Maometto era ingiusto e violento? Il giudizio del Profeta nelle fonti islamiche
Maometto era davvero il giudice perfettamente imparziale e padrone di sé descritto dall’apologetica islamica? Un episodio conservato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī restituisce un’immagine assai meno edificante.
La vicenda riguarda una controversia per l’acqua tra al-Zubayr ibn al-ʿAwwām, stretto parente di Maometto, e un uomo degli Ansar. Maometto propose inizialmente una soluzione conciliativa. L’Ansarita insinuò che quella decisione dipendesse dalla parentela con al-Zubayr. Maometto si adirò e ritirò immediatamente la soluzione più favorevole all’uomo, riconoscendo al proprio parente l’esercizio integrale del diritto.
Il punto critico non dipende dalla necessità di dimostrare che al-Zubayr abbia ricevuto un diritto inesistente. Dipende dalla sequenza raccontata dalla stessa fonte islamica: il giudice viene accusato di favoritismo familiare, perde la calma e subito dopo peggiora la posizione di chi lo ha contestato.
L’episodio viene inoltre collegato a Corano 4:65, versetto che non impone soltanto di rispettare il giudizio di Maometto, ma subordina la fede alla piena sottomissione e all’assenza di qualsiasi disagio interiore verso la sua decisione.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto il temperamento di Maometto. Riguarda un sistema nel quale la stessa persona è giudice, guida politica e Profeta, mentre il dissenso verso le sue decisioni viene trasformato in un difetto religioso del credente.
Maometto accusato di favorire un proprio parente
Al-Zubayr ibn al-ʿAwwām era figlio di Ṣafiyya bint ʿAbd al-Muṭṭalib, zia paterna di Maometto. Era quindi suo cugino e uno dei personaggi più importanti della prima comunità islamica.
Secondo il Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 2708, al-Zubayr ebbe una controversia con un uomo degli Ansar riguardo a un corso d’acqua utilizzato per irrigare i rispettivi terreni.
Riportiamo una resa italiana di lavoro condotta sulla traduzione inglese consultata:
Al-Zubayr ebbe una controversia con un uomo degli Ansar riguardo a un corso d’acqua che entrambi utilizzavano per irrigare.
Il Messaggero di Allah disse: «O Zubayr, irriga, poi lascia scorrere l’acqua verso il tuo vicino».
L’uomo degli Ansar disse: «O Messaggero di Allah, è perché al-Zubayr è figlio di tua zia?».
Il volto del Messaggero di Allah cambiò allora colore ed egli disse: «O Zubayr, irriga e trattieni l’acqua finché non raggiunga i muri che circondano le palme».
Il Messaggero di Allah riconobbe così ad al-Zubayr tutto il suo diritto. Prima aveva proposto una soluzione vantaggiosa per entrambi, ma quando l’uomo degli Ansar lo fece adirare, riconobbe ad al-Zubayr il suo pieno diritto.
La versione parallela del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 2362 conserva gli stessi elementi essenziali: la proposta inizialmente moderata, il riferimento alla parentela, il cambiamento del volto di Maometto e il successivo riconoscimento del pieno diritto di al-Zubayr.
La frase dell’Ansarita ha un contenuto chiaramente accusatorio. Chiedere a un giudice «hai deciso così perché una delle parti è tua parente?» significa accusarlo di favoritismo familiare. La forma interrogativa non elimina il significato della frase.
L’apologeta può chiamarla “dubbio”, “sospetto” o “insinuazione”. Ma queste parole descrivono soltanto il modo in cui l’accusa viene formulata: l’Ansarita sospetta che Maometto stia favorendo il proprio cugino.
La prima proposta limitava il pieno esercizio del diritto di al-Zubayr e risultava quindi più favorevole anche all’Ansarita. Questo dato non assolve il comportamento successivo di Maometto. Mostra invece che il ritiro della concessione non derivò dalla scoperta di un nuovo fatto giuridico, ma seguì direttamente l’offesa personale.
Dalla conciliazione al massimo rigore dopo la collera
La prima soluzione proposta da Maometto era conciliativa: al-Zubayr avrebbe utilizzato l’acqua per primo, lasciandola però scorrere verso il vicino senza esercitare fino in fondo il proprio diritto.
Quando l’Ansarita collegò la decisione alla parentela, il volto di Maometto cambiò colore. La soluzione moderata venne ritirata e al-Zubayr ottenne l’esercizio integrale del proprio diritto.
La sequenza raccontata da al-Bukhārī è precisa:
- Maometto propone una soluzione conciliativa;
- l’Ansarita lo accusa di favorire un parente;
- Maometto si adira;
- la concessione viene ritirata;
- al-Zubayr ottiene il massimo esercizio del proprio diritto;
- la posizione dell’accusatore peggiora immediatamente.
L’apologeta può sostenere che, fallita la conciliazione, Maometto si limitò ad applicare integralmente la norma. Questa lettura, però, non elimina il problema: la fonte introduce esplicitamente la collera proprio nel passaggio tra la soluzione indulgente e quella più severa.
Se l’emozione di Maometto fosse del tutto irrilevante, la sua menzione nel momento esatto in cui cambia la soluzione sarebbe un dettaglio narrativo inspiegabilmente gratuito. Al-Bukhārī precisa invece che Maometto riconobbe il pieno diritto di al-Zubayr quando l’Ansarita lo fece adirare.
La collera non è quindi una lettura polemica aggiunta dall’esterno. È il nesso narrativo fornito dalla stessa tradizione islamica.
“Punì l’insolenza”: una difesa che peggiora il problema
Una delle difese apologetiche sostiene che Maometto avrebbe voluto semplicemente punire la prepotenza o l’insolenza dell’Ansarita, restando comunque entro i limiti del diritto.
Ma questa interpretazione non risolve il problema: lo rende più evidente.
Se il giudice applica il massimo rigore per punire l’insolenza di chi lo ha criticato, significa che utilizza il proprio margine decisionale come risposta a un’offesa personale. La decisione può restare formalmente consentita, ma la severità viene scelta per colpire chi ha messo in dubbio l’imparzialità del giudice.
Il diritto di al-Zubayr esisteva già prima dell’accusa. Maometto aveva però ritenuto opportuno limitarne l’esercizio attraverso una soluzione conciliativa. Dopo essere stato personalmente contestato, abbandonò quella soluzione e applicò il massimo rigore disponibile.
Se si accetta la tesi della “punizione dell’insolenza”, si ammette che l’inasprimento fu deliberatamente punitivo. Se la si respinge, resta comunque il collegamento esplicito tra la collera di Maometto e il cambiamento della soluzione.
La difesa apologetica rimane così intrappolata tra due possibilità entrambe scomode: o la collera influenzò il comportamento del giudice, oppure il giudice utilizzò consapevolmente la massima severità per punire chi lo aveva offeso.
La legalità formale non rende imparziale il comportamento
Insistere sul fatto che al-Zubayr avesse diritto all’acqua non risponde alla critica. Nessuno deve negare quel diritto per osservare che il comportamento del giudice fu problematico.
La domanda non è soltanto:
«Al-Zubayr aveva diritto a trattenere l’acqua più a lungo?»
La domanda è soprattutto:
«Perché la soluzione più indulgente venne ritirata proprio dopo che Maometto fu accusato di favoritismo?»
Un comportamento non diventa imparziale soltanto perché rimane entro il limite massimo consentito dalla norma. Anche l’uso selettivo dell’indulgenza e della severità può rivelare una decisione condizionata da motivazioni personali.
Se un giudice dispone di un margine conciliativo, lo utilizza e poi lo revoca perché una parte lo ha irritato, il problema non è l’inesistenza del diritto applicato. Il problema è la ragione personale che determina il passaggio dalla moderazione al rigore.
La fonte racconta proprio questo: la collera di Maometto coincide con un effetto concreto e sfavorevole per l’uomo che aveva messo in dubbio la sua imparzialità.
È qui che l’immagine apologetica del giudice perfettamente padrone di sé entra in crisi. Maometto non viene descritto mentre risponde con distacco, chiarisce serenamente il fondamento della decisione o mantiene la soluzione già proposta. Si adira e rende immediatamente più gravosa la posizione del suo accusatore.
Corano 4:65: non basta rispettare il verdetto
Al-Zubayr collegò la vicenda a Corano 4:65:
«Ma no, per il tuo Signore! Non crederanno finché non ti prenderanno come giudice riguardo a ciò che è sorto tra loro; poi non troveranno dentro di sé alcun disagio per ciò che avrai deciso e si sottometteranno con piena sottomissione.»
Corano 4:65
Il versetto non si limita ad affermare che il giudizio di Maometto deve essere eseguito. Subordina la fede a tre condizioni:
- prendere Maometto come giudice;
- non provare interiormente disagio verso ciò che ha deciso;
- sottomettersi pienamente.
Il credente non deve soltanto obbedire esteriormente. Deve accettare interiormente il verdetto senza resistenza.
Paragonare questo principio al normale obbligo di rispettare una sentenza definitiva significa ignorare la parte centrale del versetto. Una giurisdizione ordinaria può imporre l’esecuzione di una decisione. Non pretende che la persona giudicata la consideri moralmente giusta, approvi il giudice o elimini dalla propria coscienza ogni disagio.
Un cittadino può rispettare una sentenza e continuare a:
- ritenerla sbagliata;
- criticare il giudice;
- contestare la legge applicata;
- ricorrere contro la decisione quando l’ordinamento lo consente;
- chiedere una modifica delle norme.
Corano 4:65 pretende qualcosa di qualitativamente diverso: non soltanto conformità esteriore, ma sottomissione della coscienza.
Il problema non è quindi che l’Islam richieda di rispettare un giudizio. Il problema è che trasforma l’assenza di dissenso interiore verso il giudizio personale di Maometto in una condizione della fede.
Il giudice non viene controllato: viene sacralizzato
L’elemento più significativo emerge dalla sovrapposizione tra autorità giudiziaria e autorità religiosa.
Maometto non è soltanto colui che decide la controversia. È anche il Profeta al quale il credente deve sottomettersi senza disagio interiore.
Quando l’Ansarita sospetta che il giudice stia favorendo un parente, la narrazione non introduce un’autorità indipendente incaricata di verificare il comportamento di Maometto. Non esiste separazione tra giudice, guida politica, legislatore e interprete della volontà divina.
Il sospetto verso l’imparzialità dell’autorità viene invece rovesciato sul sospettoso: non è Maometto a dover tollerare il controllo, ma è il credente a dover correggere la propria interiorità fino a non provare alcuna resistenza verso ciò che Maometto ha deciso.
Il giudice diventa così religiosamente intoccabile. Egli pronuncia il verdetto e la coscienza del credente deve adeguarsi.
Non siamo davanti alla semplice fondazione di un ordine giuridico. Siamo davanti alla sacralizzazione delle decisioni personali di Maometto.
Obbedire a Maometto equivale a obbedire ad Allah
Corano 4:65 non è isolato.
Corano 4:80 identifica l’obbedienza al Messaggero con l’obbedienza ad Allah:
«Chi obbedisce al Messaggero ha dunque obbedito ad Allah.»
Corano 4:80
Corano 33:36 nega al credente la possibilità di scegliere diversamente quando Allah e il suo Messaggero hanno deciso una questione:
«Non spetta a un credente né a una credente, quando Allah e il suo Messaggero hanno deciso una questione, avere possibilità di scelta nella loro faccenda.»
Corano 33:36
Il meccanismo è evidente:
- Maometto pronuncia una decisione;
- la sua autorità viene collegata direttamente a quella divina;
- il credente non dispone di una legittima possibilità religiosa di respingerla;
- la resistenza interiore mette in discussione l’autenticità della fede.
La decisione di un uomo viene così protetta dall’autorità di Dio. E ciò diventa particolarmente problematico quando quello stesso uomo viene descritto mentre si adira per un’accusa personale e modifica subito dopo il trattamento riservato all’accusatore.
Le tradizioni sull’uomo ucciso per aver rifiutato il giudizio
La tradizione esegetica musulmana conserva anche racconti nei quali il rifiuto della decisione di Maometto conduce all’uccisione del contestatore.
Queste narrazioni hanno un valore documentario diverso dall’episodio riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī. Il loro significato più solido non consiste nella possibilità di ricostruire con certezza un’esecuzione storica, ma nel modo in cui autorevoli esegeti musulmani interpretarono Corano 4:60-65.
Ibn Kathīr e l’uomo ucciso da ʿUmar
Nel commento a Corano 4:65, Ibn Kathīr trasmette una narrazione nella quale due uomini sottopongono una controversia a Maometto.
Maometto decide in favore di uno dei due. Il perdente rifiuta la decisione e propone di rivolgersi ad Abū Bakr. Abū Bakr conferma che il giudizio valido è quello pronunciato da Maometto.
L’uomo continua a non accettarlo e chiede di rivolgersi a ʿUmar. Dopo aver verificato che Maometto aveva già giudicato, ʿUmar entra in casa, prende la spada e uccide il contestatore.
La storia viene associata alle parole:
«Ma no, per il tuo Signore! Non crederanno finché non ti prenderanno come giudice…»
Il dato rilevante è che Ibn Kathīr considera questa narrazione adatta a illustrare il versetto. Il rifiuto del giudizio di Maometto viene rappresentato attraverso una storia che termina con l’uccisione del dissenziente.
Al-Wāḥidī e l’ipocrita ucciso
Una versione differente compare nelle Cause della rivelazione di al-Wāḥidī.
Secondo questa narrazione, un uomo indicato come ipocrita ebbe una controversia con un ebreo. L’ebreo volle rivolgersi a Maometto, mentre l’ipocrita avrebbe preferito un’altra autorità.
Maometto decise in favore dell’ebreo. L’ipocrita, insoddisfatto, insistette per rivolgersi a ʿUmar. Dopo aver verificato che Maometto aveva già giudicato, ʿUmar prese la spada e uccise l’uomo, dichiarando:
«Questo è il mio giudizio per chi non accetta il giudizio di Allah e del suo Messaggero».
Le versioni di Ibn Kathīr e al-Wāḥidī non coincidono e non devono essere fuse in un’unica ricostruzione. Condividono però lo stesso nucleo ideologico: chi rifiuta il giudizio di Maometto viene presentato come falso credente e, nel racconto, finisce ucciso.
Perché queste tradizioni restano compromettenti
Il loro valore non dipende soltanto dalla storicità materiale degli eventi narrati.
Ibn Kathīr e al-Wāḥidī non erano polemisti ostili all’Islam. Erano studiosi musulmani che conservarono queste storie come spiegazione dei versetti sull’obbedienza a Maometto.
La domanda diventa quindi inevitabile:
Perché la tradizione esegetica islamica ritenne appropriato spiegare quei versetti attraverso racconti nei quali chi rifiuta il giudizio del Profeta viene ucciso con la spada?
Il problema non scompare dichiarando incerta la ricostruzione storica. Rimane documentata una cultura interpretativa nella quale l’eliminazione del contestatore poteva essere presentata come compatibile con la sottomissione dovuta a Maometto.
Maometto era ingiusto?
Ridurre la questione alla sola esistenza formale del diritto di al-Zubayr significa evitare il punto centrale.
La fonte racconta che Maometto aveva scelto una soluzione conciliativa. Dopo essere stato accusato di favoritismo, si adirò e applicò immediatamente il massimo rigore nei confronti dell’accusatore.
La lettura apologetica secondo cui, fallita la conciliazione, Maometto applicò semplicemente la norma non cancella il collegamento tra la sua collera e il mutamento della soluzione.
La lettura secondo cui volle punire l’insolenza è persino peggiore, perché ammette che la severità giudiziaria venne utilizzata come risposta a un’offesa personale.
In entrambi i casi l’immagine del giudice perfetto viene compromessa. Maometto non appare come un’autorità imperturbabile che distingue rigorosamente il proprio risentimento dalla decisione. Appare come un giudice la cui reazione personale coincide con un immediato peggioramento della posizione di chi lo ha accusato.
La legalità formale del risultato non rende esemplare il comportamento. Mostra soltanto che il massimo rigore poteva essere applicato senza uscire dai confini della norma.
Un modello universale di autocontrollo?
L’Islam non presenta Maometto soltanto come una figura storica del VII secolo. Corano 33:21 lo propone come modello eccellente per i credenti:
«Nel Messaggero di Allah avete certamente un modello eccellente.»
Corano 33:21
Se Maometto fosse considerato soltanto un uomo del proprio tempo, la sua collera potrebbe essere archiviata come una comune debolezza umana. Ma quando viene proposto come modello morale permanente, il comportamento deve essere valutato anche per il valore esemplare che pretende di possedere.
Un giudice presentato come modello universale dovrebbe dimostrare particolare autocontrollo proprio quando viene accusato di favoritismo. Nel racconto accade il contrario: Maometto si adira e peggiora immediatamente la posizione dell’accusatore.
L’apologeta può ripetere che non vi fu violazione formale del diritto. Non può trasformare credibilmente la perdita di calma e l’inasprimento della soluzione in una sublime prova di imparzialità.
Analizzare questo episodio è cherry picking?
Analizzare un caso specifico non costituisce cherry picking. Ogni analisi storica o giuridica delimita un oggetto preciso.
Il cherry picking consisterebbe nel nascondere elementi della stessa fonte capaci di cambiare il significato della vicenda. Qui, invece, vengono esposti tutti i dati principali:
- la prima soluzione era conciliativa;
- al-Zubayr possedeva un diritto effettivo;
- l’Ansarita accusò Maometto di favoritismo familiare;
- Maometto si adirò;
- la soluzione più indulgente venne ritirata;
- il mutamento viene collegato dalla fonte alla collera;
- Corano 4:65 esige anche la sottomissione interiore al giudizio di Maometto;
- le tradizioni esegetiche collegarono il rifiuto di quel giudizio perfino all’uccisione del contestatore.
Pretendere che ogni episodio problematico venga compensato con una raccolta di racconti favorevoli non è metodo storico. È contabilità apologetica.
L’articolo non deve dimostrare che Maometto si comportò sempre nello stesso modo. Deve esaminare ciò che questa fonte specifica racconta e ciò che quel racconto implica per la pretesa islamica di un modello perfetto e universale.
Conclusione: il giudice che non può essere contestato
Il caso di al-Zubayr documenta una sequenza difficilmente conciliabile con l’immagine del giudice perfetto:
- Maometto propone una soluzione conciliativa;
- viene accusato di favorire un proprio parente;
- si adira;
- ritira la concessione più favorevole all’accusatore;
- applica il massimo rigore disponibile a vantaggio del proprio cugino.
L’apologeta può chiamare questo passaggio “ritorno alla norma”. Non può cancellare il fatto che al-Bukhārī lo colleghi alla collera personale del giudice.
Può sostenere che Maometto abbia voluto punire l’insolenza. Ma in tal caso ammette che la severità giuridica venne utilizzata come risposta a un’offesa personale.
In nessuna delle due letture emerge una grande dimostrazione di autocontrollo. Emerge un’autorità che, contestata per i propri legami familiari, perde la calma e rende immediatamente più gravosa la posizione del contestatore.
Per il presunto modello universale di imparzialità e dominio di sé, non è esattamente una scena gloriosa.
Corano 4:65 aggiunge un elemento ancora più grave: chi è giudicato da Maometto non deve soltanto obbedire, ma non deve provare dentro di sé alcun disagio verso la decisione.
Il giudice non viene sottoposto al controllo della coscienza del credente. È la coscienza del credente a dover essere sottomessa al giudice.
Le narrazioni riportate da Ibn Kathīr e al-Wāḥidī mostrano dove potesse condurre questa concezione: il rifiuto del verdetto profetico viene illustrato attraverso storie nelle quali il contestatore viene ucciso.
La questione centrale non è dunque soltanto se la decisione finale fosse formalmente consentita. È se possa essere presentato come modello universale di imparzialità un uomo che, accusato di favorire un parente, si adira e applica subito il massimo rigore contro l’accusatore, mentre la rivelazione pretende che il suo giudizio venga accettato perfino interiormente.
Quando il giudice è anche il Profeta, la sua collera coincide con l’inasprimento della decisione e il dissenso verso il suo verdetto diventa un difetto di fede, non siamo davanti a una sublime teoria della giustizia. Siamo davanti alla sacralizzazione di un potere personale.
Domande frequenti
La frase dell’Ansarita era davvero un’accusa di favoritismo?
Sì. Chiedere a un giudice se abbia deciso in un certo modo perché una delle parti è sua parente significa accusarlo di favoritismo familiare. Definirla “insinuazione” descrive il modo in cui l’accusa viene formulata, non ne elimina il contenuto.
La decisione finale di Maometto era contraria al diritto?
La fonte presenta il risultato finale come riconoscimento del pieno diritto di al-Zubayr. Il punto critico è diverso: Maometto aveva già scelto una soluzione conciliativa e la ritirò dopo essersi adirato per l’accusa personale.
Maometto stava semplicemente punendo l’insolenza?
Questa interpretazione conferma il problema. Significa ammettere che Maometto utilizzò il massimo rigore giudiziario per reagire a chi aveva offeso la sua persona e messo in dubbio la sua imparzialità.
Corano 4:65 stabilisce soltanto che una sentenza deve essere rispettata?
No. Il versetto richiede che il credente prenda Maometto come giudice, non provi disagio interiore verso ciò che egli ha deciso e si sottometta pienamente. Va quindi ben oltre la semplice esecuzione esteriore di una sentenza.
Le storie dell’uomo ucciso da ʿUmar sono importanti?
Sì, soprattutto per il loro valore esegetico. Mostrano che autorevoli studiosi musulmani considerarono appropriato spiegare i versetti sull’obbedienza a Maometto attraverso racconti nei quali chi rifiuta il suo giudizio viene ucciso con la spada.
L’articolo sostiene che Maometto fu sempre un giudice ingiusto?
L’articolo esamina un episodio specifico e le concezioni religiose collegate a esso. Per mettere in crisi la pretesa di un modello perfetto e universale non è necessario dimostrare che ogni singola decisione della sua vita fosse identica. È sufficiente analizzare seriamente i casi che le fonti islamiche stesse hanno conservato.

Molto ben fatto….va tradotto e Diffuso in arabo
Stiamo appunto cercando collaboratori per la traduzione degli articoli, anche in arabo.