Tortura di Kinana: Maometto, Khaybar e le fonti islamiche
La tortura di Kinana dopo la conquista di Khaybar è uno degli episodi più scomodi della biografia tradizionale di Maometto. Durante la sua cosiddetta “vita profetica”, Maometto non fu soltanto un predicatore religioso, ma soprattutto capo politico e militare, come emerge dalla dottrina del jihad secondo i giuristi islamici e dalla più ampia riflessione sull’ambizione dottrinale dell’imperialismo islamico.
Uno di questi episodi riguarda gli ebrei di Khaybar, arroccati nelle loro fortificazioni a nord di Medina. Nel 628 d.C., Maometto guidò una spedizione contro questa oasi ebraica, che le fonti islamiche descrivono come conquistata con la forza. È dentro questo contesto di guerra, bottino e sottomissione dei vinti che si colloca il caso di Kinana ibn al-Rabi‘, interrogato sul tesoro dei Banu Nadir, torturato e infine ucciso.
In questo articolo ricostruiremo l’episodio seguendo non fonti ostili all’Islam, ma testi appartenenti alla stessa tradizione islamica: Sahih Muslim, la Sira di Ibn Ishaq, il racconto storico tramandato da al-Tabari e altri autori classici musulmani che hanno trasmesso, discusso o utilizzato il caso di Kinana all’interno della memoria storica e giuridica islamica. Proprio per questo il caso Kinana è così scomodo: non nasce da una leggenda anti-islamica, ma da materiale che l’Islam stesso ha conservato.

Resti di una fortificazione nell’area di Khaybar, l’oasi ebraica conquistata da Maometto nel 628 d.C. Secondo le fonti islamiche classiche, dopo questa conquista si colloca l’episodio della tortura e uccisione di Kinana ibn al-Rabi‘.
Khaybar: il contesto della conquista
Khaybar era un’importante oasi ebraica situata a nord di Medina. Era nota per le sue fortificazioni, le sue coltivazioni e le sue palme da dattero. Dopo l’espulsione dei Banu Nadir da Medina, alcuni membri di questa tribù trovarono rifugio proprio in quell’area.
Nel 628 d.C., dopo l’accordo di Hudaybiyya con i meccani, Maometto guidò una spedizione contro Khaybar. Per comprendere meglio la logica politica delle tregue nella tradizione islamica, si può leggere anche l’articolo La hudna di Maometto. La conquista di Khaybar è stata già analizzata più estesamente nell’articolo Maometto e la sua “pace” distruggono Khaybar.
In Sahih Muslim, nel capitolo dedicato alla battaglia di Khaybar, si legge chiaramente:
“And we seized Khaibar by force.”
“E conquistammo Khaybar con la forza.”
La stessa narrazione descrive gli abitanti di Khaybar mentre uscivano al mattino con asce, grandi ceste e pale, probabilmente per recarsi al lavoro nei campi. Quando videro Maometto e l’esercito, esclamarono: “Muhammad and the army!”, cioè “Maometto e l’esercito!”.
Il dettaglio è significativo: Khaybar non viene persuasa o convertita, ma presa con la forza. Il contesto è quello di una conquista armata, con prigionieri, bottino e sottomissione dei vinti.

Pagina di Sahih Muslim, The Book of Jihad and Expeditions, capitolo sulla battaglia di Khaybar. Il testo evidenziato riporta: “And we seized Khaibar by force”, cioè “E conquistammo Khaybar con la forza”.
Dopo la conquista, agli ebrei superstiti fu consentito di continuare a coltivare la terra, ma solo a condizione di lavorarla per conto del nuovo potere islamico e di trattenere metà del raccolto. Sahih al-Bukhari riporta infatti che Maometto diede la terra di Khaybar agli ebrei “on the condition that they work on it and cultivate it, and be given half of its yield” (“a condizione che la lavorassero e la coltivassero, ricevendo metà del suo raccolto”). Anche questo elemento conferma la natura politica ed economica della conquista: la vittoria non riguardò solo la religione, ma anche il controllo della terra, del lavoro e della produzione agricola.
Il tesoro dei Banu Nadir
Secondo la narrazione della Sira, dopo la presa di Khaybar Maometto volle sapere dove fosse nascosto il tesoro dei Banu Nadir. La custodia di questo tesoro veniva attribuita a Kinana ibn al-Rabi‘, figura di rilievo tra gli ebrei sconfitti.
Dopo la caduta dei fortini, Kinânah e sua moglie Safiyyah furono catturati e condotti davanti a Maometto. Secondo il racconto tramandato da al-Tabari, Kinânah era una figura importante tra i Banu Nadir ed era ritenuto a conoscenza del nascondiglio dei loro tesori. Maometto volle quindi sapere da lui dove fossero custodite quelle ricchezze.
Per comprendere meglio il precedente rapporto tra Maometto e questa tribù ebraica, si possono leggere gli approfondimenti sull’espulsione dei Banu Nadir da Medina e sull’invasione dei Banu Nadir. Il caso di Kinana, infatti, non nasce nel vuoto: si inserisce in una lunga serie di tensioni, espulsioni e conflitti tra Maometto e le tribù ebraiche dell’Arabia.
In alcune tradizioni il nome viene riportato con varianti, come Kinânah figlio di Huqayq, mentre in altre viene indicato come Kinana ibn al-Rabi‘. Questa differenza non cambia il nucleo dell’episodio: le fonti parlano di un prigioniero ebreo legato ai Banu Nadir, ritenuto a conoscenza del tesoro, interrogato dopo la conquista di Khaybar e poi sottoposto a tortura per ottenere informazioni.
Kinana negò di sapere dove si trovasse il tesoro. Secondo il racconto, però, un altro ebreo riferì a Maometto di aver visto Kinana aggirarsi ogni mattina nei pressi di alcune rovine. A quel punto Maometto lo avvertì che, se il tesoro fosse stato trovato presso di lui, sarebbe stato ucciso.
Fu quindi ordinato di scavare in quel luogo e venne trovata una parte del tesoro, ma non tutto. Kinana continuò a rifiutarsi di rivelare dove fosse nascosto il resto. È qui che la narrazione assume il suo aspetto più brutale: il prigioniero non viene semplicemente interrogato, ma trasformato in un uomo da piegare con la violenza per ottenere informazioni sul bottino.
La tortura di Kinana nella Sira di Ibn Ishaq
Fonte islamica classica
La Sira Rasul Allah, nella traduzione inglese di A. Guillaume, riporta l’episodio in termini inequivocabili. Il testo racconta che Kinana ibn al-Rabi‘, custode del tesoro dei Banu Nadir, fu portato davanti a Maometto e interrogato sul tesoro. Kinana negò di conoscerne il nascondiglio.
Dopo il ritrovamento di una parte del tesoro, Maometto ordinò ad al-Zubayr ibn al-Awwam di torturarlo. La traduzione di Guillaume riporta:
“Torture him until you extract what he has.”
“Torturalo finché non gli strapperai ciò che possiede.”
Il racconto prosegue affermando che al-Zubayr accese un fuoco sul petto di Kinana con un acciarino, fino a quando egli fu quasi morto. Dopo la tortura, Kinana venne consegnato a Muhammad ibn Maslama, che gli tagliò la testa per vendicare la morte del fratello Mahmud.
Il significato del racconto è chiaro: Kinana non muore semplicemente in battaglia. Viene catturato, interrogato, torturato per ottenere informazioni su un tesoro e infine ucciso.
Secondo la narrazione biografica islamica, l’ordine di torturarlo viene collegato direttamente a Maometto. È questo il punto che rende l’episodio devastante per l’immagine apologetica del “profeta misericordioso”.
Anche al-Tabari riporta la tortura di Kinana
L’episodio non è tramandato soltanto dalla Sira di Ibn Ishaq. Anche Muhammad ibn Jarir al-Tabari, uno dei più importanti storici musulmani medievali, riporta una versione sostanzialmente analoga nella sua narrazione della vita di Maometto.
Naturalmente al-Tabari, come molti storici musulmani classici, raccoglie tradizioni diverse e non tutte hanno lo stesso valore tecnico secondo i criteri degli specialisti di hadith. Ma proprio questo è il punto: il racconto non proviene da ambienti ostili all’Islam, bensì da materiale trasmesso e conservato nella storiografia islamica.
Nella traduzione italiana della Vita di Maometto, curata da Sergio Noja e Pietro Citati, si legge che Kinânah, figlio di Huqayq, conosceva il nascondiglio dei tesori dei Banu Nadir. Dopo il ritrovamento di una parte del tesoro, Kinânah continuò a rifiutarsi di rivelare dove fosse il resto.
A quel punto il racconto attribuito ad al-Tabari afferma:
“Il Profeta fece allora chiamare Zubayr, figlio di al-‘Awwam, e gli disse: ‘Sottoponilo alla tortura fino a quando confesserà o morirà’.”
Il testo prosegue descrivendo la tortura:
“Zubayr lo legò mani e piedi, lo stese a terra e gli mise sul volto e sulla barba dell’amido acceso che gli bruciava la pelle.”
Infine, quando Kinânah era ormai vicino alla morte, Maometto ordinò che fosse consegnato a Muhammad ibn Maslamah, affinché lo uccidesse per vendicare la morte del fratello Mahmud. Il brano conclude:
“E Muhammad, preso Kinânah, lo ammazzò.”

Passaggio della Vita di Maometto attribuita ad al-Tabari, nella traduzione italiana curata da Sergio Noja e Pietro Citati. Il testo evidenziato racconta la tortura di Kinânah dopo la conquista di Khaybar e riporta l’ordine: “Sottoponilo alla tortura fino a quando confesserà o morirà”.
Questo passaggio è rilevante perché conferma la sequenza essenziale dell’episodio: interrogatorio, minaccia di morte, tortura, consegna del prigioniero e uccisione finale.
L’episodio si collega anche alla figura di Safiyyah, la moglie ebrea di Maometto, catturata a Khaybar dopo la conquista e poi entrata nella vita personale e politica del profeta dell’Islam.
Il racconto non è stato semplicemente “rigettato da tutti gli studiosi”
Una delle difese più comuni consiste nel dire che il racconto della tortura di Kinana sarebbe stato “rigettato da tutti gli studiosi”. Questa formula è troppo semplicistica: non descrive correttamente la storia della trasmissione islamica.
Non tutti gli autori che riportano o discutono il caso Kinana stanno dicendo, nel senso moderno, che la tortura sia moralmente giusta. Molti fanno però qualcosa di molto importante: trasmettono il fatto, lo inseriscono nella tradizione storica o lo utilizzano come precedente giuridico, invece di liquidarlo come una leggenda inventata dai nemici dell’Islam.
Ibn Ishaq, Ibn Hisham e al-Tabari
La base principale del racconto si trova nella tradizione biografica della Sira. In Ibn Ishaq, trasmesso attraverso Ibn Hisham e nella traduzione inglese di A. Guillaume, la vicenda viene collocata nel racconto della conquista di Khaybar: Kinana è presentato come custode del tesoro dei Banu Nadir, viene interrogato, una parte del tesoro viene trovata e poi viene ordinato ad al-Zubayr di torturarlo per far emergere il resto.
Anche al-Tabari riporta il racconto nella sua Storia. Il punto non è sostenere che ogni tradizione raccolta da al-Tabari abbia automaticamente il valore tecnico di un hadith sahih; il punto è che l’episodio circola nella storiografia islamica e viene conservato da autori musulmani di grande rilievo.
al-Waqidi, Abu Ubayd e al-Baladhuri
Nel materiale storico su Khaybar viene richiamato anche al-Waqidi, autore del Kitab al-Maghazi, opera dedicata alle spedizioni militari di Maometto. Il riferimento indicato da M. J. Kister è al-Waqidi, al-Maghazi, ed. Marsden Jones, London, 1966, pp. 672-673, sul caso del clan di Abu l-Huqayq/Kinana nel contesto di Khaybar.
Kister richiama anche Abu Ubayd al-Qasim ibn Sallam, autore del Kitab al-Amwal, opera dedicata ai beni pubblici, al bottino, alla fiscalità e alla gestione delle ricchezze nello Stato islamico. Il riferimento indicato è Kitab al-Amwal, ed. Muhammad Hamid al-Fiqi, Cairo, pp. 165-166, nn. 457-459, e p. 168, n. 463.
Anche al-Baladhuri, autore del Futuh al-Buldan, viene indicato tra le fonti classiche sul caso: Futuh al-Buldan, ed. Abdallah e Umar al-Tabba‘, Beirut, 1377/1957, pp. 34-35. Qui il caso non resta confinato alla biografia narrativa, ma entra nel materiale storico e giuridico legato a guerra, bottino, condizioni di resa, confisca dei beni e violazione dei patti.
al-Shaybani e al-Sarakhsi
Il punto forse più forte riguarda Muhammad ibn al-Hasan al-Shaybani, morto nel 189 AH, autore associato a una delle più antiche elaborazioni del diritto musulmano di guerra, il Kitab al-Siyar al-Kabir. Kister indica il riferimento diretto: Kitab al-Siyar al-Kabir, ed. Salah al-Din al-Munajjid, Cairo, 1957, vol. I, pp. 278-282.
Secondo Kister, il caso del clan di Abu l-Huqayq viene trattato nel quadro della “sicurezza concessa a condizione”, in arabo al-aman ‘ala al-shart. Se il nemico riceve protezione condizionata e poi nasconde ciò che doveva consegnare in base all’accordo, l’autorità musulmana può revocare quella protezione e procedere contro di lui. È in questo quadro che Kister parla della base legale per la tortura, l’esecuzione e la confisca dei beni.
Alla discussione di al-Shaybani si collega anche al-Sarakhsi, il grande giurista hanafita che commentò il Siyar. Kister segnala che al-Sarakhsi si pone una questione significativa: se l’ordine di tortura dato dal Profeta fosse precedente o successivo al divieto di tortura.
Questo dettaglio mostra che la tensione tra il caso Kinana e il divieto della tortura non è stata inventata dai critici moderni dell’Islam. Era già un problema percepito e discusso da giuristi musulmani classici.
Ibn Qayyim al-Jawziyya
Kister cita anche Ibn Qayyim al-Jawziyya, nello Zad al-Ma‘ad, tra gli autori richiamati sul caso del clan di Abu l-Huqayq. Ibn Qayyim è una figura importante nella tradizione hanbalita e viene spesso valorizzato anche in ambienti salafiti.
Il punto metodologico: Sira, hadith e cherry picking
Alla luce di tutto questo, dire che “tutti gli studiosi” avrebbero confermato che il racconto è falso è una formula apologetica, non una ricostruzione seria.
È vero che alcuni studiosi moderni o apologeti contestano l’isnad del racconto e osservano che l’episodio non compare in un hadith sahih con catena pienamente accettata. Ma nessuno sta sostenendo che ogni racconto della Sira o della storiografia islamica abbia lo stesso valore tecnico di un hadith sahih di Bukhari o Muslim. Il punto è un altro: l’episodio di Kinana non nasce da fonti ostili all’Islam, ma da materiale interno alla tradizione islamica classica.
Il racconto è trasmesso da Ibn Ishaq/Ibn Hisham e da al-Tabari; viene richiamato nel materiale di al-Waqidi, al-Baladhuri e Abu Ubayd; ed entra soprattutto nella discussione giuridica di al-Shaybani e al-Sarakhsi. Perciò è falso presentarlo come una semplice invenzione esterna all’Islam o come una leggenda creata dai nemici della religione islamica.
Anche l’obiezione secondo cui Ibn Ishaq e Ibn Hisham non concordano sempre con gli hadith non risolve il problema. Le fonti islamiche contengono spesso tradizioni divergenti, ma questo non autorizza a cancellare automaticamente ogni racconto scomodo. Se si adottasse davvero questo criterio in modo coerente, bisognerebbe scartare una parte enorme della biografia tradizionale di Maometto: battaglie, trattati, rapporti con le tribù, spedizioni militari, matrimoni, nemici, alleanze e conquiste.
Il problema è che spesso la Sira viene usata quando serve a costruire un’immagine eroica di Maometto, ma viene dichiarata improvvisamente “debole” quando riporta episodi imbarazzanti. Questo non è rigore metodologico: è selezione confessionale delle fonti.
La formula più prudente, quindi, è questa: alcuni musulmani moderni contestano l’autenticità del racconto, ma non possono fingere che esso non appartenga al patrimonio della tradizione islamica antica. Autori classici importanti lo hanno trasmesso, discusso o utilizzato come precedente. Il problema non nasce dai critici dell’Islam: nasce dalle fonti islamiche classiche.
Il paragone con Aisha non risolve il caso Kinana
Un’altra obiezione consiste nel dire che, seguendo certi calcoli ricavati da Ibn Ishaq, Aisha risulterebbe più grande rispetto alla versione riportata dagli hadith. Da qui alcuni concludono che Ibn Ishaq non possa essere usato contro l’Islam.
Ma questo argomento non risolve nulla. Al contrario, conferma un fatto noto: le fonti islamiche contengono tradizioni divergenti. In alcuni casi gli hadith e la Sira non offrono una ricostruzione perfettamente armonica. Ma la presenza di divergenze non autorizza a cancellare a piacimento ogni racconto scomodo.
La questione metodologica è semplice: una tradizione può essere discussa, confrontata, contestualizzata o criticata. Ma non può essere liquidata come “invenzione dei nemici dell’Islam” quando proviene da materiale islamico classico.
Al-Tabari non può essere liquidato con uno slogan
Anche al-Tabari viene spesso attaccato con l’argomento che avrebbe raccolto molte tradizioni senza verificarle tutte. Ma questo non basta per cancellare ogni racconto scomodo che egli tramanda.
Al-Tabari è uno dei grandi nomi della storiografia islamica. Non è un autore cristiano, non è un polemista anti-islamico, non è un nemico dell’Islam. È un autore musulmano che ha conservato materiale appartenente alla memoria storica islamica.
Dire “al-Tabari prendeva da chiunque” può forse servire a discutere il valore di un singolo isnad, ma non cancella il dato più importante: il racconto della tortura di Kinana circolava nella tradizione islamica ed è stato conservato da autori musulmani.
“Kinana tradì l’accordo e fu ucciso”: ma questo non cancella né la tortura né l’uccisione
Un’altra difesa consiste nel dire che Kinana avrebbe violato un accordo con i musulmani e che quindi sarebbe stato ucciso per tradimento. Anche qui, però, l’obiezione sposta il problema.
Il fatto che Kinana venga presentato come violatore di un accordo può forse spiegare, nella logica interna del racconto islamico, il motivo addotto per la sua uccisione. Ma non cancella due questioni centrali: prima della morte ci furono l’interrogatorio sul tesoro, il ritrovamento di una parte dei beni nascosti, il rifiuto di rivelare il resto e la tortura ordinata per ottenere informazioni; dopo la tortura, rimane comunque il problema dell’uccisione di un prigioniero ormai catturato e ridotto in potere dei vincitori.
Ridurre tutto a “Kinana tradì e fu ucciso” significa quindi togliere dal racconto proprio le parti più imbarazzanti: la tortura del prigioniero per estorcere informazioni sul tesoro e la sua successiva uccisione dopo la cattura.
Questa lettura può spiegare, nella logica giuridica islamica, perché alcuni autori abbiano giustificato l’uccisione di Kinana come conseguenza della violazione dell’accordo. Ma non cancella il problema centrale del racconto: prima dell’uccisione, le fonti parlano di interrogatorio sul tesoro, ritrovamento di una parte dei beni, rifiuto di rivelare il resto e tortura ordinata per ottenere informazioni.
Va precisato un punto: l’idea secondo cui Kinana sarebbe stato “ucciso perché aveva violato un accordo” non è il nucleo più immediato del racconto biografico di Ibn Ishaq, dove la sequenza centrale è tesoro nascosto, interrogatorio, ritrovamento parziale, tortura e uccisione. La lettura del caso come violazione di un patto emerge soprattutto nella successiva elaborazione giuridica islamica.
In particolare, M. J. Kister richiama Abu Ubayd e soprattutto Muhammad ibn al-Hasan al-Shaybani, autore del Kitab al-Siyar al-Kabir, dove il caso del clan di Abu l-Huqayq/Kinana viene discusso nel quadro della “sicurezza concessa a condizione”, in arabo al-aman ‘ala al-shart. In questa prospettiva, se un nemico sconfitto riceve protezione condizionata e poi nasconde ciò che doveva consegnare, tale comportamento viene interpretato come rottura della condizione pattuita.
Il divieto di punire col fuoco non cancella il problema
Alcuni musulmani rispondono citando hadith in cui Maometto vieta di punire col fuoco. Ma anche questa obiezione è meno solida di quanto sembri.
In Sunan Abi Dawud 2673, infatti, non troviamo semplicemente un divieto astratto e lineare. Troviamo prima un ordine attribuito a Maometto di bruciare un uomo, seguito poi da una revoca dell’ordine: ucciderlo, ma non bruciarlo, perché nessuno punisce col fuoco se non il Signore del fuoco.
Questo significa che, nella stessa tradizione islamica, non compare soltanto un Maometto che vieta il fuoco: compare anche un Maometto che inizialmente ordina di usarlo, salvo poi correggere quell’ordine. Il dato è importante, perché rende la questione molto meno semplice di come viene spesso presentata dall’apologetica.
Perciò non basta citare il divieto del fuoco per cancellare automaticamente il caso Kinana. Le fonti islamiche stesse conservano sia racconti problematici sia detti usati poi per limitarli, correggerli o rileggerli.
“I musulmani non combattevano per tesori”: una tesi indifendibile
Infine, è stata avanzata anche l’obiezione secondo cui i musulmani non avrebbero combattuto per tesori o ricchezze. Questa affermazione è difficilmente sostenibile davanti alle stesse fonti islamiche.
Il Corano contiene la Sura 8, chiamata al-Anfal, cioè “il bottino di guerra”. Inoltre, la letteratura degli hadith e del diritto islamico dedica ampio spazio alla distribuzione del bottino, al khumus, alla gestione dei beni conquistati, dei prigionieri e delle terre prese in guerra.
Nel caso di Khaybar, inoltre, le fonti parlano chiaramente di conquista, terre, raccolti, beni e condizioni economiche imposte ai vinti. Sahih al-Bukhari riporta che agli ebrei di Khaybar fu permesso di continuare a coltivare la terra a condizione di ricevere soltanto metà del raccolto. Dunque la dimensione economica della conquista non è un’invenzione polemica: è parte integrante della narrazione islamica.
Il vero nodo metodologico
Il nodo, quindi, non è se ogni dettaglio della Sira abbia lo stesso grado tecnico di un hadith sahih. Il nodo è un altro: la tradizione islamica classica ha conservato il racconto della tortura di Kinana.
Chi lo rifiuta può certamente discuterne l’isnad, il grado di attendibilità o il rapporto con altre tradizioni. Ma non può fingere che l’episodio sia nato da propaganda anti-islamica. Non può usare la Sira quando serve a glorificare Maometto e gettarla via quando diventa scomoda. Non può invocare al-Tabari per ricostruire la storia islamica e poi liquidarlo come inutile appena trasmette un racconto imbarazzante.
Il caso Kinana resta quindi un problema interno alla tradizione islamica: o alcune fonti islamiche classiche hanno tramandato un racconto gravemente falso su Maometto, oppure hanno conservato memoria di un episodio moralmente devastante. In entrambi i casi, l’immagine apologetica di una tradizione limpida, coerente e sempre misericordiosa ne esce profondamente incrinata.
Una sequenza moralmente devastante
L’episodio di Kinana è particolarmente grave perché contiene tutti gli elementi di una violenza deliberata e organizzata.
Prima c’è la conquista militare di Khaybar. Poi c’è la ricerca del tesoro dei Banu Nadir. Poi c’è l’interrogatorio del prigioniero. Poi la minaccia di morte. Poi la tortura. Infine, la consegna del prigioniero a un uomo che lo uccide per vendicare il fratello.
Questa non è una scena marginale. Non è un dettaglio secondario. È un episodio che mette in crisi l’immagine moderna di Maometto come modello universale di pace, giustizia e misericordia.
La narrazione mostra un sistema in cui il nemico sconfitto può essere interrogato con la violenza, privato dei suoi beni e infine eliminato. Il bottino, la vendetta e il potere militare si intrecciano in un quadro che l’apologetica islamica preferisce spesso ignorare, minimizzare o giustificare.
Perché questo episodio è così importante
L’episodio di Kinana è importante perché unisce tre elementi: il ruolo prevalentemente politico e militare di Maometto nella conquista di Khaybar, l’uso della tortura per ottenere informazioni e la presenza del racconto nella tradizione islamica stessa.
Per questo non può essere liquidato facilmente come “islamofobia”, “propaganda occidentale” o “odio contro i musulmani”. Il problema nasce dalle fonti, non da chi le legge criticamente.
Il problema per l’apologetica islamica
L’apologetica islamica moderna tende spesso a presentare Maometto come un modello universale di misericordia, giustizia e compassione. Ma episodi come quello di Kinana mettono in crisi questa immagine idealizzata.
Se Maometto è considerato dai musulmani il migliore esempio morale da seguire, allora ogni episodio della sua vita tramandato dalle fonti islamiche diventa rilevante. Non si può invocare la Sira quando serve a costruire un’immagine eroica del profeta e poi ignorarla quando racconta torture, decapitazioni, bottini e sottomissione dei vinti.
Il caso Kinana costringe quindi a porre una domanda semplice ma scomoda:
Che tipo di modello morale emerge da una tradizione che attribuisce al proprio profeta l’ordine di torturare un prigioniero per ottenere informazioni su un tesoro?
Questa domanda non può essere cancellata con accuse generiche di “islamofobia”. È una domanda che nasce direttamente dalla lettura delle fonti islamiche.
Non odio verso i musulmani, ma critica delle fonti islamiche
Criticare questo episodio non significa odiare i musulmani come persone. Molti musulmani contemporanei non conoscono nemmeno questi racconti e reagiscono con incredulità quando vengono citati passaggi della Sira, di al-Tabari o degli hadith.
Ma l’incredulità dei fedeli non cancella il problema. Il fatto che molti musulmani siano persone pacifiche non elimina il contenuto problematico delle fonti classiche, né rende illegittimo discuterlo pubblicamente.
Il punto non è colpire le persone musulmane, ma discutere l’ideologia religiosa, il modello profetico e le fonti che hanno contribuito a formare la visione islamica del potere, della guerra, del bottino e dei non musulmani sconfitti.
Per questo motivo è importante distinguere tra musulmani come persone e Islam come sistema dottrinale, politico e giuridico, come discusso anche nell’articolo Perché con due miliardi di musulmani non ci ammazzano tutti?.
Il volto politico e militare dell’Islam delle origini
L’episodio di Kinana permette di comprendere un aspetto più ampio dell’Islam delle origini: nella fase medinese, Maometto non agì principalmente come semplice predicatore spirituale, ma come capo politico, militare e legislativo.
Questo dato storico è essenziale. L’Islam nasce con una forte dimensione politica e militare, non come una semplice spiritualità privata. Khaybar ne è un esempio evidente: una comunità ebraica viene attaccata, sconfitta, privata del pieno controllo delle proprie risorse e posta in condizione subordinata.
Il caso di Kinana si inserisce in un quadro più ampio di conflitti tra Maometto e le tribù ebraiche di Medina e dintorni, che comprende anche l’invasione dei Banu Qaynuqa, l’invasione dei Banu Nadir e la vicenda dei Banu Qurayza. Questo quadro aiuta a comprendere le radici dell’antisemitismo islamico.
Dentro questo quadro, la tortura di Kinana non appare come un elemento isolato, ma come parte di una logica più ampia: conquista, dominio, bottino e sottomissione. Il tema del bottino è centrale anche nell’Ottava Sura del Corano, mentre la dimensione militare dell’espansione islamica verrà poi sistematizzata nella dottrina del jihad secondo i giuristi islamici.
Questo tema proseguirà poi nella condizione giuridica dei non musulmani sottomessi, come mostrano gli approfondimenti sulla jizya e sulla condizione dei dhimmi.
In sintesi: il caso di Kinana mostra in modo brutale il volto politico e militare dell’Islam delle origini: conquista armata, bottino, interrogatorio del prigioniero, tortura e uccisione. Non si tratta di una leggenda anti-islamica, ma di un racconto presente nella tradizione islamica classica.
La conquista di Khaybar, il tesoro dei Banu Nadir e la tortura di Kinana costituiscono quindi un episodio essenziale per comprendere quanto sia problematica l’immagine moderna di Maometto come puro modello di pace e misericordia.
Conclusione
Il racconto della tortura e dell’uccisione di Kinana è uno degli episodi più duri e imbarazzanti della biografia tradizionale di Maometto. Non perché sia stato inventato dai critici dell’Islam, ma perché emerge da materiale conservato nella tradizione islamica classica, discusso, trasmesso e riletto da autori musulmani nel corso dei secoli.
In esso vediamo un prigioniero ebreo sconfitto, interrogato su un tesoro, torturato con il fuoco e infine ucciso. Questo episodio non si concilia facilmente con la rappresentazione moderna di Maometto come puro modello di pace e misericordia. Al contrario, mostra un Maometto pienamente inserito nella logica del potere politico, della conquista militare, della gestione del bottino e della sorte dei vinti.
Chi vuole davvero conoscere l’Islam non deve fermarsi agli slogan sulla “religione di pace”. Deve leggere le fonti. E il caso Kinana è una di quelle pagine che rendono molto più difficile separare il mito apologetico dalla realtà tramandata dalla stessa tradizione musulmana.
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Fonti principali
Ibn Ishaq, Sirat Rasul Allah, traduzione inglese di A. Guillaume, The Life of Muhammad, Oxford University Press, episodio della conquista di Khaybar e di Kinana ibn al-Rabi‘.
Muhammad ibn Jarir al-Tabari, Vita di Maometto, traduzione italiana con introduzione/cura di Sergio Noja e Pietro Citati, racconto della conquista di Khaybar e della tortura di Kinânah.
Sahih Muslim, The Book of Jihad and Expeditions, capitolo sulla battaglia di Khaybar, hadith in cui viene riportata la conquista di Khaybar “by force”.
Sahih al-Bukhari 2331, capitolo sulla mezzadria con gli ebrei di Khaybar: Maometto concede loro di lavorare e coltivare la terra a condizione di ricevere metà del raccolto.
Sahih al-Bukhari 2338, capitolo sull’agricoltura: dopo la conquista di Khaybar, la terra viene descritta come proprietà di Allah, del suo Messaggero e dei musulmani; agli ebrei viene concesso di restare e lavorarla ricevendo metà dei frutti.
Sunan Abi Dawud 2673, hadith sull’ordine iniziale di bruciare un uomo e sulla successiva revoca dell’ordine, con il divieto di punire col fuoco.
al-Waqidi, al-Maghazi, ed. Marsden Jones, London, 1966, pp. 672-673, sul caso del clan di Abu l-Huqayq/Kinana nel contesto di Khaybar.
Abu Ubayd al-Qasim ibn Sallam, Kitab al-Amwal, ed. Muhammad Hamid al-Fiqi, Cairo, pp. 165-166, nn. 457-459, e p. 168, n. 463, sul tema della violazione dell’accordo e del caso del clan di Abu l-Huqayq.
al-Baladhuri, Futuh al-Buldan, ed. Abdallah e Umar al-Tabba‘, Beirut, 1377/1957, pp. 34-35, sul contesto di Khaybar e del clan di Abu l-Huqayq.
Muhammad ibn al-Hasan al-Shaybani, Kitab al-Siyar al-Kabir, ed. Salah al-Din al-Munajjid, Cairo, 1957, vol. I, pp. 278-282, capitolo sulla “sicurezza concessa a condizione” (al-aman ‘ala al-shart).
al-Sarakhsi, commento al Siyar di al-Shaybani, sul problema se l’ordine di tortura attribuito al Profeta fosse precedente o successivo al divieto di tortura.
M. J. Kister, studi sulla tradizione islamica relativa ai Banu Qurayza, al clan di Abu l-Huqayq/Kinana, alla confisca dei beni e alla discussione giuridica nelle fonti musulmane classiche, con riferimenti ad al-Waqidi, al-Baladhuri, Abu Ubayd, al-Shaybani, al-Sarakhsi e Ibn Qayyim al-Jawziyya.
