L’arabo non nasce col Corano: il mito della lingua di Allah prima dell’Islam

L’arabo non nasce con l’Islam, la scrittura araba non nasce con il Corano e Allah non compare per la prima volta con Maometto. Quando la predicazione coranica emerge nel VII secolo, la lingua araba possiede già una lunga storia, la sua scrittura è il risultato di un’evoluzione precedente, comunità cristiane la utilizzano prima dell’Islam e lo stesso nome Allah appartiene al paesaggio religioso dell’Arabia preislamica.

Il Corano nasce dunque dentro una realtà linguistica e religiosa già esistente. L’Islam non crea l’arabo: eredita una lingua storica, la lega alla propria rivelazione e la trasforma in lingua sacra. Anche la forma materiale del testo coranico appartiene alla storia: i primi testimoni non presentano ancora in maniera uniforme il sistema diacritico e vocalico del muṣḥaf moderno, mentre la tradizione islamica stessa conserva memoria di una standardizzazione nella quale viene impartito un criterio linguistico legato ai Quraysh.

Lingua, scrittura, lessico religioso, nome di Allah e trasmissione grafica appartengono a processi umani documentabili prima e dopo Maometto. La linguistica, l’epigrafia e la paleografia descrivono questa storia; è la teologia islamica ad attribuirle un’origine e un significato soprannaturali.

L’arabo esisteva già: il Corano eredita una lingua, non la crea

L’arabo appartiene alla famiglia delle lingue semitiche e precede di secoli la predicazione di Maometto. Va distinta la lingua dalla sua scrittura: la lingua araba non deriva dall’aramaico; è la scrittura araba a emergere attraverso una tradizione grafica sviluppatasi dal nabateo-aramaico. Gli Arabi parlavano varietà arabe molto prima che il sistema grafico destinato a diventare l’alfabeto arabo raggiungesse la propria forma caratteristica.

L’epigrafia permette di seguire concretamente questa evoluzione. Testimonianze arabe vengono scritte attraverso sistemi grafici precedenti e, nella tarda antichità, compare quel complesso di iscrizioni oggi definito paleo-arabo: testi in lingua araba prodotti nella scrittura che conduce direttamente all’arabo del periodo islamico. Ahmad Al-Jallad e Hythem Sidky collocano l’inizio di questo corpus già nella tarda parte del V secolo.

Nel VI secolo le attestazioni diventano inequivocabili. L’iscrizione trilingue di Zabad, datata al 512, contiene greco, siriaco e paleo-arabo in un contesto cristiano. Altre iscrizioni arabe datate precedono di decenni la predicazione di Maometto. Quando compare il Corano, l’arabo scritto appartiene già alla storia della tarda antichità.

Il ruolo enorme che il Corano eserciterà successivamente sulla cultura araba non modifica questa cronologia. La lingua precede il testo che l’Islam proclamerà parola di Dio.

La scrittura araba nasce prima del Corano

La storia della scrittura rende ancora più evidente la continuità con il mondo precedente. Il nabateo era una forma di aramaico utilizzata nel regno nabateo e nelle regioni circostanti. L’Arabia nordoccidentale era linguisticamente complessa: Benjamin Suchard ha mostrato che arabo e aramaico erano entrambi parlati nella regione e che il nabateo-aramaico contiene numerosi elementi provenienti dall’arabo.

Da quella tradizione grafica si sviluppano progressivamente forme sempre più vicine all’alfabeto arabo. Non esiste quindi un momento nel quale il Corano introduce improvvisamente nel mondo una nuova scrittura compiuta. Il testo islamico utilizza il risultato di una storia grafica precedente.

Questo dato separa nettamente storia e teologia. La paleografia può seguire trasformazioni delle lettere, convenzioni grafiche e rapporti fra sistemi di scrittura. In questa sequenza non compare alcuna cesura spiegabile attraverso una rivelazione: compare un processo storico.

Cristiani scrivevano in arabo prima dell’Islam

L’arabo preislamico non apparteneva a un ambiente esclusivamente pagano in attesa di essere trasformato dall’Islam. Le testimonianze paleo-arabe mostrano la presenza di comunità monoteistiche e cristiane che utilizzavano la lingua prima di Maometto.

Zabad ne offre un esempio evidente: nel 512 l’arabo compare insieme al greco e al siriaco presso un edificio cristiano dedicato a san Sergio. A Dūmat al-Jandal, nell’attuale Arabia Saudita, è stata identificata un’iscrizione cristiana paleo-araba precisamente datata al 548-549. Il corpus epigrafico proveniente dall’Arabia occidentale e dalle regioni circostanti ha inoltre continuato ad ampliarsi negli ultimi anni, modificando radicalmente l’immagine dell’ambiente linguistico e religioso nel quale sorse l’Islam.

Il cristiano arabofono precede il musulmano. La lingua che diventerà quella del Corano era già utilizzata da persone appartenenti ad altre religioni e inserite nel mondo culturale della tarda antichità.

Allah esisteva prima di Maometto

Lo stesso nome Allah precede l’Islam. La questione oggi non dipende soltanto dalle tradizioni islamiche posteriori: è documentata epigraficamente.

Nel 2025 Ahmad Al-Jallad ha pubblicato una ricostruzione del culto preislamico di Allāh basata sulle iscrizioni safaitiche. L’evidenza epigrafica attesta il culto di Allāh nell’Arabia preislamica e una nuova iscrizione proveniente dalla Ḥarrah della Giordania nordorientale, risalente a circa duemila anni fa, permette di riconoscerne anche un ruolo di divinità creatrice associata alla luce.

Le ricerche successive di Al-Jallad e Hythem Sidky sull’Arabia tardo-antica mostrano inoltre un ambiente nel quale antiche tradizioni religiose arabe e idee monoteistiche si incontravano prima della comparsa dell’Islam. L’Arabia di Maometto non era isolata dai processi religiosi che attraversavano il Vicino Oriente.

L’Islam non inventa Allah e non introduce per la prima volta il suo nome fra gli Arabi. Assume un nome divino già attestato e lo colloca al centro della propria teologia, identificandolo come l’unico Dio, autore del Corano e mandante di Maometto.

Il passaggio decisivo è quindi teologico, non linguistico: un nome appartenente alla storia religiosa dell’Arabia viene integrato nella nuova costruzione coranica e presentato come il nome del Dio che avrebbe affidato a Maometto la rivelazione definitiva.

Il Corano nasce dentro una rete di contatti linguistici

Nemmeno il vocabolario dell’arabo coranico vive isolato dal mondo circostante. L’arabo preislamico si sviluppò a contatto con aramaico, siriaco, greco, etiopico, persiano e altre lingue della tarda antichità. Prestiti, interferenze e circolazione del lessico appartengono alla normale storia linguistica della regione.

Gli studi sul vocabolario coranico hanno individuato numerosi termini la cui storia coinvolge altre lingue. Arthur Jeffery raccolse sistematicamente il materiale già nel XX secolo; molte singole etimologie sono state successivamente riesaminate, corrette o discusse, mentre lo studio dei contatti lessicali è proseguito. La distinzione è importante: termini realmente mutuati, cognati appartenenti alla comune eredità semitica e etimologie discusse non devono essere confusi.

Il fenomeno generale rimane però evidente. Il lessico del Corano appartiene alla stessa rete culturale e linguistica della tarda antichità nella quale si formano gli altri idiomi della regione. L’arabo coranico mostra contatto, prestito, adattamento ed evoluzione: gli stessi processi che caratterizzano le lingue umane.

I prestiti e i contatti linguistici collocano quindi il testo nella storia documentabile dell’arabo. L’origine divina viene attribuita a quella lingua dalla teologia islamica; non emerge dall’analisi linguistica.

La “chiara lingua araba” è un’affermazione del Corano su se stesso

Il Corano insiste ripetutamente sulla propria arabicità. In 12:2 si presenta come «Corano arabo» affinché i destinatari comprendano; in 16:103 contrappone la lingua dello straniero evocato dagli avversari alla propria «chiara lingua araba»; in 26:195 torna a parlare di una «chiara lingua araba».

Queste affermazioni hanno un limite evidente come prova: è il Corano stesso a dichiarare la propria chiarezza, arabicità e origine divina. Una proprietà teologica proclamata dal testo non diventa per questo una conclusione della linguistica.

Grammatica, lessico, fonologia, retorica e storia dell’arabo possono essere analizzati. Nessuna caratteristica linguistica fornisce un criterio indipendente capace di distinguere una frase prodotta da un essere umano da una frase dettata da Dio. L’affermazione «Allah ha scelto questa lingua» presuppone già che il Corano provenga da Allah.

La tradizione islamica parla della lingua dei Quraysh

La stessa letteratura canonica islamica colloca il testo dentro una concreta storia linguistica araba. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4984, nel racconto della preparazione dei muṣḥaf ordinata dal califfo ʿUthmān, ai copisti viene impartita questa istruzione:

«Se dissentite con Zayd […] scrivetelo nella lingua dei Quraysh, poiché il Corano fu rivelato nella loro lingua.»

Il racconto attribuisce a ʿUthmān l’incarico dato a Zayd ibn Thābit, Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, ʿAbd Allāh ibn al-Zubayr e ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥārith di produrre le copie del testo. In caso di divergenza nella resa araba, viene stabilito un criterio: la lingua dei Quraysh.

La tradizione canonica rappresenta dunque la produzione dei muṣḥaf attraverso copisti umani, possibili divergenze linguistiche e una convenzione da applicare nella scrittura. Il testo viene collocato nella lingua di una concreta comunità araba del VII secolo, non in una categoria linguistica sottratta alla storia.

Il primo Corano scritto non coincideva graficamente con il muṣḥaf moderno

La storia materiale del Corano aggiunge un altro elemento. Il rasm è lo scheletro grafico-consonantico del testo. I primi manoscritti non presentano ancora in maniera sistematica e uniforme l’intero apparato di punti consonantici, segni vocalici e indicazioni grafiche familiari al lettore di un Corano stampato moderno.

La situazione manoscritta è più complessa della formula semplicistica secondo cui «non esistevano i punti»: alcuni testimoni utilizzano già sporadicamente segni diacritici, altri mostrano sistemi di vocalizzazione o interventi di mani successive. Il dato centrale rimane invariato: il rasm antico non codificava graficamente tutte le informazioni presenti nel muṣḥaf pienamente specificato di oggi.

La lettura dipendeva quindi anche dalla tradizione recitativa e dalle convenzioni tramandate. La distinzione fra rasm, ciò che viene scritto, e qirāʾa, ciò che viene letto, è fondamentale nella ricerca moderna sui manoscritti coranici.

Gli studi di Nicolai Sinai indicano inoltre che una fissazione sostanzialmente precoce dello scheletro consonantico, compatibile con una standardizzazione intorno alla metà del VII secolo, costituisce una spiegazione storicamente solida. Una fissazione precoce del rasm non equivale però alla presenza, fin dall’inizio, del sistema grafico pienamente specificato del muṣḥaf moderno.

Per la questione ortografica e grammaticale si veda anche Zone d’ombra del testo coranico: ortografia e grammatica.

Dalla lingua storica al “miracolo linguistico”

Con la dottrina dell’iʿjāz al-Qurʾān, l’arabo coranico acquista una funzione ulteriore: non sarebbe soltanto la lingua nella quale è formulato il testo, ma diventerebbe esso stesso una prova della sua origine divina.

Il Corano sfida i propri avversari a produrre qualcosa di simile e la successiva tradizione islamica sviluppa da questa sfida una teoria dell’inimitabilità. La difficoltà è strutturale: il testo proclamato parola perfetta di Dio diventa contemporaneamente il modello attraverso il quale la comunità che lo considera parola di Dio misura la sua presunta insuperabilità.

Non esiste una misura linguistica indipendente capace di stabilire il punto nel quale eloquenza, ritmo, struttura retorica o qualità letteraria diventano soprannaturali. Tali caratteristiche possono essere studiate, confrontate e giudicate; nessuna produce la conclusione necessaria che l’autore sia Dio.

Il Corano ha esercitato un’influenza straordinaria sulla lingua, sulla letteratura e sulla cultura araba. Influenza storica e origine divina sono due affermazioni completamente diverse.

La questione è approfondita in Il Corano è davvero inimitabile? Il mito del miracolo islamico e in Inimitabilità del Corano: la sfida che l’Islam non permette di accettare.

Il cristianesimo traduce, l’Islam mantiene l’arabo al centro

La sacralizzazione islamica dell’arabo emerge con particolare evidenza nel confronto con il cristianesimo. Il cristianesimo antico si diffuse attraverso greco, latino, siriaco, copto, armeno, georgiano e numerose altre lingue. La lingua parlata da Gesù non divenne la lingua obbligatoria del culto cristiano mondiale.

Nell’Islam l’arabo conserva invece uno status religioso privilegiato. Il testo arabo del Corano possiede una funzione che la traduzione non sostituisce integralmente: le traduzioni vengono comunemente considerate traduzioni o interpretazioni dei significati del Corano, mentre la recitazione rituale rimane legata al testo arabo.

Il fedele non arabofono viene così ricondotto quotidianamente all’arabo attraverso il Corano, la ṣalāt e formule centrali del culto. L’universalismo islamico non abbandona la lingua dell’Arabia del VII secolo: la esporta.

Una religione nata in un determinato ambiente linguistico trasforma così la lingua di quell’ambiente in una componente stabile della pratica religiosa di popolazioni che non la parlano.

Dalla lingua della rivelazione alla lingua del potere

La centralità dell’arabo non rimase confinata al culto. Le prime conquiste islamiche incorporarono territori nei quali l’amministrazione continuò inizialmente a utilizzare lingue e strutture precedenti, fra cui greco e persiano.

Tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo, soprattutto sotto ʿAbd al-Malik e i suoi governatori, l’arabo acquistò progressivamente un ruolo dominante nell’amministrazione del califfato. Il processo ebbe tempi differenti nelle varie province, ma la direzione fu chiara: la lingua del Corano divenne anche lingua dell’autorità imperiale.

Religione, amministrazione, prestigio sociale e dominio politico contribuirono nel lungo periodo alla diffusione dell’arabo in territori nei quali altre lingue erano state precedentemente predominanti. Siria, Palestina, Egitto e Nord Africa attraversarono così profonde trasformazioni linguistiche durante i secoli di dominio islamico.

“Il Corano non crea l’arabo: lo eleva”

La difesa secondo cui Allah avrebbe semplicemente scelto ed elevato una lingua già esistente non modifica alcuno dei dati precedenti. Aggiunge una spiegazione teologica a una storia che la linguistica e l’epigrafia descrivono senza ricorrere a quella spiegazione.

La documentazione mostra l’arabo prima dell’Islam, la scrittura paleo-araba prima del Corano, cristiani arabofoni prima di Maometto, Allāh prima della predicazione islamica, contatti linguistici precedenti e una successiva storia materiale del testo coranico.

Da nessuno di questi dati deriva che Allah abbia scelto, perfezionato o consacrato l’arabo. Per attribuire loro questo significato bisogna prima accettare la premessa fondamentale dell’Islam: che Maometto abbia realmente ricevuto il Corano da Dio.

La presunta elezione divina dell’arabo non dimostra quindi l’Islam: dipende dalla preventiva accettazione dell’Islam.

L’Islam eredita l’arabo e lo trasforma in lingua sacra

Prima dell’Islam esistono l’arabo, la sua tradizione grafica, comunità cristiane arabofone, il nome Allah e un ambiente linguistico attraversato dai normali contatti della tarda antichità. Il Corano nasce dentro questa storia e l’Islam trasforma progressivamente una lingua preesistente nella lingua della propria rivelazione, della propria liturgia e, con l’espansione del califfato, anche in una lingua del potere.

La storia non mostra una lingua divina che entra nel mondo: mostra una lingua umana che una nuova religione sacralizza. L’arabo non dimostra il Corano; è la fede nel Corano che trasforma l’arabo nella «lingua di Allah».


Fonti e riferimenti

  • Ahmad Al-Jallad, Ancient Allah: An Epigraphic Reconstruction, Journal of Semitic Studies, 70/2, 2025, pp. 693-748.
  • Ahmad Al-Jallad e Hythem Sidky, Late Antique Allāh: Ancestral Arabian Religion and the Monotheistic Zeitgeist, Arabian Archaeology and Epigraphy, 2026.
  • Ahmad Al-Jallad e Hythem Sidky, A Paleo-Arabic Inscription on a Route North of Ṭāʾif, Arabian Archaeology and Epigraphy, 33/1, 2022, pp. 202-215.
  • Benjamin D. Suchard, What Can Nabataean Aramaic Tell Us about Pre-Islamic Arabic?, Arabian Archaeology and Epigraphy, 34, 2023, pp. 158-172.
  • Nicolai Sinai, When Did the Consonantal Skeleton of the Quran Reach Closure? Part I, Bulletin of the School of Oriental and African Studies, 77/2, 2014, pp. 273-292.
  • Nicolai Sinai, When Did the Consonantal Skeleton of the Quran Reach Closure? Part II, Bulletin of the School of Oriental and African Studies, 77/3, 2014, pp. 509-521.
  • Corpus Coranicum, Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, documentazione sui manoscritti coranici, sul rasm e sulle tradizioni di lettura.
  • Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 4984, sulla copiatura dei muṣḥaf e sull’indicazione attribuita a ʿUthmān di utilizzare la lingua dei Quraysh in caso di divergenza.
  • Arthur Jeffery, The Foreign Vocabulary of the Qurʾān, 1938; ristampa Brill, 2007.
  • Corano 12:2; 16:103; 26:195.

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