dottrina dell’ijmāʿ dipenda da un’elaborazione usulistica più ampia.

Il dato testuale è già sufficientemente netto: opposizione al Messaggero e deviazione dalla via dei credenti vengono collocate nello stesso percorso che conduce all’Inferno. La conformità religiosa non riguarda quindi soltanto Allah in astratto, ma anche il profeta e la comunità che gli aderisce.

Lo shirk che Allah non perdona – Corano 4:116

Corano 4:116 ripete:

«In verità Dio non perdona che Gli si associ qualcosa, mentre perdona ciò che è inferiore a questo a chi vuole. Chi associa qualcosa a Dio si è certamente smarrito in un lontano smarrimento.» (Corano 4:116).

Nella teologia islamica il passo viene generalmente riferito a chi muore nello shirk senza essersene pentito.

La gerarchia morale del testo è comunque inequivocabile: il peccato teologico dell’associazione ad Allah occupa una posizione unica, superiore per gravità a ogni altra colpa potenzialmente perdonabile.

Nel sistema coranico la corretta concezione di Dio non è quindi semplicemente una convinzione privata: determina la sorte eterna dell’individuo.

Satana, false speranze e «alterare la creazione di Allah» – Corano 4:117-121

Il Corano presenta Satana mentre promette:

«“li farò certamente smarrire, susciterò in loro false speranze, ordinerò loro di tagliare gli orecchi del bestiame e ordinerò loro di alterare la creazione di Dio”.» (Corano 4:119).

Il versetto non dice esplicitamente «sono vietati i tatuaggi». Il collegamento fra «alterare la creazione di Allah» e determinate modificazioni corporee appartiene all’esegesi e alla Sunna. Ibn Kathīr riporta, tra le interpretazioni, anche riferimenti a modificazioni corporali, mentre in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 5937 Maometto maledice chi tatua e chi si fa tatuare.

È così che una formulazione relativamente generale del Corano viene trasformata, attraverso hadith ed esegesi, in una disciplina molto più concreta del corpo. Ancora una volta il testo coranico da solo non basta a ricostruire l’intero ordinamento islamico: la norma pratica emerge dall’interazione fra Corano, Sunna e interpretazione giuridica.

Non basteranno desideri religiosi – Corano 4:123-126

Corano 4:123 dichiara:

«Non dipende dai vostri desideri né dai desideri della Gente del Libro. Chi compie un male ne riceverà la ricompensa e non troverà, all’infuori di Dio, né protettore né soccorritore.» (Corano 4:123).

Il versetto seguente promette invece il Paradiso a chi crede e opera il bene.

Poi 4:125 presenta Abramo:

«Chi è migliore nella religione di colui che sottomette il proprio volto a Dio, compie il bene e segue la religione di Abramo, rettamente orientato? Dio prese Abramo come amico intimo.» (Corano 4:125).

Abramo viene così retroattivamente inserito nella struttura religiosa che il Corano rivendica come propria. Un patriarca vissuto molti secoli prima dell’Islam storico viene presentato come modello della sottomissione ad Allah alla quale Maometto invita i suoi seguaci.

La continuità non viene dimostrata attraverso una fonte abramitica indipendente: viene affermata dalla rivelazione islamica stessa.

Le donne, i loro diritti e l’autorità del testo – Corano 4:127

Corano 4:127 ritorna sulle donne:

«Ti chiedono un responso riguardo alle donne. Di’: “Dio vi dà un responso su di loro, e anche ciò che vi viene recitato nel Libro riguardo alle donne orfane alle quali non date ciò che è stato prescritto per loro e che siete inclini oppure riluttanti a sposare, e riguardo ai bambini oppressi; e vi ordina di agire con equità verso gli orfani”. Qualunque bene compiate, Dio lo conosce.» (Corano 4:127).

Il passo riguarda in particolare donne e orfane private di quanto era stato loro prescritto.

La risposta, però, mostra ancora la struttura del potere normativo islamico: una questione familiare viene sottoposta a Maometto, ma la risposta viene presentata come il responso direttamente fornito da Allah. L’autorità religiosa del profeta si trasforma così in legislazione familiare.

Il nushūz del marito e quello della moglie: due trattamenti diversi – Corano 4:128

Corano 4:128 afferma:

«Se una donna teme da parte del marito comportamento ostile o allontanamento, non vi è colpa su entrambi se giungono fra loro a una riconciliazione; la riconciliazione è migliore.» (Corano 4:128).

Il termine nushūz è lo stesso che compariva in Corano 4:34 a proposito della moglie.

La differenza è strutturale.

Quando 4:34 parla del nushūz femminile, attribuisce al marito una sequenza disciplinare: ammonimento, separazione nel letto e infine ḍarb.

Quando 4:128 parla del nushūz o dell’avversione del marito, non conferisce alla moglie una procedura disciplinare speculare: propone un accordo.

La stessa parola entra quindi in due strutture normative differenti a seconda del sesso del soggetto. Il marito disciplina il nushūz della moglie; la moglie negozia davanti al nushūz del marito.

L’asimmetria non deriva da un’interpretazione moderna ostile: emerge dal confronto diretto fra due versetti della stessa sura.

«Non potrete mai essere equi fra le mogli» – Corano 4:129

Corano 4:129 afferma:

«Non riuscirete mai a essere perfettamente equi fra le donne, anche se lo desideraste.» (Corano 4:129).

Il versetto prosegue ordinando di non inclinarsi totalmente verso una lasciando l’altra «come sospesa».

Questo passo non abroga la poligamia autorizzata da 4:3. Il diritto islamico classico ha generalmente distinto fra uguaglianza materiale esigibile — turni, mantenimento e trattamento esteriore — e uguaglianza affettiva, considerata fuori dal pieno controllo dell’uomo.

Per questo è fuorviante trasformare 4:129 in una proibizione indiretta della poligamia. Il Corano ammette fino a quattro mogli in 4:3 e, in 4:129, prende atto che la perfetta uguaglianza tra loro non sarà raggiunta.

Separazione, ricchezza e sovranità di Allah – Corano 4:130-134

Corano 4:130 afferma che, se i coniugi si separano, Allah può arricchire entrambi della Sua abbondanza.

I versetti successivi ribadiscono che appartiene ad Allah tutto ciò che è nei cieli e sulla terra e che, se volesse, potrebbe sostituire gli uomini con altri.

La disciplina matrimoniale viene così inserita in un quadro molto più ampio di sovranità assoluta: Allah non è soltanto fonte del culto, ma proprietario ultimo del mondo e autorità che determina la posizione dell’uomo al suo interno.

Giustizia anche contro sé stessi e i parenti – Corano 4:135

Corano 4:135 ordina:

«O voi che credete, siate saldi nella giustizia, testimoni per Dio, anche contro voi stessi, i genitori o i parenti prossimi.» (Corano 4:135).

Ricco o povero non deve cambiare il giudizio.

La particolarità del versetto sta nella motivazione: la testimonianza giusta è resa “per Allah”. Anche una norma che possiamo riconoscere come razionalmente difendibile viene incorporata nel sistema dell’obbedienza religiosa e ricondotta alla sovranità divina.

Credere anche nel Libro di Maometto – Corano 4:136

Corano 4:136 ordina:

«O voi che credete, credete in Dio, nel Suo messaggero, nel Libro che ha fatto scendere sul Suo messaggero e nel Libro che ha fatto scendere in precedenza.» (Corano 4:136).

E aggiunge che chi nega Allah, gli angeli, i Libri, i messaggeri e il Giorno ultimo «si è sviato lontano».

L’Islam non si presenta quindi come una possibilità religiosa aggiuntiva accanto alle precedenti. Pretende di stabilire la forma corretta in cui bisogna credere anche nelle rivelazioni precedenti: accettare Mosè o Gesù ma rifiutare Maometto non è sufficiente.

La continuità biblica viene così subordinata all’accettazione del nuovo profeta arabo.

Credere, rinnegare, credere ancora e poi rinnegare – Corano 4:137

Corano 4:137 descrive persone che:

«In verità, coloro che hanno creduto, poi non hanno creduto, poi hanno creduto, poi non hanno creduto e infine sono aumentati nell’incredulità […]» (Corano 4:137).

Il versetto afferma che Allah non le perdonerà né le guiderà.

Questo passo condanna l’apostasia sul piano religioso ed escatologico, ma non prescrive qui una pena terrena di morte.

La sanzione capitale che entrerà nel diritto islamico classico viene fondata soprattutto sulla Sunna. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 6922 Ibn ʿAbbās attribuisce a Maometto la formula:

«Chi cambia la propria religione, uccidetelo.»

La distinzione è importante proprio perché rende il quadro più preciso: il Corano fornisce la condanna teologica dell’abbandono della fede; la Sunna fornisce uno dei testi fondamentali con cui il fiqh classico costruirà la pena terrena dell’apostata. Il passaggio dal giudizio coranico alla sanzione giuridica è approfondito in Apostasia nell’Islam: cosa accade a chi abbandona la fede.

Gli ipocriti cercano forza presso i miscredenti – Corano 4:138-139

Corano 4:139 critica gli ipocriti:

«coloro che prendono i miscredenti come alleati al posto dei credenti. Cercano forse presso di loro la potenza? In verità tutta la potenza appartiene a Dio.» (Corano 4:139).

Awliyāʾ non significa semplicemente “amici”: il campo semantico comprende sostegno, protezione, patronato e alleanza.

La scelta delle fedeltà politiche e comunitarie viene quindi sottoposta a un criterio religioso. Cercare forza o protezione presso i miscredenti invece che presso i credenti viene associato all’ipocrisia.

Quando il Corano viene deriso, bisogna lasciare la compagnia – Corano 4:140

Corano 4:140 ordina:

«Egli vi ha già fatto scendere nel Libro che, quando udite i segni di Dio essere negati e derisi, non dovete sedervi con costoro finché non entrino in un altro discorso; altrimenti sareste come loro. […]» (Corano 4:140).

Il versetto non ordina di aggredire chi deride la rivelazione. Ordina di abbandonarne la compagnia.

La risposta prevista è quindi una forma di separazione confessionale: il credente non deve rimanere in una riunione nella quale la propria rivelazione viene ridicolizzata.

La libertà di dissenso dell’altro non viene repressa in questo versetto con una pena, ma diventa comunque criterio per interrompere la relazione sociale in quel contesto.

Gli ipocriti aspettano di vedere chi vincerà – Corano 4:141-143

Corano 4:141 descrive gli ipocriti come opportunisti che aspettano l’esito dello scontro:

«Se vi giunge una vittoria da parte di Dio, dicono: “Non eravamo con voi?”. Se invece coloro che non credono ottengono una parte di successo, dicono: “Non avevamo forse il sopravvento su di voi e non vi abbiamo protetti dai credenti?”.» (Corano 4:141).

Il Corano condanna qui esattamente il comportamento del soggetto che adegua la propria fedeltà a chi sembra prevalere. La polemica è significativa perché mostra quanto religione, appartenenza e successo politico-militare siano intrecciati nel quadro medinese.

Non prendete i miscredenti come awliyāʾ – Corano 4:144

Il comando diventa esplicito:

«O voi che credete, non prendete i miscredenti come alleati al posto dei credenti. Volete forse dare a Dio contro di voi una chiara autorità?» (Corano 4:144).

L’appartenenza religiosa diventa così criterio della lealtà comunitaria. Il testo non si limita a dire “adorate Allah”: distingue anche verso chi deve orientarsi la rete di protezione e alleanza dei credenti.

È la stessa logica che verrà ribadita con ancora maggiore evidenza in Corano 5:51-56.

Gli ipocriti nel fondo dell’Inferno – Corano 4:145-146

Corano 4:145 proclama:

«In verità gli ipocriti saranno nel livello più basso del Fuoco.» (Corano 4:145).

Il versetto successivo esclude però dalla condanna coloro che si pentono, si correggono, si aggrappano ad Allah e rendono sincera la propria religione.

La condanna non riguarda quindi una categoria immutabile per nascita: è legata alla posizione religiosa assunta. Ma proprio per questo il testo definisce la sincerità verso Allah e l’appartenenza alla fede come condizione decisiva per sfuggire al fondo dell’Inferno.

Allah non ama che il male venga proclamato – Corano 4:147-149

Corano 4:148 afferma:

«Dio non ama che il male venga pronunciato pubblicamente, eccetto da parte di chi ha subito un’ingiustizia. Dio ascolta e sa.» (Corano 4:148).

Il versetto ammette quindi una distinzione fra parlare male gratuitamente e denunciare un’ingiustizia subita.

Il limite morale non viene però formulato come principio autonomo della libertà di parola: viene espresso come ciò che Allah ama o non ama, ancora una volta ricondotto alla volontà divina come criterio ultimo.

Non si può accettare alcuni profeti e rifiutarne altri – Corano 4:150-152

Corano 4:150-151 condanna:

«In verità, coloro che non credono in Dio e nei Suoi messaggeri, vogliono fare distinzione fra Dio e i Suoi messaggeri e dicono: “Crediamo in alcuni e non crediamo in altri” […]» (Corano 4:150).

Il testo li definisce «veri miscredenti».

Questa costruzione permette al Corano di trasformare anche ebrei e cristiani che credono sinceramente nei propri profeti in miscredenti qualora rifiutino Maometto. Non basta credere in Mosè o in Gesù: la catena viene dichiarata indivisibile, e Maometto viene inserito al suo interno dalla rivelazione islamica.

La richiesta di un Libro dal cielo e la colpa di Israele – Corano 4:153-154

Corano 4:153 attribuisce alla Gente del Libro la richiesta che Maometto faccia scendere un Libro dal cielo e risponde ricordando che gli israeliti avrebbero chiesto a Mosè qualcosa di ancora maggiore: «Mostraci Allah apertamente».

Segue il riferimento al vitello, al patto e al monte innalzato sopra di loro.

Il rifiuto contemporaneo di Maometto viene così reinterpretato attraverso una lunga genealogia di precedenti colpe israelitiche. Il dissenso degli interlocutori non viene esaminato come possibile richiesta di prova: viene inserito in una storia sacra di ostinazione già decisa dal narratore coranico.

Rottura del patto, miscredenza e cuori sigillati – Corano 4:155-156

Corano 4:155 elenca una serie di accuse:

«Per aver infranto il loro patto, per non aver creduto nei segni di Dio, per aver ucciso i profeti senza diritto e per aver detto: “I nostri cuori sono avvolti”. In realtà Dio li ha sigillati a causa della loro incredulità, perciò non credono se non in pochi;» (Corano 4:155).

Il termine ghulf indica cuori avvolti, coperti o chiusi; non significa qui «cuori incirconcisi» in senso anatomico.

Il versetto successivo aggiunge l’accusa di una «calunnia enorme» contro Maria.

Il rifiuto ebraico della nuova predicazione viene così spiegato mediante una sequenza teologica già fortemente delegittimante: violazione del patto, miscredenza, uccisione dei profeti, chiusura dei cuori e calunnia contro Maria.

Il Corano non si limita a registrare il disaccordo: ne fornisce anche la spiegazione morale e religiosa.

«Non lo uccisero e non lo crocifissero» – Corano 4:157

Uno dei versetti più radicalmente incompatibili con la ricostruzione cristiana e con la storiografia moderna su Gesù è Corano 4:157:

«e per aver detto: “Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, il messaggero di Dio”. Ma non lo uccisero e non lo crocifissero: così fu fatto apparire loro. […]» (Corano 4:157).

Il testo nega dunque due cose: che gli avversari abbiano ucciso Gesù e che lo abbiano crocifisso.

La frase shubbiha lahum, «così parve loro» o «la cosa fu resa loro somigliante», non racconta esplicitamente che un sosia sia stato crocifisso al posto di Gesù. La teoria della sostituzione appartiene a sviluppi esegetici successivi e molto diffusi, non alla formulazione esplicita del versetto.

Eliminata la leggenda del sosia dal testo stesso, rimane però il problema storico maggiore: una rivelazione araba del VII secolo nega la crocifissione di un uomo vissuto nel I secolo, mentre proprio la morte di Gesù per crocifissione è considerata dalla ricerca storica uno degli elementi più solidi della sua biografia.

Le discussioni accademiche possono riguardare cronologia precisa, interpretazione teologica e ricostruzione dei dettagli, ma non esiste nella storiografia contemporanea una comparabile base documentaria per la negazione coranica della crocifissione.

Un articolo di New Testament Studies pubblicato da Cambridge University Press osserva quanto sia ampio il consenso moderno sulla crocifissione di Gesù, pur discutendo criticamente la sicurezza con cui viene proposta una data precisa: Dating the Death of Jesus: Memory and the Religious Imagination.

Il contrasto non è quindi semplicemente “cristiani credono alla croce, musulmani no”. È una collisione fra una negazione religiosa tardiva e una ricostruzione storica fondata su testimonianze molto più vicine agli eventi.

Allah innalza Gesù – Corano 4:158

Corano 4:158 prosegue:

«ma Dio lo elevò a Sé. Dio è Potente e Saggio.» (Corano 4:158).

Il versetto non descrive nei dettagli la condizione corporea di Gesù dopo l’innalzamento. La tradizione islamica dominante svilupperà però la concezione secondo cui Gesù è stato assunto vivo e tornerà alla fine dei tempi.

Il risultato è una contro-narrazione completa: il Gesù storico crocifisso viene sostituito dal Gesù coranico sottratto alla croce, innalzato da Allah e destinato, nella tradizione successiva, a ritornare come conferma finale dell’Islam.

Prima della «sua» morte: l’ambiguità di Corano 4:159

Corano 4:159 afferma:

«Non vi è nessuno della Gente del Libro che non crederà in lui prima della sua morte; e nel Giorno della Resurrezione egli sarà testimone contro di loro.» (Corano 4:159).

Il pronome di «prima della sua morte» è stato interpretato in modi differenti. Una lettura lo riferisce alla morte di ogni appartenente alla Gente del Libro; un’altra, molto importante nella tradizione, alla morte futura di Gesù dopo il suo ritorno.

Ibn Kathīr sostiene con forza la seconda interpretazione.

La tradizione canonica amplia enormemente questo scenario. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 3448 Maometto annuncia che Gesù discenderà, spezzerà la croce, ucciderà i maiali e porrà fine alla jizya.

L’escatologia islamica finisce così per appropriarsi persino del fondatore del cristianesimo come protagonista della futura confutazione del cristianesimo: Gesù tornerà non per confermare la croce, ma per spezzarla.

Le proibizioni ebraiche come punizione divina – Corano 4:160-161

Corano 4:160 afferma:

«A causa dell’ingiustizia di coloro che sono giudei, rendemmo loro proibite cose buone che erano state loro permesse, e per aver ostacolato molti dalla via di Dio,» (Corano 4:160).

Il versetto successivo menziona usura, appropriazione ingiusta dei beni e prepara un doloroso castigo per i miscredenti fra loro.

Qui il Corano offre una reinterpretazione islamica della stessa legislazione ebraica: alcune proibizioni della Torah non vengono spiegate dalla propria storia religiosa ebraica, ma come punizione inflitta da Allah agli ebrei per le loro colpe.

Una tradizione precedente all’Islam viene dunque ricodificata retrospettivamente secondo il giudizio teologico del Corano.

L’eccezione fra gli ebrei – Corano 4:162

Corano 4:162 distingue:

«Ma quelli fra loro che sono saldi nella conoscenza e i credenti credono in ciò che è stato fatto scendere a te e in ciò che è stato fatto scendere prima di te; quelli che stabiliscono la preghiera, danno l’elemosina prescritta e credono in Dio e nell’Ultimo Giorno: a costoro daremo una ricompensa immensa.» (Corano 4:162).

Il bersaglio delle accuse precedenti non viene quindi esteso indistintamente a ogni ebreo.

Ma la distinzione positiva dipende nuovamente dall’accettazione della nuova rivelazione: gli appartenenti alla tradizione precedente che vengono lodati sono precisamente quelli che riconoscono anche ciò che sarebbe stato fatto scendere su Maometto.

Maometto inserito nella catena dei profeti biblici – Corano 4:163-165

Corano 4:163 proclama:

«In verità abbiamo comunicato a te la rivelazione come la comunicammo a Noè e ai profeti dopo di lui. La comunicammo ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, alle tribù, a Gesù, Giobbe, Giona, Aronne e Salomone; e a Davide demmo un Salterio.» (Corano 4:163).

4:164 aggiunge Mosè, al quale Allah avrebbe parlato direttamente, e 4:165 presenta i messaggeri come annunciatori e ammonitori affinché gli uomini non abbiano argomenti contro Allah.

Maometto viene così collocato direttamente nella genealogia profetica biblica dalla stessa rivelazione che pretende di dimostrare la sua appartenenza a quella genealogia.

Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè e Gesù vengono riuniti in una successione che culmina nella nuova predicazione araba.

Dal punto di vista della fede islamica questa è continuità profetica. Dal punto di vista storico-critico è una pretesa di continuità formulata dalla fonte che ha maggiore interesse a stabilirla.

Allah testimonia che il Corano viene da Allah – Corano 4:166

Il versetto seguente contiene forse una delle formulazioni più pure dell’autocertificazione coranica:

«Ma Dio testimonia riguardo a ciò che ha fatto scendere a te: lo ha fatto scendere con la Sua conoscenza. Anche gli angeli testimoniano. Dio basta come testimone.» (Corano 4:166).

La prova della provenienza divina della rivelazione viene dunque fornita dalla rivelazione stessa: il Corano dichiara che Allah testimonia l’autenticità del Corano.

È un argomento perfettamente circolare se proposto a chi ancora non accetta l’origine divina del testo.

Per il credente la testimonianza di Allah è definitiva; per lo storico che deve stabilire se sia davvero Allah a parlare, il versetto non offre una verifica esterna, ma ripete la pretesa che dovrebbe dimostrare.

Chi rifiuta il messaggio non troverà altra via che l’Inferno – Corano 4:167-169

Corano 4:167 afferma:

«In verità, coloro che non credono e ostacolano la via di Dio si sono certamente smarriti in un lontano smarrimento.» (Corano 4:167).

4:168-169 aggiunge che Allah non li perdonerà né li guiderà «se non verso la via dell’Inferno, dove rimarranno per sempre».

Il pluralismo religioso moderno è lontanissimo da questa struttura. Rifiutare la pretesa coranica non viene trattato come una diversa conclusione teologica legittimamente raggiunta, ma come deviazione che conduce al castigo eterno.

«È venuto a voi il Messaggero con la verità» – Corano 4:170

Corano 4:170 si rivolge all’umanità:

«O uomini, il messaggero vi è giunto con la verità da parte del vostro Signore. Credete dunque: è meglio per voi. Se non credete, a Dio appartiene ciò che è nei cieli e sulla terra. Dio è Sapiente e Saggio.» (Corano 4:170).

Ancora una volta la questione controversa viene formulata come se fosse già risolta: Maometto non viene presentato come uomo che afferma di essere messaggero, ma direttamente come “il Messaggero” che porta “la verità”.

Il testo incorpora quindi la conclusione nella premessa.

Gesù non è Dio e «non dite Tre» – Corano 4:171

Corano 4:171 si rivolge direttamente alla Gente del Libro:

«O Gente del Libro, non eccedete nella vostra religione e non dite su Dio altro che la verità. Il Messia, Gesù figlio di Maria, è soltanto un messaggero di Dio, la Sua parola che Egli rivolse a Maria e uno spirito proveniente da Lui. Credete dunque in Dio e nei Suoi messaggeri e non dite: “Tre”. Smettete: è meglio per voi. Dio è soltanto un Dio unico. Gloria a Lui: è ben al di sopra dell’avere un figlio. A Lui appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Dio basta come garante.» (Corano 4:171).

Il versetto non afferma qui che Maria faccia parte della Trinità. Attribuirgli quella specifica idea sulla base di 4:171 sarebbe scorretto.

Il problema più serio è un altro.

La dottrina cristiana nicena non insegna tre dèi. Professa un unico Dio e distingue tre persone divine.

Il Corano ordina «non dite Tre» e insiste che Allah è uno, ma la domanda storico-teologica è se questa polemica rappresenti con precisione la dottrina trinitaria che pretende di correggere oppure se la riduca a una forma più facilmente confutabile di pluralità divina.

Una rivelazione del VII secolo entra così in polemica con una controversia cristologica e trinitaria che aveva già prodotto secoli prima un vocabolario tecnico estremamente più articolato di «uno contro tre».

Il Messia non rifiuta di essere servo di Allah – Corano 4:172

Corano 4:172 aggiunge:

«Il Messia non disdegnerà mai di essere servo di Dio, né gli angeli resi vicini. Chi disdegna di adorarLo e si mostra arrogante, Egli li riunirà tutti a Sé.» (Corano 4:172).

Gesù viene così definitivamente ricollocato sotto la sovranità divina nel ruolo che il Corano gli assegna: non Dio incarnato, non Figlio nel senso cristiano, ma servo e messaggero.

La cristologia islamica non è una variante interna del cristianesimo: ne respinge precisamente il nucleo teologico centrale.

Paradiso per chi crede, castigo per chi rifiuta – Corano 4:173

Corano 4:173 stabilisce:

«Quanto a coloro che credono e compiono opere giuste, Egli darà loro pienamente le loro ricompense e aggiungerà per loro del Suo favore. Quanto a coloro che disdegnano e si mostrano arroganti, li castigherà con un castigo doloroso e non troveranno per sé, all’infuori di Dio, né protettore né soccorritore.» (Corano 4:173).

Dopo la correzione della cristologia, il testo torna immediatamente alla divisione escatologica: accettazione della verità coranica e rifiuto non rimangono due alternative intellettuali, ma conducono rispettivamente alla ricompensa o al castigo.

Il Corano si presenta come «prova» e «luce» – Corano 4:174-175

Corano 4:174 dichiara:

«O uomini, vi è giunta una prova dal vostro Signore e abbiamo fatto scendere a voi una luce manifesta.» (Corano 4:174).

Il versetto successivo promette misericordia e guida a chi crede in Allah e si aggrappa a Lui.

Anche qui il Corano non offre soltanto argomenti: definisce sé stesso come prova e luce. La qualificazione della rivelazione come evidenza della propria origine appartiene alla stessa struttura autoreferenziale già incontrata in 4:166.

La sura “Le Donne” termina con il maschio che eredita il doppio – Corano 4:176

L’ultimo versetto torna al diritto ereditario e alla kalāla, generalmente intesa nel diritto classico come la situazione di chi muore senza ascendenti e discendenti diretti rilevanti alla successione:

«Ti chiedono un responso. Di’: “Dio vi dà il responso riguardo alla kalālah. Se un uomo muore senza figli e ha una sorella, a lei spetta la metà di ciò che ha lasciato; ed egli eredita da lei se ella non ha figli. Se le sorelle sono due, a loro spettano i due terzi di ciò che ha lasciato. Se vi sono fratelli e sorelle, al maschio spetta una quota pari a quella di due femmine”. Dio vi chiarisce questo affinché non erriate. Dio conosce ogni cosa.» (Corano 4:176).

La formulazione completa stabilisce quindi diverse quote a seconda della composizione familiare.

Ma quando fratelli e sorelle concorrono nella stessa successione, la regola torna a essere esplicita: il maschio riceve quanto due femmine.

È significativo che la sura intitolata an-Nisāʾ, «Le Donne», termini ribadendo ancora una differenza patrimoniale fondata sul sesso.

Non è una ricostruzione dei giuristi successivi inserita artificialmente nel testo: è la formula coranica stessa.

Conclusione

La conclusione della Sura 4 concentra almeno cinque elementi fondamentali.

Primo: Maometto viene investito di un’autorità che è religiosa e giudiziaria. Il Libro gli viene dato perché giudichi, Allah gli avrebbe insegnato ciò che non sapeva e la stessa rivelazione certifica la sua autorità.

Secondo: l’appartenenza religiosa struttura la comunità. Opporsi al Messaggero, seguire una via diversa da quella dei credenti, prendere i miscredenti come awliyāʾ o oscillare fra le appartenenze non vengono trattati come scelte neutrali.

Terzo: il Corano assorbe le tradizioni bibliche nella propria genealogia e poi utilizza quella genealogia per legittimare Maometto. Abramo diventa modello della sottomissione, i profeti biblici vengono trasformati in predecessori della missione islamica e Allah stesso viene chiamato a testimoniare l’autenticità della nuova rivelazione.

Quarto: la polemica contro il cristianesimo raggiunge qui uno dei suoi punti più radicali. La crocifissione viene negata nonostante la solidità storica dell’evento, la Trinità viene respinta e Gesù viene ricostruito come servo di Allah destinato, nella tradizione islamica, a tornare per spezzare la croce.

Quinto: la normatività continua fino all’ultimo versetto. Matrimonio, nushūz, poligamia, appartenenza, giudizio, apostasia ed eredità vengono sottoposti alla rivelazione; e la sura si chiude ribadendo che, nella successione mista fra fratelli e sorelle, il maschio riceve il doppio della femmina.

Il risultato è un sistema nel quale Maometto non appare come semplice predicatore spirituale e il Corano non appare come semplice testo devozionale. La rivelazione costruisce l’autorità del profeta, disciplina la comunità, giudica le religioni precedenti, definisce la verità storica e teologica e trasforma la propria pretesa divina nel criterio con cui ogni dissenso viene valutato.

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