Commento al Corano: Sura 4 al-Nisa, “Le Donne”, versetti 104-176
Commento al Corano: Sura 4 an-Nisa, “Le Donne”, versetti 104-176
Nei versetti 104-176 della Sura 4 an-Nisa, il Corano chiude il capitolo intrecciando guerra, giudizio di Maometto, ipocriti, Popolo del Libro, negazione della crocifissione di Gesù, rifiuto della Trinità e diritto ereditario. Non siamo davanti a una semplice conclusione spirituale: il testo lega obbedienza, legge, identità comunitaria, conflitto religioso e correzione islamica delle tradizioni ebraiche e cristiane.
La Sura 4 an-Nisa, “Le Donne”, versetti 104-176, conclude il percorso iniziato con famiglia, eredità, donne, schiavitù, autorità domestica, obbedienza al Messaggero e jihad. In questa sezione finale emergono alcuni dei temi più sensibili dell’intera sura: la guerra contro i nemici, l’ipocrisia interna, il giudizio profetico, il rapporto con ebrei e cristiani, la figura di Gesù, la negazione della crocifissione e il rifiuto della Trinità.
Guerra, sofferenza e giudizio di Maometto
Il versetto 104 riprende il contesto militare già emerso nel blocco precedente. Ai credenti viene ordinato di non cedere nell’inseguimento del nemico: “Non indebolitevi nell’inseguire il popolo. Se voi soffrite, anche loro soffrono come voi soffrite; ma voi sperate da Allah ciò che essi non sperano.” (Corano 4:104).
La logica è chiara: i credenti e i nemici possono subire le stesse ferite, la stessa fatica, lo stesso rischio, ma non condividono lo stesso orizzonte. I musulmani combattono con una promessa ultraterrena che l’avversario non possiede. La sofferenza non diventa quindi motivo per fermarsi, ma carburante religioso: se anche il nemico soffre, il credente deve resistere di più perché spera in Allah.
Il versetto successivo lega il Libro rivelato alla funzione giudiziaria di Maometto: “In verità, abbiamo fatto scendere su di te il Libro con la verità, affinché tu giudichi tra gli uomini secondo ciò che Allah ti ha mostrato.” (Corano 4:105).
Questo passaggio è decisivo. Il Corano non presenta Maometto come semplice predicatore morale o consigliere spirituale. Il Libro scende perché egli giudichi tra gli uomini. Rivelazione, autorità e diritto vengono fusi: il Messaggero non trasmette soltanto un messaggio, ma diventa criterio di giudizio nella comunità.
Peccato, perdono e opposizione al Messaggero
I versetti 110-112 parlano di colpa, perdono e calunnia. Il testo afferma: “Chi commette un male o fa torto a se stesso e poi chiede perdono ad Allah, troverà Allah Perdonatore, Misericordioso.” (Corano 4:110). Anche qui esiste un elemento morale reale: il peccatore può chiedere perdono e non è ridotto automaticamente alla propria colpa.
Ma il perdono non diventa autonomia della coscienza. La colpa resta collocata dentro un sistema in cui Allah vede, giudica, perdona o punisce. Il versetto 112 aggiunge che chi commette una colpa e poi la getta su un innocente si carica di calunnia e peccato evidente (Corano 4:112). La morale coranica è sempre sorvegliata dall’alto: non è solo responsabilità sociale, è esposizione al giudizio divino.
Il versetto 115 è uno dei più importanti del blocco, perché collega la salvezza all’obbedienza al Messaggero e alla via dei credenti: “Chi si oppone al Messaggero dopo che la guida gli è divenuta chiara e segue una via diversa da quella dei credenti, lo lasceremo andare dove si è rivolto e lo faremo bruciare nell’Inferno. Che cattiva destinazione!” (Corano 4:115).
Questo versetto è stato tradizionalmente collegato anche al peso dell’ijma, il consenso della comunità. La logica è potente: non basta evitare una ribellione esplicita contro Allah; anche opporsi al Messaggero e seguire una via diversa da quella dei credenti diventa criterio di condanna. La comunità credente non è una semplice assemblea religiosa: diventa confine di ortodossia.
Il Tafsir Ibn Kathir su Corano 4:115 legge il versetto dentro la cornice dell’obbedienza al Messaggero e della via dei credenti. Da qui la tradizione giuridica islamica ha costruito anche il valore vincolante del consenso. Il problema, in prospettiva critica, è evidente: se un orientamento viene blindato come consenso comunitario, la riforma diventa difficilissima, soprattutto quando tocca temi già consolidati nella giurisprudenza classica.
Il versetto 116 ripete un principio già visto nella stessa sura: “In verità Allah non perdona che Gli si associ alcunché; ma, all’infuori di ciò, perdona chi vuole. Chi associa ad Allah qualcosa, si è smarrito di uno smarrimento lontano.” (Corano 4:116). Lo shirk, l’associazione ad Allah di altri partner, resta il peccato teologico decisivo. È un punto fondamentale anche per capire la polemica successiva contro cristiani e Trinità.
Satana, desiderio e alterazione della creazione
I versetti 117-121 attaccano chi invoca divinità femminili e Satana al posto di Allah. Il testo presenta Satana come deviatore dell’uomo, produttore di false speranze e distruttore dell’ordine voluto da Dio: “Li svierò, susciterò in loro desideri, ordinerò loro di tagliare le orecchie del bestiame e ordinerò loro di alterare la creazione di Allah.” (Corano 4:119).
Il versetto ha avuto molte letture nella tradizione islamica. Alcuni commentatori lo hanno collegato a pratiche pagane sul bestiame; altri vi hanno visto anche un principio più generale contro l’alterazione dell’ordine creato. Nella letteratura hadithica compaiono condanne di pratiche come tatuaggi, modifica dell’aspetto e aggiunte artificiali ai capelli; per esempio in Sahih al-Bukhari 5937 si trova la maledizione contro donne che praticano tatuaggi, si fanno tatuare o modificano artificialmente l’aspetto.
Il punto, però, non va attualizzato in modo superficiale. Il testo coranico sta costruendo una grammatica religiosa: Allah crea e ordina; Satana devia, promette, induce alla manipolazione e alla ribellione. La libertà dell’uomo non è celebrata come auto-determinazione, ma sorvegliata come possibile scostamento dall’ordine voluto da Allah.
Il blocco si chiude contrapponendo la promessa ingannevole di Satana alla promessa paradisiaca per i credenti. Il versetto 122 afferma: “Coloro che credono e compiono opere rette, li faremo entrare in giardini sotto i quali scorrono i fiumi, dove rimarranno per sempre.” (Corano 4:122). Ancora una volta, la struttura è binaria: deviazione e Fuoco, fede e Giardino.
Donne, orfani e compromesso coniugale
Il versetto 127 riporta il discorso sulle donne e sugli orfani, collegandosi ai temi iniziali della Sura 4: “Ti chiedono un responso sulle donne. Di’: Allah vi dà il responso su di loro e su ciò che vi viene recitato nel Libro riguardo alle orfane alle quali non date ciò che è stato prescritto per loro, mentre desiderate sposarle.” (Corano 4:127).
Il dato va riconosciuto: il Corano interviene su abusi patrimoniali e matrimoniali verso donne e orfane. Ma la struttura resta quella già vista nei blocchi precedenti: il corpo femminile, il patrimonio, il matrimonio e la tutela vengono regolati dall’alto, dentro una cornice giuridica maschile e comunitaria. La donna è protetta da alcuni abusi, ma non diventa un soggetto egualitario nel senso moderno.
Il versetto 128 affronta il caso di una donna che teme maltrattamento o abbandono da parte del marito: “Se una donna teme dal marito nushuz o allontanamento, non vi è colpa per entrambi se si riconciliano con un accordo; e la riconciliazione è migliore.” (Corano 4:128).
La tradizione collega questo passo anche al caso di Sawda, moglie di Maometto, che avrebbe ceduto il proprio turno coniugale ad Aisha temendo il divorzio. Il racconto è attestato in Sahih al-Bukhari 5212 e mostra il modo concreto in cui la poligamia viene amministrata: turni, rinunce, accordi, paura del ripudio e riequilibrio interno tra mogli.
Il versetto 129 aggiunge un dato importante: “Non potrete mai essere equi tra le donne, anche se lo desiderate.” (Corano 4:129). Il Corano ammette quindi l’impossibilità dell’equità piena tra più mogli, pur senza abolire la poligamia. Anche qui la regolazione non coincide con l’emancipazione: il sistema resta in piedi, mentre se ne gestiscono le tensioni.
Giustizia, ipocrisia e separazione comunitaria
Il versetto 135 è uno dei passaggi moralmente più forti del blocco: “O voi che credete, siate saldi nella giustizia, testimoni per Allah, anche contro voi stessi, i genitori e i parenti.” (Corano 4:135).
Questo contenuto morale esiste e va riconosciuto. Il testo chiede una testimonianza che non si pieghi a interesse personale, parentela, ricchezza o povertà. Ma anche questa giustizia non è presentata come neutralità laica: è testimonianza “per Allah”. Il criterio ultimo resta religioso. La giustizia non è autonoma dalla rivelazione, ma subordinata alla volontà divina.
Subito dopo, però, il discorso torna a irrigidire i confini comunitari. Il versetto 137 parla di chi crede, poi nega, poi crede, poi nega di nuovo: “In verità, coloro che credono, poi negano, poi credono, poi negano, poi aumentano nella miscredenza, Allah non li perdonerà né li guiderà su una via.” (Corano 4:137).
Non siamo davanti a un pluralismo religioso fluido. Il testo tratta l’oscillazione tra fede e miscredenza come aggravamento della colpa, non come percorso individuale di ricerca. In questo quadro si inserisce anche la tradizione hadithica sull’apostasia, con la formula riportata in Sahih al-Bukhari 6922: chi cambia religione va ucciso. Per approfondire il tema si veda l’articolo interno sull’apostasia islamica nel periodo classico e contemporaneo.
Il versetto 140 ordina di non restare seduti con chi nega o deride i segni di Allah: “Quando sentite che i segni di Allah vengono negati e derisi, non sedetevi con loro finché non passino ad altro discorso; altrimenti sareste come loro.” (Corano 4:140).
Qui il dissenso religioso non viene trattato come normale confronto pubblico. La derisione dei versetti rompe la comunanza: il credente deve separarsi, altrimenti partecipa della colpa. La comunità viene educata a distinguere, isolare, non condividere lo spazio simbolico con chi ridicolizza la rivelazione.
Il versetto 145 chiude la sezione sugli ipocriti con una minaccia radicale: “In verità, gli ipocriti saranno nel grado più basso del Fuoco, e non troverai per loro alcun soccorritore.” (Corano 4:145). Gli ipocriti non sono semplicemente incoerenti: sono collocati nel punto più basso dell’Inferno. Ancora una volta, l’identità comunitaria viene difesa con una retorica escatologica durissima.
Popolo del Libro, ebrei e costruzione dell’avversario religioso
I versetti 150-161 tornano alla polemica contro parte del Popolo del Libro. Il testo condanna chi pretende di distinguere tra Allah e i Suoi messaggeri, accettandone alcuni e rifiutandone altri: “Vogliono fare distinzione tra Allah e i Suoi messaggeri e dicono: crediamo in alcuni e neghiamo altri.” (Corano 4:150).
La logica coranica è totalizzante: non basta credere in alcuni profeti o in una parte della rivelazione. Chi rifiuta Maometto viene collocato nella categoria del rifiuto complessivo. Da qui nasce la critica islamica a ebrei e cristiani: non avrebbero semplicemente una teologia diversa, ma avrebbero spezzato l’unità della catena profetica culminante in Maometto.
Il bersaglio dell’analisi è la costruzione polemica dell’avversario religioso nel testo coranico e nella sua esegesi, non gli ebrei o i cristiani come persone o categorie umane contemporanee. Il problema qui è dottrinale: il Corano riscrive la storia religiosa precedente e giudica ebraismo e cristianesimo alla luce dell’autorità islamica.
Il versetto 155 attribuisce a una parte degli ebrei rottura del patto, miscredenza nei segni di Allah, uccisione dei profeti e durezza del cuore: “Per la loro rottura del patto, per la loro miscredenza nei segni di Allah, per avere ucciso i profeti ingiustamente e per avere detto: i nostri cuori sono incirconcisi. No, Allah ha posto un sigillo su di essi a causa della loro miscredenza.” (Corano 4:155).
La durezza del linguaggio non è marginale. Il testo costruisce un avversario religioso colpevole, infedele, deformante, punito da Allah. Proprio per questo è necessario leggerlo come documento dottrinale e polemico: non per trasferire quella condanna sugli ebrei contemporanei, ma per mostrare come il Corano fondi una narrazione islamica di delegittimazione delle tradizioni precedenti.
Gesù nel Corano: crocifissione negata e Trinità respinta
Il versetto 157 è uno dei passaggi più importanti dell’intero Corano sul cristianesimo. Il testo attribuisce ad alcuni giudei la pretesa di avere ucciso il Messia e poi la nega: “Non lo uccisero e non lo crocifissero, ma così parve loro.” (Corano 4:157).
Con questa frase il Corano entra in collisione frontale con il nucleo storico e teologico del cristianesimo. La crocifissione di Gesù non è un dettaglio secondario della fede cristiana: è l’evento centrale attorno a cui ruotano passione, morte, redenzione e risurrezione. Il Corano, invece, la nega o la rende apparenza, sostituzione, equivoco o mistero sottratto alla certezza storica.
Il versetto successivo aggiunge: “Allah lo innalzò a Sé. Allah è Potente, Saggio.” (Corano 4:158). Gesù non viene presentato come Figlio incarnato morto e risorto, ma come profeta salvato e innalzato da Allah. La cristologia coranica non completa quella cristiana: la corregge e la rovescia.
Il versetto 159, secondo diverse interpretazioni islamiche, viene collegato alla fede del Popolo del Libro in Gesù prima della sua morte o prima della morte di Gesù alla fine dei tempi: “Non vi sarà nessuno del Popolo del Libro che non crederà in lui prima della sua morte; e nel Giorno della Risurrezione egli sarà testimone contro di loro.” (Corano 4:159).
Il Tafsir Ibn Kathir su Corano 4:159 collega il passo al ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Nella tradizione islamica, Gesù tornerà non per confermare il cristianesimo, ma per smentirlo: romperà la croce, ucciderà il maiale e abolirà la jizya, secondo la nota tradizione riportata in Sahih al-Bukhari 3448. L’immagine è inequivocabile: il Gesù islamico non salva la teologia cristiana, la liquida.
Il culmine della polemica anticristiana arriva al versetto 171: “O Gente del Libro, non eccedete nella vostra religione e non dite di Allah se non la verità. Il Messia, Gesù figlio di Maria, è soltanto il Messaggero di Allah, la Sua parola che Egli depose in Maria e uno spirito proveniente da Lui. Credete dunque in Allah e nei Suoi messaggeri e non dite: Tre. Smettete: sarà meglio per voi.” (Corano 4:171).
Il testo riconosce a Gesù titoli elevati: Messia, figlio di Maria, Messaggero di Allah, parola proveniente da Allah e spirito da Lui. Ma li usa per negare la lettura cristiana, non per confermarla. Gesù non è Figlio di Dio nel senso cristiano, non è Dio incarnato, non è seconda persona della Trinità. È servo e messaggero.
Il versetto 172 lo ribadisce: “Il Messia non disdegnerà mai di essere servo di Allah.” (Corano 4:172). Questo è il punto: il Corano non mette Gesù al centro di una redenzione divina, ma lo ricolloca nella catena profetica islamica come servo sottomesso ad Allah. Per questo la polemica contro la Trinità non è un dettaglio teologico marginale: è parte della costruzione islamica dell’identità contro il cristianesimo.
Per approfondire il modo in cui il Corano e la tradizione islamica rileggono Gesù e le Scritture precedenti si veda anche l’articolo sulla falsificazione della Bibbia.
Eredità e chiusura normativa della sura
Dopo guerra, ipocriti, Popolo del Libro, Gesù, crocifissione e Trinità, la Sura 4 si chiude tornando al diritto ereditario. Il versetto 176 risponde al caso della kalala, cioè della persona che muore senza lasciare discendenti diretti: “Ti chiedono un responso. Di’: Allah vi dà il responso riguardo alla kalala. Se un uomo muore senza avere figli e ha una sorella, a lei spetta metà di ciò che lascia.” Il versetto aggiunge poi: “Se vi sono fratelli, uomini e donne, al maschio spetta la parte di due femmine.” (Corano 4:176).
La chiusura è significativa. La sura che ha parlato di donne, matrimonio, schiave, eredità, autorità domestica, giudizio, guerra e Popolo del Libro termina con una norma patrimoniale. Il Corano non chiude con una meditazione astratta, ma con un responso giuridico. È il modo migliore per capire l’intero capitolo: la rivelazione non pretende soltanto di ispirare, ma di ordinare concretamente famiglia, comunità, guerra, fede e patrimonio.
Conclusione
Nel suo insieme, l’ultimo blocco della Sura 4 an-Nisa mostra quanto sia fragile la lettura dell’Islam come pura spiritualità privata. Qui il Corano parla di inseguimento del nemico, giudizio di Maometto, peccato, consenso comunitario, ipocriti, separazione da chi deride i versetti, Popolo del Libro, crocifissione negata, Trinità respinta e diritto ereditario.
La logica dominante è sempre la stessa: Allah rivela, il Messaggero giudica, la comunità obbedisce, gli ipocriti vengono smascherati, gli avversari religiosi vengono ricollocati sotto la narrazione islamica, i credenti combattono, Gesù viene sottratto al cristianesimo e restituito all’Islam come servo di Allah.
La Sura 4 si chiude così come si era sviluppata: non come un testo di semplice devozione, ma come un capitolo di ordinamento religioso, giuridico e politico. La donna, la famiglia, la guerra, la fede, l’eresia, la giustizia, l’eredità e perfino Gesù vengono collocati sotto una medesima autorità: quella di Allah e del suo Messaggero. È questa la parte che l’apologetica moderna tende a smussare, ma che il testo continua a mostrare con impressionante chiarezza.
